Oscar Wilde – La Ballata del Carcere di Reading IV

Wilde Ballata del Carcere di Reading

IV

 

La cappella è chiusa nel giorno

In cui impiccano un uomo:

Il cuore del Cappellano è troppo sofferente,

O il suo volto è troppo esangue,

Oppure nei suoi occhi c’è scritto ciò

Che nessuno dovrebbe vedere.

 

Così ci tennero chiusi fino quasi mezzogiorno,

E poi suonarono la campana,

E i secondini con le loro chiavi tintinnanti

Aprirono ogni cella che ascoltava,

E giù per la scala di ferro scarpinammo,

Ciascuno dal suo Inferno separato.

 

Uscimmo fuori nella dolce aria di Dio,

Ma non nel modo solito,

Poiché il volto di quest’uomo era bianco di paura,

E il volto di quell’uomo era grigio,

E mai io vidi uomini tristi guardare

Così malinconicamente la luce del giorno.

 

Non vidi mai uomini tristi guardare

Con un occhio così malinconico

Quella piccola tenda di azzurro

Che noi prigionieri chiamavamo cielo,

E ogni nuvola che passava spensierata

In tanta lieta libertà.

 

Ma c’erano quelli fra tutti noi

Che camminavano a testa bassa,

E sapevano che, se ognuno avesse avuto il suo,

Sarebbe toccato a loro di morire:

Ma lui aveva ucciso una cosa che viveva,

Mentre loro avevano ucciso i morti.

 

Poiché chi pecca una seconda volta

Risveglia al dolore un’anima morta,

E la leva dal suo sudario macchiato,

E la fa sanguinare di nuovo,

E le fa sanguinare grossi fiotti di sangue,

E la fa sanguinare invano!

 

* * *

Come scimmie o pagliacci, in abiti mostruosi

Stellate con frecce ricurve,

In silenzio girammo intorno

Al cortile di viscido asfalto;

In silenzio girammo intorno,

E nessuno disse una parola.

 

In silenzio girammo intorno,

E in ogni mente vuota

La Memoria di cose terribili

Spirò come un vento tremendo,

E l’Orrore si insinuò di fronte a ogni uomo,

E il Terrore gli strisciò dietro.

 

* * *

I secondini camminavano impettiti su e giù,

E sorvegliavano la loro mandria di bruti,

Le loro divise erano tirate a lucido,

E indossavano l’abito domenicale,

Ma noi sapevamo da quale lavoro tornavano,

Per la calce viva sui loro scarponi.

 

Perché dove una tomba si era spalancata,

Non c’era affatto una tomba:

Solo un tratto di fango e sabbia

Presso l’orribile muro della prigione,

E un mucchietto di calce ardente,

Che l’uomo avesse come drappo funebre.

 

Poiché ha un drappo, questo sciagurato,

Quale pochi uomini possono vantare:

In fondo sotto un cortile di prigione,

Nudo per maggior vergogna,

Egli giace, con catene a ciascun piede,

Avvolto in un lenzuolo di fiamma!

 

E per tutto il tempo la calce ardente

Gli rode carne e ossa,

Rode le fragili ossa la notte,

E la tenera carne il giorno ,

Rode carne e ossa a turno,

Ma il cuore lo rode sempre.

 

* * *

Per tre lunghi anni non semineranno

Radici o piantine in quel luogo:

Per tre lunghi anni il punto maledetto

Sarà sterile e spoglio,

E guarderà il cielo sbigottito

Con sguardo privo di rimprovero.

 

Pensano che un cuore di assassino guasterebbe

Ogni semplice seme che piantano.

Non è vero! La pietosa terra di Dio

È pietosa più di quanto sappiano gli uomini,

E la rosa rossa sarà anzi più rossa,

Più bianca la rosa bianca.

 

Una rossa, rossa rosa dalla sua bocca!

Una rosa bianca dal suo cuore!

Poiché chi può dire per quali strane vie

Cristo porta alla luce la Sua volontà,

Da quando la verga sterile portata dal pellegrino

Fiorì al cospetto del grande Papa?

 

* * *

Ma né la rosa bianca lattea né quella rossa

Possono sbocciare all’aria della prigione;

Il coccio, il ciottolo e la selce

È quanto ci danno laggiù:

Poiché i fiori sono da sempre noti per sanare

La disperazione di un uomo comune.

 

Così mai rosa rossa come il vino o bianca,

Un petalo alla volta, cade

Su quel tratto di fango e sabbia che si trova

Presso l’orribile muro del carcere,

A dire agli uomini che calcano il cortile

Che il Figlio di Dio è morto per tutti.

 

* * *

Pure, anche se l’orribile muro del carcere

Ancora lo circonda tutto intorno,

E di notte non possa vagare uno spirito

Che ha catene legate,

E uno spirito che giace possa solo piangere

In terra tanto sconsacrata,

 

Egli è in pace – quest’uomo infelice –

È in pace, o lo sarà presto;

Non c’è cosa che lo faccia impazzire,

Né Terrore avanza a mezzogiorno,

Poiché la Terra senza lume in cui riposa

Non ha Sole né Luna.

 

* * *

Lo impiccarono come si impicca una bestia!

Non fecero neppure rintoccare

Un requiem che avrebbe potuto portare

Riposo al suo animo spaventato,

Ma in fretta lo portarono via,

E lo nascosero in una fossa.

 

Lo spogliarono degli abiti di tela

E lo dettero alle mosche:

Si beffarono del gonfio collo paonazzo

E degli occhi fissi e rigidi:

E ridendo forte gli ammucchiarono il sudario

Nel quale il loro carcerato giace.

 

Il Cappellano non volle inginocchiarsi a pregare

Presso la sua tomba disonorata:

Né segnarla con quella Croce benedetta

Che Cristo diede per i peccatori,

Perché l’uomo era uno di quelli

Che Cristo scese a salvare.

 

Ma va tutto bene; egli ha solo varcato

Il limite designato della vita:

E lacrime aliene gli riempiranno

L’urna da lungo infranta della pietà,

Poiché le sue prefiche saranno dei reietti,

E i reietti piangono sempre.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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