Il mio teatro

TeatrodelGiglio

Carmelo Bene

Warner Bentivegna

Paolo Bonacelli

Giulio Brogi

Tino Buazzelli

Ernesto Calindri

Tino Carraro

Renato De Carmine

Rossella Falk

Sergio Fantoni

Arnoldo Foà

Vittorio Gassman

Anna Maria Guarnieri

Claudio Gora

Gabriele Lavia

Giulia Lazzarini

Alberto Lionello

Giuliana Lojodice

Glauco Mauri

Valeria Moriconi

Ave Ninchi

Ilaria Occhini

Umberto Orsini

Ugo Pagliai

Paola Pitagora

Anna Proclemer

Gianrico Tedeschi

Aroldo Tieri

Alida Valli

Franca Valeri

Olga Villi

Lina Volonghi

Questo è un elenco, non integrale, delle attrici e degli attori italiane/i che ho potuto vedere ed ascoltare dal vivo a teatro nel corso della mia vita. Scorgendo i nomi succitati, si può capire perché oggi trovo molta difficoltà ad assistere agli spettacoli che vengono proposti. Con tutto il rispetto per i nuovi interpreti, mi manca ancora qualcuno che mi dia quelle emozioni assolute, quella magia che può stupirmi, se non addirittura influenzarmi. Mi manca un mostro sacro, un interprete che sia un’opera d’arte. Le attrici e gli attori contemporanee/i saranno anche brave/i, ma non sono dei veri animali da palcoscenico. Mi rendo conto che essere stati abituati bene è un vantaggio e uno svantaggio… Si rischia di essere considerati snob, ma, con tutti i miei sforzi, non riesco a farmele/i piacere più di tanto. Aspetto chi mi smentisca. Sarà una gioia.

 

Pubblicato in Teatro | 1 commento

Champions League

33575183_1130318420453729_1249296778272964608_n.jpg

1955-56 clip_image001Real Madrid

1956-57 clip_image001[1]Real Madrid

1957-58 clip_image001[2]Real Madrid

1958-59 clip_image001[3]Real Madrid

1959-60 clip_image001[4]Real Madrid

1960-61 clip_image002Benfica

1961-62 clip_image002[1]Benfica

1962-63 clip_image003Milan

1963-64 clip_image004Inter

1964-65 clip_image004[1]Inter

1965-66 clip_image001[5]Real Madrid

1966-67 clip_image005Celtic Glasgow

1967-68 clip_image006Manchester United

1968-69 clip_image003[1]Milan

1969-70 clip_image007Feyenoord

1970-71 clip_image008Ajax

1971-72 clip_image008[1]Ajax

1972-73 clip_image008[2]Ajax

1973-74 clip_image009Bayern München

1974-75 clip_image009[1]Bayern München

1975-76 clip_image009[2]Bayern München

1976-77 clip_image010Liverpool

1977-78 clip_image010[1]Liverpool

1978-79 clip_image011Nottingham Forest

1979-80 clip_image011[1]Nottingham Forest

1980-81 clip_image010[2]Liverpool

1981-82 clip_image012Aston Villa

1982-83 clip_image013 Hamburger Sport-Verein

1983-84 clip_image010[3]Liverpool

1984-85 clip_image014Juventus

1985-86 clip_image015Steaua Bucuresti

1986-87 clip_image016Porto

1987-88 clip_image017PSV Eindhoven

1988-89 clip_image003[2]Milan

1989-90 clip_image003[3]Milan

1990-91 clip_image018Crvena Zvezda

1991-92 clip_image019Barcelona

1992-93 clip_image020Olympique Marseille

1993-94 clip_image003[4]Milan

1994-95 clip_image008[3]Ajax

1995-96 clip_image014[1]Juventus

1996-97 clip_image021Borussia Dortmund

1997-98 clip_image001[6]Real Madrid

1998-99 clip_image006[1]Manchester United

1999-00 clip_image001[7]Real Madrid

2000-01 clip_image009[3]Bayern München

2001-02 clip_image001[8]Real Madrid

2002-03 clip_image003[5]Milan

2003-04 clip_image016[1]Porto

2004-05 clip_image010[4]Liverpool

2005-06 clip_image019[1]Barcelona

2006-07 clip_image003[6]Milan

2007-08 clip_image006[2]Manchester United

2008-09 clip_image019[2]Barcelona

2009-10 clip_image004[2]Inter

2010-11 clip_image019[3]Barcelona

2011-12 clip_image022Chelsea

2012-13 clip_image009[4]Bayern München

2013-14 clip_image001[9]Real Madrid

2014-15 clip_image019[4]Barcelona

2015-16 clip_image001[10]Real Madrid

2016-17 clip_image001[11]Real Madrid

2017-18 clip_image001[11]Real Madrid

Pubblicato in Sport | 1 commento

Fedro – Fabulae, IV, 10

Peras imposuit Iuppiter nobis duas:
propriis repletam vitiis post tergum dedit,
alienis ante pectus suspendit gravem.
Hac re videre nostra mala non possumus:
alii simul delinquunt, censores sumus.

Giove ci impose due bisacce:
mise dietro la schiena quella piena dei nostri vizi,
e davanti sul petto quella con i vizi altrui.
Per questo motivo non possiamo vedere i nostri difetti,
non appena gli altri sbagliano, siamo censori.

(Fedro – Fabulae, IV, 10)

Pubblicato in Sisohpromatem, Traduzioni | Lascia un commento

Raymond Radiguet, “Il diavolo in corpo”

le diable au corps

Raymond Radiguet

Il diavolo in corpo

Traduzione dall’originale in francese Le diable au corps

di Marco Vignolo Gargini

   Finirò proprio per avere dei rimproveri. Ma che ci posso fare? È colpa mia se ho compiuto dodici anni qualche mese prima della dichiarazione di guerra? Senza dubbio, i turbamenti che mi vennero in quel periodo straordinario furono d’un genere che non si prova mai a quell’età; ma siccome non esiste nulla di così forte da invecchiarci malgrado le apparenze, è da bambino che mi dovevo comportare in un’avventura in cui perfino un uomo fatto avrebbe provato imbarazzo. Non sono il solo. E i miei compagni serberanno di quell’epoca un ricordo che non è quello di chi è più grande di loro. Chi ce l’ha già con me si immagini che cosa fu la guerra per tanti giovani ragazzi: quattro anni di grandi vacanze.

   Noi abitavamo a F…, sulla riva della Marna.  I miei genitori erano piuttosto avversi al cameratismo misto. La sensualità, che nasce con noi e si manifesta ancora cieca, invece di perdere vi guadagnò.

  Non sono mai stato un sognatore. Ciò che agli altri, più creduloni, sembrava un sogno, a me pareva reale come il formaggio per il gatto, malgrado la campana di vetro. Eppure la campana esiste. Se la campana si rompe, il gatto ne approfitta, anche se sono i suoi padroni a romperla e a tagliarsi le mani.

   Fino a dodici anni, non trovo alcun amoretto, se non per una ragazzina, di nome Carmen, alla quale feci avere, tramite un ragazzino più giovane di me, una lettera in cui le esprimevo il mio amore. Mi servivo di quell’amore per sollecitare un incontro. La mia le era stata recapitata la mattina prima che lei entrasse in classe. Avevo scorto in lei la sola bambina che mi somigliasse, perché lei era a posto e andava a scuola accompagnata da una sorellina, come io dal mio fratellino. Per far star zitti quei due testimoni, m’immaginai di farli sposare, in qualche modo. E così alla mia lettera ne aggiunsi una da parte di mio fratello, che non sapeva scrivere, per Mlle Fauvette.

   Spiegai a mio fratello la mediazione e la fortuna d’esserci imbattuti in due sorelle della nostra età e dotate di nomi così eccezionali. Mi accorsi con tristezza che non m’ero sbagliato sull’aspetto perbene di Carmen, quando, dopo aver pranzato con i miei genitori che mi viziavano e non mi sgridavano mai, rientrai in classe. Non appena i miei compagni furono ai loro banchi — io in fondo all’aula, acquattato per prendere in un armadio a muro, nella mia qualità di primo della classe, i libri della lettura ad alta voce –, il direttore entrò. Gli allievi si alzarono. Aveva una lettera in mano. Le mie gambe si piegarono, i libri caddero e io li raccolsi, mentre il direttore s’intratteneva con il maestro. Gli allievi dei primi banchi si voltarono già verso di me, tutto rosso in viso, in fondo alla classe, perché avevano sentito bisbigliare il mio nome. Infine, il direttore mi chiamò, e per punirmi in modo delicato, non volendo suscitare, credeva, alcuna idea cattiva presso gli scolari, si congratulò con me perché avevo scritto una lettera di dodici righe senza un errore. Mi domandò se l’avevo scritta tutta da solo, poi mi pregò di seguirlo nel suo ufficio. Non ci andammo affatto. Mi sgridò in cortile, sotto l’acquazzone. Ciò che turbò fortemente le mie nozioni di morale fu che lui considerava altrettanto grave l’aver compromesso la bambina (i cui genitori gli avevano fatto avere  la mia dichiarazione d’amore), e aver rubato un foglio di carta da lettera. Mi minacciò di spedire quel foglio ai miei genitori. Lo supplicai di non farlo. Cedette, ma mi disse che avrebbe conservato la lettera, e alla prima recidiva non avrebbe potuto più coprire la mia cattiva condotta.

    Quel misto di sfrontatezza e timidezza fuorviava i miei e li ingannava, così come, a scuola, la mia bonomia, autentica pigrizia, mi faceva passare per un buon allievo.

   Rientrai in classe. Il professore, ironico, mi chiamò Don Giovanni. Ne fui estremamente lusingato, soprattutto per il fatto d’aver citato il nome di un’opera che conoscevo a differenza dei miei compagni. Il suo «Buongiorno, Don Giovanni» e il mio sorriso d’intesa trasformarono l’atteggiamento della classe nei miei confronti. Forse s’era già sparsa la notizia che avevo incaricato un bambino delle classi inferiori di portare una lettera a una «femmina», come dicono gli scolari nel loro linguaggio aspro. Quel bambino si chiamava Messager; io non l’avevo scelto per via del suo nome, ma, comunque, quel nome mi aveva ispirato fiducia.

   All’una avevo supplicato il direttore di non dire nulla a mio padre; alle quattro morivo dalla voglia di raccontargli tutto. Niente mi ci obbligava. Mettevo quella confessione sul conto della franchezza. Sapendo che mio padre non si sarebbe arrabbiato, tutto sommato, non stavo più nella pelle all’idea che lui conoscesse la mia prodezza.

   Confessai dunque, aggiungendo con orgoglio che il direttore m’aveva promesso una assoluta discrezione (come si fa con un adulto). Mio padre voleva sapere se non avessi inventato di sana pianta questo romanzo d’amore. Venne dal direttore. Nel corso di quella visita, parlò incidentalmente di quella che lui riteneva essere una farsa. «Che cosa?» disse allora il direttore sorpreso e assai infastidito, «ve lo ha raccontato? Mi aveva supplicato di non dire nulla, dicendo che lo avreste ammazzato».

   Quella menzogna del direttore lo scusava; contribuì ulteriormente alla mia ebbrezza d’uomo adulto. Ci guadagnai seduta stante la stima dei miei compagni e le strizzatine d’occhio del maestro. Il direttore nascondeva il suo astio. Il malcapitato ignorava ciò che io già sapevo: mio padre, urtato dalla sua condotta, aveva deciso di lasciarmi terminare il mio anno scolastico e di ritirarmi. Eravamo allora agli inizi di giugno. Mia madre non volendo che ciò potesse influenzare sui miei premi, le mie corone, si riservava di raccontare tutto dopo la distribuzione. Venuto quel giorno, grazie a un’ingiustizia del direttore che temeva confusamente gli strascichi della sua menzogna, unico della classe, ricevetti la corona d’oro che spettava anche al premio d’eccellenza. Pessimo calcolo: la scuola perse i suoi due migliori allievi, poiché il padre del premio d’eccellenza ritirò suo figlio.  Allievi come noi servivano da richiamo per attirarne altri.

   Mia madre mi giudicava troppo giovane per andare all’Henri-IV. Nel suo spirito voleva dire: per prendere il treno. Restai due anni a casa e studiai da solo.  Mi ripromettevo delle gioie senza limiti, perché, riuscendo a fare in quattro ore il compito che i miei vecchi compagni non eseguivano in due giorni, ero libero più della metà del giorno. Passeggiavo da solo sulle rive della Marne che era talmente il nostro fiume che le mie sorelle, parlando della Senna, dicevano « una Marne ». andavo anche nella barca di mio padre, malgrado il suo divieto; ma non remavo, e senza confessarmi che la mia paura non era quella di disobbedirgli, ma paura e basta. Leggevo, sdraiato nella barca. Nel 1913 e 1914 duecento libri vi passarono. Nessuno di quelli che si chiamano cattivi libri, ma piuttosto i migliori, se non per lo spirito perlomeno per la qualità. Così, molto più tardi, nell’età in cui l’adolescente disprezza i libri della Bibliothèque rose, presi gusto al loro fascino infantile, quando a quell’epoca non li avrei voluti leggere per niente al mondo.  Lo svantaggio di queste ricreazioni alternate allo studio era per me di trasformare tutto l’anno in false vacanze. Perciò, il mio lavoro d’ogni giorno era poca cosa, ma siccome, lavorando meno tempo degli altri, lavoravo di più durante le loro vacanze, quella poca cosa era il tappo di sughero che un gatto porta alla coda per tutta la vita, quando preferirebbe senza dubbio avere una pentola per un mese.

Le vere vacanze si avvicinavano e io me ne occupavo pochissimo visto che per me non cambiava niente. Il gatto guardava sempre il formaggio sotto la campana di vetro. Ma venne la guerra. Ruppe la campana. I padroni avevano altre gatte da pelare e il gatto si rallegrava.  A dire il vero, ognuno in Francia si rallegrava. I bambini, con i loro libri premio sotto il braccio, si affollavano davanti ai manifesti. I cattivi scolari approfittavano dello sgomento delle famiglie.  Andavamo tutti i giorni dopo pranzo alla stazione di J…, a due chilometri da casa nostra, a veder passare i treni militari. Portavamo delle campanule e le lanciavamo ai soldati. Delle signore in camice riempivano le borracce di vino rosso e versavano litri sulla banchina cosparsa di fiori. Tutto quell’insieme mi lascia un ricordo di fuoco d’artificio. E mai tanto vino sprecato, tanti fiori morti. Dovemmo imbandierare le finestre di casa nostra.  Ben presto non andammo più a J…. I miei fratelli e le mie sorelle cominciavano ad avercela con la guerra, la trovavano lunga. Gli aveva tolto la riva del mare. Abituati a alzarsi tardi, dovettero comprare i giornali alle sei del mattino. Misera distrazione! Ma verso il 20 agosto, questi giovani mostri riacquistano speranza. Invece di lasciare la tavola dove dove i grandi s’attardano, restavano per sentire mio padre parlare di partenza. Senza dubbio non ci sarebbero più stati mezzi di trasporto. Si sarebbe dovuto viaggiare a lungo in bicicletta. I miei fratelli prendono in giro la mia sorella più piccola. Le ruote della sua bicicletta hanno appena quaranta centimetri di diametro: «Ti lasceremo sola per la strada.» e lei singhiozzava. Ma che lena per lustrare i telai! Niente più pigrizia. Propongono di riparare la mia. S’alzano all’alba per conoscere le notizie. Mentre tutti si stupiscono, alla fine io scopro i motivi di quel patriottismo: un viaggio in bicicletta! Fino al mare! E un mare più lontano, più bello del solito. Avrebbero bruciato Parigi per partire più in fretta. Quello che terrorizzava l’Europa era diventato la loro unica speranza.  L’egoismo dei bambini è diverso dal nostro? L’estate, in campagna, noi malediciamo la pioggia che cade tombe, e i coltivatori la reclamano.

 

È raro che un cataclisma si produca senza fenomeni forieri. L’attentato austriaco, la tempesta del processo Caillaux sprigionava un’atmosfera irrespirabile, propizia alla stravaganza. Anche il mio vero ricordo di guerra precede la guerra.  Ecco come:  noi, i miei fratelli e io, ci burlavamo di un nostro vicino, un uomo grottesco, nano con barba bianca e un cappuccio, consigliere municipale, di nome Maréchaud. Tutti lo chiamavano padre Maréchaud. Pur abitando porta a porta, ci proibivamo di salutarlo, cosa che lo faceva arrabbiare tanto che un giorno, non trattenendosi più, ci affrontò per strada e ci disse: « Eh bene! Non si saluta un consigliere municipale? » Noi ce la demmo a gambe. A partire da quell’impertinenza, le ostilità furono dichiarate. Ma cosa poteva contro di noi un consigliere municipale? Tornando da scuola, e andandoci, i miei fratelli tiravano il suo campanello, con tanta più audacia che il cane, che poteva avere la mia età, non era da temere.  La vigilia del 14 luglio 1914, andando incontro ai miei fratelli, quale non fu la mia sorpresa nel vedere un assembramento davanti al cancello dei Maréchaud. Qualche tiglio sfrondato nascondeva male la loro villa in fondo al giardino. Due ore dopo mezzogiorno, la loro giovane domestica, impazzita, s’era rifugiata sul tetto e si rifiutava di scendere. Già i Maréchaud, spaventati dallo scandalo, avevano chiuso le imposte, a tal punto che il tragico di quella pazza sul tetto si prolungava per il fatto che la casa sembrava abbandonata. La gente gridava, s’indignava che i suoi padroni non facessero nulla per salvare quella disgraziata. Lei esitava sulle tegole, senza avere d’altronde l’aria d’una ubriacona. Avrei voluto poter restare là ancora, ma la nostra domestica, mandata da mia madre, venne a richiamarci allo studio. Senza quello, sarei stato privato della festa. Me ne andai con la morte nel cuore, e pregando Dio che la domestica fosse ancora sul tetto, quando sarei andato a cercare mio padre alla stazione.  Lei era al suo posto, ma i rari passanti di ritorno da Parigi, s’affrettavano a rientrare per il pranzo e non perdersi il ballo. Le concedevano solo un minuto distratto.  Del resto, finora, per la domestica, non si trattava che di una prova più o meno pubblica. Doveva debuttare la sera, secondo l’usanza, quando le girandole luminose le avrebbero creato una vera rampa. C’erano quelle del viale e quelle del giardino, poiché i Maréchaud, malgrado la loro falsa assenza, non avevano osato dispensarsi dall’illuminare, in quanto notabili. Al fantastico di quella casa del delitto, sul cui tetto passeggiava, come su un ponte di una nave imbandierata, una donna dai capelli scomposti, contribuiva assai la voce di quella donna: inumana, gutturale, d’una dolcezza da pelle d’oca.  I pompieri di un piccolo comune, essendo « volontari », tutto il giorno s’occupano d’altro fuorché di pompe. Sono il lattaio, il pasticciere, il fabbro che, finito il lavoro, vengono a spegnere l’incendio, se non s’è spento da solo. Dalla mobilitazione, i nostri pompieri formavano inoltre una sorta di milizia misteriosa che faceva pattuglie, manovre e ronde notturne. Quei valorosi alla fine arrivarono e fendettero la folla.  Una donna avanzò. Era la moglie di un consigliere municipale, avversario di Maréchaud, e che, da qualche minuto, s’impietosiva rumorosamente sulla folla. Diede della raccomandazioni al capitano: « Cercate di prenderla con dolcezza, lei ne è così priva, povera piccola, in quella casa dove la picchiano. soprattutto, se è la paura d’essere licenziata, di ritrovarsi senza un posto, che la fa agire, ditele che la prenderò con me. Le raddoppierò il salario ». Quella carità assordante produsse uno scarso effetto sulla folla. La signora l’annoiava. Si pensava solo alla cattura. I pompieri, in sei, scalarono il cancello, circondarono la casa, arrampicandosi su ogni lato. Ma appena uno di loro comparve sul tetto, la gente, come i bambini al Grand Guignol, si mise a vociferare per avvertire la vittima.  «Ma state zitti!» urlava la signora fomentando gli « Eccone uno! Eccone uno!» del pubblico. A quelle grida, la folla, armandosi di tegole, ne lanciò una sul casco del pompiere arrivato sul tetto. Gli altri cinque scesero subito. Mentre i tirassegni, le giostre, i baracconi della piazza del Municipio si lamentavano di vedere così poca clientela, in una serata in cui l’incasso doveva essere fruttuoso, i monelli più arditi scalavano i muri e se accalcavano sul prato per seguire la caccia. La pazza diceva delle cose che ho dimenticato, con quella profonda malinconia rassegnata che dà alla voce la certezza che si ha ragione, che tutti si sbagliano. I monelli, che alla fiera preferivano quello spettacolo, volevano tuttavia combinare i divertimenti. Così, temendo che la pazza fosse presa in loro assenza, s’affettavano a fare un giro sui cavalli di legno. Altri, più assennati, appostati sui rami dei tigli, come per la parata di Vincennes, si contentavano d’accendere dei fuochi di Bengala, dei petardi.  Immaginiamoci l’angoscia della coppia Maréchaud, in casa, chiusa in mezzo a quello strepito e a quei bagliori.  Il consigliere municipale, marito della dama di carità, arrampicato sul muretto del cancello, improvvisava un discorso sulla codardia dei proprietari. Lo applaudirono.  Credendo che fosse lei quella che applaudivano, la pazza salutava, con un mucchio di tegole sotto le braccia, dato che lei le tirava ogni volta che vedeva un casco. Con la sua voce inumana, ringraziava per esser stata finalmente compresa. Mi venne in mente qualche capitana corsara, che se ne sta sola sulla sua nave che affonda.

La folla si disperdeva, un po’ stanca. Avevo voluto restare con mio padre, mentre mia madre, per appagare quel bisogno di batticuore che hanno i bambini, portava i suoi da una giostra alle montagne russe. Certo, provavo quello strano bisogno più vivacemente dei miei fratelli. Mi piaceva che il mio cuore battesse più veloce e irregolarmente. Quello spettacolo, d’una poesia profonda, mi soddisfaceva di più. «Come sei pallido», aveva detto mia madre. Trovai il pretesto dei fuochi di Bengala. Mi davano, mi dissi, un colorito verde.  «Ho paura comunque che l’impressioni troppo», disse a mio padre. «Oh !», rispose lui, «nessuno è più insensibile di lui. Può guardare qualunque cosa, tranne un coniglio che viene spellato»  Mio padre lo diceva perché restassi. Ma sapeva che quello spettacolo mi stravolgeva. Sentivo che stravolgeva anche lui. Gli chiesi di prendermi sulle spalle per vedere meglio. In realtà, stavo per svenire, le mie gambe non mi reggevano più.  Adesso si contavano solo una ventina di persone. Sentimmo le trombe. Era la fiaccolata.  Cento torce all’improvviso illuminarono la pazza, come, dopo la luce dolce delle rampe, il magnesio scoppia per fotografare una nuova stella. Allora, agitando le mani in segno d’addio, e credendo alla fine del mondo, o semplicemente che qualcuno l’andasse a prendere, lei si gettò dal tetto, spezzò la tettoia nella caduta, con un fracasso spaventoso, per sfracellarsi sui gradini di pietra. Finora avevo cercato di sopportare tutto, nonostante le orecchie rombassero e il cuore mi scoppiasse. Ma quando sentii la gente gridare: « È ancora viva », caddi, perdendo conoscenza, dalle spalle di mio padre.  Una volta ripreso, mi portò sulla riva della Marne. Ci restammo tantissimo, in silenzio, sdraiati nell’erba.  Al ritorno, credetti di vedere dietro il cancello una figura bianca, il fantasma della domestica! Era padre Maréchaud con un berretto di cotone, che contemplava i danni, la sua tettoia, le tegole, il prato, le siepi, i gradini ricoperti di sangue, il suo prestigio distrutto.  Se insisto su un tale episodio è perché fa capire meglio di ogni altro lo strano periodo della guerra, e come, più del pittoresco, mi colpisse la poesia delle cose.

Sentimmo il cannone. Ci si batteva vicino Meaux. Si raccontava che degli ulani erano stati catturati nei pressi di Lagny, a quindici chilometri da casa nostra. Mentre mia zia parlava di un’amica, scappata i primi giorni dopo aver sotterrato nel suo giardino pendole, scatole di sardine, domandai a mio padre come portare i nostri vecchi libri; era ciò che mi sarebbe costato di più perdere.  Infine, nel momento in cui ci apprestavamo a fuggire, i giornali ci annunciarono che era inutile.  Le mie sorelle adesso andavano a portare dei cesti di pere ai feriti. Avevano scoperto un risarcimento veramente mediocre, a tutti i loro bei progetti infranti. Quando arrivavano a J…, i panieri erano quasi vuoti!

Dovevo entrare al liceo Henri-IV, ma mio padre preferì tenermi ancore un anno in campagna. La mia sola distrazione di quell’inverno uggioso fu di correre dalla nostra giornalaia per essere sicuro d’avere una copia del Mot, un giornale che mi piaceva e usciva il sabato. In quel giorno io non mi alazavo mai tardi.  Ma arrivò la primavera, che rallegrò le mie prime scappatelle. Con il pretesto delle questue, quella primavera più volte passeggiavo, vestito a festa, con una ragazza alla mia destra. Io tenevo la cassetta; lei, il cestino dei distintivi. Alla seconda questua, certi compagni m’insegnarono ad approfittare di quelle giornate libere in cui mi gettarono nelle braccia d’una ragazzina. Quindi noi ci davamo da fare per raccogliere la mattina più soldi possibile, consegnavamo a mezzogiorno la nostra raccolta alla signora patronessa e andavamo per tutta la giornata a far birichinate sui colli di Chennevières. Per la prima volta ebbi un amico. Amavo far la questua con sua sorella. Per la prima volta m’intendevo con un ragazzo così precoce come me, ammirando anche la sua bellezza, la sua spavalderia. Il nostro disprezzo  comune per quelli della nostra età ci rendeva ancora più vicini. Noi soli ci giudicavamo capaci di comprendere le cose e, infine, solo noi ci trovavamo degni delle donne. Noi ci credevamo uomini. Per fortuna non ci saremmo separati. René andava al liceo Henri-IV e io sarei andato nella sua classe, in terza. Lui non doveva studiare il greco, fece per me quell’estremo sacrificio di convincere i suoi genitori a lasciarglielo studiare. Così saremmo stati sempre insieme. Dato che non aveva fatto il primo anno, era obbligato a prendere delle ripetizioni particolari. I genitori di René non ci capirono nulla, perché, l’anno precedente, alle sue suppliche, avevano consentito a che non studiasse il greco. Ci videro l’effetto della mia buona influenza, e, se sopportavano gli altri suoi compagni, io ero almeno il solo amico che approvassero.

Per la prima volta, nemmeno un giorno di vacanza di quell’anno fu per me pesante. Allora mi resi conto che nessuno sfugge alla sua età, e che il mio pericoloso disprezzo s’era sciolto come ghiaccio visto che qualcuno aveva voluto davvero interessarsi a me, nel modo che mi piaceva. I nostri comuni approcci dimezzarono il cammino che l’orgoglio di ciascuno di noi doveva fare.

Il giorno del rientro in classe, René fu per me una guida preziosa. Con lui tutto diventava per me un piacere, e io che, da solo, non potevo avanzare d’un passo, amavo fare a piedi, due volte al giorno, il tragitto che separa l’Henri-IV dalla stazione della Bastiglia, dove prendevamo il nostro treno. Tre anni trascorsero così, senza altra amicizia e senza altra speranza che le scorribande del giovedì – con le ragazzine del mio amico che i genitori ci fornivano innocentemente, invitando insieme a merenda gli amici dei loro figli e le amiche delle loro figlie -, piccoli favori che rubavamo, e che loro ci rubavano, con il pretesto dei giochi a pegno.

 

La bella stagione era venuta me mio padre amava portare i miei fratelli e me a fare delle lunghe passeggiate. Una delle nostre mete favorite era Ormesson, e seguire il Morbras, fiume largo un metro, che attraversa delle praterie dove crescono dei fiori che non s’incontrano in nessun altro posto, e di cui ho scordato il nome. Ciuffi di crescione o di menta nascondono al piede che si azzarda se il posto dove comincia l’acqua. Il fiume trasporta a primavera migliaia di petali bianchi e rosa. Sono i biancospini.

Una domenica d’aprile 1917, come ci succedeva spesso, prendemmo il treno per La Varenne, da dove dovevamo andare a piedi a Ormesson. Mio padre me disse che noi avremmo incontrato a La Varenne della gente simpatica, i Grangier. Io li conoscevo per aver visto il nome della loro figlia, Marthe, nel catalogo d’una mostra di pittura. Un giorno, avevo sentito parlare i miei genitori della visita d’un certo M. Grangier. Era venuto con una cartella piena di opere di sua figlia, una ragazza di diciott’anni. Marthe era malata. Suo padre avrebbe voluto farle una sorpresa: che i suoi acquerelli figurassero in una mostra di beneficenza in cui mia madre era presidente. Quegli acquerelli non avevano alcuna ricerca; vi si vedeva la brava allieva del corso di disegno, che tirando la lingua lecca i pennelli.  Sul marciapiede della stazione di La Varenne, i Grangier ci aspettavano. M. e Mme Grangier dovevano essere della stessa età, sui cinquanta circa. Ma Mme Grangier sembrava più grande di suo  marito; la sua ineleganza, la sua statura bassa, me la resero sgradevole a prima vista.  Durante quella passeggiata dovetti notare che spesso aggrottava le sopracciglia, cosa che le ricopriva la fronte di rughe che ci mettevano un minuto per sparire. Perché avesse tutti i motivi per dispiacermi, senza rimproverarmi d’essere ingiusto, m’auguravo che usasse dei modi di parlare assai comuni. Su questo punto, mi deluse.  Il padre aveva l’aria d’un brav’uomo, vecchio sottufficiale, adorato dai suoi soldati. Ma dov’era Marthe? Tremavo alla prospettiva d’una passeggiata senza un’altra compagnia se non quella dei suoi genitori. Lei doveva venire con il treno dopo, « fra un quarto d’ora », spiegò Mme Grangier, « non ha potuto essere pronta in tempo. Suo fratello arriverà con lei ».

Quando il treno entrò in stazione, Marthe era in piedi sul predellino del vagone. «Aspetta che il treno si fermi», le gridò sua madre. Quell’imprudente mi affascinò.

Il suo vestito, il suo cappello, semplicissimi, dimostravano la sua poca stima per l’opinione degli sconosciuti. Dava la mano a un ragazzino che sembrava avere undici anni. Era suo fratello, bambino pallido, dai capelli d’albino, e che in ogni gesto tradiva la sua malattia.  Per strada, Marthe e io camminavamo in testa. Mio padre stava dietro, tra i Grangier. I miei fratelli sbadigliavano con quel nuovo piccolo compagno, a cui si proibiva di correre.

Siccome mi complimentavo con Marthe per i suoi acquerelli, lei mi rispose modestamente che erano degli studi. Non vi attribuiva alcuna importanza. Pensai bene, come prima volta, di non dirle che trovavo quel genere di fiori ridicoli.

Sotto il suo cappello lei non poteva vedermi bene. Io l’osservavo. «Somigliate poco a vostra madre», le dissi.

Era un madrigale.

«Delle volte me lo dicono, ma, quando verrete a casa, vi mostrerò delle fotografie di mamma quand’era giovane, le assomiglio molto. »

Volendo dissipare l’imbarazzo di quella risposta penosa, e non comprendendo che non poteva essere penosa che per me, dato che fortunatamente Marthe non vedeva affatto sua madre con i miei occhi, le dissi:  «Sbagliate a pettinarvi così, i capelli lisci vi andrebbero meglio.»

Rimasi atterrito, non avendo mai detto una cosa simile ad una donna. Pensai al modo in cui ero pettinato io.

« Potete domandarlo a mamma (come se avesse bisogno di giustificarsi!); di solito non mi acconcio così male, ma ero già in ritardo e avevo paura di perdere il secondo treno. D’altronde, non avevo l’intenzione di togliermi il cappello. »

« Che ragazza è mai questa? », pensavo, « per accettare che un ragazzo la rimproverasse per i suoi capelli? »  Cercavo d’indovinare le sue preferenze in letteratura; fui felice che conoscesse Baudelaire e Verlaine, incantato dal modo con cui amava Baudelaire, sebbene non fosse il mio. Vi leggevo una rivolta. I suoi genitori avevano finito per accettare i suoi gusti. Il suo fidanzato, nelle sue lettere, le parlava di quello che leggeva, e se lei consigliava certi libri, gliene proibiva altri. Le aveva vietato Les Fleurs du mal. Sgradevolmente sorpreso di avere appreso ch’era fidanzata, gioivo a sapere che disobbediva a un soldato tanto sciocco da temere Baudelaire. Fui contento di sentire che spesso lui riusciva ad urtare Marthe. Dopo la prima spiacevole sorpresa, mi felicitai della sua grettezza, tanto più che avrei temuto, se avesse anche lui gradito Les Fleurs du mal, che il loro futuro appartamento somigliava a quello de La Mort des amants. Ma in seguito mi chiesi che cosa me ne potesse importare.

Il suo fidanzato le aveva proibito anche le accademie di disegno. Io che non ci andavo mai le proposi di portarcela, aggiungendo che spesso ci studiavo. Ma, temendo in seguito che la mia menzogna fosse scoperta, la pregai di non parlarne affatto a mio padre. Lui non sapeva, dissi, che saltavo dei corsi di ginnastica, per recarmi alla Grande- Chaumière. E io non volevo che lei potesse immaginarsi che nascondevo l’accademia ai miei genitori, perché mi vietavano di vedere le donne nude. Ero contento che ci fosse un segreto tra noi, e io, timido, mi sentivo già tirannico con lei.

Ero anche fiero d’essere preferito alla campagna, visto che non avevamo fatto ancora allusione allo scenario della nostra passeggiata. Ogni tanto i suoi genitori la richiamavano: «Guarda, Marthe, alla tua destra, come sono belli i colli di Chennevières», oppure suo fratello s’avvicinava e le domandava il nome di un fiore aveva appena colto. Lei gli accordava un’attenzione distratta tanto per farli irritare.

Noi ci sedemmo nelle praterie d’Ormesson. Nel mio candore, mi rammaricavo d’essermi spinto così avanti e d’aver precipitato tanto le cose. « Dopo una conversazione meno sentimentale, più spontanea », pensai, « potrei affascinare Marthe e attirarmi la benevolenza dei suoi genitori raccontando il passato di questo paese. » Me ne astenni. Credevo di avere delle ragioni profonde e pensai che dopo tutto quello ch’era avvenuto, una conversazione così estranea dalle nostre inquietudini comuni avrebbe potuto solo rompere l’incanto. Credevo fosse successo qualcosa di grave. D’altronde era vero, semplicemente, lo seppi in seguito, perché Marthe aveva falsato la nostra conversazione nello stesso mio modo. Ma io che non potevo rendermene conto, m’immaginai d’averle rivolto delle parole significative. Pensavo d’aver dichiarato il mio amore a una persona insensibile. Mi dimenticai che M. e Mme Grangier avrebbero potuto sentire senza il minimo inconveniente tutto ciò che avevo detto alla loro figlia; mais io, avrei potuto dirgliele alla loro presenza?

« Marthe non m’intimidisce », mi ripetevo. Quindi, solo i suoi genitori e mio padre m’impediscono di piegarmi sul suo collo e di baciarla.  Nel mio profondo, un altro ragazzo si complimentava con quei guastafeste. E pensava:  «Che fortuna non trovarmi solo con lei! Perché io non oserei in ogni modo baciarla, e non avrei alcuna scusa».  Così il timido bluffa.

Riprendemmo il treno alla stazione di Sucy. Avendo ancora una buona mezz’ora d’aspettare, ci sedemmo alla terrazza d’un caffè. Dovetti subire i complimenti di Mme Grangier. umiliavano. Ricordavano alla figlia che io ero ancora un liceale, che avrebbe dato l’esame di maturità tra un anno. Marthe volle bere della granatina; l’ordinai anch’io. Solo quel mattino mi sarei sentito disonorato a bere una granatina. Mio padre non ci capiva niente. Mi lasciava sempre prendere gli aperitivi. Rabbrividì all’idea che scherzasse sulla mia saggezza. Lo fece, ma  con parole velate, in modo che Marthe non indovinasse che io bevevo della granatina per fare come lei.

Arrivati a F…, salutammo i Grangier. Promisi a Marthe di portarle il giovedì dopo la collezione del giornale Le Mot e Une Saison en Enfer.

«Ecco un titolo che piacerebbe al mio fidanzato!»  Rideva.

«Andiamo, Marthe!» disse, aggrottando le sopracciglia, sua madre che era sempre disturbata da una tale mancanza di remissività.

Mio padre e i miei fratelli s’erano annoiati, che importa! La felicità è egoista.

Il giorno dopo, al liceo, non sentivo il bisogno di raccontare a René, al quale dicevo tutto, la mia giornata di domenica. Ma non ero dell’umore per sopportare che mi prendesse in giro per non aver baciato Marthe di nascosto. Un’altra cosa mi stupiva, il fatto che oggi trovavo René meno diverso dei miei compagni.

Provando amore per Marthe, ne toglievo a René, ai miei genitori, alle mie sorelle.

Mi ripromettevo lo sforzo di non cercare di vederla prima del giorno del nostro rendez-vous. Eppure, martedì sera, non potendo attendere, riuscii a trovare delle buone scuse alla mia debolezza che mi permettessero di portarle dopo cena il libro e i giornali. In quell’impazienza, mi dicevo che Marthe avrebbe visto la prova del mio amore, e se lei rifiutava di vederla, avrei saputo costringerla.  In un quarto d’ora  corsi come un folle fino a casa sua. Allora, temendo di seccarla mentre mangiava, aspettai dieci minuti, in un bagno di sudore, davanti al cancello. Credevo che in quell’attesa le palpitazioni del mie cuore si fermassero. Al contrario, aumentarono. Mancò poco che facessi dietrofront, ma dopo qualche minuto, una donna mi guardava con curiosità da una finestra vicina, volendo sapere cosa facessi, rifugiato contro quella porta. Mi fece decidere. Suonai. Entrai in casa. Domandai alla domestica se Madame fosse lì. Quasi subito, Mme Grangier apparve nella piccola stanza dove m’avevano introdotto. Sussultai, come se la domestica avesse dovuto che avevo chiesto di « Madame » per convenienza e che in realtà volevo vedere « Mademoiselle ». Diventando rosso, pregai Mme Grangier di scusarmi per il disturbo a quell’ora, come fosse stata l’una di notte: non potendo venire giovedì, portavo il libro e i giornali alla figlia.

«Capita proprio a proposito», mi disse Mme Grangier, «perché Marthe non avrebbe potuto ricevervi. Il suo fidanzato ha ottenuto una licenza, quindici giorni prima di quel che pensasse. È arrivato ieri e Marthe stasera cena con i suoi futuri suoceri.»

e fu così che me ne andai, e visto che non avevo più nessuna possibilità di rivederla, credevo, mi sforzai di non pensare  più a Marthe, e, di conseguenza, non facevo altro che pensare a lei.

Comunque, un mattino di un mese dopo, scendendo dal mio vagone alla stazione della Bastille, la vidi che scendeva da un’altro. Andava a scegliere diverse cose nei negozi, in vista delle sue nozze. Le chiesi d’accompagnarmi fino all’Henri-IV.

« Toh», disse, «l’anno prossimo, quando sarete in seconda, il mio suocero sarà il vostro professore di geografia.»

Risentito perché mi parlava di studi, come se non ci fosse altra conversazione alla mia età, le rispondi aspramente che sarebbe stato assai strano.

S’accigliò. E io pensai a sua madre.

Arrivammo all’Henri-IV e, non volendo lasciarla con quelle parole che ritenevo offensive, decisi d’entrare in classe un’ora dopo, dopo la lezione di disegno. Ero felice che in quell’occasione Marthe non mostrasse saggezza, non mi fece alcun rimprovero e anzi sembrò ringraziarmi di un tale sacrificio, in verità nullo. Le fui riconoscente che non mi proponesse in cambio di accompagnarla nei suoi acquisti, ma che mi dedicasse il suo tempo come io le dedicavo il mio.

Eravamo adesso nel giardino del Luxembourg; le nove suonarono all’orologio del Senato. Rinunciai al liceo. Avevo nella mia tasca, per miracolo, più soldi del solito per uno studente di dieci anni, avendo venduto i miei francobolli più rari al mercatino, che si tiene dietro il Guignol degli Champs-Elysées.  Nel corso della conversazione, Marthe mi fece sapere che pranzava dai suoi suoceri, e io decisi di convincerla a restare con me. Suonarono le nove e mezzo. Marthe trasalì, non ancora abituata a che qualcuno abbandonasse per lei i doveri scolastici. Ma, vedendo che restavo sulla mia sedia di ferro, non ebbe il coraggio di ricordarmi che avrei dovuto essere sui banchi dell’Henri-IV.

Restavamo immobili. Così dev’essere la felicità. Un cane saltò dalla fontana e si scrollò. Marthe s’alzò, come chi, dopo la siesta e con tracce di sonno ancora sul viso, si scuote di dosso i sogni. Faceva dei movimenti di ginnastica con le braccia. Ne ebbi un brutto presentimento per la nostra intesa.

« Queste sedie sono troppo dure», mi disse, come per scusarsi d’essersi alzata.  Aveva un vestito di foulard, sgualcito perché era stata seduta. Non potei impedirmi d’immaginare i disegni che l’impagliatura imprime sulla pelle.

« Andiamo, accompagnatemi nei negozi, visto che avete deciso di non andare a scuola », disse Marthe, facendo allusione per la prima volta a ciò che trascuravo per lei.  Io l’accompagnai in diversi negozi di biancheria, impedendole di ordinare ciò che le piaceva e a me no; per esempio, evitando il rosa, che mi dà fastidio, e che era il suo colore preferito.

Dopo quelle prime vittorie, occorreva ottenere da Marthe che non andasse a mangiare dai suoceri. Senza pensare che potesse mentirgli per il semplice piacere di restare in mia compagnia, cercai quello che poteva farle decidere a seguirmi nel marinare la scuola. Lei desiderava di conoscere un bar americano. Non aveva mai osato chiedere al suo fidanzato di portarcela. D’altronde, lui ignorava i bar. Avevo il mio pretesto. Al suo rifiuto, segnato da un autentico scontento, pensai che sarebbe venuta. Dopo mezz’ora, avendo fatto di tutto per convincerla, e non insistendo più, l’accompagnai dai suoi suoceri, con lo stato d’animo d’un condannato a morte che spera fino all’ultimo momento in un colpo di mano sulla via del supplizio. Vedevo avvicinarsi la strada, senza che accadesse niente. Ma all’improvviso, Marthe, battendo sul vetro, fermò l’autista del taxi davanti un ufficio postale.

Mi disse:  « Attendetemi un secondo. Vado a telefonare a mia suocera per dirle che mi trovo in un quartiere troppo lontano per arrivare in tempo.»

Dopo qualche minuto, non potendone più per l’impazienza, notai una fioraia e scelsi una a una delle rose rosse, per farne un mazzo. Non pensavo tanto al piacere di Marthe quanto alla necessità per lei di mentire ancora quella sera per spiegare ai suoi da dove venissero le rose. Il nostro progetto, fin dal primo incontro, d’andare a una accademia di disegno; la menzogna del telefono che avrebbe ripetuto, quella sera, ai suoi, menzogna alla quale si sarebbe aggiunta quella delle rose, per me erano dei favori più dolci d’un bacio. Poiché, avendo spesso baciato, senza gran piacere, le labbra delle ragazzine e dimenticandomene visto che non le amavo, desideravo poco le labbra di Marthe. Invece una simile complicità m’éra rimasta fino a quel giorno ignota.

Marthe usciva dalla posta, raggiante, dopo la prima bugia. Diedi all’autista l’indirizzo d’un bar della rue Daunou.  Lei s’estasiava, come una collegiale, per la giacca bianca del barman, per la grazia con cui agitava i bussolotti d’argento, i nomi bizzarri o poetici dei cocktail. Ogni tanto odorava le rose rosse di cui si riprometteva di fare un acquarello, che m’avrebbe dato come ricordo di quella giornata. Le chiesi di mostrarmi una foto del suo fidanzato. Lo trovai bello. Vedendo quale importanza attribuiva alle mie opinioni, spinsi l’ipocrisia fino a dirle ch’era bellissima, ma con un’aria poco convinta, per farle pensare che glielo dicessi per gentilezza. Cosa che, secondo me, doveva gettare turbamento nell’anima di Marthe e, in più, attirarmi la sua riconoscenza.  Ma il pomeriggio occorreva considerare il motivo del suo viaggio. Il suo fidanzato, di cui lei conosceva i gusti, s’era rimesso completamente a lei per scegliere il loro mobilio. Ma sua madre voleva ad ogni costo seguirla. Marthe, alla fine, promettendole di non fare follie, aveva ottenuto di andare sola. Quel giorno doveva scegliere qualche mobile per la loro camera. Pur ripromettendomi di non mostrare un estremo piacere o dispiacere a nessuna delle parole di Marthe, dovetti fare uno sforzo per continuare a camminare sul viale con un passo tranquillo che ora non s’accordava più con il ritmo del mio cuore.  Quell’obbligo d’accompagnare Marthe mi parve come una sfortuna. Dovevo proprio aiutarla a scegliere una camera per lei e un altro! Poi, intravidi il modo di scegliere una camera per Marthe e  me.

Dimenticai prestissimo il suo fidanzato  , che in un quarto d’ora di cammino m’avrebbero sorpreso ricordandomi che, in quella camera, un altro avrebbe dormito accanto a lei.

Il suo fidanzato apprezzava lo stile Luigi XV.  Il cattivo gusto di Marthe era un altro; lei era attratta piuttosto da quelle giapponese. Dunque dovetti combatterli tutti e due. Si trattava di giocare con la massima prontezza. Alla minima parola di Marthe, indovinando ciò che l’attirava, dovevo indicarle il contrario, che non era sempre di mio gusto, per darmi l’apparenza di cedere ai suoi capricci, quando avrei lasciato un mobile per un altro, che disturbava meno il suo occhio.

Lei mormorava: « Lui voleva una camera rosa. » Non osando nemmeno confessarmi i propri gusti, li attribuiva al suo fidanzato. Io prevedevo che tra qualche giorn o ci avremmo scherzato sopra insieme.

Tuttavia, non comprendevo bene quella debolezza. « Se lei non mi ama », pensai,  «che motivo ha di cedermi, di sacrificare le sue preferenze e quelle di questo giovane, alle mie? » Non ne trovai alcuna. La più modesta sarebbe stata ancora di dirmi che Marthe m’amava. Eppure ero sicuro del contrario.  Marthe m’aveva detto: « Almeno lasciamogli la stoffa rosa. » — « Lasciamogliela! » Se non fosse che per quella parola, mi sentivo vicino a dargliela vinta. Ma « lasciargli la stoffa rosa » equivaleva ad abbandonare tutto. Feci notare a Marthe come quelle pareti rosa avrebbero sciupato i mobili semplici che « noi avevamo scelto », e, spingendo all’estremo lo scandalo, le consigliai di far dipingere le pareti della sua camera a calce!  Fu il colpo di grazia. Tutto il giorno, Marthe era talmente assillata che lo ricevette senza ribellarsi. Si accontentò di dirmi: « In effetti, avete ragione. »

Alla fine di quella giornata massacrante, mi rallegrai del passo che avevo fatto. Ero riuscito a trasformare, mobile dopo mobile, quel matrimonio d’amore, o piuttosto d’amoretto, in un matrimonio di ragione, e quale ragione! Dato che la ragione non vi avevo posto e ognuno trovava nell’altro  i vantaggi che ‘offre un matrimonio d’amore.  Congedandomi, quella sera, invece d’evitare ormai i miei consigli, lei m’aveva pregato di aiutarla i giorni successivi nella scelta di altri mobili. Io le promisi, ma a condizione che mi giurasse di non dirlo mai al suo  fidanzato, poiché la sola ragione che potesse alla lunga fargli accettare quei mobili, se provava amore per Marthe, era di pensare che tutto veniva da lei, del suo buon piacere che sarebbe divenuto il loro.

Quando rientrai a casa, credetti di leggere nello sguardo di mio padre che avesse già appreso la mia scappatella. Naturalmente non sapeva niente; come avrebbe potuto saperlo?

« Bah! Jacques s’abituerà a questa camera  », aveva detto Marthe. Coricandomi, mi ripetevo che, se lei s’immaginava le sue nozze prima di dormire, doveva, quella sera, vederle in tutt’altro modo rispetto a come l’aveva fatto i giorni precedenti. Per me, quale che fosse l’esito di quell’idillio, m’ero già ben vendicato del suo Jacques: pensai alla prima notte di nozze in quella camera austera, nella « mia » camera!

La mattina seguente aspettai con impazienza per la strada il postino che doveva portarmi una lettera della mia assenza a scuola. Me la consegnò e io la misi in tasca, gettando le altre nella buca del nostro cancello. Procedimento troppo semplice per non essere usato sempre.  Non andare in classe voleva dire, secondo me, che ero innamorato di Marthe. Mi sbagliavo. Marthe non era che il pretesto di marinare la scuola. E la prova è che, dopo aver gustato in compagnia di Marthe il fascino della libertà, volli gustarmela da solo, e poi fare adepti. La libertà divenne presto per me una droga.

L’anno scolastico volgeva alla sua fine e io vedevo con terrore che la mia pigrizia restasse impunita, mentre m’auguravo l’espulsione dall’istituto, un dramma, in fondo, che chiudesse quel periodo.  A forza di vivere con le stesse idee, di non vedere che una cosa, se la si vuole ardentemente, non si nota più il delitto dei desideri. Certo, non cercavo di dare un dispiacere a mio padre; eppure, mi auguravo la cose che gliene avrebbe potuto dare di più. Le lezioni erano sempre state per me un supplizio; Marthe e la libertà erano riuscite a rendermele intollerabili. Mi rendevo proprio conto che, se volevo meno bene a René, era semplicemente perché lui mi ricordava qualcosa della scuola. Soffrivo, e quel timore mi rendeva quasi fisicamente malato, tra la stupidità dei miei compagni.

Per disgrazia di René, gli avevo fatto fin troppo condividere il mio vizio. Così, quando, meno abile di me, m’annunciò ch’era stato espulso dall’Henri-IV, pensai d’esserlo stato anch’io. Bisognava farlo sapere a mio padre, perché mi sarebbe stato grato che glielo dicessi prima della lettera del censore, lettera troppo grave da sottrarre.

Era un mercoledì. L’indomani, giorno di vacanza, aspettai che mio padre fosse a Parigi per avvisare mia madre. La prospettiva di quattro giorni di scompiglio in famiglia l’allarmò più della notizia. Allora, me ne andai sulla riva della Marne, dove Marthe m’aveva detto che forse m’avrebbe raggiunto. Lei non c’era. Fu una fortuna. Il mio amore attingendo una cattiva energia da quest’incontro, avrei potuto, in seguito, lottare contro mio padre; invece la tempesta scoppiava dopo una giornata di vuoto, di tristezza, e io rientravo con la testa bassa, come era conveniente. Tornai a casa un po’ dopo l’ora in cui sapevo che mio padre era solito rincasare. Dunque « sapeva ». Passeggiai in giardino, aspettando che mio padre mi venisse a cercare. Le mie sorelle giocavano in silenzio. Avevano presagito qualcosa. Uno dei mie fratelli, molto eccitato dalla tempesta, mi disse d’andare nella camera dove mio padre s’era sdraiato.

Grida, minacce, m’avrebbero permesso di ribellarmi. Fu peggio. Mio padre stava zitto; poi, senza alcuna collera, con una voce addirittura più dolce del solito, mi disse:  « Allora, che conti di fare adesso?

Le lacrime che non potevano fuggire dai miei occhi, come uno sciame d’api, mi ronzavano nella testa. A una volontà, avrei potuto opporre la mia, anche se impotente. Ma di fronte ad una tale dolcezza, pensai solo a sottomettermi.

«Quello che m’ordinerai di fare.»

«No, non mentire ancora. Io t’ho sempre fatto fare come volevi;  continua. Senza dubbio ci terrai a non farmene pentire.»

Nell’estrema giovinezza, si è troppo inclini, come le donne, a credere che le lacrime risarciscano tutto. Mio padre non mi chiedeva nemmeno delle lacrime. Davanti alla sua generosità, mi vergognavo del presente e dell’avvenire. Perché io sentivo che qualunque cosa gli avessi detto, avrei detto una bugia. «Almeno che questa menzogna lo riconforti», pensai, «aspettando di essere per lui una fonte di nuove pene.» O piuttosto no, io cercavo ancora di mentire a me stesso. Quel che volevo era avere un lavoretto, non più faticoso di una passeggiata, e che, come una passeggiata, lasciasse al mio spirito la libertà di non separarsi da Marthe un minuto. Finsi di voler dipingere e di non aver mai osato dirlo. Ancora una volta, mio padre non disse di no, a condizione che continuassi a studiare a casa ciò che avrei dovuto studiare a scuola, ma con la libertà di dipingere.  Quando i legami non sono ancora solidi, per perdere qualcuno di vista, basta mancare una volta ad un appuntamento. A forza di pensare a Marthe, ci pensai sempre meno. Il mio spirito agiva come i nostri occhi fanno con la carta da parati dei muri della nostra camera.  A forza di vederla, non la vedono più.

Cosa incredibile! Avevo persino preso gusto a studiare. Non avevo mentito come temevo.

Finché qualcosa, d’esterno, m’obbligava a pensare meno pigramente a Marthe, pensavo a lei con amore, con la malinconia che si prova per ciò che avrebbe potuto essere. «Bah!» mi dicevo, «sarebbe stato troppo bello. Non si può scegliere scegliere il letto e contemporaneamente dormirci dentro.»

 

Una cosa sbalordiva mio padre. La lettera del censore non arrivava. Mi fece a tal proposito la sua prima scenata, credendo che io avessi sottratto la lettera, che avessi finto in seguito di annunciargli gratuitamente la notizia, e che così avrei ottenuto la sua indulgenza. In realtà, quella lettera non esisteva. Io mi credevo espulso dalla scuola, ma mi sbagliavo. Così, mio padre non ci capì più niente quando, all’inizio delle vacanze, ricevemmo una lettera del preside.

Domandava se ero malato e se mio padre dovesse iscrivermi per l’anno seguente.

 

La gioia di dare alla fine una soddisfazione a mio padre colmava un po’ il vuoto sentimentale in cui io mi trovavo, poiché, se credevo di non amare più Marthe, nondimeno la consideravo il solo amore che sarebbe stato degno di me. C’est dire che io l’amavo ancora.  Era in questi stati d’animo quando, alla fine de novembre, un mese prima d’aver ricevuto una lettere di partecipazione alle sue nozze, trovai, rincasando, un invito di Marthe che cominciava con queste frasi: «Io non capisco per niente il vostro silenzio. Perché non venite a trovarmi? Di certo avete  dimenticato d’aver scelto i miei mobili?….»

Marthe abitava a J…; la sua strada scendeva fin alla Marne. Ogni isolato riuniva al più una dozzina di villette. Mi stupì che la sua fosse così grande. In realtà, Marthe stava solo al primo piano, i proprietari una vecchia coppia dividevano il pianterreno.  Quando arrivai per merenda, faceva già notte. Solo una finestra, in mancanza d’una presenza umana, rivelava quella di un caminetto acceso. A vedere questa finestra illuminata da fiamme irregolari, come onde, pensai ad un principio d’incendio. La porta di ferro del giardino era socchiusa. Rimasi sorpreso d’una simile negligenza. Cercai il campanello: non lo trovai affatto. Alla fine, inerpicandomi sui tre gradini della scalinata, mi decisi a bussare sui vetri del pianterreno di destra, dietro ai quali sentivo delle voci. Una vecchia aprì la porta: le chiesi dove abitava Mme Lacombe (era il nuovo cognome di Marthe): «Di sopra.» Montai le scale al buio, incespicando, urtando, e morendo dalla paura che fosse successa qualche disgrazia. Bussai. Marthe venne ad aprirmi. Poco mancò che le saltassi al collo, come chi si conosce appena, dopo esser scampati al naufragio. Lei non avrebbe capito. Di sicuro mi trovò con un’espressione sconvolta, perché, innanzitutto, le chiesi perché «c’era il fuoco».

«È che mentre vi aspettavo, avevo acceso nel camino di salotto un fuoco di legna d’olivo e leggevo al suo chiarore.  Entrando nella cameretta che faceva da salotto, piuttosto sgombra di mobili, e che i tendaggi, i grandi tappeti soffici come pellicce restringevano fino a darle l’aspetto d’una scatola, fui felice e infelice insieme come un drammaturgo che, vedendo la sua opera, vi scopre i difetti troppo tardi.

Marthe s’éra di nuovo sdraiata vicino al camino, attizzando la brace, e stando attenta a non far mischiare qualche pezzo nero alla cenere.

«Forse non vi piace l’odore dell’olivo? Sono i miei suoceri che mi hanno fornito di una provvista dalla loro proprietà al Sud.

Marthe sembrava scusarsi d’un suo dettaglio, in quella camera che era la mia opera. Forse quell’elemento distruggeva un insieme che lei mal comprendeva.

Al contrario. Quel fuoco mi eccitava, e così come vedere che lei aspettava come me di sentirsi bruciare da un lato, per voltarsi dall’altro. Il suo viso calmo e serio non mi era mai parso più bello in quella luce selvaggia. Quella luce, non diffondendosi nella stanza, conservava tutta la sua forza. Bastava allontanarsi da essa ed era notte, e si urtava contro i mobili.

Marthe ignorava cosa significa essere irrequieta. Nella sua gioia restava seria.

Il mio spirito poco a poco s’intorpidiva accanto a lei, la trovai diversa. Per il fatto che adesso fossi sicuro di non amarla più, cominciai ad amarla. Mi sentivo incapace di calcoli, di macchinazioni, di tutto ciò di cui, fino ad allora e ancora in quel momento, credevo che l’amore non potesse fare a meno. Tutto ad un tratto, mi sentivo migliore. Quel brusco cambiamento avrebbe aperto gli occhi a chiunque altro: io non vedevo ch’ero innamorato di Marthe. Al contrario, vi intravidi la prova che il mio amore era morto e che una bella amicizia lo rimpiazzava. Quella lunga prospettiva d’amicizia mi fece ammettere subito che un altro sentimento sarebbe stato criminale, offendendo un uomo che l’amava, al quale lei doveva appartenere e che non poteva vederla.

Eppure, un’altra cosa m’avrebbe dovuto ragguagliare sui miei veri sentimenti. Qualche mese prima, quando incontravo Marthe, il mio amore supposto non m’impediva di giudicarla, di trovare brutte la maggior parte delle cose che lei trovava belle, infantili la maggior parte delle cose che diceva. Oggi, se non pensavo come lei, mi davo torto. Dopo la grossolanità dei miei primi desideri, era la dolcezza d’un sentimento più profondo che mi ingannava. Non mi sentivo più in grado di intraprendere niente di ciò che m’ero promesso. Cominciai a rispettare Marthe, perché cominciavo ad amarla.

Tornai tutte le sere; non pensai nemmeno a pregarla di mostrarmi la sua camera, ancor meno di chiederle come trovava Jacques i nostri mobili. Altro non desideravo che quell’eterno fidanzamento, i nostri corpi sdraiati vicino al caminetto, che si toccavano l’un l’altro, e io che non osavo muovermi, per paura che un solo dei miei gesti bastasse a cacciare la felicità.

Ma Marthe, che provava lo stesso incanto, credeva di provarlo lei sola. Nella mia pigrizia felice, lei vi leggeva dell’indifferenza. Pensando che non l’amassi, s’immaginò  che mi sarei stancato presto di quel salotto silenzioso, se non faceva nulla per legarmi a lei.

Noi tacevamo. Vi vedevo une prova di felicità.

Mi sentivo talmente vicino a Marthe, sicuro che noi pensavamo le stesse cose allo stesso tempo, che parlarle mi sarebbe sembrato assurdo, come parlare ad alta voce quando si è soli. Quel silenzio opprimeva la povera piccola. Sarebbe stato saggio servirmi di mezzi di comunicazione tanto rozzi come la parola o il gesto, deplorando insieme che non ne esistessero di più sottili.

A vedermi tutti i giorni affondare  sempre più in quel mutismo  delizioso, Marthe s’immaginò che m’annoiassi sempre più. Si sentiva pronta a tutto per distrarmi.

Le piaceva dormire accanto al fuoco con i capelli sciolti. O piuttosto, io credevo che dormisse. Il suo sonno era un pretesto, per mettere le sue braccia intorno al mio collo, e, una volta sveglia, gli occhi umidi, dirmi che aveva fatto un sogno triste. Non voleva mai raccontarmelo. Approfittavo del suo finto sonno per odorare i suoi capelli, il suo collo, le sue guance scottanti, sfiorandole appena perché non si svegliasse; tutte carezze che non sono, come si crede, la moneta spicciola dell’amore, ma, anzi, la più rara e a cui sola la passione può ricorrere. Io le credevo concesse alla mia amicizia. Eppure, cominciai a disperarmi seriamente del fatto che solo l’amore ci desse dei diritti su una donna. «Potrei fare a meno dell’amore», pensai, «ma mai di non aver alcun diritto su Marthe.» E, per averne, ero anche deciso all’amore, pur credendo di deplorarlo. Desideravo Marthe e non la comprendevo.

Quando lei dormiva così, la sua testa appoggiata sul mio braccio, io mi chinavo su di lei  per vedere il suo volto circondato dalle fiamme. Era giocare col fuoco. Un giorno che mi avvicinai troppo senza che il mio viso però toccasse il suo, fui come l’ago che passa d’un millimetro la zona vietata e che rientra in quella della calamita. È colpa della calamita o dell’ago? È così che sentii le mie labbra contro le sue. Lei teneva ancora gli occhi chiusi, ma visibilmente come qualcuno che non dorme. La baciai, stupefatto della mia audacia, quando in realtà era lei che, appena mi ero avvicinato al suo viso, aveva attirato la mia testa contro la sua bocca. Le sue mani s’aggrapparono al mio collo; non si sarebbero aggrappate con più foga in un naufragio. E io non capivo se lei voleva che la salvassi, o che affogassi con lei.

Adesso, s’era seduta, teneva la mia testa sulle sue ginocchia, carezzando i miei capelli, e ripetendomi dolcissimamente: «Te ne devi andare, non devi mai più tornare.» non osavo darle del tu; quando non potevo più tacere, cercavo a lungo le mie parole, costruendo le frasi in modo da non parlarle direttamente, perché se non poteva darle del tu, sentivo com’era ancora più impossibile darle del voi. Le mie lacrime mi bruciavano. Se una cadeva sulla mano di Marthe, m’aspettavo sempre di sentirla cacciare un grido. M’accusai d’aver rotto l’incanto, dicendomi che in effetti ero stato un pazzo a posare le mie labbra sulle sue, dimenticando ch’era stata lei ad avermi baciato. «Te ne devi andare, e non tornare mai più.» le mie lacrime di rabbia si mischiavano alle mie lacrime di dolore. Così il furore del lupo catturato gli fa male quanto la trappola. Se avessi parlato, sarebbe stato per offendere Marthe. Il mio silenzio la inquietò; lei vi scorgeva della rassegnazione. «Visto che è troppo tardi», le facevo pensare, nella mia ingiustizia forse veggente, «dopo tutto, io amo quanto lui soffre.» In quel fuoco, tremavo, battevo i denti. Alla mia vera pena che mi faceva uscire dall’infanzia, s’aggiungevano dei sentimenti infantili. Ero lo spettatore che non vuole andarsene perché l’epilogo non gli è piaciuto. Le dissi: «Non me ne andrò. Voi mi avete preso in giro. Non voglio più vedervi.»

Perché se non volevo rientrare dai miei genitori, non volevo rivedere più Marthe. Piuttosto l’avrei cacciata fuori di casa.

Ma lei singhiozzava: «Tu sei un bambino. Allora non capisci che se ti chiedo di andartene è perché io t’amo.»

Con astio, le dissi che capivo benissimo che lei aveva dei doveri e che suo marito era in guerra.

Lei scuoteva la testa: «Prima di te, ero felice, credevo di amare il mio fidanzato. Io gli perdonavo di non comprendermi bene. Sei tu che mi hai mostrato che non l’amavo. Il mio dovere non è quello che pensi tu. Non è di non mentire ai mo marito, ma di non mentire a te. Vattene e non giudicarmi cattiva; presto tu m’avrai dimenticata. Ma io non voglio essere causa dell’infelicità della tua vita. Io piango, perché sono troppo vecchia per te!»

Quella parola d’amore era sublime per puerilità. E, quali che siano le passioni che proverò in futuro, non sarà più possibile l’emozione adorabile di vedere una ragazza di diciannove anni piangere perché si crede troppo vecchia.

Il sapore del primo bacio m’aveva deluso come un frutto assaggiato per la prima volta. Non è nella novità, ma nell’abitudine che troviamo i più grandi piaceri. Qualche minuto dopo, non solo ero abituato alla bocca di Marthe, ma ancora non potevo più farne a meno. È allora che lei parlava di privarmene per sempre.

Quella sera, Marthe mi riaccompagnò fino a casa. Per sentirmi più vicino a lei, mi rannicchiavo sotto la sua cappa e la tenevo per la vita. Lei non diceva più che non dovevamo rivederci; al contrario, era triste all’idea che ci saremmo lasciati tra qualche istante. Mi faceva giurare mille follie.

Davanti alla casa dei miei, non volli che Marthe se ne tornasse sola, e l’accompagnai fino a casa sua. Quelle bambinate senza dubbio non avrebbero mai avuto fine, perché lei voleva accompagnarmi ancora. Accettai, a condizione che mi lasciasse a metà strada.

Arrivai una mezzora in ritardo per la cena. Era la prima volta. Attribuii quel ritardo al treno. Mio padre fece finta di crederci.

Non mi pesava più niente. Per la strada camminavo così leggero come nei miei sogni.

Dovevo rinunciare a tutto ciò che fin qui avevo desiderato, da bambino. D’altra parte, la riconoscenza mi sciupava i giocattoli ricevuti. Che prestigio avrebbe per un bambino un giocattolo che si regala da solo! Ero ebbro di passione. Marthe era mia; non ero stato io a dirlo, era stata lei. Potevo toccare la sua figura, baciare i suoi occhi, le sue braccia, vestirla, maltrattarla a mio gusto. Nel mio delirio, la mordevo nei posti dove la sua pelle era nuda, perché sua madre la sospettasse d’avere un amante. Avrei voluto potervi incidere le mie iniziali. La mia selvatichezza di bambino ritrovava gli antichi significati dei tatuaggi. Marthe diceva: «Sì, mordimi, segnami, vorrei che tutti lo sapessero.»

Avrei voluto poterle baciare i seni. Non osavo chiederglielo, pensando che avrebbe saputo offrirmeli lei stessa, come le sue  labbra. Nel giro di qualche giorno, con l’abitudine d’avere le sue labbra, non m’immaginai nessun altra delizia.

Noi leggevamo insieme alla luce del fuoco. Lei vi gettava spesso le lettere che suo marito le inviava, ogni giorno, dal fronte. Dalla loro inquietudine, s’indovinava che quelle di Marthe si facevano sempre più meno tenere e più rare. Non mi riusciva di vedere bruciare quelle lettere senza disagio. Aumentavano per un secondo il fuoco e, tutto sommato, avevo paura di vedere più chiaro.

Marthe, che ora mi chiedeva spesso se era vero che l’avevo amata sin dal nostro primo incontro, mi rimproverava di non averglielo detto prima delle sue nozze. Non si sarebbe sposata, sosteneva; perché, se lei all’inizio aveva provato per Jacques una sorta d’amore, il loro fidanzamento troppo lungo, a causa della guerra, aveva cancellato a poco a poco l’amore dal suo cuore. Lei non amava già più Jacques quando lo sposò. Sperava che quei quindici giorni di licenza accordati a Jacques forse trasformassero i suoi sentimenti.

Lui fu maldestro. Chi ama indispettisce sempre chi non ama. E Jacques amava sempre di più. Le sue lettere erano quelle di uno che soffre, ma che mette troppo in alto la sua Marthe per crederla capace di tradimento. Così accusava solo sé, supplicandola soltanto di spiegargli che male avrebbe potuto farle: «Mi sento così goffo accanto a te, sento che ogni mia parola ti ferisce. » Marthe gli rispondeva solo che si sbagliava, che non aveva niente da rimproverargli.

Eravamo allora all’inizi di marzo. La primavera era precoce. I giorni in cui non mi accompagnava a Parigi, Marthe, nuda sotto una vestaglia, attendeva che tornassi dalle mie lezioni di disegno, sdraiata davanti al camino dove bruciava sempre l’olivo dei suoi suoceri. Aveva chiesto a loro di rinnovare la sua provvista. Non so quale timidezza mi trattenesse, se non quella che si prova di fronte a ciò che non si è mai fatto. Pensavo a Dafni. Qui era Cloe che aveva ricevuto qualche lezione, e Dafni non osava chiedere di spiegargliele. Sta di fatto che non consideravo piuttosto Marthe come una vergine, consegnata, i primi quindici giorni delle sue nozze, ad uno sconosciuto da lui presa con la forza più volte?

Le sera, solo nel mio letto, io chiamavo Marthe, disapprovandomi, io che mi credevo un uomo, di non esserlo abbastanza per finire a farne la mia amante. Ogni giorno, andando da lei, mi ripromettevo di non uscirne senza che lei  lo fosse.

Il giorno del mio sedicesimo compleanno, nel mese di marzo 1918, supplicandomi di non arrabbiarmi, mi regalò una vestaglia, simile alla sua, che voleva vedermi mettere a casa sua. Nella mia gioia, mancò poco che facessi un gioco di parole, io che non ne facevo mai. La mia veste pretesta! Mi sembrava infatti che ciò che fino ad allora aveva intralciato i mie desideri, era la paura del ridicolo, di sentirmi vestito, mentre lei non lo era. Lì per lì pensai di mettere quella vestaglia lo stesso giorno. Poi arrossii, capendo i rimproveri che stavano nel suo regalo.

 

Sin dall’inizio del nostro amore, Marthe m’aveva dato une chiave del suo appartamento, affinché non dovessi aspettarla in giardino, se, per caso, era in città. Io potevo servirmi meno innocentemente di quella chiave. Era un sabato. Lasciai Marthe promettendole di venire a pranzare con lei il giorno dopo. Ma ero deciso a tornare la sera il più presto possibile.

A cena, annunciai ai miei che l’indomani avrei fatto con René una lunga passeggiata nel bosco di Senart. Perciò dovevo partire alle cinque del mattino. Siccome in casa dormivano ancora tutti, nessuno avrebbe potuto sapere a che ora sarei partito, e se avessi passato la notte fuori.

Appena misi al corrente mia madre di questo progetto, lei stessa volle prepararmi un cestino pieno di provviste per il viaggio. Ero costernato, quel cestino distruggeva tutto il romanzesco e il sublime del mio atto. Io che mi stavo già gustando lo spavento di Marthe quando sarei entrato in camera sua, ora pensavo alle sue risate vedendo apparire questo principe azzurro con un cestino da massaia al braccio. Avevo voglia di dire a mia madre che René s’era munito di tutto, lei non volle saperne. Resistere ancora era come destare i suoi sospetti.

Ciò che fa l’infelicità di alcuni causa la felicità degli altri. Mentre mia madre riempiva il paniere che mi avrebbe sciupato in anticipo la mia prima notte d’amore, vedevo gli occhi pieni di cupidigia dei miei fratelli. Pensai bene di offrirglielo di nascosto, ma una volta mangiato tutto, a rischio di farsi sculacciare e per il piacere di rovinarmi, avrebbero raccontato tutto.

Mi dovevo dunque rassegnare, visto che nessun nascondiglio sembrava così sicuro.

M’ero giurato di non partire prima di mezzanotte per essere sicuro che i miei dormissero. Cercavo di leggere. Ma appena l’orologio del municipio suonò le dieci, e i miei genitori erano a letto già da un po’, non ce la feci ad aspettare. Loro erano al primo piano, io a pianterreno. Non mi ero messo i miei stivaletti per scalare il muro il più silenziosamente possibile. Tenendoli in una mano, e quel paniere fragile nell’altra per via delle bottiglie, aprii con precauzione una porticina di servizio. Pioveva. Tanto meglio! La pioggia avrebbe coperto il rumore. Accortomi che la luce non era ancora spenta nella camera dei miei, fui sul punto di tornare a letto. Ma ero per strada. Già la precauzione degli stivaletti era impossibile; a causa della pioggia, dovetti rimetterli. In seguito, dovevo scalare il muro per non far suonare il campanello del cancello. Mi appressai al muro, contro il quale avevo avuto cura, dopo cena, di poggiare una sedia del giardino per facilitare la mia evasione. Quel muro aveva in cima delle tegole. La pioggia le rendeva scivolose. Appena m’aggrappai, una cadde. La mia angoscia decuplicò il rumore della sua caduta. Adesso bisognava saltare giù in strada. Tenevo il paniere con i denti; caddi in una pozzanghera. Per un lungo minuto restai in piedi, gli occhi verso la finestra dei miei, per vedere se si erano mossi essendosi accorti di qualcosa. La finestra rimase vuota. Ero salvo!

Per recarmi da Marthe, seguii la Marne. Contavo di nascondere il mio cestino in un cespuglio e riprenderlo l’indomani. La guerra rendeva quella cosa pericolosa. In effetti, nel solo posto in cui c’erano dei cespugli e dove era possibile nascondere il cestino, stava una sentinella, che sorvegliava il ponte di J… Esitai a lungo, più pallido di un uomo che sistema una cartuccia di dinamite. Nonostante ciò nascosi le mie vettovaglie.

Il cancello di Marthe era chiuso. Presi la chiave che lei lasciava sempre nella cassetta delle lettere. Attraversai il giardinetto in punta di piedi, poi montai sugli scalini esterni. Mi tolsi ancora gli stivaletti prima di salire la scala.

Marthe era così nervosa! Forse sarebbe svenuta vedendomi in camera sua. Tremavo; non trovai il buco della serratura. Alla fine, girai la chiave lentamente in modo da non svegliare nessuno. Inciampai nell’anticamera contro il portaombrelli. Temevo di scambiare il campanello per l’interruttore. Andai a tastoni fino alla camera. Mi fermai, ancora, con la tentazione di fuggire. Forse Marthe non mi avrebbe mai perdonato. O magari se avessi tutto un tratto appreso che m’ingannava, e l’avessi trovata con un uomo!

Aprii. Mormorai:

«Marthe?»

Rispose:

«Invece di farmi prendere una paura del genere, avresti potuto venire domani mattina. Allora ti hanno anticipato la licenza di otto giorni?»

Mi prendeva per Jacques!

Ora, se vedevo in che modo l’avrebbe accolto, appresi allo stesso tempo che lei mi nascondeva già qualcosa. Jacques doveva dunque tornare tra otto giorni!

Accesi la luce. Lei era ancora girata contro la parete. Era semplice dire: «Sono io», eppure non lo dicevo. Le baciai il collo.

«Sei tutto bagnato. Asciugati.»

Allora, si voltò e cacciò un grido.

In un secondo cambiò atteggiamento e, senza preoccuparsi di spiegare la mia presenza notturna:

«Ma, mio povero caro, ti ammalerai! Spogliati subito.»

Corse a ravvivare il fuoco nel salotto. Al suo ritorno in camera, visto che io non mi ero mosso, disse:

«Vuoi che ti aiuti?»

Io che temevo soprattutto il momento in cui avrei dovuto spogliarmi e che ne prevedevo il ridicolo, benedissi la pioggia grazie alla quale quella svestizione assumeva un senso materno. Ma Marthe andava, veniva, riandava in cucina, per vedere sa l’acqua del mio grog era calda. Alla fine, mi trovò nudo sul letto, nascosto a metà sotto il piumino. Mi rimproverò: ero pazzo a restare nudo; era necessario frizionarmi con l’acqua di Colonia.

Poi, Marthe aprì un armadio e gettò una camicia da notte. «Deve essere della tua taglia.» Una camicia da notte di Jacques! E  pensai  all’arrivo, assai possibile, di quel soldato, visto che Marthe l’aveva creduto.

Ero nel letto. Marthe mi raggiunse. Le chiesi di spegnere la luce. Perché, anche nelle sue braccia, non mi fidavo della mia timidezza. Le tenebre mi diedero coraggio. Marthe mi rispose dolcemente:

«No. Voglio vederti addormentarti.»

A quella parola piena di grazia, sentii un qualche imbarazzo. Io vi vedevo la dolcezza commovente di questa donna che rischiava tutto per diventare la mia amante e, non potendo intuire la mia timidezza morbosa, accettava che m’addormentassi al suo fianco. Era da quattro mesi che dicevo d’amarla, e non gliene dava quella prova di cui gli uomini sono tanto prodighi e che spesso fa le veci dell’amore. Mi mancò la forza.

Mi ritrovai con il turbamento che avevo poco fa, prima d’entrare da Marthe. Ma come l’attesa davanti la porta, quella davanti all’amore non poteva essere tanto lunga. Del resto, la mia immaginazione si riprometteva tali voluttà che non arrivava più a concepirle. Per la prima volta inoltre, io temetti di rassomigliare al marito e di lasciare a Marthe un cattivo ricordo dei nostri primi momenti d’amore.

Lei fu quindi più felice di me. Ma il minuto in cui noi ci slacciammo, e i suoi occhi bellissimi, valevano bene il mio malessere.

Il suo volto s’era trasfigurato. Mi stupii addirittura di non poter toccare l’aureola che circondava davvero la sua figura, come nei quadri religiosi.

Sollevato dai miei timori, me ne venivano altri.

È che, comprendendo alla fine la potenza dei gesti che la mia timidezza non aveva osato fino ad allora, tremavo all’idea che Marthe appartenesse a suo marito più di quanto pretendesse.

Siccome è impossibile comprendere ciò che si assaggia per la prima volta, dovevo conoscere quelle gioie amorose ogni giorno di più.  Nell’attesa, il falso piacere mi portava un vero dolore da uomo: la gelosia.

Ce l’avevo con Marthe, perché comprendevo, dal suo viso riconoscente, tutto ciò che i legami della carne valgono. Maledicevo l’uomo che prima di me aveva ridestato il suo corpo. Considerai  la mia stupidaggine d’aver visto in Marthe una vergine. In tutt’altra epoca, augurarsi la morte di suo marito, sarebbe stata una chimera infantile, ma quell’augurio diventava quasi criminale come se l’avessi ucciso. Io dovevo alla guerra la mia felicità nascente; ne attendevo l’apoteosi. Speravo che le guerra servisse il mio odio come un anonimo commette il delitto al nostro posto.

Adesso, piangiamo insieme; è colpa della felicità. Marthe mi rimprovera di non aver impedito il suo matrimonio. « Ma allora, starei in questo letto scelto da me? Lei vivrebbe dai suoi; noi non potremmo vederci. Lei non sarebbe appartenuta a Jacques, ma neppure a me. Senza di lui, e non potendo confrontare, forse lo rimpiangerebbe ancora, sperando che fosse migliore. Io non odio Jacques. Odio la certezza di dover tutto a quest’uomo che noi inganniamo. Ma amo troppo Marthe per trovare criminale la nostra felicità. »

Piangiamo insieme di non essere che bambini, dispone ndo di poco. Rapire Marthe! Dato che lei non appartiene a nessuno, se non a me, sarebbe come rapirla a me, perché poi ci separerebbero. Già noi prevedevamo la fine della guerra, che sarà quella del nostro amore. Noi lo sappiamo, Marthe ha un bel giurarmi che lascerà tutto, che mi seguirà, io non sono d’una natura portata alla rivolta, e, mettendomi al posto di Marthe, non m’immagino quella rottura folle. Marthe mi spiega perché si considerava troppo vecchia. Tra quindici anni, la mia vita non sarà che agli inizi, mi ameranno donne che avranno l’età che lei ha adesso. « Potrei solo soffrirne», aggiunge lei. «Si tu mi lasci, ne morirei. Se tu resti, sarà per pigrizia, e soffrirei a vederti sacrificare la tua felicità.»

Malgrado la mia indignazione, mi biasimavo di non mostrarmi abbastanza convinto del contrario. Ma Marthe non chiedeva di meglio, e  le mie ragioni più che malvagie le sembravano buone. Lei rispondeva: «Sì, non avevo pensato a quello. Sento davvero che tu non menti.» Io, nei timori di Marthe, sentivo la mia fiducia meno solida. Allora le mie consolazioni erano deboli. Le dicevo: «Ma no, ma no, tu sei folle.» Ahimè! ero troppo sensibile alla giovinezza per non preconizzare che mi sarei staccato da Marthe, il giorno in cui la sua gioventù sarebbe appassita, e la mia sbocciata.

Sebbene il mio amore mi sembrasse aver ottenuto la sua forma definitiva, era allo stato d’abbozzo. S’indeboliva al minimo ostacolo.

Allora, le follie che le nostre anime fecero quella notte, ci affaticarono più di quelle della nostra carne. Le une sembravano farci riposare delle altre; in realtà, ci sfinivamo. I galli, più numerosi, cantavano. Per tutta la notte avevano cantato. Mi accorsi di questa menzogna poetica: i galli cantano al levare del giorno. Non era straordinario. La mia età non conosceva l’insonnia. Ma anche Marthe lo notò, con tale sorpresa che non poteva essere che la prima volta. Lei non fu in grado di comprendere la forza con cui la stringevo a me, perché la sua sorpresa mi dava la prova che non aveva ancora passato una notte in bianco con Jacques.

I miei timori mi facevano scambiare il nostro amore per un amore eccezionale. Noi credevamo d’essere i primi a sentire certi turbamenti, non sapendo che l’amore è come la poesia, e che tutti gli amanti, anche i più mediocri, s’immaginano d’inventare qualcosa di nuovo. Dicevo a Marthe (senza crederci d’altronde), ma per farle pensare che condividevo le sue inquietudini: « Tu mi lascerai, ti piaceranno altri uomini », lei m’affermava d’essere sicura di sé. Io, dal canto mio, mi convincevo poco a poco che le sarei rimasto accanto anche quando lei sarebbe stata meno giovane, la mia pigrizia avrebbe finito per far dipendere la nostra eterna felicità dalla sua energia.

Il sonno ci aveva sorpreso nella nostra nudità. Al mio risveglio, vedendola scoperta, temetti che avesse preso freddo. Toccai il suo corpo. Bruciava. Vederla dormire mi procurava una voluttà senza eguale. Dopo dieci minuti, quella voluttà mi parve insopportabile. Baciai Marthe sulla spalla. Non si svegliò. Un secondo bacio, meno casto, agì con la violenza d’una sveglia. Sussultò, e, stropicciandosi gli occhi, mi coprì di baci, come qualcuno che si ama e che si ritrova dopo aver sognato che è morto. Lei, al contrario, aveva creduto di sognare ch’era tutto vero, e mi ritrovava al suo risveglio.

Erano già le undici. Bevevamo la nostra cioccolata, quando sentimmo il campanello. Pensai a Jacques: «Purché abbia un’arma.» Io, che avevo così paura della morte, non tremavo. Al contrario, avrei accettato che fosse Jacques, a patto che ci uccidesse. Ogni altra soluzione mi sembrava ridicola.

Affrontare la morte con calma conta solo se noi l’affrontiamo da soli. La morte in due non è più la morte, anche per i non credenti. Ciò che rattrista non è tanto lasciare la vita, ma lasciare ciò che le dà un senso. Quando un amore è la nostra vita, che differenza fa tra vivere insieme o morire insieme?

Non ebbi il tempo di credermi un eroe, perché, pensando che Jacques forse avrebbe ammazzato solo Marthe, o me, misurai il mio egoismo. Sapevo quale dei due drammi era il peggiore?

Siccome Marthe non si muoveva, credetti d’essermi sbagliato, e che avessero suonato ai proprietari. Ma il campanello suonò di nuovo.

«Zitto, non muoverti!» mormorò lei, «dev’essere mia madre. Avevo completamente scordato che passava dopo la messa.»

Ero felice d’essere d’essere testimone d’uno dei suoi sacrifici. Se un’amante, un amico, sono in ritardo di qualche minuto ad un appuntamento, io li vedo già morti. Attribuendo quella forma d’angoscia a sua madre, assaporavo la sua paura e che la provasse per colpa mia.

Sentimmo il cancello del giardino richiudersi dopo un conciliabolo (evidentemente, Mme Grangier chiedeva a pianterreno se quel mattino avessero visto sua figlia). Marthe guardò dietro le imposte e mi disse: «Era proprio lei.» Non potei resistere al piacere di vedere anch’io Mme Grangier che se ne andava, con il suo messale in mano, preoccupata per l’assenza incomprensibile di sua figlia. Lei si voltò ancora verso le imposte chiuse.

Adesso che non mi rimaneva più niente da desiderare, sentivo di diventare ingiusto. Mi colpiva il fatto che Marthe potesse mentire senza scrupoli a sua madre, e la mia mala fede la rimproverava di saper mentire. Eppure l’amore, che è l’egoismo a due, sacrifica tutto a sé e vive di menzogne. Spinto dallo stesso demone, la rimproverai ancora d’avermi nascosto l’arrivo di suo marito. Fino ad allora io avevo domato il mio dispotismo, non sentendomi in diritto di comandare su Marthe. La mia durezza aveva delle tregue. Mi lagnavo: «Presto tu mi prenderai in antipatia. Sono come tuo marito, così brutale. «Non è brutale», diceva lei. Io la riprendevo più di prima: «Allora, tu ci inganni tutti e due, dimmi che tu l’ami, contentati: tra otto giorni tu potrai ingannarmi con lui. »

Lei si mordeva le labbra, piangeva: «Che cosa ho mai fatto per renderti così cattivo? Io ti supplico, non rovinare il nostre primo girono di felicità.»

«Devi amarmi davvero poco per essere oggi il tuo primo giorno di felicità.»

Questo tipo di colpi ferisce chi li porta. Io non pensavo a niente di quello che dicevo, tuttavia sentivo il di dirlo. Mi era impossibile spiegare a Marthe che il mio amore cresceva. Senza dubbio raggiungeva l’età ingrata, e questi dispetti feroci erano la muta dell’amore che diventava passione. Soffrivo. Supplicavo Marthe di dimenticare i miei attacchi.

La domestica dei proprietari infilò delle lettere sotto la porta. Marthe le prese. Ce n’erano due di Jacques. Come risposta ai miei dubbi, lei disse: «Fanne ciò che vuoi.» Mi vergognai. Le chiesi di leggerle, ma di conservarle per lei. Marthe, per uno di quei riflessi che ci spingono alle peggiori bravate, strappò una delle buste. Difficile da strappare, la lettera doveva essere lunga. Il suo gesto diventò una nuova occasione di rimproveri. Detestavo quella bravata, il rimorso che lei che lei avrebbe sentito senz’altro. Feci, malgrado tutto, uno sforzo, e, volendo che lei non strappasse la seconda lettera, mi tenni per me che dopo questa scena era impossibile che Marthe non fosse malvagia. Su mia richiesta, lei la lesse. Un riflesso poteva farle strappare la prima lettera, ma non farle dire, dopo aver scorso la seconda: « Il cielo ci ricompensa di non aver strappato la lettera. Jacques qui mi annuncia che le licenze saranno sospese nel suo reparto, non verrà prima di un mese. »  Solo l’amore scusa tali cadute di gusto.

Quel marito cominciava ad infastidirmi, più che se fosse stato lì e se avessimo dovuto guardarcene. Una sua lettera subito assumeva l’importanza d’uno spettro. Noi mangiammo tardi. Verso le cinque, facemmo una passeggiata sulla riva del fiume. Marthe restò stupefatta quando da un ciuffo d’erba io tirai fuori un paniere, sotto gli occhi della sentinella. La storia del paniere la divertì tanto. Io non la temevo più come grottesca. Noi camminavamo, senza renderci conto dell’indecenza della nostra tenuta, i nostri corpi incollati l’uno all’altro. Le nostre dita s’intrecciavano. Quella prima domenica di sole aveva fatto uscire i passanti con i cappelli di paglia, come la pioggia fa spuntare i funghi. La gente che conosceva Marthe non osava dirle buongiorno; ma lei, non rendendosi conto di niente, le diceva buongiorno senza malizia. Dovevano vedervi una fanfaronata. Lei m’interrogava per sapere come ero fuggito di casa. Rideva, poi il suo viso s’adombrava; allora mi ringraziava, stringendomi le dita con tutte le sue forze, d’aver corso tanti rischi. Ripassammo da casa sua per posarvi il  paniere. A dire il vero, intravidi per quel paniere, sotto forma di un invio all’esercito, una fine degna di queste avventure. Ma questa fine era così scioccante che me la tenni per me.

Marthe voleva seguire la Marne fino a la Varenne. Avremmo cenato di fronte all’isola dell’Amore. Le promisi di farle vedere il museo dell’Écu de France, il premo museo che avevo visto, da bambino, e che m’aveva affascinato. Ne parlai a Marthe come d’una cosa molto interessante. Ma quando constatammo che quel museo era una farsa, non volli ammettere che m’ero sbagliato fino a tal punto. Le forbici di Fulbert! tutto! avevo creduto a tutto. Sostenevo d’aver fatto a Marthe uno scherzo innocente. Lei non comprendeva, dato che non era nelle mie abitudini scherzare. A dire il vero, questa delusione mi rendeva malinconico. Io mi dicevo: Forse io che, oggi, credo talmente all’amore di Marthe, vi vedrò un tranello, come il museo dell’Écu de France!

Infatti io dubitavo spesso del suo amore. Qualche volta, mi chiedevo se per lei non ero che un passatempo, un capriccio da cui lei poteva staccarsi dall’oggi al domani, quando la pace l’avrebbe richiamata ai suoi doveri. Eppure, mi dicevo, vi sono dei momenti in cui una bocca, gli occhi, non possono mentire. Certo. Ma una volta ebbri, gli uomini meno generosi se la prendono se non si accetta il loro orologio, il loro portafoglio. In questa vena, sono tanto sinceri di quando si trovano in uno stato normale. I momenti in cui non si può mentire sono precisamente quelli in cui si mente di più, e soprattutto a se stessi. Credere ad una donna « nel momento in cui lei non può mentire », è credere alla falsa generosità d’un avaro.

La mia preveggenza era solo una forma più pericolosa della mia ingenuità. Io mi giudicavo meno ingenuo, lo ero sotto un’altra forma, poiché nessuna età sfugge alla ingenuità. Quella della vecchiaia non è da meno. Questa preveggenza presunta m’offuscava tutto, mi faceva dubitare di Marthe. Piuttosto, dubitavo di me stesso, non trovandomi degno di lei. Avessi avuto mille volte di più le prove del suo amore, non sarei stato meno infelice.

Io conoscevo troppo cosa fosse il tesoro di ciò che non esprime mai a chi si ama, per paura di apparire puerile, per non sospettare in Marthe quel pudore spiacevole, e soffrivo di non poter penetrare il suo spirito.

Tornai a casa alle nove e mezzo di sera. I miei mi interrogarono sulla mia passeggiata. Gli descrissi con entusiasmo il bosco di Senart e le sue felci alte due volte più di me. Parlai anche di Brunoy, un paese incantevole dove avevamo pranzato. Ad un tratto, mia madre, con fare canzonatorio, m’interruppe:

«A proposito, René è venuto questo pomeriggio alle quattro, molto sorpreso di sapere che stava facendo una bella passeggiata con te.

Ero rosso di rabbia. Questa avventura, e tante altre, m’insegnarono che, nonostante certe precauzioni, non ero tagliato per la menzogna. Mi acchiappano sempre. I miei non aggiunsero altro. Avevano già avuto quel trionfo modesto.

Mio padre, d’altronde, era inconsciamente complice del mio primo amore. Piuttosto lo incoraggiava, felice che la mia precocità s’affermasse in un modo o in un altro. Aveva  pure sempre paura che cadessi nelle mani d’una donna malvagia. Era contento di sapermi amato da una brava ragazza. Doveva inalberarsi solo il giorno in cui avesse avuto la prova che Marthe desiderava il divorzio.

Per quanto riguarda mia madre, lei non vedeva di buon occhio il nostra legame. Era gelosa. Considerava Marthe con gli occhi della rivale. Trovava Marthe antipatica, non rendendosi conto che ogni donna, per il fatto che l’amassi, lo sarebbe diventata. D’altra parte, si preoccupava più di mio padre di ciò che si sarebbe detto. Si stupiva che Marthe potesse compromettersi con un ragazzino della mia età. Inoltre era stata educata a F. in tutte queste cittadine di periferia, quando ci si allontana dalla periferia operaia, imperversano le stesse passioni, la stessa sete di spettegolare della provincia. Ma, si aggiunga, la vicinanza di Parigi rende le dicerie, le supposizioni più sfacciate. Ciascuno deve stare al suo posto. E anche per il fatto di avere un’amante, il cui marito era soldato, vidi poco a poco, e su ingiunzione dei loro genitori, allontanarsi i miei compagni. Sparirono in ordine gerarchico: dal figlio del notaio fino a quello del nostro giardiniere. Mia madre era colpita da quelle misure che a me parevano un omaggio. Mi vedeva perduto per una pazza. Di sicuro rimproverava mio padre d’avermela fatta conoscere e di chiudere un occhio. Ma, giudicando che stesse a mio padre agire, e mio padre taceva, lei se ne stava zitta.

Passavo tutte le mie notti con Marthe. Vi arrivavo alle dieci e mezzo e me ne andavo il mattino alle cinque o alle sei. Non scavalcavo più i muri. Mi accontentavo d’aprire la porta con la mia chiave; ma questa libertà esigeva qualche premura. Perché il campanello non desse la sveglia, la sera avvolgevo il batacchio con dell’ovatta. La levavo il giorno dopo rientrando.

A casa, nessuno dubitava delle mie assenze; non andava però così a J… Già dopo qualche tempo, i proprietari e la vecchia coppia mi guardavano con l’occhio storto, rispondendo appena ai miei saluti.

Il mattino, alle cinque, per fare meno rumore possibile, scendevo con le scarpe in mano. Le rimettevo una volta sceso. Un mattino, incrociai sulle scale il garzone del lattaio. Lui in mano aveva le bottiglie, io le scarpe. Mi diede il buongiorno con un sorriso terribile. Marthe era perduta. Lui l’avrebbe raccontato a tutta J. Ciò che mi torturava di più era il mio ridicolo. Potevo comprare il silenzio d’un garzone del lattaio, ma mi tenni lontano non sapendo come comportarmi.

Il pomeriggio, non osai dir nulla a Marthe. D’altronde, quell’episodio era ininfluente perché Marthe fosse compromessa. Era già da tempo cosa fatta. I pettegolezzi me l’attribuivano già come amante prima che lo fosse. Noi non c’eravamo resi conto di niente. Presto ci avremmo visto chiaro. E così un giorno  trovai Marthe senza forze. Il proprietario era venuto a dirle che da quattro giorni aveva spiato le mie uscite all’alba. All’inizio si rifiutava di crederci, ma ora non aveva alcun dubbio. La vecchia coppia la cui camera stava sotto quella di Marthe si lagnava del rumore che noi facevamo notte e giorno. Marthe era atterrita, voleva andar via. Non ci fu modo d’usare un po’ di prudenza nei nostri incontri. Noi non ce ne sentivamo capaci: la piega era presa. Allora Marthe iniziò a capire bene delle cose che l’avevano sorpresa. La sola amica che veramente aveva a cuore, una ragazza svedese, non rispondeva alle sue lettere. Scoprii che un conoscente di quella ragazza, avendoci sorpreso sul treno mentre eravamo abbracciati, le aveva consigliato di non rivedere Marthe.

Feci giurare a Marthe che, se fosse scoppiato un dramma o cos’altro, sia con i suoi genitori che con il marito, si sarebbe mostrata decisa. Le minacce del proprietario, qualche pettegolezzo, mi suscitavano il pieno timore, e la speranza insieme, di un chiarimento tra Marthe e Jacques.

Marthe m’aveva supplicato di andare da lei spesso durante le licenze di Jacques, al quale lei aveva già parlato di me. Io rifiutai, temendo di recitare male il mio ruolo e di vedere Marthe con un uomo premuroso accanto. La licenza doveva essere di undici giorni. Forse lui avrebbe fatto carte false e trovato il mezzo di restare due gironi in più. Feci giurare a Marthe di scrivermi tutti i giorni. Attendevo tre giorni prima di recarmi al fermo posta, pour essere sicuro di trovare una lettera. Ce n’erano già quattro. Non potei prenderle: non avevo uno dei documenti d’identità necessari. Ero tanto più a disagio per aver falsificato il mio certificato di nascita, non essendo permesso l’uso del fermoposta che a partire dai diciotto anni. Io insistevo allo sportello, con la tentazione di gettare del pepe agli occhi della signorina delle poste, d’impadronirmi delle lettere che lei teneva e mi dava. Alla fine, siccome ero conosciuto alla posta, ottenni, in mancanza di meglio, che le inviassero il giorno dopo ai miei.

Decisamente, avevo ancora molto da fare per diventare un uomo. Aprendo la prima lettera di Marthe, mi domandavo come avrebbe eseguito quella prova di resistenza: scrivere una lettera d’amore. Dimenticavo che nessun genere epistolare è meno difficile: c’è bisogno solo dell’amore. Trovai le lettere di Marthe ammirevoli e degne delle più belle che avevo letto. Eppure, Marthe mi diceva delle cose molto ordinarie, il suo supplizio di vivere lontano da me.

Mi sbalordiva che la mia gelosia non fosse più vivace. Cominciavo a considerare Jacques come « il marito». Poco a poco, scordai la sua giovinezza, vedevo in lui un vecchione.

Io non scrivevo a Marthe; c’erano tuttavia troppi rischi. In fondo, ero piuttosto contento di non doverle scrivere, provando, come di fronte ad ogni novità, il vago timore di non essere in grado, e che le mie lettere la scioccassero o le sembrassero ingenue.  La mia ingenuità fece sì che dopo due giorni, avendo lasciato in giro sulla mia scrivania una lettera di Marthe, sparisse; l’indomani, riapparve sulla scrivania. La scoperta di questa lettera sconvolgeva i miei piani: avevo approfittato della licenza di Jacques, delle mie lunghe ore di presenza, per far credere a casa mia che mi distaccavo da Marthe. Infatti, se all’inizio m’ero mostrato une fanfarone perché i miei sapessero che avevo un’amante, ora cominciai ad augurarmi che avessero meno prove. E così mio padre conobbe la vera causa della mia saggezza.

Approfittati di quei momenti di libertà per tornare all’accademia di disegno; infatti, da molto, disegnavo i miei nudi avendo Marthe come modello. Non so se mio padre l’indovinasse; quanto meno si stupiva maliziosamente, e in un modo che mi faceva arrossire, della monotonia delle modelle. Ritornai dunque alla Grande-Chaumière, lavorai molto, per raccogliere una provvista di studi per il resto dell’anno, provvista che avrei rinnovato alla prossima visita del marito.

Rividi anche René, espulso dall’Henri-IV. Andava al Louis-le-Grand. Lo andavo a prendere tutte le sere, dopo la Grande-Chaumière. Ci frequentavamo di nascosto, poiché dopo la sua espulsione dall’Henri-IV, e soprattutto dopo Marthe, i suoi genitori, che prima mi consideravano come un buon esempio, gli avevano proibito la mia compagnia.

René, per il quale l’amore, nell’amore, sembrava un bagaglio ingombrante, mi prendeva in giro per la mia passione per Marthe. Non potendo sopportare le sue frecciate, gli dissi vilmente che non avevo un vero amore. La sua ammirazione per me, che, in questi ultimi tempi, era calata, accrebbe seduta stante.

Comincia a riposarmi sull’amore di Marthe. Ciò che mi tormentava di più, era il digiuno inflitto ai miei sensi. Il mio snervamento era quello di un pianista senza piano, d’un fumatore senza sigarette.

René, che si beffava del mio cuore, s’era tuttavia incapricciato d’una donna che credeva d’amare senza amore. Questo grazioso animale, una spagnola bionda, si contorceva così bene da sembrare uscita da un circo. René che simulava la disinvoltura era assai geloso. Mi supplico, un po’ ridendo, un po’ impallidendo, da fargli un servizio strano. Quel servizio, per chi conosce il collegio, era l’idea tipica d’un collegiale. Desiderava sapere se quella donna lo raggirava. Si trattava quindi di fargli fare delle avances per rendersi conto.

Quel servizio m’imbarazzò. La mia timidezza riprese il sopravvento. Ma per niente al mondo avrei voluto sembrare timide e, del resto, la donna mi convinse a tirarmi d’impaccio. Mi fece delle proposte così pronte che la timidezza, che impedisce certe cose e obbliga ad altre, m’impedì di rispettare René e Marthe. Perlomeno speravo di trovarvi piacere, ma ero come il fumatore abituato a una sola marca. Quindi non mi restò che il rimorso d’aver ingannato René, al quale giurai che la sua amante respingeva ogni approccio.

Faccia a faccia con Marthe, non provavo alcun rimorso. Mi sforzavo. Avevo un bel dirmi che non l’avrei mai perdonata se lei m’avesse ingannato, e io non ce la feci. «Non è lo stesso», mi giustificavo con la notevole bassezza che l’egoismo apporta alle sue risposte. Contemporaneamente ammettevo benissimo di non scrivere a Marthe, ma, se lei non m’avesse scritto, avrei pensato che non mi amava. Eppure, quella lieve infedeltà rafforzò il mio amore.

Jacques non capiva niente dell’atteggiamento di sua moglie. Marthe, piuttosto ciarliera, non gli rivolgeva la parola. S lui chiedeva: «Che hai? » lei rispondeva: «Nulla.»

Mme Grangier ebbe diverse scenate con il povero Jacques. Lei lo accusava di mancanza di tatto verso sua figlia, si pentiva di avergliela data. Attribuiva a questa mancanza di tatto di Jacques il brusco cambiamento sopravvenuto nel carattere di sua figlia. La volle riprendere con sé. Jacques si piegò. Qualche giorno dopo il suo arrivo, accompagnò Marthe da sua madre che, assecondando ogni suo minimo capriccio, incoraggiava senza rendersene conto il suo amore per me. Marthe era nata in quella case. Ogni cosa, diceva a Jacques, le ricordava i tempi felici in cui lei era indipendente. Avrebbe dormito nella sua camera da ragazza. Jacques volle che vi fosse almeno un letto per lui. Provocò una crisi di nervi. Marthe si rifiutava di sporcare quella camera verginale.

  1. Grangier trovava quei pudori assurdi. Mme Grangier ne approfittò per dire a suo marito e a suo genero che non capivano niente della delicatezza femminile. Si sentiva lusingata che l’anima di sua figlia appartenesse così poco a Jacques. Infatti tutto ciò che Marthe toglieva a suo marito, Mme Grangier se l’attribuiva, trovando i suoi scrupoli sublimi. Sublimi lo erano, ma per me.

I giorni in cui Marthe diceva di essere più indisposta, esigeva di uscire. Jacques sapeva bene con era per il piacere di accompagnarlo. Marthe, non potendo affidare a nessuno le lettera a me indirizzate, le imbucava lei stessa.

Mi rallegrai ancora di più del mio  silenzio, infatti, se avessi potuto scriverle, in risposta al racconto delle torture che lei infliggeva, sarei intervenuto a favore della vittima. In certi momenti, mi spaventavo del male di cui ero l’autore; in altri, mi dicevo che Marthe non avrebbe mai punito abbastanza Jacques del delitto d’avermela presa vergine. Ma siccome niente ci rende meno «sentimentali» della passione, ero tutto sommato felice di non poter scrivere e che perciò Marthe continuasse ad esasperare Jacques.

Lui ripartì scoraggiato.

Tutti attribuirono quella crisi alla solitudine snervante in cui viveva Marthe. Dal momento che i genitori e suo marito erano i soli a ignorare la nostra relazione, i proprietari non osarono dire nulla a Jacques per rispetto dell’uniforme. Mme Grangier déjà si felicitava di ritrovare sua figlia, e che vivesse come prima del suo matrimonio. Così i Grangier caddero dalle nuvole allorché Marthe, il giorno dopo la partenza di Jacques, annunciò che sarebbe tornata a J….

Io la rividi lo stesso giorno. All’inizio la sgridai delicatamente d’esser stata così cattiva. Ma quando lessi la prima lettera di Jacques, fui preso dal panico. Le diceva che, se non aveva più l’amore di Marthe, gli sarebbe stato facile farsi uccidere.

Non risolsi il «ricatto». Mi vidi responsabile d’una morte, scordando che me l’ero augurata. Divenni ancora più incomprensibile e ingiusto. Ovunque ci girassimo si apriva una ferita. Marthe aveva un bel ripetermi che era meno disumano non assecondare più la speranza di Jacques, ero io che la obbligavo a rispondere con dolcezza. Ero io che dettavo a sua moglie le  sole lettere tenere ch’egli aveva mai ricevuto. Lei le scriveva inalberandosi, piangendo, ma io la minacciavo di non tornare più se non m’obbediva. Che Jacques mi dovesse le sue sole gioie attenuava i miei rimorsi.

Vidi quanto il suo desiderio di suicidio fosse superficiale, dalla speranza che traboccava dalle sue lettere di risposta alle nostre.

Ammiravo il mio atteggiamento, di fronte al povero Jacques, mentre agivo per egoismo e per paura d’avere un delitto sulla coscienza.

 

Un periodo felice seguì al dramma. Ahimè! un sentimento di provvisorietà persisteva. Era dovuto alla mia età e alla mia natura fiacca. Non avevo volontà per niente, né per fuggire con Marthe che forse m’avrebbe dimenticato e sarebbe tornata ai suoi doveri, né per spingere Jacques alla morte. La nostra unione era quindi alla mercé della pace, del ritorno definitivo delle truppe. Se avesse scacciato sua moglie, lei sarebbe rimasta a me. Se l’avesse tenuta con sé, mi sarei sentito incapace di riprendergliela con la forza. La nostra felicità era un castello di sabbia. Ma la marea non avendo qui un’ora fissa, speravo che salisse il più tardi possibile.

Adesso, era Jacques, incantato, che difendeva Marthe contro sua madre, delusa del ritorno a J… quel ritorno, sommato all’asprezza, aveva del resto destato in Mme Grangier qualche sospetto. Un’altra cosa le sembrava sospetta: Marthe non voleva avere domestici, con gran scandalo della sua famiglia e, ancor più, dei suoi suoceri. Ma che potevano i genitori e i suoceri contro Jacques divenuto nostro alleato, grazie alle ragioni che io gli davo per mezzo di Marthe.

Fu allora che J… aprì il fuoco su di lei.

I proprietari fingevano di non parlarle più. Nessuno la salutava. Solo i fornitori erano professionalmente tenuti a un sussiego minore. Così, Marthe, sentendo talvolta il bisogno di scambiare qualche parola, s’attardava nei negozi. Quando ero da lei, se s’assentava per comprare il latte e i dolci, e non era di ritorno nel giro di cinque minuti, immaginandola sotto un tram, correvo a gambe levate dalla lattaia o alla pasticceria. Ce la trovavo che chiacchierava con loro. Folle per essermi lasciato prendere dalle mie angosce nervose, appena uscivo m’arrabbiavo. L’accusavo d’avere dei gusti volgari, di trovare un fascino nella conversazione con i fornitori. Costoro, che interrompevo a proposito, mi detestavano.

L’etichetta di corte è molto semplice, come tutto ciò che è nobile. Ma niente eguaglia negli enigmi il protocollo delle gente comune. La loro smania di precedenza si fonda soprattutto sull’età. Niente li scioccherebbe di più di un inchino d’una vecchia duchessa a qualche giovane principe. Immaginiamoci l’odio del pasticcere, della lattaia, a vedere un ragazzino interrompere i loro rapporti familiari con Marthe. Le avrebbero trovato mille scuse per quelle conversazioni.

I proprietari avevano un figlio di ventidue anni. Venne in licenza. Marthe lo invitò a prendere il tè.

La sera, sentimmo delle grida: gli vietavano di rivedere l’inquilina. Abituato a mio padre che non poneva veti a nessuno dei miei atti, niente mi sbalordiva di più dell’obbedienza di quel babbeo.

L’indomani, quando attraversammo il giardino, lui zappava. Senza dubbio era un lavoro dato per punizione. Un po’ seccato, malgrado tutto, voltò la testa per non dirci buongiorno.

Quelle scaramucce addoloravano Marthe; tanto intelligente e innamorata per capire che la felicità non risiede nella considerazione dei vicini, lei era come quei poeti che sanno che la vera poesia è una cosa «maledetta», ma che, nonostante la loro certezza, soffrono talvolta per non ottenere i consensi che disprezzano.

  I consiglieri municipali hanno sempre un ruolo nelle mie avventure. M. Marin che abitava sotto Marthe, anziano dalla barba grigia e dalla nobile statura, era un vecchio consigliere municipale di J…. Già in pensione prima della guerre, amava servire la patria, quando l’occasione si presentava a portata di mano. S’accontentava di disapprovare la politica comunale, viveva con la moglie, non riceveva né faceva visite se non in prossimità dell’anno nuovo.

Da qualche giorno, c’era un trambusto al piano di sotto, tanto più distinto in quanto noi sentivamo dalla nostra camera il minimo rumore dal pianterreno. Vennero dei lucidatori. La domestica, aiutata da quella del proprietario, lucidava l’argenteria in giardino, toglieva il verde dai sostegni di rame. Venimmo a sapere dalla lattaia che si preparava ricevimento sorpresa dai Marin, sotto un misterioso pretesto. Mme Marin era andata ad invitare il sindaco e a supplicarlo di accordargli otto litri di latte. Avrebbe anche autorizzato la lattaia a fare della panna?

Dato il permesso, giunto il giorno (un venerdì), una quindicina di notabili apparvero all’ora fissata con le loro moglie, ognuna fondatrice d’una società d’allattamento materno o di soccorso ai feriti, di cui lei era la presidente, e le altre socie. La padrona di casa, per darsi un tono, riceveva  gli invitati davanti la porta. Aveva approfittato della misteriosa attrazione per trasformare la sua festa in un pic-nic. Tutte quelle dame predicavano economia e inventavano ricette. E così i loro dolci erano torte senza farina, crème al lichene, etc. Ogni nuova arrivata diceva a Mme Marin: «Oh! non ha un bell’aspetto, ma credo che sarà comunque buona. »

  1. Marin approfittava di questa festa per preparare la sua «rentrée politica».

Ora, la sorpresa, eravamo Marthe e io. La caritevole indiscrezione d’un mio compagno di viaggio, il figlio d’uno dei notabili, me lo fece sapere. Immaginatevi il mio stupore quando seppi che la distrazione dei Marin era di mettersi sotto la nostra camera alla fine del pomeriggio e spiare le nostre carezze.

Indubbiamente vi avevano preso gusto e volevano rendere noti i loro piaceri. Beninteso, i Marin, persone rispettabili, mettevano sul conto della morale quella spudoratezza. Volevano far condividere il loro biasimo con tutta la gente perbene che contava il comune.

Gli invitati erano al loro posto. Mme Marin mi sapeva da Marthe e aveva apparecchiato la tavola sotto la camera. Scalpitava. Avrebbe voluto il bastone del direttore di scena per annunciare lo spettacolo. Grazie all’indiscrezione del giovanotto, che tradiva per ingannare la sua famiglia e per solidarietà tra coetanei, noi restammo in silenzio. Non avevo osato dire a Marthe il motivo del pic-nic. Pensavo alla faccia alterata di Mme Marin, i suoi occhi fissi sulle lancette dell’orologio e l’impazienza dei suoi ospiti. Alla fine, verso le sette di sera, le coppie se ne ritornarono a mani vuote, trattando a bassa voce i Marin da impostori e la povera M. Marin da settantenne arrivista. Questo futuro consigliere prometteva mari e monti e non s’aspettava neppure d’essere eletto per mancare alle sue promesse. Riguardo a Mme Marin, le dame videro in quel ricevimento un mezzo vantaggioso per lei di rifornirsi di dolci. Il sindaco in persona era apparso solo per qualche minuto; quei pochi minuti e gli otto litri di latte fecero mormorare che lui se la intendeva con la figlia dei Marin, maestra alla scuola. Il matrimonio di Mlle Marin aveva già fatto scandalo, essendo parso poco degno per una maestra sposarsi con una guardia municipale.

Spinsi la malizia fino a far sentire loro ciò che si sarebbero augurati di far sentire agli altri. Marthe si sbalordì di quel tardivo ardore. Non potendomi più trattenere e a rischio di rattristarla, le dissi qual era lo scopo del ricevimento. Ci ridemmo insieme fino alle lacrime.

Mme Marin, forse indulgente si avessi favorito i suoi piani, non ci perdonò il suo disastro. Il lei l’odio crebbe. Ma non poteva appagarlo, non disponendo più di mezzi, e non osando usare le lettere anonime.

Eravamo nel mese di maggio. Andavo meno da Marthe e vi rimanevo a dormire solo quando potevo inventare ai miei una bugia per restarci fino al mattino. Ne inventavo una o due volte la settimana. La continua riuscita della mia bugia mi sorprendeva. In realtà, mio padre non mi credeva. Con una folle indulgenza chiudeva gli occhi, alla sola condizione che né i miei fratelli né le domestiche sapessero. Quindi mi bastava dire che partivo alle cinque del mattino, come il giorno della mia passeggiata al bosco di Senart. Ma mia madre non preparava più il cestino.

Mio padre sopportava tutto, poi, senza transizione, infuriandosi, mi rimproverava la mia pigrizia. Queste scenate si scatenavano e rientravano subito, come le onde.

Niente assorbe più dell’amore. Non si è pigri perché, da innamorati, si ozia. L’amore sente confusamente che il suo solo diversivo reale è il lavoro. E così lo considera come un rivale. E non ne sopporta alcuno. Ma l’amore è un benefico dolce far nulla, come la lenta pioggia che feconda.

Se la gioventù è stupida, è per non esser stati pigri. Ciò che invalida i nostri sistemi d’educazione, è che si rivolgono ai mediocri, a causa del numero. Per uno spirito attivo, la pigrizia non esiste. Io non ho mai imparato di più che in quelle lunghe giornate che, per un occhio esterno, sarebbero sembrate vuote, e dove osservavo il mio cuore novizio come un parvenu osserva i suoi gesti a tavola.

Quando non dormivo da Marthe, cioè quasi tutti i giorni, passeggiavamo dopo cena lungo la Marne, fino alle undici. Io slegavo il canotto di mio padre. Marthe remava; io, disteso, appoggiavo la mia testa sulle sue ginocchia. Le davo noia. Subito, urtato da un colpo di remi, mi ricordava che quella passeggiata non sarebbe durata tutta la vita.

L’amore vuol far condividere la sua beatitudine. Così, un’amante di natura assai fredda diventa tenera, ci bacia sul collo, inventa mille civetterie se stiamo scrivendo una lettera. Non desideravo mai tanto baciare Marthe come quando un lavoro la distraeva da me; tanta voglia di toccare i suoi capelli, di spettinarla, come quando lei si pettinava. Nel canotto mi gettavo su di lei, riempiendola di baci, perché lasciasse i remi e  il canotto andasse alla deriva, prigioniero dell’erbe, delle ninfee bianche e gialle. Lei vi vedeva una passione incapace di contenersi, mentre mi spingeva soprattutto la smania così forte di disturbare. Poi, ormeggiavamo il canotto dietro i ciuffi alti d’erba. La mia paura d’essere visti o di rovesciarsi, mi rendeva i nostri trastulli mille volte più voluttuosi.

Così non mi lagnavo affatto dell’ostilità dei proprietari che rendeva la mia presenza da Marthe molto difficile.

La mia presunta idea fissa di possederla come non l’aveva potuta possedere Jacques, di baciare un angolo della sua pelle dopo averle fatto giurare che mai altre labbra al di fuori delle mie vi si erano posate, era solo libertinaggio. Me lo confessavo? Ogni amore ha la sua gioventù, la sua età matura, la sua vecchiaia. Ero già a quell’ultimo stadio in cui l’amore non mi soddisfaceva più senza certe ricerche. Perché se la mia voluttà s’appoggiava sull’abitudine, si ravvivava di quei mille nulla, di quelle leggere correzioni inflitte all’abitudine. Così non è anzitutto nell’aumentare le dosi, che presto diventerebbero mortali, che un intossicato trova l’estasi, ma nel ritmo che inventa, sia cambiando le sue ore, sia usando dei raggiri per sviare l’organismo.

Amavo tanto quella riva sinistra della Marne, che frequentavo l’altra, così diversa, per poter contemplare quella che amavo. La riva destra è meno dolce, consacrata agli ortolani, ai coltivatori, mentre la mia è dedicata agli oziosi. Noi attaccavamo il canotto a un albero, andavamo a sdraiarci in mezzo al grano. Il nostro egoismo, nel suo nascondiglio, dimenticava il pregiudizio, sacrificando il grano al conforto del nostro amore, come noi vi sacrificavamo Jacques.

   Un profumo di provvisorio eccitava i miei sensi. Aver gustato delle gioie più brutali, più simili a quelle che si provano senza amore con la prima venuta, rendeva insipide le altre.

Apprezzavo già il sonno casto, libero, il benessere di sentirsi soli in un letto con lenzuola fresche. Aggiungevo delle ragioni di prudenza per nono passare più delle notti da Marthe. Lei ammirava la mia forza di carattere. Io temevo anche il fastidio che dà una certa voce angelica delle donne che si svegliano e che, commedianti di razza, sembrano tutte le mattine venire dall’aldilà.

Mi rimproveravo le mie critiche, le mie finte,  passando giornate a chiedermi se amavo Marthe più o meno di prima. Il moi amore sofisticava tutto. Come traducevo falsamente le frasi di Marthe, credendo di attribuire un senso più profondo, interpretavo i suoi silenzi. Ho sempre avuto torto; un certo choc, che non si può descrivere, che ci avvisa che abbiamo toccato il punto giusto. Le mie gioie, le mie angosce erano più forti. Sdraiato accanto a lei, la voglia che mi prendeva, da un secondo all’altro, di dormire solo, dai miei, mi rendeva insopportabile una vita comune. D’altra parte, non potevo immaginare di vivere senza Marthe. Cominciavo a conoscere il castigo dell’adulterio.

Me la prendevo con Marthe per aver, prima del nostro amore, consentito ad ammobiliare la casa di Jacques secondo i miei gusti. Quei mobili mi divennero odiosi, perché non li avevo scelti per il mio piacere, ma per dispiacere a Jacques. Me ne stancavo, senza scuse. Rimpiangevo di non aver lasciato Marthe a sceglierli da sola. Senza dubbio all’inizio mi sarebbero dispiaciuti, ma che incanto, poi, abituarmici per amor suo. Ero geloso che il beneficio di quella abitudine toccasse a Jacques.

Marthe mi guardava con grandi occhi ingenui quando io le dicevo amaramente: «Spero che, quando vivremo insieme, non terremo questi mobili. » Lei rispettava tutto ciò che dicevo. Credendo che avessi scordato che quei mobili li avevo scelti io, non osava rammentarmelo. si lamentava interiormente della mia cattiva memoria.

Nei primi giorni di giugno, Marthe ricevette una lettera di Jacques in cui, finalmente, non la intratteneva solo con il suo amore. Lui era malato. L’avevano mandato all’ospedale di Bourges. Non mi rallegravo di saperlo malato, ma che avesse qualcosa da dire mi risollevava. Passando per J., l’indomani o due giorni dopo, supplicava Marthe d’aspettare il suo treno sul binario della stazione. Marthe mi mostrò quella lettera. Aspettava un ordine.

L’amore le dava una natura di schiava. Così, davanti a una tale servitù preambolare, avevo difficoltà a ordinare o a proibire. Secondo me, il mio silenzio voleva dire che acconsentivo. Potevo imperdirle d’intravedere suo marito per qualche secondo? Lei osservò lo stesso silenzio. Dunque, per una specie di tacita convenzione, non andai da lei il giorno dopo.

Due giorni dopo, un fattorino portò ai miei un biglietto che doveva consegnare solo a me. Era di Marthe. M’avrebbe atteso in riva al lago. Mi supplicava di venire, se ancora l’amavo.

Corsi fino alla banchina dove Marthe m’attendeva. Il suo buongiorno  , così poco in rapporto con lo stile del suo biglietto, mie gelò. Credetti che il suo cuore fosse mutato.

Semplicemente, Marthe aveva preso il moi silenzio dell’antivigilia per un silenzio ostile. Non aveva imaginato minimamente la tacita convenzione. Alle ore d’angoscia era seguito il risentimento di vedermi in vita, poiché solo la morte avrebbe dovuto impedirmi di andare da lei ieri. Il mio stupore non poteva essere simulato. Le spiegai la mia riserva, il moi rispetto per i suoi doveri verso Jacques malato. Mi credette a metà. Io ero irritato. Mancò poco che le disse: «Per una volta che non mento. » Piangemmo.

Ma queste confuse partite di scacchi sono interminabili, spossanti, si uno dei due non vi pone ordine. Insomma, l’atteggiamento di Marthe verso Jacques non era adulatore. Io la baciai, la cullai. «Il silenzio», dissi, «non fa per noi.» Noi ci promettemmo di non celarci nessuno dei nostri pensieri e segreti, io la compativo un po’ di credere che fosse cosa possibile.

A J…, Jacques aveva cercato con gli occhi Marthe, poi, passato il treno davanti la loro casa, aveva visto le imposte aperte. La sua lettera la supplicava di rassicurarlo. Lui le chiedeva di andare a Bourges. «Devi partire», dissi, in modo che questa frase non facesse sentire il rimprovero.

«Andrò», disse, «se tu m’accompagni.»

Era spingere troppo in là l’incoscienza. Ma ciò che le sue parole esprimevano dell’amore, i suoi atti più scioccanti, mi trasportavano subito dalla rabbia alla gratitudine. Io mi inalberai. Mi calmai. Le parlai dolcemente, commosso dalla sua ingenuità. La trattavo come un bimbo che chiede la luna.

Le feci presente quanto fosse amorale che si facesse accompagnare da me. Il fatto che la mia risposta non fosse impetuosa, come quella d’un amante oltraggiato, ne accrebbe la sua portata. Per la prima volta, mi sentì pronunciare la parola «morale». Quella parola capitò a meraviglia, perché lei, così poco cattiva, doveva ben conoscere delle crisi di dubbio, come me, sulla moralità del nostro amore. Senza quella parola, avrebbe potuto credermi amorale, essendo assai borghese, malgrado la sua ribellione contro gli eccellenti pregiudizi borghesi. Ma, al contrario, poiché, per la prima volta, la mettevo in guardia, era una prova che fino ad allora io ritenevo che non avessimo fatto niente di male.

Marthe rimpiangeva quella specie di viaggio di nozze scabroso. Capiva, adesso, ciò che vi era d’impossibile.

«Perlomeno»,  disse, «permettimi di non andarci. »

Quella parola «morale» pronunciata alla leggera faceva di me il direttore della sua coscienza. La usai come quei despoti che s’inebriano d’un potere nuovo. Il potere si mostra solo quando lo si usa con ingiustizia. Quindi risposi che non ci vedevo alcun delitto nel non andare a Bourges. Le trovai dei motivi che la persuasero: la fatica del viaggio, la prossima convalescenza di Jacques. Quei motivi l’assolvevano, se non agli occhi di Jacques, almeno davanti ai suoceri.

A forza d’orientare Marthe in un senso che mi conveniva, la plasmavo poco a poco a mia immagine. Cosa di cui m’accusai, e di distruggere scientemente la nostra felicità. Che lei mi rassomigliasse e che fosse una mia opera, mi esaltava e mi irritava. Vi vedevo una ragione della nostra intesa. Vi scorgevo anche la causa dei disastri futuri. In effetti, le avevo poco a poco comunicato la mia incertezza, che, nel giorno delle decisioni, mi avrebbe impedito di prenderne una. Io la sentivo come me con le mani deboli, sperare che il mare risparmiasse il castello di sabbia, mentre gli altri bambini s’affrettano a costruirlo più lontano.

Succede che questa somiglianza morale debordi sul piano fisico. Lo sguardo, la camminata: più volte degli estranei ci avevano preso per fratello e sorella. Dei germi che esistono in noi di somiglianza che sviluppa l’amore. Un gesto, un’inflessione della voce, presto o tardi, tradiscono gli amanti più prudenti.

Occorre ammettere che, se il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce, è perché lei è meno ragionevole del nostro cuore. Forse, noi siamo tutti dei Narcisi, che amano e detestano la propria immagine, ma ai quali ogni altra è indifferente. È questo istinto di somiglianza che ci conduce nella vita, ci urla «alt! » davanti a un paesaggio, una donna, una poesia.

Noi possiamo ammirarne altre, senza risentire di questo choc. L’istinto di rassomiglianza è la sola linea di condotta che non sia artificiale. Ma nella società, solo gli spiriti rozzi sembrano non peccare affatto contro la morale, perseguendo sempre lo stesso tipo. Così certi uomini si fissano sulle «bionde», ignorando che spesso le rassomiglianze più profonde sono le più segrete.

Marthe, da qualche giorno, pareva distratta, senza tristezza. Fosse stata distratta  e triste, avrei potuto spiegarmi la sua preoccupazione con l’approssimarsi del quindici luglio, data in cui avrebbe dovuto riunirsi alla famiglia di Jacques, e Jacques in convalescenza, su una spiaggia della Manica. A sua volta, Marthe taceva, sussultando al rumore della mia voce. Leu sopportava l’insopportabile: visite di famiglia, prepotenze, sottintesi acidi di sua madre, bonari di suo padre, che la sospettava d’avere un amante, senza crederci.

Perché sopportava tutto? Era la effetto delle mie lezioni che la rimproveravano di dare troppa importanza alle cose, di afflliggersi per delle sciocchezze? Sembrava felice, ma d’una felicità singolare, che le faceva avere del disagio e che mi era sgradevole, poiché io non la condividevo. Io che trovavo infantile che Marthe leggesse nel mio mutismo una prova d’indifferenza, a mia volta, l’accusavo di non amarmi più, perché taceva.

Marthe non osava dirmi che era incinta.

Avrei voluto apparire felice di quella notizia. Ma all’inizio mi stordì. Non avendo mai pensato che potessi diventare responsabile di chissà che cosa, lo ero della peggiore. Mi infuriavo anche di non essere abbastanza uomo per trovare la cose semplice. Marthe aveva parlato solo perché costretta. Tremava all’idea che quel bambino che doveva unirci ci separasse. Io mimai così bene l’allegria che i suoi timori si dissiparono. Lei conservava le tracce profonde della morale borghese, e quel bambino significava peur lei che Dio avrebbe ricompensato il nostra amore, che non ci avrebbe punito alcun delitto.

Ora che Marthe trovava nella sua gravidanza una ragione perché non la lasciassi mai, questa gravidanza mi costernò. Alla nostra età, mi sembrava impossibile, ingiusto, che avessimo un bambino che intralciasse la nostra giovinezza. Per la prima volta, mi arrendevo a dei timori d’ordine materiale: saremmo stati abbandonati dalle nostre famiglie.

Amando già quel figlio, era per amor che lo respingevo. Non volevo essere responsabile della sua esistenza drammatica. Sarei stato io stesso incapace di viverla.

L’istinto è la nostra guida; una guida che ci porta alla nostra rovina. Ieri, Marthe temeva che la sua gravidanza ci allontanasse l’uno dall’altra. Oggi lei, che non mi aveva mai amato tanto, credeva che il mio amore aumentasse come il suo. Io, ieri, rifiutando quel figlio, cominciavo ad amarlo oggi e toglievo amore a Marthe, allo stesso modo in cui all’inizio del nostro legame il mio cuore le dava ciò che toglieva ad altri.

Maintenant, posando la mia bocca sul ventre di Marthe, non era più lei che baciavo, era mio figlio. Ahimè! Marthe non era più la mia amante, ma una madre.

Non mi comportavo più come se fossimo soli. C’era sempre un testimone accanto a noi, al quale dovevamo render conto dei nostri atti. Perdonavo malvolentieri quel brusco cambiamento di cui consideravo Marthe la sola responsabile, eppure, sentivo che l’avrei ancora perdonata se m’avesse mentito. In certi momenti, credevo che Marthe mentisse per far durare un po’ di più il nostro amore, e che il suo figlio non fosse il mio.

Come un malato che cerca la quiete, non sapeva da che parte girarmi. Sentivo di non amare più nemmeno Marthe e che mio figlio non sarebbe stato felice che alla condizione di credersi figlio di Jacques. Certo, quel sotterfugio mi costernava. Avrei dovuto rinunciare a Marthe. D’altronde, pur considerandomi un uomo, il fatto attuale era troppo grave perché mi pavoneggiassi fino a credere possibile una così folle (pensavo: una così saggia) esistenza.

Infatti, alla fine, Jacques sarebbe tornato. Dopo quel periodo straordinario, avrebbe ritrovato, come tanti altri soldati ingannati a causa delle circostanze eccezionali, una sposa triste, docile, di cui niente avrebbe rivelato la condotta. Ma quel bambino per suo marito poteva essere spiegato solo se lei sopportava il suo contatto nelle vacanze. La mia vigliaccheria la supplicava. Di tutte le nostre scenate, questa non fu né la meno strana né la meno penosa. Mi stupivo del resto di incontrare così poca lotta. Più tardi ne ebbi la spiegazione. Marthe non osava confessarmi una vittoria di Jacques durante la sua ultima licenza e contava al contrario, fingendo d’obbedirmi, di rifiutarsi a lui, a Granville, sotto il pretesto dei malesseri del suo stato. Tutto questa impalcatura si complicava con date la cui falsa coincidenza, durante il parto, non avrebbe lasciato dubbi a nessuno. « Bah! » mi dicevo, «abbiamo del tempo davanti a noi. I genitori Marthe temeranno lo scandalo. La porteranno in campagna e ritarderanno la notizia.»

La data della partenza di Marthe s’avvicinava. Non poteva che beneficiare di questa assenza. Sarebbe stata una prova. Speravo di guarire di Marthe. Se non ce l’avessi fatta, se il mio amore fosse stato troppo verde per staccarsi da solo, sapevo bene che avrei ritrovato altrettanto fedele. Partì il dodici luglio, alle sette del mattino. Restai à J… la notte precedente. Andandovi, mi ripromettevo di non chiudere occhio la notte. Avrei fatto una tale provvista di carezze, che non avrei avuto più bisogno di Marthe per il resto dei miei giorni. Un quarto d’ora dopo essermi coricato, io m’addormentai.  In genere, la presenza di Marthe sconvolgeva il mio sonno. Per la prima volta, accanto a lei, dormii così bene come se fossi stato solo. Al mio risveglio, lei era già alzata. Non aveva osato svegliarmi. Avevo solo mezz’ora per il treno. Mi arrabbiai d’essermi lasciato sfuggire dal sonno le ultime ore che noi avevamo da passare insieme. Anche lei piangeva per la partenza. Eppure, avrei voluto impiegare gli ultimi minuti in altro modo che bevendo le nostre lacrime. Marthe mi lasciò la sua chiave, mi chiese di venire, di pensare a noi, e di scriverle sul suo tavolo.        M’ero giurato di non accompagnarla fino a Parigi. Ma, non potevo vincere il mio desiderio delle sue labbra e, siccome m’auguravo vigliaccamente di amarla meno, quel desiderio lo misi sul conto della partenza, di quella «ultima volta» così falsa, poiché sentivo bene che non ci sarebbe stata un’ultima volta senza che lei l’avesse voluto. Alla stazione di Montparnasse, dove lei doveva incontrare i suoi suoceri, la baciai senza ritegno. Cercavo ancora la mia giustificazione nel fatto che, se fossero apparsi i suoi suoceri, si sarebbe compiuto una  tragedia decisiva.

Tornato a F…, abituato a vivere solo nell’attesa di andare da Marthe, cercai di distrarmi. Zappai il giardino, cercavo di leggere, giocavo a nascondino con le mie sorelle, cosa che non capitava da quando avevo cinque anni. La sera, per non destare i sospetti, dovevo andarmene a passeggiare. Solitamente, fino alla Marne, la strada m’era gradita. Quella sera mi trascinai, prendendo le storte sui sassi e accelerando i battiti del cuore. Sdraiato nella barca, m’auguravo la morte, per la prima volta. Ma anche incapace di morire come di vivere, contavo su di un assassino caritatevole. Mi dispiaceva che non si potesse morire di noia, o di dolore. Poco a poco, la mia testa si vuotava, con un rumore di tinozza. Un ultimo risucchio, più lungo, e la testa è vuota. M’addormentai. Il freddo di un’alba di luglio mi svegliò. Rientrai, intirizzito. La casa era tutta spalancata. In anticamera mio padre mi accolse con durezza. Mia madre era sta un po’ indisposta: avevano mandato la cameriera a svegliarmi perché andassi a cercare il dottore. La mia assenza era dunque ufficiale.

Sopportai la scenata ammirando la delicatezza istintiva  del buon giudice che, tra mille azioni d’aspetto biasimevole, sceglie la sola innocente per permettere al criminale di giustificarsi. D’altronde io non mi giustificai, era troppo difficile. Lasciai credere a mio padre che rientravo da J…, e, quando mi vietò di uscire dopocena, lo ringraziai in cuor mio d’essere  ancora mio complice e di fornirmi una scusa per non vagabondare più da solo.

Aspettavo il fattorino. Era la mia vita. Era incapace del minimo sforzo per dimenticare.

Marthe m’aveva regalato un tagliacarte, pretendendo che me ne servissi solo per aprire le sue lettere. Me ne potevo servire? Avevo troppa fretta. Strappavo le buste. Ogni volta, vergognandomene, mi ripromettevo di conservare la lettera per un quarto d’ora, intatta. Speravo, con questo metodo, di poter alla lunga riprendere il controllo su me stesso, tenendo le lettere chiuse nella mia tasca. Rimandavo quel sistema al giorno dopo.

Un giorno, impaziente per la mia pigrizia, e in un moto di rabbia, strappai una lettera senza leggerla. Quando quei pezzi di carta si sparsero per il giardino, mi precipitai, a quattro zampe. La lettera conteneva una foto di Marthe. Io, così superstizioso e che interpretavo i minimi fatti in un senso tragico, avevo strappato il suo volto. Ci vidi un avviso del Cielo. Le mie inquietudini si calmarono solo dopo aver trascorso quattro ore a raccogliere la lettera e la foto. Non ci avevo mai messo un tal sforzo. La paura che capitasse una disgrazia a Marthe mi sostenne in quel lavoro assurdo che mi appannava gli occhi e i nervi.

Uno specialista aveva raccomandato i bagni di mare a Marthe. Pur accusandomi di malvagità, glieli proibii, non volendo che altri oltre a me potessero vedere il  suo corpo.

Del resto, poiché in ogni modo Marthe doveva trascorrere un mese a Granville, mi rallegrai della presenza di Jacques. Mi ricordavo della sua foto vestita in bianco che Marthe m’aveva mostrato il giorno dei mobili. Niente mi faceva più paura dei giovanotti sulla spiaggia. In anticipo, li giudicavo più belli, più forti, più eleganti di me.

Suo marito l’avrebbe protetta contro di loro.

In certi momenti di tenerezza, come un ubriaco che abbraccia tutti, sognavo di scrivere a Jacques, di confessargli che ero l’amante di Marthe e, autorizzandomi con questo titolo, di raccomandargliela. Delle volte, invidiavo Marthe, adorata da Jacques e da me. Non dovevamo cercare insieme di fare la sua felicità? In quelle crisi, mi sentivo un amante compiacente. Avrei voluto conoscere Jacques, spiegargli le cose, e perché non dovevamo essere gelosi l’uno dell’altro. Poi, d’un colpo, l’odio raddrizzava quella china dolce.

In ogni lettera, Marthe mi chiedeva d’andare da lei. La sua insistenza mi ricordava quella di una delle mie zie tanto devota, che mi rimproverava di non andare mai a visitare la tomba di mia nonna. Io non ho l’istinto del pellegrinaggio. Questi doveri noiosi circoscrivono la morte, l’amore.

Non si può pensare a una morta, o alla propria amante assente, se non in un cimitero, o in una determinata camera? Io non provavo a spiegarlo a Marthe e le raccontavo che c’ero andato; ugualmente, a mia zia, che ero andato al cimitero. Eppure, dovevo recarmi da Marthe; ma in una circostanza singolare.

Un giorno sul treno rincontrai quella ragazza svedese a cui i conoscenti  avevano proibito di vedere Marthe. Il mio isolamento mi fece prender gusto agli infantilismo di quella donnetta. Le proposi di venire a prendere il tè à J…, di nascosto, l’indomani. Le nascosi l’assenza di Marthe, perché non si impaurisse, e aggiunsi anche quanto sarebbe stata felice di rivederla. Giuro che non sapevo proprio cosa contassi di fare. Agivo come quei bambini che, facendo conoscenza, cercano di stupirsi tra loro. Non resistevo all’idea di vedere la sorpresa o la collera sul volto d’angelo di Svéa, quando sarei stato obbligato a informarla dell’assenza di Marthe.

Sì, senza dubbio era proprio quel piacere puerile di sbalordire perché io non trovavo niente di sorprendente da dirle, pur beneficiando d’una sorta d’esotismo e sorprendendomi in ogni frase. Nulla di più delizioso di questa improvvisa intimità tra persone che si capiscono a malapena. Lei portava al collo una piccola croce d’oro, smaltata di blu, su un’abito assai brutto che io reinventavo a mio gusto. Una vera bambola vivente. Sentivo crescere il moi desiderio di rinnovare quell’incontro altrove che in un vagone.

Ciò che guastava un po’ la sua aria da educanda, era l’andatura tipica d’una allieva della scuola Pigier, dove d’altronde lei studiava un’ora al giorno, senza gran profitto, il francese e dattilografia. Mi fece vedere i suoi compiti di dattilografia. Ogni lettera era un errore, corretto a margine dal professore. Tirò fuori da una borsetta orribile, evidentemente opera sua, un portasigarette decorato da una corona di conte. M’offrì una sigaretta. Lei non fumava, ma portava sempre quel portasigarette perché le sue amiche fumavano. Lei mi parlava delle usanze svedesi che facevo finta di conoscere: la notte di San Giovanni, le marmellate ai mirtilli. Poi, dalla sua borsa tirò fuori una foto di sua sorella gemella, venuta dalla Svezia il giorno prima; a cavallo, tutta nuda, con in testa un cappello a cilindro di suo nonno. Io arrossii. Sua sorella le somigliava talmente che sospettai che si facesse gioco di me e mi mostrasse la sua propria foto. Mi mordevo le labbra, per calmare la loro voglia di baciare quell’ingenua birichina. Dovetti avere un’aria davvero bestiale, perché la vidi timorosa che cercava con gli occhi il segnale d’allarme.

Il giorno dopo, arrivò da Marthe alle quattro. Le dissi che Marthe era a Parigi ma sarebbe rientrata presto. Aggiunsi: «M’ha proibito di farvi andar via prima del suo ritorno.» Contavo di confessarle il mio stratagemma solo quando sarebbe stato troppo tardi.

Fortunatamente, lei era buongustaia. La mia golosità assumeva una forma inedita. Non ero affatto goloso di torte, di gelato al lampone, ma m’auguravo d’essere la torta e il gelato al lampone che lei avvicinava alla bocca. Con la mia facevo delle smorfie involontarie.

Non per vizio agognavo Svéa, ma per golosità. Le sue gote mi sarebbe bastate in mancanza delle labbra.

Parlavo scandendo ogni sillaba perché lei capisse bene. Eccitato da questo divertente spuntino, m’innervosivo, io che ero sempre silenzioso, di non poter parlare velocemente. Provavo un bisogno di chiacchierare, di confidenze infantili. Avvicinai il mio orecchio alla sua bocca. Bevevo le sue piccole parole.

L’avevo costretta a prendere un liquore. Poi, ebbi pietà di lei come d’un uccellino che hanno ubriacato.

Speravo che la sua ubriacatura fosse utile ai miei piani, perché poco importava che lei mi concedesse le sue labbra volentieri o no. Pensai alla sconvenienza di quella scena a casa di Marthe, ma, mi ripetevo, insomma, non tolgo nulla al nostro amore. Desideravo Svéa come un frutto, cosa di cui un’amante non può essere gelosa.

Tenevo la sua mano tra le mie che mi parevano goffe. Avrei voluto spogliarla, cullarla. Le si stese sul divano. Mi alzai, mi piegai là dove cominciavano i suoi capelli, una peluria ancora. Non dedussi dal suo silenzio che i miei baci le facessero piacere; ma, incapace d’indignarsi, lei non trovava alcun modo educato di respingermi in francese. Mordicchiavo le sue guance, aspettandomi che ne stillasse un succo dolce, come quello delle pesche.

Alla fine baciai la sua bocca. Lei subiva le mie carez ze, vittima paziente, chiudendo la bocca e gli occhi. Il suo solo gesto di rifiuto stava nello spostare leggermente la testa da destra a sinistra, e viceversa. Non mi facevo ingannare, ma la mia bocca vi trovava l’illusione d’una riposta. Restavo accanto a lei come se non ero mai stato con Marthe. Quella resistenza che non era tale blandiva la mia audacia e la mia pigrizia. Ero abbastanza ingenuo per credere che sarebbe andata avanti in questo modo e che  avrei beneficiato d’una violenza facile.

Non avevo mai spogliato le donne; era stato piuttosto stato spogliato da loro. Così lo feci maldestramente, cominciando a toglierle le scarpe e le calze. Baciavo i suoi piedi e le gambe. Ma quando volli slacciarle il suo corsetto, Svéa si dibatté come un piccolo diavolo che non vuole andare a letto e viene spogliato a forza. Mi prendeva a calci. Afferravo i suoi piedi al volo, li imprigionavo, li baciavo. Infine, la sazietà giunse, come la golosità s’arresta dopo troppa crema e dolciumi. Dovetti proprio informarla del mio inganno, e che Marthe era in viaggio. Le feci promettere, se si fosse imbattuta in Marthe, di non raccontarle mai del nostro incontro. Io non le confessai che ero il suo amante, ma glielo lasciai intendere. Il piacere del mistero le fece rispondere «a domani», quando, sazio di lei, le chiesi per educazione se ci saremmo rivisti un giorno.

Non tornai da Marthe. E forse Svéa non andò a suonare alla porta chiusa. M’accorgevo di quanto fosse biasimevole per la morale corrente la mia condotta. Poiché probabilmente proprio quelle circostanze m’avevano fatto apparire Svéa così preziosa. L’avrei desiderata in un altro luogo che non fosse la camera di Marthe?

Ma io non avevo rimorsi. E non rinunciai alla piccola svedese perché pensavo à Marthe, ma perché da lei avevo spillato tutto lo zucchero.

Qualche giorno dopo, ricevetti una lettera di Marthe. Ne conteneva una del suo padrone di casa, che le diceva che la sua non era una casa di appuntamenti, che uso facevo della chiave del suo appartamento, dove avevo portato una donna. «Ho la prova del tuo tradimento», aggiungeva Marthe. Non mi avrebbe rivisto più. Probabilmente lei avrebbe sofferto, ma preferiva soffrire che essere imbrogliata.

Sapevo che quelle minacce erano insignificanti, e che sarebbe stata sufficiente una bugia, o all’occorrenza la verità, per annientarle. Ma il mi dava fastidio che in una lettera di rottura, Marthe non mi parlasse di suicidio. L’accusai di freddezza. Trovai la sua lettera indegna d’una spiegazione. Infatti io, in una situazione analoga, senza pensare al suicidio, avrei pensato per convenienza di dover minacciare Marthe. Traccia indelebile dell’età e del collegio: reputavo certe menzogne ordinate dal codice passionale.  Un nuovo bisogno, nel mio apprendistato d’amore, si presentava: scagionarmi davanti a Marthe e accusarla d’aver meno fiducia en me che nel suo padrone di casa. Le spiegai quanto fosse abile quella manovra della cricca Marin. In effetti, Svéa era venuta un giorno a trovarla un giorno in cui io ero a scrivere a casa sua, e se avevo aperto era perché, avendo notato la ragazza dalla finestra, e sapendo che la allontanavano da Marthe, non volevo lasciarle credere che Marthe le serbasse rancore per quella penosa separazione. Forse era venuta di nascosto e a prezzo d’infinite difficoltà. Così potevo annunciare a  Marthe che il sentimento di Svéa per lei era intatto. E  terminavo la lettera esprimendo il conforto d’aver potuto parlare di Marthe, in casa sua, con la sua più intima amica.

Questo allarme mi fece maledire l’amore che ci forza a render conto dei nostri atti, quando avrei tanto voluto non rendere mai conto, a me più che agli altri.

Mi dicevo che, tuttavia, l’amore offre dei grandi vantaggi poiché tutti gli uomini rimettono nelle sue mani la loro libertà. M’auguravo d’essere molto forte per fare a meno dell’amore e, così, non dover sacrificare nessuno dei mie desideri. Ignoravo che servitù per servitù, era meglio ancora essere servi del suo cuore che schiavo dei suoi sensi.

Come l’ape bottina e arricchisce l’alveare — di tutti i suoi desideri che la prendono per la via –, un innamorato arricchisce il suo amore. Ne fa beneficiare la sua amante. Non avevo ancora scoperto questa disciplina che dà alle nature infedeli la fedeltà. Che un uomo desideri una ragazza e trasporti questo calore sulla donna che ama, il suo desiderio più vivo perché insoddisfatto lascerà credere a questa donna che lei non è mai stata amata di più. Viene ingannata, ma la morale, secondo la gente, è salva. Il libertinaggio inizia con tali calcoli. Dunque, non si condanni troppo in fretta certi uomini capaci d’ingannare la loro amante al culmine del loro amore; che non li si accusi d’essere frivoli. A loro ripugna questo sotterfugio e non si sognerebbero nemmeno di confondere la loro felicità con i loro piaceri.

Marthe attendeva che mi discolpassi. Mi supplicò di perdonarle i suoi rimproveri. Lo feci, non senza complimenti. Lei scrisse al padrone di casa, pregandolo ironicamente d’ammettere che in sua assenza io aprissi a una delle sue amiche.

Quando Marthe tornò, gli ultimi giorni d’agosto, non abitò più a J…, ma a casa dei suoi genitori, che prolungavano la loro villeggiatura. Quel nuovo scenario dove Marthe aveva sempre vissuto mi servì d’afrodisiaco. La fatica sensuale, il segreto desiderio di un sonno solitario, sparirono. Non passai neppure una notte dai miei. Io ardevo, mi affrettavo, come quelli che devono morire giovani e accelerano i tempi. Volevo  approfittare di Marthe prima che la maternità la rovinasse.

Quella camera da ragazza, dove lei aveva rifiutato la presenza di Jacques, era la nostra camera. Sopra quel suo letto stretto, mi piaceva che i miei occhi la rincontrassero con l’abito della prima comunione. L’obbligavo a guardare fissa un’altra sua immagine, da piccola, perché nostro figlio le assomigliasse. M’aggiravo, rapito, in quella casa che l’aveva vista nascere e sbocciare. In uno stanzino, toccavo la sua culla, che volevo se ne servisse ancora, e le facevo tira fuori i suoi coprifasce, le sue mutandine, reliquie dei Grangier.

Non rimpiangevo l’appartamento di J…, dove i mobili non avevano il fascino del più brutto arredo di famiglia. Non potevano insegnarmi nulla. Al contrario, qui, mi parlavano di Marthe tutti quei mobili su cui, da piccola, aveva sicuramente battuto la testa. E poi, noi vivevamo soli, senza il consigliere municipale, senza il padrone di casa. Noi non ci preoccupavamo più dei selvaggi, passeggiando quasi nudi nel giardino, una vera isola deserta. Ci sdraiavamo sul prato, facevamo merenda sotto una pergola d’aristolochia, di caprifoglio, di vigna vergine. Bocca a bocca, ci disputavamo le prugne che raccoglievo, tutte ammaccate, tiepide di sole. Mio padre non era riuscito a ottenere che m’occupassi del mio giardino, come i miei fratelli, ma io mi prendevo cura di quello di Marthe. Rastrellavo, strappavo le erbacce. La sera d’una giornata calda, io sentivo lo stesso orgoglio d’uomo, così inebriante, a estinguere la sete della terra, dei fiori supplicanti, che a soddisfare il desiderio d’una donna. Io avevo  sempre trovato la bontà un po’ stupida: comprendevo tutta la sua forza. I fiori sbocciavano grazie alle mie cure, i polli dormivano all’ombra dopo che gli avevo gettato il becchime: quanta bontà? – Quanto egoismo! i fiori morti, i polli magri avrebbero messo tristezza nella nostra isola d’amore. Acqua e becchime venendo da me si rivolgevano più a me che ai fiori e ai polli.

In quella rinascita del  cuore, dimenticavo o disprezzavo le  mie recenti sco perte. Prendevo il libertinaggio provocato dal contatto con quella casa di famiglia per la fine del libertinaggio. Così, quell’ultima settimana d’agosto e quel mese di settembre furono la mia sola epoca di vera felicità. Non baravo, non mi ferivo, né ferivo Marthe. Non vedevo più ostacoli. Intravedevo a sedici anni un genere di vita che ci si augura nella maturità. Noi avremmo vissuto in campagna; vi saremmo restati eternamente giovani.

Disteso con lei sul prato, carezzando il suo viso con un filo d’erba, spiegavo lentamente, pacatamente, a Marthe, quale sarebbe stata la nostra vita. Marthe, dal suo ritorno, cercava un appartamento per noi a Parigi. I suoi occhi si inumidirono, quando le dichiarai che desideravo vivere in campagna: «Non avrei mai osato suggerirtelo» mi disse. «Credevo che ti saresti annoiato da solo con me, che tu sentissi la necessità della città.» «Come mi conosci male », rispondevo. Avrei voluto abitare vicino Mandres, dove noi eravamo andati a passeggiare un giorno, e dove si coltivano le rose. Poi, quando per caso, avendo cenato a Parigi con Marthe, prendemmo l’ultimo treno, avevo respirato quelle rose. Nel cortile della stazione, gli operai scaricavano immense casse che profumavano. Avevo sentito parlare per tutta l’infanzia di quel misterioso treno di rose che passava a un’ora in cui i bambini dormono.

Marthe diceva: «Le rose hanno una sola stagione. Non hai paura di trovare brutta Mandres dopo? Non sarebbe saggio scegliere un luogo meno bello, ma d’un fascino più costante? »

Mi riconoscevo bene in quel pensiero. La voglia di godere in quei due mesi di rose mi faceva dimenticare gli altri dieci mesi, e il fatto di scegliere Mandres mi addiceva ancora una prova della natura effimera del nostro amore.

Sovente, non cenavo a F… col pretesto delle passeggiate o d’inviti, restavo con Marthe.

Un pomeriggio, trovai da lei un giovane in uniforme d’aviatore. Era suo cugino. Marthe, alla quale non davo del tu, si alzò e venne a baciarmi sul collo. Suo cugino sorrise del mio imbarazzo. «Davanti a Paul non c’è niente da temere, mio caro», disse lei. «Gli ho raccontato tutto.» ero imbarazzato, ma incantato del fatto che Marthe avesse confessato a suo cugino che mi amava. Quel ragazzo, piacente e superficiale, e che si preoccupava solo della sua uniforme non regolamentare, sembrò entusiasta di questo amore. Vi vedeva un bello scherzo giocato a Jacques che disprezzava per non essere né aviatore né habitué dei bar.

Paul rievocava tutti i giochi d’infanzia di cui  quel giardino era stato il teatro. Io facevo domande, avido di quella conversazione che mi mostrava Marthe sotto una luce inattesa. Allo stesso tempo, provavo tristezza. Ero troppo vicino all’infanzia per dimenticarne i giochi ignoti ai genitori, sia  perché i grandi non conservano alcuna memoria di quei giochi, sia perché quei giochi vengono visti come un male inevitabile. Io ero geloso del passato di Marthe.

Siccome raccontammo a Paul, ridendo, l’odio del proprietario di casa e del ricevimento dei Marin, lui, che era in vena, ci propose la sua garçonnière di Parigi.  Notai che Marthe non osò confessargli che il progetto di vivere insieme. Si vedeva che avrebbe incoraggiato il nostro amore, come divertimento, ma che avrebbe seguito la corrente il giorno dello scandalo.

Marthe si alzava da tavola e serviva. I domestici avevano seguito Mme Grangier in campagna, perché, sempre per prudenza, Marthe diceva che le piaceva vivere solo come Robinson. I suoi, che consideravano la figlia una romantica, e che i romantici sono come i pazzi che non vanno contraddetti, la lasciavano sola.

Restammo a lungo a tavola. Paul portava su le migliori bottiglie. Eravamo allegri, di un’allegria che forse ci sarebbe dispiaciuta, poiché Paul si comportava da confidente d’un adulterio qualsiasi. Prendeva in giro Jacques. Tacendo, rischiavo di farle notare la sua mancanza di tatto; preferivo stare al gioco piuttosto che umiliare quel cugino accomodante.

Quando guardammo l’ora, l’ultimo treno per Parigi era passato. Marthe propose un letto. Paul accettò. Detti a Marthe una tale occhiataccia che lei aggiunse: «Beninteso, mio caro, tu resti.» Ebbi l’illusione d’essere a casa mia, sposo di Marthe, e di ricevere un cugino di mia moglie, quando, sulla soglia della nostra camera, Paul ci diede la buonanotte, baciando sua cugina sur le guance nel modo più naturale del mondo.

Alla fine di settembre, capii bene che lasciare quella casa era lasciare la felicità. Ancora qualche mese di grazia, e avremmo dovuto scegliere, vivere nella menzogna o nella verità, non più a nostro agio qui come là. Siccome era necessario che Marthe non fosse abbandonata dai suoi, prima della nascita di nostro figlio, alla fine osai informarmi se aveva avvertito Mme Grangier della sua gravidanza. Lei mi disse di sì, e che aveva avvisato Jacques. Ebbi dunque un’occasione di costatare che talvolta mi mentiva, poiché, nel mese di maggio, dopo la licenza di Jacques, m’aveva giurato che lui non le si era  avvicinato.

La notte scendeva sempre più presto; e il fresco delle sere impediva le nostre passeggiate. Era difficile per noi vederci à J… Perché non scoppiasse uno scandalo, dovevamo prendere delle precauzioni da ladri, spiare nella strada l’assenza dei Marin e del padrone di casa.

La tristezza di quel mese d’ottobre, di quelle sere fresche, ma non abbastanza per accendere il fuoco, ci suggeriva di andare a letto alle cinque. Dai miei coricarsi il giorno significava essere malati, quel letto delle cinque mi affascinava. Non immaginavo  che altri lo facessero. Ero solo con Marthe, disteso, fermo, in mezzo  a ‘un mondo attivo.  Osavo appena guardare Marthe nuda. Allora ero mostruoso? Sentivo il rimorso della più nobile attività dell’uomo. D’aver rovinato la grazia di Marthe, di vedere il suo ventre crescere, io mi consideravo come un vandalo. All’inizio del nostro amore, quando io la mordevo, non mi diceva lei: «Segnami»? Non l’avevo segnata nel modo peggiore?

Adesso Marthe non era per me solamente la più amata, che non vuol dire la meglio amata delle amanti, ma faceva le veci di tutto. Non pensavo nemmeno ai miei amici; li temevo invece, sapendo che credono di renderci un servizio stornandoci dalla nostra strada. Fortunatamente, loro giudicano le nostre amanti insopportabili e indegne di noi. È la nostra sola salvaguardia. Quando non va più così, le nostre amanti rischiano di diventare le loro.

Mio padre cominciava a spaventarsi. Ma avendo sempre preso la mia difesa contro sua sorella e mia madre, non voleva avere l’aria di ritrattare, ed era senza dire niente che concordava con loro. Con me, si dichiarava pronto a tutto per separarmi da Marthe. Avrebbe avvisato i suoi, suo marito… Il giorno dopo, mi lasciava libero.

Io intuivo la sua debolezza. Ne approfittavo. Osavo rispondere. L’opprimevo nello stesso modo di mia madre e di mia zia, rimproverandolo di far operare troppo tardi la sua autorità. Non aveva voluto che conoscessi Marthe? Si mortificava a sua volta. Un’atmosfera tragica circolava in casa. Che esempio per i miei due fratelli! Mio padre prevedeva già di non poter rispondere loro un giorno, quando loro avrebbero giustificato la loro indisciplina con la mia.

Fino ad allora lui credeva a un amoretto, ma, nuovamente, mia madre scoprì una corrispondenza. Gli portò trionfalmente le carte del suo processo. Marthe parlava del nostro avvenire e di nostro figlio!

Mia madre mi considerava ancora  troppo  bimbo per d  oversi aspettare da me ragionevolmente un nipotino o una nipotina. Le sembrava impossibile essere già nonna alla sua età. In fondo, era per lei la prova migliore che quel figlio non era il mio.

L’onestà può raggiungere i sentimenti più vivi. Mia madre, con la sua profonda onestà, non poteva ammettere che una moglie potesse avere una relazione d’amore. Che io fosse l’amante di Marthe significava per mia madre che lei ne aveva altri. Mio padre sapeva come possa essere falso un tal ragionamento, ma l’utilizzava per gettare turbamento nella mia anima, e diminuire Marthe. Mi lasciò intendere che ero il solo a non « sapere ». Io replicai che la calunniavano così a causa del suo amore per me. Mio padre, che non voleva che beneficiassi di quelle dicerie, mi assicurò che  precedevano la nostra relazione, e persino il suo matrimonio.

Dopo aver conservato a casa nostra una facciata degna, mio padre perdeva ogni ritegno, e, quando non ero rientrato per più giorni, mandava la cameriera da Marthe, con un biglietto a me indirizzato, in cui m’ordinava di rientrare d’urgenza; altrimenti avrebbe denunciato la mia fuga alla prefettura di polizia e citato in giudizio Mme L. per sottrazione di minore.

Marthe salvava le apparenze, assumeva  un’aria sorpresa, diceva alla cameriera che mi avrebbe consegnato la busta alla mia prima visita. Io rientravo un po’ più tardi, maledicendo la mia età. M’impediva di appartenermi. Mio padre non apriva la bocca, nemmeno mia madre. Sfogliavo il codice senza trovare gli articoli di legge concernenti i minori. Con una incoscienza notevole, non credevo che la mia condotta potesse portarmi in casa di correzione. Infine, dopo aver esaurito vanamente il codice, andai sul Grand Larousse, dove rilessi dieci volte l’articoloe « minore », senza scoprire niente che ci riguardasse.

Il giorno dopo, moi padre mi lasciava ancora libero.

Per chi ricercasse i motivi del suo strano comportamento, li riassumo in tre righe: mi lasciava agire a modo mio. Poi, se ne vergognava. Minacciava, più furioso contro di sé che contro di me. Alla fine, la vergogna d’essersi incollerito lo spingeva ad allentare le briglie.

Riguardo Mme Grangier, era stata messa in guardia, al suo ritorno dalla campagna, dalle domande insidiose dei vicini. Fingendo di credere che fossi un fratello di Jacques, l’avevano informata della nostra vita in comune. Siccome Marthe, d’altronde, non poteva trattenersi dal pronunciare il mio nome per un nonnulla, e dal sopportare qualunque cosa avessi fatto o detto, sua madre non restò a lungo a dubitare sulla personalità del fratello di Jacques.

Lei perdonava ancora, certa che il figlio, che credeva di Jacques, mettesse fine all’avventura. Non raccontò nulla a M. Grangier, per timore che scoppiasse uno scandalo. Ma metteva questa discrezione sul conto d’una grandezza d’animo di cui le importava avvertire Marthe perché gliene fosse grata. Per provare a sua figlia che lei sapeva tutto, la assillava di continuo, parlava per sottintesi, e così maldestramente che M. Grangier, quand’era solo con sua moglie la pregava di aver riguardo della loro povera piccola, innocente, alla quelle continue supposizioni avrebbero finito per far perdere la testa. Al che Mme Grangier rispondeva delle volte con un semplice sorriso, in modo da lasciargli intendere che la loro figlia aveva confessato.

Quell’atteggiamento, e il suo atteggiamento precedente, all’epoca della prima licenza di Jacques, m’incitava a credere che Mme Grangier, pur avendo disa pprovato completamente sua figlia, per l’unica soddisfazione di dar torto a suo marito e a suo genero, le avrebbe dato ragione davanti a loro. In fondo, Mme Grangier ammirava Marthe per aver ingannato suo marito, cosa che lei stessa non aveva mai osato fare, sia per scrupolo, sia per mancanza d’occasioni. Sua figlia la vendicava d’esser stata, così credeva, incompresa. Stupidamente idealista, si limitava a volergliene d’amare un ragazzo così giovane come me, e meno adatto di ogni altro a comprendere la « délicatesse féminine ».

I Lacombe, che Marthe visitava sempre meno, non potevano, abitando a Parigi, sospettare niente. Semplicemente, Marthe, che appariva sempre più bizzarra, piaceva loro sempre meno. Erano inquieti per l’avvenire. Si domandavano che ne sarebbe stato di quella relazione tra qualche anno. Tutte le madri, per principio, non desiderano altro che le nozze per i loro figli, ma disapprovano la moglie che i figli scelgono. La madre di Jacques dunque lo compiangeva d’aver una simile moglie. Quanto a Mlle Lacombe, la principale ragione delle sue maldicenze proveniva dal fatto che Marthe, serbava, lei sola, il segreto d’un idillio spinto piuttosto avanti, l’estate in cui aveva conosciuto Jacques in riva al mare. Esta sorella preannunciava il più fosco avvenire alla coppia, diceva che Marthe avrebbe ingannato Jacques, se par caso non l’avesse già fatto.

L’accanimento della sua sposa e di sua figlia talvolta costringevano ad allontanarsi da tavola M. Lacombe, brava persona, che amava Marthe. Allora, madre e figlia si scambiavano uno sguardo eloquente. Quello di Mme Lacombe esprimeva: «Vedi, mia piccola, come certe donne sanno stregare i nostri uomini.» quello di Mlle Lacombe: «È perché io non sono una Marthe che non trovo marito.» In realtà, la sventurata, con il pretesto di «altri tempi altri costumi» e che il matrimonio non si concludeva più come un tempo, faceva fuggire i mariti non mostrandosi molto ribelle. Le sue speranze di matrimonio duravano solo quanto dura una stagione balneare. I giovanotti promettevano di venire assai presto a Paris, e domandare la mano di Mlle Lacombe. E poi non davano più segni di vita. Il cruccio principale di Mlle Lacombe, che stava per arrivare a venticinque anni rimanendo zitella, era forse che Marthe avesse trovato così facilmente un marito. Si consolava dicendosi che solo uno sciocco come suo fratello aveva potuto lasciarsi prendere al laccio.

Tuttavia, quali che fossero i sospetti delle famiglie, nessuno pensava che il figlio di Marthe potesse avere un altro padre oltre Jacques. Io ne ero assai offeso. Ci furono anche dei giorni in cui io accusavo Marthe d’essere vigliacca, per non aver ancora detto la verità. Incline a vedere dappertutto una debolezza che era solo la mia, pensavo, dato che Mme Grangier aveva glissato sull’inizio del dramma, che  avrebbe chiuso gli occhi fino alla fine.

La tempesta s’avvicinava. Mio padre minacciava di mandare certe lettere a Mme Grangier. Mi auguravo che eseguisse le sue minacce. Poi, riflettevo. Mme Grangier avrebbe nascosto le lettere a suo marito. Del resto, l’uno e l’altra avevano interesse a che non scoppiasse una bufera. E io soffocavo. Invocavo quella burrasca. Quelle lettere, era a Jacques direttamente che mio padre doveva spedirle.

Il giorno dell’ira in cui mi disse che era cosa fatta, gli sarei saltato al collo. Finalmente! Finalmente, mi rendeva il servizio di comunicare a Jacques ciò che importava che sapesse. Compativo mio padre di credere il mio amore così debole. E poi, quelle lettere avrebbero posto termine a quelle in cui Jacques s’inteneriva su nostro figlio. La mia febbre m’impediva di comprendere quanto quell’azione avesse di folle, d’impossibile. Io cominciai a veder giusto solo quando mio padre, più calmo, il girono dopo, mi rassicurò, lui credeva, confessandomi la sua menzogna. La considerava inumana. Certo. Ma dove si trovano l’umano e l’inumano?

Esaurivo la mia forza nervosa in viltà, in audacia, sfibrato dalle mille contraddizioni della mia età alle prese con un’avventura da uomo.

L’amore anestetizzava in me tutto ciò che non era Marthe. Io non pensavo che mio padre potesse soffrire. Giudicavo tutto così falsamente e miseramente che finivo per credere che la guerra fosse dichiarata tra lui e me. Così, non era soltanto per l’amore che portavo a Marthe che calpestavo i miei doveri filiali, ma talvolta, oserei confessarlo, per spirito di rappresaglia!

Non davo più molta attenzione alle lettere che mio faceva recapitare a Marthe. Era lei che mi supplicava di tornare più spesso da lei, di mostrarmi ragion evole. Allora esclamavo: «Ora anche tu ti schieri contro di me?» Stringevo i denti, pestavo i piedi. Nel fatto che fossi in uno stato d’animo simile, al pensiero che sarei stato lontano da lei per qualche ora, Marthe vi vedeva il segno della passione. Questa certezza d’essere amata le dava una fermezza che non avevo mai visto prima in lei. Sicura che avrei pensato a lei, insisteva perché io rientrassi a casa mia.

Mi resi conto subito da dove veniva il suo coraggio. Cominciai a cambiare la tattica. Facevo finta di arrendermi alle sue ragioni. Allora, d’un tratto, aveva un’altra faccia. Nel vedermi così saggio (o così leggero), la prendeva la paura che l’amassi meno. A sua volta, lei mi supplicava di restare, tanto aveva bisogno d’essere rassicurata.

Eppure, una volta, non vi riuscì. Era già da tre giorni che non mettevo piede in casa dei miei, e affermai a Marthe che avevo intenzione di passare ancora una notte con lei. Lei fece di tutto per stornarmi da questa decisione: carezze, minacce. Seppe persino fingere a sua volta. Finì per dichiarare che, se non fossi rientrato dai miei, sarebbe andata a dormire dai suoi.

Le risposi che mio padre non avrebbe tenuto alcun conto di questo bel gesto. Ebbene! Non sarebbe andata da sua madre. Sarebbe andata in riva alla Marne. Avrebbe preso freddo, poi sarebbe morta; si sarebbe finalmente liberata di me: «Abbi almeno pietà di nostro figlio», diceva Marthe. «Non compromettere la sua esistenza per diletto. » Lei m’accusava di divertirmi con il suo amore, di volerne conoscere i limiti. Davanti a una tale insistenza, le ripetevo il proposito di mio padre: lei mi ingannava con chiunque; non me la sarei fatta fare. «Una sola ragione», le dissi, «t’impedisce di cedere. Tu questa sera ricevi uno dei tuoi amanti.» Cosa rispondere a ingiustizie così folli? Lei si voltò. La rimproveravo di non fremere affatto di fronte all’oltraggio. Infine, agii così bene che lei acconsentì a passare la notte con me. A condizione che non fosse da lei. Non voleva per nessuna cosa al mondo che i suoi padroni di casa potessero dire il giorno dopo al messaggero dei miei che lei era là.

Dove dormire?

Noi eravamo dei bambini in piedi su una sedia, fieri di superare di una testa i grandi. Le circostanze ci elevavano, ma noi restavamo inetti. E se, per lo stesso fatto della nostra inesperienza, certe cose complicate ci sembravano del tutto semplici, cose semplicissime, al contrario, diventavano degli ostacoli. Noi non avevamo mai osato servirci della garçonnière di Paul. Non pensavo che fosse possibile spiegare alla portinaia, passandole una mancia, che noi ci saremmo andati qualche volta.

Dunque, dovevamo dormire all’hotel. Non c’ero mai stato. Tremavo alla prospettiva di varcare la soglia.

L’infanzia cerca dei pretesti. Sempre chiamata a giustificarsi davanti ai genitori, è fatale che menta.

Persino davanti al cameriere d’un albergo equivoco, pensavo di dovermi giustificare. Per questo, con il pretesto che avevamo bisogno di biancheria e qualche oggetto da toilette, costrinsi Marthe a fare una valigia. Avremmo chiesto due camere. Ci avrebbero creduti fratello e sorella. Mai avrei osato chiedere una camera singola, la mia età (l’età in cui ci si fa buttare fuori dai casini) mi avrebbe esposto a delle mortificazioni.

Il viaggio, alle undici di sera, fu interminabile. C’erano due persone nel nostro vagone: una donna riaccompagnava il marito, un capitano, alla Gare de l’Est. Il vagone non era né riscaldato, né illuminato. Marthe appoggiava la sua testa contro il vetro umido. Stava al capriccio d’un ragazzino crudele. Io mi vergognavo molto, e soffrivo, pensando come Jacques, sempre più così tenero con lei, meritasse più di me d’essere amato.

Non potei impedirmi di giustificarmi, a voce bassa. Lei scosse la testa: «Preferisco», mormorò, «essere infelice con te che felice con lui.» ecco delle parole d’amore che non vogliono dire niente, e che ci si vergogna a riportare, ma che, pronunciate dalla bocca amata, ci inebriano. Credetti persino di comprendere la frase di Marthe. Ma cosa significava esattamente? Si può forse essere felici con qualcuno che non si ama?

E mi chiedevo, mi chiedo ancora, se l’amore ci dà il diritto il diritto di strappare una donna a un destino, forse mediocre, ma pieno di quiete. «Preferisco essere infelice con te.»: quelle parole contenevano un rimprovero incosciente? Indubbiamente, Marthe, perché mi amava, con me aveva conosciuto delle ore che con Jacques non aveva idea, ma quei momenti felici mi davano il diritto d’essere crudele?

Scendemmo alla Bastiglia. Il freddo, che supporto perché lo vedo la cosa più pulita del mondo, era, in quell’atrio della stazione, più sudicio del caldo in un porto di mare, e senza la gaiezza che compensa. Marthe si lamentava dei crampi. S’attaccava al mio braccio. Coppia lamentosa, che si dimenticava della sua bellezza, della sua giovinezza, vergognosa di sé come una coppia di mendicanti!

Credevo ridicola la gravidanza di Marthe, e camminavo a occhi bassi. Ero ben lontano dall’orgoglio paterno.

Noi erravamo sotto la pioggia glaciale, tra la Bastiglia e la Gare de Lyon. A ogni hotel, per non entrare, inventavo una pessima scusa. Dicevo a Marthe che cercavo un hotel conveniente, un hotel di viaggiatori, nient’altro che viaggiatori.

Una volta sulla piazza della Gare de Lyon, diventò difficile tirarmi indietro. Marthe mi intimò d’interrompere questo supplizio.

Mentre lei attendeva fuori, entrai in una hall, sperando in non so che. L’inserviente mi chiese si desideravo una camera. Era facile rispondere sì. Fu troppo facile, e, cercando una scusa come un topo d’albergo preso con le mani nel sacco, gli chiesi di Mme Lacombe. Glielo chiesi, arrossendo e temendo che mi rispondesse: «Scherzate, giovanotto? E fuori in strada.» Consultò i registri. Dovevo aver sbagliato indirizzo. Uscii, spiegando a Marthe che non c’erano più camere e non ne avremmo trovate nel quartiere. Respirai. M’affrettavo comme un ladro che scappa.

Poco fa, la mia idea fissa di fuggire da quegli hotel dove portavo Marthe di forza m’impediva di pensare a lei. Adesso, la guardavo, povera piccina. Trattenni le mie lacrime e quando mi domandò dove avremmo cercato un letto, la supplicai di non avercela con un malato, e di ritornare saggiamente lei a J., io dai miei. Malato e saggiamente! Fece un sorriso meccanico sentendo quelle parole fuori posto.

La mia vergogna rese drammatico il ritorno. Quando, dopo le crudeltà di quel genere, Marthe aveva la sventura di dirmi: «Però, come sei stato cattivo», m’arrabbiavo, la trovavo ingenerosa. Se, al contrario, se ne stava zitta, aveva l’aria di dimenticare, mi prendeva la paura che agisse così, perché lei mi considerava come un malato, un demente. Allora, non avevo pace finché non le facevo dire che non avrebbe dimenticato affatto, e che, si lei mi perdonava, non dovevo perciò approfittare della sua clemenza; che un giorno, stanca dei miei maltrattamenti, la sua fatica avrebbe prevalso sul nostro amore, e mi avrebbe lasciato solo. Quando la forzavo a parlarmi con questa energia, e sebbene non credessi alle sue minacce, provavo un dolore delizioso, paragonabile, e più forte, all’emozione che mi davano le montagne russe. Allora, mi precipitavo su Marthe, la baciavo con più passione che mai.

«Ripetimi che tu mi lascerai», le dicevo, ansante e stringendola tra le mie braccia, fino a frantumarla. Sottomessa, come non potrebbe nemmeno esserlo una schiava, ma solo una medium, ripeteva, per farmi piacere, delle frasi di cui di cui lei non capiva niente.

Quella notte degli hotel fu decisiva, cosa di cui mi resi poco conto dopo tante altre stravaganze. Ma se credevo che tutta una vita potesse trascinarsi in   quel modo, Marthe, in un angolo del vagone al ritorno, spossata, sconvolta, battendo i denti, capì tutto. Forse lei vide anche che al termine di questa corsa di un anno, in una une vettura follemente guidata, non poteva esserci altra scappatoia che la morte.

Il giorno dopo  trovai Marthe a letto, come suo solito. Volli raggiungerla; lei mi respinsa, teneramente. «Non mi sento molto bene», diceva, «vattene, non restare vicino a me. Prenderai il mio raffreddore.» Tossiva, aveva la febbre. Mi disse, sorridendomi, per non aver l’aria di farmi un rimprovero, che era il giorno prima che doveva aver preso freddo. Malgrado il suo panico, mi impedì di andare a cercare il dottore. «Non è nulla», diceva. «Ho solo bisogno di stare al caldo.» In realtà lei non voleva, mandandomi dal dottore, di compromettersi agli occhi di quel vecchio amico di famiglia. Io avevo un tale bisogno d’essere rassicurato che il rifiuto di Marthe mi risollevò dalle mie inquietudini. Queste resuscitarono, e più forti di prima, quando, mentre stavo per andare a cenare dai miei, Marthe mi domandò se potevo fare giro e lasciare una lettera dal dottore.

L’indomani, arrivando a casa di Marthe, incrociai il dottore per le scale. Non osai chiedergli niente, e lo guardai ansiosamente. La sua aria calma mi sollevò: era solo un atteggiamento professionale.

Entrai da Marthe. Dov’era lei? La camera era vuota. Marthe piangeva, con la testa nascosta sotto le coperte. Il medico la condannava a non lasciare la stanza fino al parto. Inoltre, il suo stato esigeva delle cure; occorreva che lei soggiornasse dai suoi. Ci separavano.

Non si ammette  la sventura. Solo la felicità sembra dovuta. Ammettendo questa separazione senza ribellarsi, io non mostravo coraggio. Semplicemente, io non ci capivo nulla. Ascoltavo, istupidito, la prescrizione del medico, come un condannato ascolta la sua sentenza. Se non impallidisce: «Che coraggio!», dicono. Per niente: è piuttosto mancanza d’immaginazione. Quando lo svegliano per l’esecuzione, allora, si rende conto della sentenza. Ugualmente, capii che non ci saremmo più rivisti solo quando vennero ad annunciare a Marthe la vettura mandata dal dottore. Aveva promesso di non avvertire nessuno, Marthe esigeva d’arrivare da sua madre all’improvviso.

Feci fermare a qualche distanza dalla casa dei Grangier. La terza colte che il vetturino si voltò, scendemmo. Quell’uomo credeva di sorprendere il nostro terzo bacio, sorprendeva sempre lo stesso. Lasciavo Marthe senza prendere le minime disposizioni peur scriverci, quasi senza dirle au revoir, come una persona che dobbiamo raggiungere un’ora dopo. Già delle vicine curiose si mostravano alle finestre.

Mia madre notò che avevo gli occhi rossi. Le mie sorelle risero perché per due volte di seguito lasciai cadere il cucchiaio  nella minestra. Il pavimento si capovolgeva. Non avevo il mal di mare per la sofferenza. Del resto, non penso di poter trovare un paragone migliore del mal di mare per quelle vertigini del cuore e dell’anima. La vita senza Marthe, era una lunga traversata. Sarei arrivato? Come, ai primi sintomi del mal di mare, ce ne infischiamo di raggiungere il porto e ci si augura di morire sul posto, io mi preoccupavo poco dell’avvenire. Di lì a qualche giorno, il male, meno tenace, mi lasciò il tempo di pensare alla terra ferma.

I genitori di Marthe non avevano da indovinare granché. Non si accontentavano di far sparire le lettere. Le bruciavano davanti a lei, nel camino della sua camera. Le sue erano scritte a matita, appena leggibili. Suo fratello le imbucava.

Non avevo più da sorbirmi le scenate  familiari. Riprendevo le buone conversazioni con mio padre, la sera, davanti al fuoco. In un anno, ero diventato uno straniero per le mie sorelle. Si riavvicinavano, si riabituavano a me. Prendevo la più piccola sulle mie ginocchia, e, approfittando della penombra, la stringevo con una tale violenza, che lei si dibatteva, un po’ ridendo, un po’ piangendo. Pensavo a mio figlio, ma ero triste. Mi sembrava impossibile aver per lui una tenerezza più forte. Ero maturo perché un bebè fosse per me qualcos’altro che un fratello o una sorella?

Mio padre mi consigliava delle distrazioni. Quei consigli sono generati dalla calma. Cosa dovevo fare, salvo quello che non avrei già fatto? Al suono del campanello, al passaggio d’una vettura, trasalivo. Spiavo nella mia prigione il minimo segnale di liberazione.

A forza di far la vedetta ai rumori che potevano annunciare qualcosa, le mie orecchie, un giorno, sentirono le campane. Erano quelle dell’armistizio.

Per me, l’armistizio significava il ritorno di Jacques. Già lo vedevo al capezzale di Marthe, senza che potessi far nulla. Ero perduto.

Moi padre tornò a Parigi. Volevo che ci tornassi insieme a lui: «non bisogna mancare ad una simile festa, » Non osai refiutare. Temevo di sembrare un mostro. Poi, tutto sommato, nella mia frenesia di sventura, non mi dispiaceva andare a  vedere la gioia degli altri.

Confesso che non m’ispirava una grande invidia. Mi sentivo il solo in grado di provare i sentimenti che si attribuiscono alla folla. Cercavo il patriottismo. La mia ingiustizia, forse, mi mostrava solo l’allegria d’un congedo inatteso: i caffè aperti fino a tardi, il diritto per i militari d’abbracciare le sartine. Quello spettacolo, che avevo pensato m’affliggesse, che mi rendesse geloso, oppure che mi distraesse per il contagio d’un sentimento sublime, m’annoiò come una festa di Sainte-Catherine.

Da qualche giorno non mi arrivava nessuna lettera. Uno dei rari pomeriggi in cui cadde la neve cadde, i miei fratelli mi consegnarono un messaggio dei Grangier. Era una lettera glaciale di Mme Grangier. Mi pregava di venire al più presto. Cosa poteva volere da me? La fortuna d’essere in contatto, sebbene indiretto, con Marthe, étouffa le mie inquietudini. Immaginavo Mme Grangier che mi proibiva di rivedere sua figlia, di corrispondere con lei, ed io, che l’ascoltavo a testa bassa, come un cattivo scolaro. Incapace d’esplodere, di arrabbiarmi, nessun gesto avrebbe manifestato il mio odio. L’avrei salutata con gentilezza, e la porta si sarebbe chiusa per sempre. Allora, avrei trovato le risposte, gli argomenti in mala fede, le parole sferzanti che avrebbero potuto lasciare a Mme Grangier un’immagine dell’amante di sua figlia  meno pietosa di quella d’un collegiale preso con le mani nel sacco. Io prevedevo la scena, secondo per secondo.

Quando entrai nel salottino, mi sembrò di rivivere la mia prima visita. Quella visita significava allora che forse non avrei più rivisto Marthe.

Mme Grangier entrò. Soffrii per lei della sua bassa statura, perché si sforzava d’essere altera. Si scusò d’avermi disturbato per niente. Affermò d’avermi mandato quel messaggio per avere un’informazione troppo complicata da chiedersi per scritto, ma che nel frattempo aveva avuto quell’informazione. Quell’assurdo mistero mi tormentò più di qualsiasi catastrofe.

Nei pressi della Marne, incontrai il  piccolo Grangier, poggiato contro un cancello. Aveva preso una palla di neve in piena faccia. Piagnucolava. Io lo consolai, gli chiesi di Marthe. Sua sorella chiedeva di me, mi disse. La madre non voleva saperne niente, ma il padre aveva detto: «Marthe peggiora, esigo che le si obbedisca.»

Compresi in un secondo l’atteggiamento così borghese, così strano di Mme Grangier. Mi aveva chiamato per rispetto del suo sposo della volontà d’una moribonda. Ma, passato l’allarme, e Marthe era sana e salva, si riprendeva la consegna. Avrei dovuto rallegrarmi. Mi dispiaceva che  la crisi non fosse durata il tempo di lasciarmi vedere la malata.

Due giorni dopo,  Marthe mi scrisse . Non faceva alcuna allusione alla mia visita. Forse gliel’avevano nascosta. Marthe parlava del nostro avvenire, con un tono speciale, sereno, celeste, che mi turb ava un po’. Probabilmente l’amore è la forma più violenta dell’egoismo, perché, cercando una ragione al mio turbamento, mi dissi che ero geloso di nostro figlio, su cui Marthe oggi m’intratteneva più che su me stesso.

L’aspettavamo per marzo. Un venerdì di gennaio, i miei fratelli, tutti ansimanti, ci annunciarono che il piccolo Grangier aveva un nipote. Non compresi la loro aria di trionfo, né perché avevano tanto corso. Non dubitavano certo che la notizia potesse essere straordinaria ai miei occhi. Ma uno zio per i miei fratelli era una persona vecchia. Che il piccolo Grangier fosse aveva dunque un che di prodigioso, ed erano accorsi per farci condividere la loro meraviglia. E l’oggetto che noi abbiamo costantemente sotto gli occhi che noi riconosciamo con più difficoltà, se lo si sposta un po’. Nel nipote del piccolo Grangier, non riconobbi immediatamente il figlio di Marthe, mio figlio.

Il panico che in un luogo pubblico produce un corto circuito, era la scena che avevo in me. All’improvviso, tutto divenne nero in me. In quelle tenebre, i miei sentimenti cozzavano; mi cercavo, cercavo a tastoni delle date, delle chiarimenti. Contavo sulle dita come avevo visto fare qualche volta a Marthe, senza averla allora sospettata di tradimento. D’altra parte quell’esercizio non serviva a nulla. Non sapevo più contare. Cos’era quel bambino che noi aspettavamo a marzo, e che nasceva a gennaio? Tutte le spiegazioni che cercavo per quell’anomalia, era la mia gelosia a fornirle. D’un tratto, ebbi piena certezza. Quello era il figlio di Jacques. Non era venuto in licenza  nove mesi prima ? Così, da allora, Marthe mi mentiva. D’altronde, non mi aveva già mentito circa quella licenza! Non mi aveva poi giurata d’essersi negata a Jacques in quei maledetti quindici giorni, per confessarmi, molto tempo dopo, che più volte l’aveva posseduta!

Non avevo mai pensato con tanta profondità che quel figlio potesse essere quello di Jacques. E se, all’inizio della gravidanza di Marthe, avevo potuto augurarmi vigliaccamente che fosse così, dovevo ben confessarmi, oggi, di credermi di fronte all’irreparabile, e che, cullato per mesi dalla certezza della mia paternità, amavo quel bambino, quel bambino che non era il mio. Perché dovevo sentire il cuore d’un padre, in momento in cui apprendevo che non lo ero?

È evidente, mi trovavo in un caos incredibile, e come fossi stato gettato in acqua, in piena notte, senza saper nuotare. Non capivo più niente. Una cosa soprattutto che non capivo era l’audacia di Marthe, d’aver dato il mio nome a quel figlio illegittimo. In certi momenti vi vedevo una sfida lanciata alla sorte che non aveva voluto che quel bambino fosse il mio, in altri, non vi volevo vedere altro che una mancanza di tatto, uno di quegli errori di gusto che più volte m’avevano choccato in Marthe, e che erano solo il suo eccesso d’amore.

Avevo cominciato una lettera piena d’ingiurie. Credevo di dovergliela, per dignità! Ma  le parole non venivano, perché il mio spirito era altrove, nelle regioni più nobili.

Strappai la lettera. Ne scrissi un’altra, dove lascia vo parlare il mio cuore. Chiedevo perdono a Marthe Perdono di che? Forse che quel figlio fosse di Jacques. La supplicavo di amarmi comunque.

L’uomo molto giovane è un animale ribelle al dolore. Già sistemavo in un altro modo la mia sorte. Accettavo quasi quel figlio dell’altro. Ma prima ancora che avessi finito la mia lettera, ne ricevetti una da Marthe, straripante di gioia. – Quel figlio era il nostro, nato due mesi prima del termine. Dovevano metterlo in incubatrice. «C’è mancato poco che morissi», diceva. Quella frase mi divertì come una bambinata.

Infatti, in me non c’era spazio che per la gioia. Avrei voluto far partecipare il mondo intero a quella nascita, dire ai miei fratelli che anche loro erano zii. Con gioia, mi disprezzavo: come avevo potuto dubitare di Marthe? Quei rimorsi, misti alla mia felicità, me la facevano amare più che mai, e anche mio figlio. Nella mia incoerenza, benedicevo quel qui pro quo. Tutto sommato, ero contento d’aver fatto conoscenza, per qualche istante, con il dolore. Almeno, lo credevo. Ma niente assomiglia di meno alle cose stesse di ciò che le è vicino. Un uomo che ha rischiato di morire crede di conoscere la morte. Il giorno in cui in fine si présenta a lui, non la riconosce: «Non è lei », dice, morendo.

Nella sua lettera Marthe mie diceva ancora «Ti somiglia  ». Avevo visto dei neonati, i miei fratelli e le mie sorelle, ed io sapevo che solo l’amore d’una donna può scoprire in loro la somiglianza che lei desidera. «Ha i miei occhi», aggiungeva. E solo così il suo desiderio di vederci riuniti in un unico essere poteva farle riconoscere i suoi occhi.

In casa Grangier, nessun dubbio più sussisteva. Maledicevano Marthe, ma se ne facevano complici, affinché lo scandalo non «ricadesse» sulla famiglia. Il medico, altro complice dell’ordine, nascondendo che quella nascita era prematura, si sarebbe incaricato di spiegare al marito, con qualche balla, la necessità d’una incubatrice.

I giorni seguenti, trovai naturale il silenzio di Marthe. Jacques doveva essere accanto a lei. Nessuna licenza mi aveva colpito così poco come quella, accordato al poverino per la nascita de suo figlio. In un ultimo sussulto di puerilità, sorridevo persino al pensiero che quei giorni di congedo li doveva a me.

A casa nostra si respirava la calma.

I veri presentimenti si formano a delle profondità che il nostro spirito non visita. Così, talvolta, ci fanno compiere degli atti che noi interpretiamo completamente a sproposito.

Mi credevo più tenero a causa della mia felicità  e mi rallegravo a sapere Marthe in una casa che i miei ricordi felici trasformavano in feticcio.

Un uomo disordinato che sta per morire e non lo sospetta mette subito ordine intorno a lui. La sua vita cambia. Archivia le sue carte. Si alza presto, si corica di buon’ora. Rinuncia ai suoi vizi. Chi gli sta accanto si felicita. Così la sua morte brutale sembra tanto più ingiusta. Sarebbe vissuto felice.

Ugualmente, la nuova calma della mia esistenza era la mia toilette da condannato. Mi credevo un figlio migliore perché ne avevo uno. Ora, la mia tenerezza mi riavvicinava a mio padre, a mia madre perché qualcosa in me sapeva che, tra breve, avrei avuto bisogno della loro.

Un giorno, a mezzogiorno, i miei fratelli tornarono da scuola gridando che Marthe era morta.

Il fulmine che piomba su un uomo è così rapido che lui non soffre. Ma per chi l’accompagna è un triste spettacolo. Mentre io non sentivo niente, il volto di mio padre si alterò. Spinse fuori i mie fratelli. «Uscite», balbettò. «Siete pazzi, siete pazzi. » Io, avevo la sensazione di indurirmi, di raggelarmi, di pietrificarmi. In seguito, come un secondo fa scorrere agli occhi d’un moribondo tutti i ricordi d’una esistenza, la certezza mi svelò il mio amore con tutto ciò che aveva di mostruoso. Poiché mio padre piangeva, io singhiozzavo. Allora, mia madre m’abbracciò. Gli occhi asciutti, lei mi curò freddamente, teneramente, come se si fosse trattato d’una scarlattina.

La mia sincope chiarì il silenzio della casa, i primi giorni, ai mie fratelli. Gli altri giorni non lo compresero più. Mai gli erano stati proibiti i giochi rumorosi. Tacevano. Ma, a mezzogiorno, i loro passi sui lastroni dell’atrio mi facevano perdere conoscenza come se avessero dovuto ogni volta annunciarmi la morte di Marthe.

Marthe! La mia gelosia la seguiva fino alla tomba, mi auguravo che non ci fosse niente dopo la morte. Così, è insopportabile che la persona che amiamo si trovi in numerosa compagnia ad una festa dove noi non ci siamo. Il mio cuore aveva quell’età in cui non si pensa ancora all’avvenire. Sì, era proprio il niente che desideravo per Marthe, piuttosto che un  mondo nuovo dove rincontrarla un giorno.

La sola volta che vidi Jacques fu qualche mese dopo. Sapendo che mio padre possedeva degli acquerelli di Marthe, desiderava vederli. Noi siamo sempre avidi di sorprendere ciò che ha a che fare con le creature che noi amiamo. Io volli vedere l’uomo a cui Marthe aveva dato la sua mano.

Trattenendo il respiro e camminando sulle punte dei piedi, mi diressi verso la porta socchiusa. Arrivai giusto per sentire:

 «Mia moglie è morta chiamandolo. Povera piccola! E la mia sola ragione di vita.»

Vedendo quel vedovo così  degno e che dominava la sua disperazione, capii che l’ordine, alla lunga, si mette da se stesso intorno alle cose. Non avevo appena saputo che Marthe era morta chiamandomi e che mio figlio avrebbe avuto un’esistenza ragionevole?

Pubblicato in Letteratura, Libri, Sisohpromatem, Traduzioni | Lascia un commento

In quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore 6

il giallo

Immagine | Pubblicato il di | Lascia un commento

Videoclip degli anni ’80 38

Basia

Cruising for Bruising

(Basia Trzetrzelewska)

London Warsaw New York (1989)

Cry
Come to me and cry
I know, I know, I know it’s not easy
Your heart is aching
But so is mine,
But so is mine…

How
Can I tell you why
For so long, so long, so long
I’ve been thinking
Now I know
I can’t live a lie,
Can’t live a lie…

They say true love lasts forever
If we want it
There will be waiting
A second chance
Baby but now we need time,
Time to learn,
Time to understand
Where we went wrong
‘Cause I feel so strong
We’re cruising for bruising, my baby
Second chance
Baby but now we need time,
Time to learn,
Time to understand
Where we went wrong
‘Cause I feel so strong
We’re cruising for bruising…

Go
I must let you go
Don’t stop, don’t stop
’Cause it’s better now,
When I still love you
Don’t say goodbye,
Don’t say goodbye…

They say true love lasts forever
If we want it,
There will be waiting
A second chance
Baby but now we need time,
Time to learn,
Time to understand
Where we went wrong
’Cause I feel so strong
We’re cruising for bruising my baby,
Second chance
Baby but now we need time,
Time to learn,
Time to understand
Where we went wrong
’Cause I feel so strong
We’re cruising for bruising…

…for so long, so long, so long…

So bye for now,
Don’t let it die
’Cause we can try
Some other time

So bye for now
Don’t let it die
‘Cause we can try
Some other time

Pubblicato in Musica | Lascia un commento

Israel I love

32900250_10211603743104832_7598965717030928384_n

32981065_10211603743064831_7260935770607714304_n

33110427_10211603743184834_9088914920262598656_n

Pubblicato in Media e comunicazione | Lascia un commento