25 juin 1857 : Baudelaire publie “Les Fleurs du Mal”

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These are the Americans

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20 juin 1789, Serment du Jeu de paume

« L’Assemblée nationale, considérant qu’appelée à fixer la constitution du royaume, opérer la régénération de l’ordre public et maintenir les vrais principes de la monarchie, rien ne peut empêcher qu’elle continue ses délibérations dans quelque lieu qu’elle soit forcée de s’établir, et qu’enfin, partout où ses membres sont réunis, là est l’Assemblée nationale ;

Arrête que tous les membres de cette assemblée prêteront, à l’instant, serment solennel de ne jamais se séparer, et de se rassembler partout où les circonstances l’exigeront, jusqu’à ce que la Constitution du royaume soit établie et affermie sur des fondements solides, et que ledit serment étant prêté, tous les membres et chacun d’eux en particulier confirmeront, par leur signature, cette résolution inébranlable.

Lecture faite de l’arrêté, M. le Président a demandé pour lui et pour ses secrétaires à prêter le serment les premiers, ce qu’ils ont fait à l’instant ; ensuite l’assemblée a prêté le même serment entre les mains de son Président. Et aussitôt l’appel des Bailliages, Sénéchaussées, Provinces et Villes a été fait suivant l’ordre alphabétique, et chacun des membres * présents [en marge] en répondant à l’appel, s’est approché du Bureau et a signé.

[en marge] * M. le Président ayant rendu compte à l’assemblée que le Bureau de vérification avait été unanimement d’avis de l’admission provisoire de douze députés de S. Domingue, l’assemblée nationale a décidé que les dits députés seraient admis provisoirement, ce dont ils ont témoigné leur vive reconnaissance ; en conséquence ils ont prêté le serment, et ont été admis à signer l’arrêté.

Après les signatures données par les Députés, quelques-uns de MM. les Députés, dont les titres ne sont pas [….] jugés, MM. les Suppléants se sont présentés, et ont demandé qu’il leur fût donc permis d’adhérer à l’arrêté pris par l’assemblée, et à apposer leur signature, ce qui leur ayant été accordé par l’assemblée, ils ont signé.

M. le Président a averti au nom de l’assemblée le comité concernant les subsistances de l’assemblée dès demain chez l’ancien des membres qui le composent. L’assemblée a arrêté que le procès-verbal de ce jour sera imprimé par l’imprimeur de l’assemblée nationale.

La séance a été continuée à lundi vingt-deux de ce mois en la salle et à l’heure ordinaires ; M. le Président et ses Secrétaires ont signé. »

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Giuseppe Ungaretti, “Il porto sepolto”

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Caro Francesco Totti

Caro Francesco Totti,

ho ascoltato le tue parole di ieri. Sono un romanista, un amante del calcio che ha deciso a suo tempo di scegliere Roma e la Roma. Ci sono motivi personali che mi hanno spinto ad essere romanista.

Quando hai smesso di giocare ho avvertito subito un vuoto. Adesso, che vuoi andartene definitavemente dalla Roma, questo vuoto è diventato una voragine. Ma non ne farei una tragedia.

Caro Francesco Totti,

posso capire la tua delusione e il tuo dolore, ma non posso capire le parole che hai pronunziato: “Oggi potevo anche morire. Era meglio”. Non le posso capire perché, in fondo, non resti senza niente. La vita è stata generosa con te, non dimenticarlo mai. Anche lontano dalla Roma tu resti Francesco Totti e la tua condizione sociale, economica e umana continua ad essere più che florida.

Caro Francesco Totti,

lascia che a pronunciare certe frasi siano coloro che hanno davvero perso tutto, come me. Sai cosa significa aver perso la famiglia, la casa, soldi, il lavoro, tutto? Io lo so. So che vuol dire ritrovarsi sballottare qua e là, veder gestire la propria vita dai servizi sociali, e vederla gestire senza tener conto che sei una persona, non un pacco da traslocare. So cosa si prova quando il passato pesa come un macigno e gli unici momenti felici sono quelli che la memoria recupera. Momenti in cui potevi ancora svegliarti la mattina sentendoti abbastanza sereno. Ora tutto questo non c’è più e ogni giorno che spunta è un calcio nelle palle, e nemmeno un “cucchiaio”, come quello che ti rese famoso agli Europei del 2000.

Caro Francesco Totti,

pensaci prima di parlare, pensa soprattutto a chi non vede un domani e spera, davvero, di morire. Non ti dico di pensare a me, semmai a quelli come me, che sono tanti, tantissimi in questo paese disastrato di nome Italia.

Tutti i miei in bocca al lupo, ma, per favore, non è una tragedia la tua…

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17 giugno 1970: Italia-Germania Ovest 4-3

Si è già detto tutto, o quasi, di quell’incontro di calcio definito Partita del secolo, Jahrhundertspiel, Partido del siglo, il mitico Italia-Germania Ovest 4-3, giocatosi il 17 giugno 1970 allo stadio Azteca di Città del Messico, semifinale della nona edizione della Coppa del mondo Jules Rimet, l’ultima. La nazionale italiana, recente campione d’Europa, nel 1968, si riaffacciava dopo trent’anni alla ribalta del calcio internazionale da protagonista, dopo la guerra, l’illusorio e nefasto tappabuchi Torino, i primi successi del Milan e dell’Inter nelle coppe. La Germania Ovest faceva tremare le vene e i polsi, aveva appena eliminato i campioni del mondo in carica, l’Inghilterra, con cui perse la finale di Wembley del 1966. L’Italia, salvata da una ciabattata di Domenghini contro la Svezia e da un Riva in gran spolvero nei quarti contro il Messico, affrontava i crucchi senza tante pretese. Eppure… Dopo otto minuti “Bonimba” fulminò Sepp Maier, il portiere del Bayern dalle brache lunghe, facendo sognare lo stivale fino al 92°. Poi, al difensore tedesco del Milan Karl-Heinz Schnellinger venne in mente di portarsi nei pressi degli spogliatoi, nell’aria avversaria, per farsi una doccia che lavasse la delusione… Invece vide il pallone, si trovò solo e segnò il suo unico gol in nazionale, su 47 disputati. Supplementari. La leggenda. L’incontro in sé, fino a quel maledetto 92°, fu piuttosto bruttino. L’Italia metodista e catenacciara stava per entrare in finale dopo 32 anni senza troppo sforzo. Dovette attendere i supplementari e diversi colpi di scena per sperare di conquistare definitivamente la Coppa Jules Rimet. Se fosse arrivata al match contro il Brasile più fresca, meno logorata da polemiche assurde (la staffetta Mazzola-Rivera), forse sarebbe riuscita nell’impresa. Non fu così. Oltretutto, la Coppa, vinta dal Brasile, venne rubata nel 1983 e presumibilmente fusa. In mezzo quei supplementari che hanno fatto la storia e consentito al calcio italiano di tornare ai vertici.

Chi scrive stava per compiere sei anni, la partita la intravide e la immagazzinò nel corso degli anni, rimanendo per sempre legato a quei nomi, a quel calcio. Ciò che è seguito, a parte Maradona, il Mundial dell’82 e il Milan di Sacchi, non mi ha fatto “sbattere” il cuore così tanto. La mia visione del calcio resta romantica, legata a vecchie maglie, vecchi ritmi, lontana dall’isteria collettiva, dal putrido business, da schemi e velocità non sempre apprezzabili e dalla creazione di miti di cartapesta. Sono invecchiato e non accetto di aver perso tutto ciò che sembrava umano, bello e vero. Anche quel calcio.

https://www.raiplay.it/video/2013/11/Italia—Germania-la-partita-infinita—Sfide-del-11112013-3cc24ec5-2fd8-46ea-a325-bc6d54a21132.html

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Giacomo Leopardi (29 giugno 1798 – 14 giugno 1837)

Giacomo LeopardiCanti

XXIII

CANTO NOTTURNO

DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.

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