Euro

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Quando le banconote in euro furono progettate per la prima volta nel 2002, presentavano ponti anonimi collegati ai vari momenti artistici passati per l’Europa (dal periodo romano all’età contemporanea) in modo da non creare litigi tra i diversi paesi membri.
Dieci anni dopo un architetto, per la precisione Robin Stam, li progettò tutti per la cittadina olandese di Spijkenisse costruendoli TUTTI su un unico corso d’acqua.
La città necessitava di questi collegamenti dato l’isolamento di diversi quartieri per la presenza del corso d’acqua.

Post ispirato da un recente post di Guy Verhofstadt

Si ringrazia Ussa Chabri per il contributo.

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When euro banknotes were first designed in 2002, they featured anonymous bridges connected to the various artistic moments passed through Europe (from the Roman period to the contemporary age) so as not to create quarrels between the different member countries Ten years later an architect, Robin Stam to be precise, designed them all for the Dutch town of Spijkenisse, building them ALL on a single waterway. The city needed these connections given the isolation of several districts due to the presence of the watercourse. Post inspired by a recent post by Guy Verhofstadt Thanks to Ussa Chabri for the contribution.

Post inspired by a recent post by Guy Verhofstadt

Thanks to Ussa Chabri for the contribution.

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Cherif Karamoko, “Salvati tu che hai un sogno”

   In sei anni Cherif Karamoko è passato dall’inferno della Guinea, al debutto in serie B con la maglia del Padova. In questo lasso di tempo la sua esistenza è stata sconvolta più volte. Il padre ucciso in salotto dalle milizie cristiane. La mamma portata via dall’Ebola. Il primo viaggio di nove mesi in mano ai trafficanti di uomini per raggiungere il fratello scappato in Libia dopo aver vendicato il genitore: torture, estorsioni, ricatti, vita al limite. Poi il secondo viaggio per raggiungere l’altra sponda del Mediterraneo. Il fratello che gli allunga uno dei pochissimi giubbotti di salvataggio e scompare fra le onde. L’arrivo di una nave di soccorso. La salvezza e la consapevolezza di essere rimasto solo. Le difficoltà nel centro di prima accoglienza denunciate con una camminata pacifica fino in Prefettura. Poi il trasferimento in Veneto dove alcune persone di una cooperativa sociale se ne prendono cura. Lo fanno studiare e lo portano a fare un provino per il Padova.

Cherif Karamoko, con Giulio Di Feo, Salvati tu che hai un sogno, Mondadori, Milano 2021, prefazione, pp 6-7.

Nessuna delle biografie dei grandi calciatori, soprattutto quelli di umili origini, mi sembra paragonabile alla storia di Cherif Karamoko, un ragazzo guineano di vent’anni, scampato più volte alla morte per raggiungere il suo obiettivo: giocare in una squadra di calcio in Italia. Salvati tu che hai un sogno è un libro che consiglio vivamente, se non altro per conoscere le esperienze terribili che migliaia e migliaia di ragazzi africani hanno vissuto e vivono sulla propria pelle nella speranza di un futuro migliore. La frase che dà il titolo al libro è quella che Mory, dopo il naufragio della barca in viaggio per l’Italia, rivolge a suo fratello, Cherif, nell’atto di offrirgli il proprio giubbotto di salvataggio. Mory non ce l’ha fatta, ma Cherif porta con sé la promessa da mantenere per amore del fratello, che con il suo sacrificio gli ha donato la vita e un sogno da realizzare.

Salvati tu che hai un sogno andrebbe fatto leggere ai ragazzi italiani che vivono nell’agio e sperano di far soldi diventando youtubers o influencers. Cherif Karamoko ha potuto raccogliere la sua storia, in questo è stato aiutato dal giornalista Giulio di Feo, si è fatto apprezzare ed amare per la sua serietà, la sua dedizione, la sua umiltà. Questo ragazzo non ha parlato soltanto di sé, ma di tutti gli altri suoi coetanei che la gente incontra senza avere cognizione delle vicende che li hanno portati in Italia. Leggendo questo libro ho ricordato le altre storie da me ascoltate, che non hanno avuto la fortuna d’essere pubblicate, storie di fughe da guerre, povertà, di traversate del Sahara infestato da bande armate che chiedono soldi minacciando la morte, di duro lavoro e schiavitù in Libia, di viaggi per mare che si trasformano in una carneficina, dell’arrivo in Italia…

Salvati tu che hai un sogno lo consiglio a coloro che collezionano le storie del passato dimenticando che il presente è qui fra noi e ci invita a costruire insieme il futuro.

Grazie Cherif per la tua testimonianza.       

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En six ans, Cherif Karamoko est passé de l’enfer de la Guinée, à ses débuts en Serie B avec le maillot de Padoue. Au cours de cette période, son existence a été bouleversée à plusieurs reprises. Le père tué dans le salon par les milices chrétiennes. La mère emmenée par Ebola. Le premier voyage de neuf mois entre les mains de trafiquants d’êtres humains pour rejoindre leur frère qui s’est enfui en Libye après avoir vengé son parent: torture, extorsion, chantage, vie à la limite. Puis le deuxième voyage pour atteindre l’autre côté de la Méditerranée. Le frère qui lui tend l’un des très rares gilets de sauvetage et disparaît dans les vagues. L’arrivée d’un navire de sauvetage. Le salut et la conscience d’être laissé seul. Les difficultés dans le premier centre d’accueil dénoncées avec une marche paisible vers la Préfecture. Puis le déménagement en Vénétie où des personnes d’une coopérative sociale s’en occupent. Ils le font étudier et l’emmènent passer une audition pour Padoue.

Cherif Karamoko, avec Giulio Di Feo, Salvati tu che hai un sogno, Mondadori, Milan 2021, préface, pp 6-7.

Aucune des biographies des grands footballeurs, en particulier ceux d’origine humble, ne me semble comparable à l’histoire de Cherif Karamoko, un garçon guinéen de 20 ans qui a échappé à la mort à plusieurs reprises pour atteindre son objectif: jouer pour une équipe de football en Italie. Salvati tu che hai un sogno est un livre que je recommande vivement, ne serait-ce que pour découvrir les terribles expériences que des milliers et des milliers des jeunes hommes africains ont vécu et vivent sur leur peau dans l’espoir d’un avenir meilleur. La phrase qui donne son titre au livre (Sauve-toi, toi qui as un rêve) est celle que Mory, après le naufrage du bateau voyageant en Italie, adresse à son frère, Chérif, en lui offrant son gilet de sauvetage. Mory n’a pas réussi, mais Cherif porte avec elle la promesse de tenir pour l’amour de son frère, qui avec son sacrifice lui a donné la vie et un rêve à réaliser.

Salvati tu che hai un sogno devrait être lu aux garçons italiens qui vivent tranquillement et espèrent gagner de l’argent en devenant des youtubeurs ou des influenceurs. Cherif Karamoko a pu recueillir son histoire, en cela il a été aidé par le journaliste Giulio di Feo, il a été apprécié et aimé pour son sérieux, son dévouement, son humilité. Ce jeune homme ne parlait pas seulement de lui-même, mais de tous ses autres pairs que les gens rencontrent sans avoir connaissance des événements qui les ont amenés en Italie. En lisant ce livre je me suis souvenu des autres histoires que j’ai entendues, qui n’ont pas eu la chance d’être publiées, des histoires d’évasions de guerres, de pauvreté, de traversée du Sahara infestée par des bandes armées qui demandent de l’argent menaçant de mort, de travail acharné et d’esclavage en Libye, des voyages en mer qui se transforment en carnage, de l’arrivée en Italie …

Salvati tu che hai un sogno je le recommande à ceux qui collectionnent les histoires du passé en oubliant que le présent est ici parmi nous et nous invite à construire le futur ensemble.

Merci Cherif pour votre témoignage.

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In six years Cherif Karamoko has gone from the hell of Guinea, to his debut in Serie B with the shirt of Padova. In this period of time, his existence has been turned upside down several times. The father killed in the living room by the Christian militias. The mother taken away by Ebola. The first nine-month journey in the hands of human traffickers to reach their brother who fled to Libya after avenging his parent: torture, extortion, blackmail, life on the edge. Then the second journey to reach the other side of the Mediterranean. The brother who hands him one of the very few life jackets and disappears into the waves. The arrival of a rescue ship. Salvation and the awareness of being left alone. The difficulties in the first reception center denounced with a peaceful walk to the Prefecture. Then the move to Veneto where some people from a social cooperative take care of it. They make him study and take him to audition for Padua.

Cherif Karamoko, with Giulio Di Feo, Salvati tu che hai un sogno, Mondadori, Milan 2021, preface, pp 6-7.

None of the biographies of the great footballers, especially those of humble origins, seem to me comparable to the story of Cherif Karamoko, a twenty-year-old Guinean boy, who escaped death several times to reach his goal: to play in a football team in Italy. Salvati tu che hai un sogno is a book that I highly recommend, if only to learn about the terrible experiences that thousands and thousands of African young men have lived and live on their skin in the hope of a better future. The phrase that gives the book its title is the one that Mory (Save yourself, you who have a dream), after the sinking of the boat traveling to Italy, addresses to his brother, Cherif, in the act of offering him his life jacket. Mory did not make it, but Cherif carries with her the promise to keep for the love of her brother, who with his sacrifice has given him life and a dream to fulfill.

Salvati you who have a dream should be read to Italian boys who live in ease and hope to make money by becoming youtubers or influencers. Cherif Karamoko was able to collect his story about him, in this he was helped by the journalist Giulio di Feo, he was appreciated and loved for his seriousness, his dedication, his humility. This young man did not speak only of himself, but of all his other peers that people meet without having knowledge of the events that brought them to Italy. Reading this book I remembered the other stories I heard, which have not had the good fortune to be published, stories of escapes from wars, poverty, of crossing the Sahara infested by armed gangs who ask for money threatening death, of hard work and slavery in Libya, of sea voyages that turn into carnage, of the arrival in Italy …

I recommend Salvati tu che hai un sogno to those who collect the stories of the past forgetting that the present is here among us and invites us to build the future together.

Thanks Cherif for your testimony.

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Correzioni…

Ho dichiarato che Giorgia Meloni è una politica di altissimo profilo, naturalmente io mi riferivo alle sue capacità tattiche e strategiche politiche, non alle sue idee. Voglio spiegarmi meglio. Non è perché io dico che Louis-Ferdinand Céline è stato uno dei più grandi romanzieri del secolo passato che io approvi il libello antisemita di questa persona. I successi di Fratelli d’Italia guidati da Giorgia Meloni sono frutto di queste capacità, e la sinistra ha completamente perso queste capacità, perché ha perso la coerenza con i propri valori e le proprie radici, oppure, per quello che riguarda la sinistra radicale, le esprime retoricamente guardando al passato incapace di generare un linguaggio per l’oggi e per il domani, incapace di sogno, incapace di progetto.

Moni Ovadia, 28 febbraio 2020

Qualcuno si è indignato quando ha sentito Moni Ovadia affermare che Giorgia Meloni è una politica di altissimo profilo, ma lo stesso Ovadia ha spiegato meglio ciò che intendeva dire. Concordo con ciò che afferma aggiungo che la sinistra italiana ha perso le sue naturali capacità “empatiche”, non è più sinistra, anche quando si dice “radicale” si esprime in modo retorico senza generare un linguaggio nuovo, cosa che la destra ha sempre saputo fare. Ripeto quanto ho scritto due anni fa: «Ciò che lascia perplessi, al di là dell’irresponsabilità di certa classe politica italiana appartenente alla destra illiberale o al centro conservatore, è vedere la reazione della sinistra italiana, o quel che ne rimane. La sinistra italiana non ce la fa a difendere e promuovere i valori fondanti la nostra Repubblica, la nostra democrazia, incluso l’antifascismo. Non ce la fa perché ha perduto credibilità e spessore. È una sinistra desolatamente depressa, e pure ignorante. Un tempo sapevamo tutti che il fascismo fu un male, un disastro, la rovina del nostro paese. Oggi la sinistra è così timida, goffa, senza appeal, che tanti giovani non la conoscono e, di conseguenza, non la considerano più. La complessità dei tempi gioca contro, specie se l’ultima risorsa è vedere personaggi francamente impresentabili autoproclamarsi difensori dei valori dell’antifascismo e della Resistenza. Cariatidi che si pavoneggiano, e nemmeno sono stati partigiani, usando un vocabolario vecchio di quarant’anni, almanaccando, rivolgendosi ai “giovani” con un fare da maestrino noioso, da pretino lagnoso… Se l’antifascismo è consegnato a costoro… siamo fritti! L’antifascismo non sa usare un linguaggio contemporaneo. Il nuovo fascismo sì. Si è rinnovato. Tutto qua. Io avevo mio nonno partigiano, membro del C.L.N., ma queste ragazze e questi ragazzi cosa hanno? I partigiani del giorno dopo ancora che non sanno raccontare niente, perché non hanno fatto niente, non possono dialogare e confrontarsi con la nuova generazione, che, fondamentalmente, ignorano e disprezzano. Pertanto, non stracciamoci più le vesti, per favore. I responsabili di questo rigurgito sono coloro che non hanno fatto nulla per arginarlo, coloro che, adesso, si esibiscono e sono patetici, ridicoli, vecchi, inattuali. Finché non si rinnova il parco dell’antifascismo e dei valori della sinistra i postfascisti, i sovranisti, trionferanno. Non cerchiamo i colpevoli altrove. I colpevoli ce li abbiamo a casa nostra e sono i cani sciolti di una sinistra italiana evanescente che non acchiappa più.»[1]


[1] https://marteau7927.wordpress.com/2019/05/14/antifascismo-e-fascismo-neverending-story/

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Renato Fucini (8 aprile 1843 – 25 febbraio 1921)

Il Matto delle giuncaie

Quella sera non stavo bene di spirito. Alla smodata allegria d’un intiero giorno passato sulle praterie in mezzo a cari amici, laggiù convenuti per esser pronti la mattina dopo ad aprire la caccia, era subentrata una profonda tristezza, alimentata forse dalla scena mestissima d’un tramonto di sole in padule.

Alcuni de’ miei compagni, occupati in varie faccenduole riguardanti la caccia del domani, si erano accoccolati sull’erba, smontando schioppi, lustrando fiaschette, facendo cartucce e tante altre simili cose; altri, stanchi, s’eran buttati sopra uno strapunto di paglia nella Casina delle Guardie e s’erano addormentati; ed io, senza avvedermene, avevo preso lungo l’alberata e, passo passo, m’ero allontanato d’un buon tratto, quando, accortomi di non esser seguìto da nessuno, provai come un senso di repugnanza ad inoltrarmi maggiormente in quella solitudine; ma siccome ero stanco, prima di tornare indietro, mi fermai un poco per riposarmi.

Seduto sull’argine erboso d’un canale, lasciavo correre l’occhio smarrito su quella immensa superficie d’acqua stagnante e di lunghe cannéggiole, e fantasticando dinanzi a quel malinconico quadro, richiamavo alla mente i più minuti ricordi della prima giovinezza, e per un misterioso fenomeno psicologico, anco le più liete memorie prendevano in me in quel momento l’aspetto di tristissime cose. E mi sentivo stringere il cuore, e quasi avrei pianto senza saperne di perché.

Il caldo era soffocante e non dava respiro nonostante una leggera brezza di marino che sulla sera si era alzata languida languida e che, insieme con qualche raro fischio di uccelli palustri, rompeva l’alto silenzio di quella deserta pianura, correndo fra i biódi e le cannéggiole che, tremolando e lievemente fra loro percotendosi, mandavano un rumore come d’una moltitudine che lontana lontana applaudisse gridando e battendo le mani.

A mano a mano che il sole calava dietro le colline dal lato opposto del padule, si stendeva su quello un leggiero velo di nebbia bianchiccia, rendendo di minuto in minuto più squallida la scena che mi stava davanti.

Ed intanto io pensavo; e quasi che un velo di nebbia si addensasse anche su i miei pensieri, mi si affollavano alla mente mille idee confuse e ondeggianti, che rapidamente passavano per dar luogo ad altre più delle prime annebbiate, confuse ed incerte. E quel vasto campo che un istante prima mi parlava di morte, lo vedevo ora popolato da una quantità innumerevole di pallide e rabbuffate figure padulane dalla fibra d’acciaio e dall’animo generoso e feroce, nel petto delle quali le passioni scoppiano con tal violenza, che il delitto ne diventa spesso il termine funesto. E idillj soavi e drammi sanguinosi si svolgevano dinanzi alla mia immaginazione, e la tristezza intanto si faceva maggiore nell’animo mio, quando una voce di fanciulla, di una di quelle tante miserabili che vivono felici in quell’ambiente mefitico i mesi e gli anni interi, lavorando con l’acqua fino alla cintola e il fango fino alle ginocchia, intonò un canto malinconico, piano come la superficie dello stagno, lento come le acque del canale, e portò fino a me queste dolenti parole:

È morto l’amor mio che amavo tanto:

Ahi! dal dolor più reggere non posso;

L’han portato laggiù nel camposanto,

E gli han buttato anco la terra addosso.

Dimmelo te, te che lo sai, gran Dio,

Se mai lo rivedrò l’angiolo mio;

Dimmelo te, gran Dio… ma il mio lamento

Vola e si perde sull’ali del vento.

«Ho bisogno di veder gente… ho bisogno di rivedere i miei amici… mi annoio, mi annoio, mi annoio troppo.» E così pensando mi alzai, e con passi concitati tornai al punto di convegno.

«Son tutti a dormire», mi disse una guardia.

«Come! così presto?», osservai.

«Cascavano a pezzi. O lei non va?»

«No.»

«O che vòl fare?»

«Non lo so nemmen’io; ma qualche cosa inventerò: non ho sonno.»

«Vòl venire con me? vado a rivedere i bertuelli. [1]»

«Se mi lasci andar solo, vado; con te non vengo.»

«Ma sarà bono di maneggiare il barchino?»

Lo guardai ridendo.

«O senta, veh. Una dozzina sono nel canaletto subito dopo il ponte; altri sei a quello degli Sparacannelle, e due, quelli meglio, al canale traverso… Che lo sa il canale traverso?»

«Non me ne ricordo, ma ne domanderò.»

«O a chi ne vòl domandare?»

«Ho sentito cantare…»

«Ah, sì ha ragione! c’è quelle donne; eppoi a quest’ora, verso le Svolte, troverà il Matto di certo.»

Una mezz’ora dopo, aiutandomi col forcino [2] a sfondare le foglie di copripentole e quei viluppi foltissimi di alghe d’ogni genere che nell’estate permettono appena la navigazione negli stretti fossi del padule, avevo già vuotato sul pagliòlo [3] una dozzina di libbre di pesce fra lucci, tinche e anguille, quando, non sapendo dove trovare chi mi indicasse il canale traverso, mi alzai in piedi per vedere se potevo scorgere anima viva da domandarglielo…

«Che ci ha una pipata di tabacco?»

A quella voce che si partiva da un folto cespuglio di salci, mi scossi quasi impaurito e, voltomi indietro, vidi una figura semiselvaggia che, mostrandomi una pipa spenta, aspettava la mia risposta.

«Tabacco non ne ho», risposi. «Se vuoi un sigaro…».

«E allora lo ringrazierò. Lo butti, lo butti.»

«Non vorrei che andasse nell’acqua.»

«O aspetti, veh.»

Così dicendo si alzò e reggendosi con la destra ad un ramo, si spenzolò tenendo nella sinistra il cappello, e:

«Lo butti, lo butti qui; se va nell’acqua lo ripiglio io».

Tirai il sigaro nel suo cappello; lo prese e mi ringraziò di nuovo, mettendosi subito a stritolarlo nella pipa.

«Che vado bene per andare al canale traverso?»

«Sissignore; eccolo subito lì… O chi è lei?»

«Sono il figliolo del sor Giuseppe.»

«Senti, senti! Del sor Giuseppe! O il sor Federigo come verrebbe a essere di lei?»

«Zio. O che lo conosci?»

«Se lo conosco! Siamo stati ragazzi insieme e mi rammento di quando veniva in padule…

Ah!» e mandò un sospiro.

«Sarà ora un affar di trent’anni.»

«Non per sapere i fatti tuoi, o tu chi sei?»

«Oh! non se ne dia pena, di saperlo.»

«E perché?»

«Perché… perché… Che ci ha un fiammifero?»

«Tieni. O che mestiere fai?»

«Ott’anni sono stato in galera; dopo andai guardia con un signore… e ora pesco e vo a caccia.»

«In galera?!…»

«Ah! non abbia paura. Lo vede questo ràgnolo che mi rampica su per le gambe? Non l’ammazzerei per tutto l’oro del mondo… ci hanno a essere anche loro, povere bestie! Ma se mi pinzasse, oh! allora…»

«Otto anni in galera! O come mai? Forse qualche sbaglio di gioventù?»

«Sbaglio?! L’ammazzai quel cane… Lì… guardi… lì era quel demonio… e m’impostò lo schioppo, e rideva e il pinsacchio [4] restò a lui… ma non lo mangiò!»

«Come! E un miserabile pinsacchio fu la causa…?»

«Non mi pigli per un assassino, signore; non mi pigli per un òmo disonorato… Bisognerebbe saperle tutte, bisognerebbe… La faccia l’avrò brutta, ma me l’hanno fatto diventar loro…

E ho voluto tanto bene a tanti! E chi chiedeva un piacere a quest’assassino, lo veniva a conoscere se dentro a queste costole c’era qualcosa… E ora mi chiamano il Matto!»

«Ah! sei il Matto delle Giuncaie?»

«Sissignore. E patisco la fame, capisce? la fame; e non ho fatto mai male a nessuno… Eh! a lui sì, glielo feci;… ma la volle, la volle… glie l’avrebbe tirata anche la Santissima Vergine.»

«Ma dunque, racconta…»

«O andiamo, via; mi servirà anche di sfogo, perché n’ho bisogno… Ah!… lei non l’ha conosciuta di certo, ma non importa. Era bionda e si chiamava Stella, ma le stelle eran meno belle di lei. Cantava sempre e io passavo le giornate intere acquattato tra i giunchi per starla a sentire. Ma un giorno non potei più reggere e glielo dissi. Lei cominciò a piangere e scappò via, e io stetti quasi un mese senza rivederla, ché tutti mi domandavano cosa avevo fatto, perché, dice, ero diventato che parevo un morto… Io avevo diciannov’anni e lei quindici… La vede quella cappellina bianca?… è sotterrata lassù!… Ah! lei signoria non l’ha conosciuta. Son già passati dodici anni e se fossi com’un pittore la dipingerei.

Finalmente una sera trovo su’ padre, e mi dice: “Che è vero che vo’ discorrereste volentieri colla mi’ Stella?”. Io, da primo restai un po’ abusato [5] ma poi dico: “Sì”. “Dunque”, dice lui, “state a sentire. Dispiacere non mi dispiacete, perché de’ fatti vostri nessuno m’ha detto nulla di male, ma a mezzi come si sta? Io a quella ragazza qualche soldarello glielo darò, non gran cosa, ma insomma…”.

Cotesta sera si fissò tutto. Lui mi disse che pensassi a trovare i mezzi di metter su un po’ di casa; lei mi disse che mi voleva bene, e la mattina dopo, avanti giorno, ero già per strada che andavo in Maremma a lavorare. Abbia pazienza, che ci ha un altro fiammifero?…

Dopo un anno e mezzo tornai… Arrivo a casa… picchio, e la mi’ povera mamma bon’anima (non avevo altro che lei) mi viene ad aprire. Appena mi vede, senza dirmi nulla, mi si butta al collo e comincia a piangere…. Se non mi venne un accidente fu un miracolo del Signore!

“È morta?”, urlai… Dio lo volesse che fosse stato vero! Avrebbe patito meno anche lei,

povera creatura, e forse chi sa?… Ma Dio benedetto, però, ci pensò lui a quel cane di vecchio, perché il giorno preciso dell’anello, appena esciti di chiesa, lo prese un accidente a gocciola e crepò nel mezzo di strada com’un rospo!»

«O come mai? e allora perché promettere?…»

«L’interesse, capisce, l’interesse! Gli venne fra’ piedi quell’altro infame a fargli vedere una casuccia e qualche cento di scudi, e quell’aguzzino di vecchio… Già è meglio che mi cheti perché è morto… e ai morti c’è chi ci pensa.

A me mi venne una malattia che mi tenne a letto tre mesi. Patii dimolto, ma mi chiusi tutto nel core, perché ormai non c’era rimedio, e lei, poverina!, che non ci aveva che fare, era più disgraziata di me e non gli volli dare altri dispiaceri.»

A questo punto tacque; si alzò in piedi, dette un’occhiata in giro al di sopra delle piante palustri, e ricadde a sedere con le braccia incrociate sulle ginocchia e il mento su quelle, quasi aggomitolato sopra se stesso, fissando nell’acqua gli occhi invetrati.

A che pensavo io? Quale poteva essere la causa di un brivido che mi gelava? Il ribrezzo o la compassione? Non lo so… L’avrei volentieri invitato a seguitare, ma non me ne dava il core. Dopo qualche momento, però, sempre tenendo gli occhi ficcati al suolo, proseguì:

«Doveva finire a quella maniera!… Sapevo che lui se n’era anche vantato e m’era stato perfino fatto risapere che mi voleva far cavare il sonetto! [6]… Ma io li scansavo tutti e due, perché non lo sapevo dove sarei andato a cascare se mi fossi combinato faccia a faccia con lui; e per un pezzo mi riescì, ma poi…

La prima fu lei, che me la trovai quanto di qui a lì per la processione delle Rogazioni. Non l’avevo nemmeno riconosciuta: povera Stella, non aveva altro che gli occhi! La guardavo fissa fissa, perché mi pareva e non mi pareva, e quando mi passò davanti fece le viste di accomodarsi i capelli e inciampò due o tre volte e gli cascò la candela di mano: io mi messi la pezzòla in bocca e la morsi com’un cane arrabbiato per non urlare. Chi mi riportasse a casa cotesto giorno non lo so!».

A questo punto alzò di nuovo la testa per guardarsi d’intorno; scosse con un movimento convulso la cenere della pipa e dopo un sospiro che parve un ruggito, seguitò:

«Poi rintoppai [7] anche lui… la mattina dopo!… Quando si levò il pinsacchio s’era nel folto, e io non avevo visto lui né lui aveva visto me. Gli si tirò quasi insieme; io un batter d’occhio prima di lui, e non lo sbagliai di certo. Mi ficco giù per le cannéggiole, faccio una diecina di passi e me lo trovo davanti!… Anime sante del Purgatorio, che v’avevo io fatto di male?

Il prim’impeto fu di tirargli, ma Dio benedetto mi dette tanta forza che mi voltai per tornare indietro.

Quest’assassino, che avrebbe dovuto attaccare il voto alla Madonna del Rosario, cosa ti fa? Comincia a ridermi dietro e a urlare: “T’avevi a provare a raccattarlo, pezzo di galeotto, eppoi…”. “Io in galera e te all’inferno!”, urlai, e gli lasciai andare la canna mancina nel core… Gli avrebbe tirato anche lei, dica la verità, gli avrebbe tirato anche lei!».

Così dicendo, cominciò a gesticolare come un ossesso e saltò, per andarsene, nel suo barchino, sempre guardandosi d’intorno quasi che uno spettro lo perseguitasse.

«Pare che tu abbia paura di qualche cosa; perché vai via?», gli domandai.

«Mi lasci andare, mi lasci andare, m’è parso di sentirla di certo.»

«Ma che cosa?»

«Lei, la su’ sorellina minore che canta come cantava lei.»

«Ma io non sento nulla.»

Stette un po’ in orecchio, e:

«Ha ragione; m’era parso».

Io che mi struggevo di sentirlo dell’altro raccontare, lo tentai di nuovo così:

«E dopo quegli otto anni, andasti guardia con quel signore, eh?».

«Sì.»

«Eppoi venisti via anche da lui?»

«Mi mandò via.»

«Ah! e perché?»

«Da tanto che mi voleva bene, tutti gli altri servitori s’erano perfino ingelositi di me: mi rivestì tutto da capo a piedi; mi regalò un bello schioppo, eccolo qui: mi dette anche l’oriolo e mi menava sempre con sé, e quando veniva de’ signori di fòri, mi mandava a chiamare perché ci discorressi. E il giorno che gli ripresi il su’ figliolo che era cascato nel pollino [8] cominciò a piangere e mi baciò e mi disse che sare’ morto in casa sua.

Cotesta sera fu di cattivo augurio. Arrivò un branco di signori di Volterra e uno di questi mi guardò tanto, fisso fisso…

La mattina dopo, quando m’aspettavo che il padrone m’ordinasse di menarli a caccia, mi sento invece chiamare dal fattore nello scrittoio e mi dice: “Il padrone ha saputo tutto: dice che gli dispiace, ma che vi dà licenza subito, sul tamburo! A voi, questo è il vostro schioppo e queste son cinquecento lire che vi regala”

Le cinquecento lire non le volli; presi solamente lo schioppo e me ne venni.»

Fece una breve pausa; s’asciugò il sudore con una manica della cacciatora e continuò:

«Ora son nov’anni che son qui! mi chiamano il Matto; mi rincorrono, m’urlano dietro e mi tirano le schioppettate da lontano per farmi paura. Ma me le merito, perché dopo ammazzato lui, invece d’andare dal maresciallo a farmi pigliare, mi dovevo legare un sasso al collo e farla finita».

«Ma se tu avessi un bisogno… nel caso d’una malattia non hai un parente?»

«Nessuno!»

«Nemeno un amico?»

«Un amico sì; e che amico! Lo vòl conoscere?»

Fece un fischio, e sbucò, sguazzando nell’acqua fino alla pancia, un vecchio restone, quasi non reggendosi in gambe, il quale movendo festosamente la coda, andò con fatica a mettere le zampe davanti sul barchino del suo padrone, e guardandolo con occhi lustri, mandò con voce rauca un latrato di gioia.

Il Matto lo accarezzò ruvidamente tirandogli un orecchio; e siccome il cane sentì male, si mise a guaire.

«Zitto, zitto, Moro!», disse il Matto. «Eppure lo sai che se qualcuno ci sente, bisogna scappare, se non si vòl essere impallinati. Tieni, povero vecchio!»

E così dicendo, gli buttò un tozzarello di pan secco, che sparì, senza toccargli un dente, nella gola del povero Moro, come un sasso buttato nell’acqua.

Il cane rimase un momento a guardarlo con la testa alta e legermente inclinata sopra una parte, come per domandargli: «Ce n’è altro?».

Il Matto guardò lui con tenerezza e scotendo il capo, rispose sospirando: «Per oggi, no».

«Gli vuoi bene a cotesta bestia?», domandai.

«Più che all’anima mia.»

«Lo venderesti?»

«Piuttosto l’ammazzerei!»

«O se ti morisse?»

«Morirei anch’io.»

In questo momento lo vidi puntare il forcino con furia vertiginosa, e, datasi una vigorosa spinta, si dileguò come un fantasma tra i ciuffi di vetrice e la nebbia che si era fatta foltissima, mentre una lieve folata di vento mi portò all’orecchio ma quasi impercettibile, la voce della fanciulla che ripeteva la sua canzone:

Dimmelo te, gran Dio… Ma il mio lamento

Vola e si perde sull’ali del vento.

Circa due mesi dopo, tornando in padule domandai alla solita guardia:

«O il Matto?».

«Glielo dicevo che era mezzo stregone quel brutto coso?… O che non ne sa nulla?»

«No…»

«O di quel canaccio nero che aveva, se ne rammenta?»

«Quel restone vecchio?»

«Sissignore. Cotesto serpente, gli cascò morto di vecchiaia, di cimurro, di fame, o che lo so? e quattro giorni dopo fu trovato stecchito anche lui nelle giuncaie mezzo mangiato dagli animali… Dica la verità, ci ha avuto piacere anche lei?!»

Non risposi e mutai discorso.

[1] bertuelli: specie di reti da pesca, formate a guisa di sacco con strozzature, dalle quali il pesce entrato non trova più la via per uscire.

[2] forcino: pertica di legno, terminata in una delle due estremità da una forcella metallica, perché, incontrando le radiche di piante palustri, non si sprofondi nel fango, la quale serve a spingere e guidare le piccole barche.

[3] pagliòlo: fondo del barchino.

[4] pinsacchio: uccello palustre.

[5] abusato: sconcertato.

[6] far cavare il sonetto, equivale a far comporre versi satirici.

[7] rintoppai: incontrai.

[8] pollino: chiamansi pollini quei luoghi di padule dove alcune masse di detriti vegetali si formano compatte, galleggianti e pericolosissime, perché facilmente si sfondano sotto i passi del mal pratico e dell’imprudente che su quelle si avventura.

Renato Fucini, Le veglie di Neri, (prima edizione: 1882)

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Lawrence Monsanto Ferlinghetti (March 24, 1919 – February 22, 2021)

The long street

which is the street of the world

passes around the world

filled with all the people of the world

not to mention all the voices

of all the people

that ever existed

Lovers and weepers

virgins and sleepers

spaghetti salesmen and sandwichmen

milkmen and orators

boneless bankers

brittle housewives

sheathed in nylon snobberies

deserts of advertising men

herds of high school fillies

crowds of collegians

all talking and talking

and walking around

or hanging out windows

to see what’s doing

out in the world

where everything happens

sooner or later

if it happens at all

And the long street

which is the longest street

in all the world

but which isn’t as long

as it seems

passes on

thru all the cities and all the scenes

down every alley

up every boulevard

thru every crossroads

thru red lights and green lights

cities in sunlight

continents in rain

hungry Hong Kongs

untillable Tuscaloosas

Oaklands of the soul

Dublands of the imagination

And the long street

rolls on around

like an enormous choochoo train

chugging around the world

with its bawling passengers

and babies and picnic baskets

and cats and dogs

and all of them wondering

just who is up

in the cab ahead

driving the train

if anybody

the train which runs around the world

like a world going round

all of them wondering

just what is up

if anything

and some of them leaning out

and peering ahead

and trying to catch

a look at the driver

in his one-eye cab

trying to see him

to glimpse his face

to catch his eye

as they whirl around a bend

but they never do

although once in a while

it looks as if

they’re going to

And the street goes bowling on

with its windows reaching up

its windows the windows

of all the buildings

in all the streets of the world

bowling along

thru the light of the world

thru the night of the world

with lanterns at crossings

lost lights flashing

crowds at carnivals

nightwood circuses

whorehouses and parliaments

forgotten fountains

cellar doors and unfound doors

figures in lamplight

pale idols dancing

as the world rocks on

But now we come

to the lonely part of the street

that goes around

the lonely part of the world

And this is not the place

that you change trains

for the Brighton Beach Express

This is not the place

that you do anything

This is the part of the world

where nothing’s doing

where no one’s doing

anything

where nobody’s anywhere

nobody nowhere

except yourself

not even a mirror

to make you two

not a soul

except your own

maybe

and even that

not there

maybe

or not yours

maybe

because you’re what’s called

dead

you’ve reached your station.

Descend

The Long Street, A Coney Island of the Mind (1958)

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LA LUNGA STRADA (traduzione di Vittorio Gassman)

Strada…

Lunga strada

strada del mondo

piena fino in fondo

delle voci del mondo

e a rifletterci, in fondo

anche le voci

di tempi andati: felici

infelici, di vergini di amanti

ingegneri, commercianti

lattai, banchieri, possidenti

massaie pimpanti

pubblicitari e studenti

che parlano parlano e avanti

parlando vanno avanti

sempre avanzanti, e fra i tanti

c’è chi davanti a una finestra si blocca

e scocca sguardi sul mondo

cerca di vedere a fondo

che cosa mai, così in tondo

anzi in un gran girotondo

succede, se succede qualcosa a questo mondo.

Ecco la lunga strada

ch’è la più lunga del mondo

ma non così lunga, in fondo

come pensi… dove pensi che vada?

Va per tutti i paesi e le città

i viali e i boulevards; va

con luce verde o rossa

passa per continenti e villaggi

piogge scroscianti e tramonti

Hong Kong, langhe affamate, paesaggi

di Oakland e dei suoi ponti

Roma fatata, Berlino dei miraggi,

Dublino che non c’è mai stata:

ecco la lunga strada andare

girare intorno al mondo

un treno enorme

informe, gonfio, di fatti

passeggeri bambini

cestini per il pic nic, gatti

e cani e tutti pensano (sic)

chi guida nella prima vettura

che cosa sta succedendo

che c’è nella vettura del comando

e c’è chi addirittura

si affaccia spenzolando

cercando di vedere

ad una curva, il guidatore, che faccia potrà avere

che occhi: ma tant’è…

Nessuno, nessun viaggiatore lo può vedere

anche se si ha netta l’illusione

di una rapida visione

in qualche curva più stretta.

Ecco che la strada si inerpica, rampica

Il treno coi vetri tutti alzati,

serrati, ora, i vetri gli atri

le porte degli abitati

i viali morti del mondo

finestre, palestre, strade

ecco, strade, questa sera del mondo

lampade in tutte le contrade, fanali

luci smorzate

su folle radunate in carnevali,

guizzi, flashes dai finestrini

circhi, soglie disabitate

cantine fontane casini

sfocati lumini per figurine

allacciate danzanti

e ancora mondi, trenini

che stantuffano e sbuffano avanti.

Poi, sì, eccoci, entriamo

nel vicolo fondo, in cui, sappiamo,

svaria la strada, la parte solitaria

della strada e del mondo.

Qui non è permesso

cambiare treno, non possiamo

passare sull’Orient-Express

No, dobbiamo

andare semplicemente fino in fondo

perché questa è la parte di strada di mondo

che non consente

niente, solo che si vada.

ma bada…..da nessuna parte.

Ecco si parte

e non c’è più nessuno

in treno con te, sei uno

non hai nemmeno un vecchio specchio che

faccia due te, non la minima presenza

senza un’anima, o meglio, solo la tua

ma cos’è…….è già la stazione

sei già a destinazione

sei già in porto, spenti

i motori li senti

su andiamo, fuori

sei esanime

muori, quindi coraggio fuori.

Che hai, che ti prende

Sì, sei morto

Non te ne sei accorto?

Alt! Signori si scende.

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Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo

Il carabiniere Vittorio Iacovacci, l’ambasciatore italiano nella RDC Luca Attanasio e l’autista Mustapha Milambo,

Questa è la terribile notizia: l’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo sono stati uccisi ieri in un assalto a un convoglio del World Food Programme sulla strada per Goma, nella Repubblica Democratica del Congo. La responsabilità di questo massacro viene generalmente assegnata alle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr-Foca), principale gruppo residuo di ribelli ruandesi di etnia Hutu, ma, e c’è un ma, l’origine di questa situazione ingestibile va fatta risalire a ben altri responsabili. La Repubblica Democratica del Congo è l’ex Zaire, l’ex colonia belga, e i belgi continuano ad avere grandi interessi strategici ed economici in quell’area. Anche il Rwanda faceva parte dell’impero coloniale belga.  Lo stesso dicasi della Francia, in competizione con i cugini belgi e, notoriamente, molto attiva nelle zone delle sue ex colonie, tra cui il Congo francese e l’Oubangui-Chari, l’attuale Repubblica Centroafricana. Possiamo far finta di nulla, ma la sede delle Fdlr-Foca è a Parigi e il conflitto tra etnie Tutsi e Hutu, tristemente noto, non può non essere collegato a determinate “scelte” dei due paesi europei.  

Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo sono stati uccisi, la loro colpa è quella di essersi trovati in mezzo ad una situazione determinata da altri, e non parlo di etnie africane… I quesiti sono: quando verrà finalmente chiarita la responsabilità diretta di certi paesi europei? Quando questi paesi europei pagheranno per le loro malefatte passate, presenti e future?   

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This is the terrible news: the Italian ambassador to Congo Luca Attanasio, the carabiniere Vittorio Iacovacci and the driver Mustapha Milambo were killed yesterday in an assault on a World Food Program convoy on the road to Goma, in the Democratic Republic of Congo. The responsibility for this massacre is generally assigned to the Democratic Forces for the Liberation of Rwanda (Fdlr-Foca), the main residual group of Rwandan rebels of Hutu ethnicity, but, and there’s a but, the origin of this unmanageable situation must be made go back to other responsible subjects. The Democratic Republic of the Congo is the former Zaire, the former Belgian colony, and the Belgians continue to have great strategic and economic interests in that area. Rwanda was also part of the Belgian colonial empire. The same is true of France, competing with its Belgian cousins ​​and, notoriously, very active in the areas of its former colonies, including the French Congo and Oubangui-Chari, the current Central African Republic. We can ignore it, but the headquarters of the Fdlr-Foca is in Paris and the sadly known conflict between Tutsi and Hutu ethnic groups can be linked to certain “choices” of the two European countries.

Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci and Mustapha Milambo were killed, their fault is that they found themselves in the midst of a situation determined by others, and I’m not talking about African ethnic groups … The questions are: when will the direct responsibility of certain Europeans countries finally be clarified? When these European countries will pay for their past, present and future misdeeds?

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Giovanni Gozzini

Giovanni Gozzini, professore ordinario presso il dipartimento di scienze sociali, politiche e cognitive dell’università di Siena, nel corso della trasmissione Bene bene Male male in onda sull’emittente Controradio è stato protagonista di una serie di affermazioni rivolte all’onorevole Giorgia Meloni. Ecco la trascrizione:

Giovanni Gozzini: Questa pesciaiola… Mi dispiace di offendere questi negozianti, ma non posso vedere in Parlamento gente simile, cioè di un’ignoranza di tale livello, che non ha mai detto con ogni evidenza un libro in vita sua e che poi questa gente possa rivolgersi da pari a pari a un Mario Draghi…

Raffaele Palumbo: Onore agli ortolani e ai pesciaioli! Scusatemi, non c’entra niente…

Giorgio Van Straten: Sì, esatto, son d’accordo anch’io

Giovanni Gozzini: Ma, guarda, io li conosco i pesciaioli, andavo a prendere il pesce dai Conterrazza, Giorgio se lo ricorda…

Giorgio Van Straten: E allora non dire pesciaiola…

Giovanni Gozzini: Datemi dei termini: una rana dalla bocca larga, una vacca, cosa devo dire?, una scrofa, cosa devo dire per stigmatizzare il livello di ignoranza e di presunzione e di arroganza…

Giorgio Van Straten: Peracottara, ti va bene?

Giovanni Gozzini: Peracottara, forse…

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Che dire di questo nuovo caso? Ben poco, se non che l’omologazione verbale verso il basso è ormai una realtà. Non si può più distinguere un docente universitario da un antico venditore di pesce, o di pere, le espressioni usate sono simili, la volgarità ha preso il sopravvento. La ridicolaggine di chi vuole “stigmatizzare” la parlamentare Giorgia Meloni sta tutta nell’uso di certi termini, sessisti, misogini, altrettanto arroganti. Dov’è la differenza che si vuole marcare? Non condivido le visioni di Giorgia Meloni, sono diametralmente opposte alle mie, però non mi sognerei di contrastarla e criticarla facendo ricorso ad insulti o frasi discriminatorie. Sarò un’eccezione? Può darsi. Non si tratta di essere dei puritani del lessico, come accadeva cinquant’anni fa, basterebbe semplicemente avere un po’ più di rispetto e di attenzione nei confronti del prossimo, anche se non ci sta simpatico. Mi sembra di dire delle banalità sesquipedali, eppure… Libertà di espressione, a mio modesto avviso, non equivale alla licenza di offendere. Tutto qua.      

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Porta a Porta – C’era una volta la tv 28

Il 22 gennaio 1996, in seconda serata su RAI1, vide la luce una delle trasmissioni più famigerate della tv italiana: Porta a Porta. Bruno Vespa, giornalista della RAI dal 1969, conduce questa trasmissione ininterrottamente da 25 anni, con il merito, o demerito, di averla trasformata in un salotto esclusivo della politica e del costume, solitamente a tutto vantaggio dell’establishment conservatore e reazionario, propagandato, vezzeggiato, trattato con guanti di velluto. È da Vespa che Berlusconi, proprietario delle tre reti commerciali più importanti del paese, ha avuto la ribalta più significativa, pagata con i soldi dei contribuenti, culminata con quella oscena puntata dell’8 maggio 2001 (il famoso contratto con gli italiani firmato in diretta); è da Vespa che i vari esponenti della destra postfascista hanno potuto scorrazzare senza un vero contraddittorio, così come gli ultrà cattolici intervenuti per impedire al paese di fare un salto in avanti sui temi dei diritti civili; è da Vespa che si è inaugurato il ciclo delle trasmissioni morbose dedicate alla cronaca nera, con casi eclatanti come i delitti di Novi Ligure, di Cogne, di Perugia, di Avetrana ecc., tutti discussi e sviscerati con un gusto noir che niente ha da invidiare al Grand Guignol; è da Vespa che i protagonisti della mediocre tv italiana contemporanea hanno potuto promuovere i propri prodotti scadenti preposti al rimbecillimento definitivo del pubblico nazionale; è da Vespa che si è dato spazio a sedicenti artisti, fenomeni da baraccone, nel campo della musica, del teatro, del cinema, documentando una miseria intellettuale e culturale senza precedenti; è sempre da Vespa che lo sport, soprattutto il calcio, ha goduto di uno spazio riservato ai soliti papaveri prepotenti ed arroganti (giornalisti e dirigenti). Insomma, Bruno Vespa, pur con qualche eccezione, ha fotografato e promosso 25 anni di pura decadenza etica ed estetica dell’Italia, facendo passare in secondo piano gli aspetti più vivi e virtuosi di una minoranza costretta a sopravvivere in un ghetto ben confinato e sorvegliato. Non parliamo poi di tutti i libri che il giornalista abruzzese ha pubblicato godendo di un palcoscenico assoluto e incontrastato (la domanda è: sono libri suoi, scritti di proprio pugno, oppure prodotti collettivamente con l’aiuto dei soliti ghost writers?). In fondo, c’è chi ha definito Porta a Porta la terza Camera dello Stato, ma avrebbero potuto definirla anche la Morgue nazionale, la Hit parade del Kitsch, Dissezione di un declino, e via discorrendo. Anche la scelta della sigla ha una sua specificità: il tema è quello del film Via col Vento, uscito nel 1939, fatidico anno dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, nonché affresco di un mondo apparentemente sconfitto durante la guerra civile americana, che è poi il nucleo dell’opera originale di Margaret Mitchell, la scrittrice di Atlanta nostalgica di una società classista e razzista.

Porta a Porta domina ancora, non esiste un’alternativa in grado di emendarla, contrastarla, criticarla, ed è questo il suo lascito più raccapricciante: creare uno spazio devoluto al privilegio dei mediocri, all’assenza di contrasto e di dialettica.  

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Rabbi Daniel Asor

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Italia fascista 2

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