Days in Summer…

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L’antifascista da salotto fa il fascista ancor più ghiotto

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Ricordate la vignetta di Forattini comparsa in prima pagina de La Repubblica il 2 dicembre 1977? Vi si ritraeva Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, “in pantofole e veste da camera, abbandonato su una poltrona, simboli dell’imborghesimento del partito comunista e del suo ingresso al potere, che ascolta con un certo fastidio i clamori che vengono dalla strada, dove immaginiamo che stiano sfilando i metalmeccanici. Carlo Marx è appeso alla parete, come il quadro d’un lontano antenato”[1].

Sono passati quarant’anni e la vignetta di Forattini è quanto mai attuale, solo che, al posto dei metalmeccanici che sfilavano in corteo, abbiamo i fascisti, gli squadristi fascisti che sfilano nella nostra e nelle altre città italiane. I fascisti imperversano indisturbati, irreggimentano i ragazzi, li deprogrammano, li mandano a fare il lavoro sporco, quel lavoro sporco fascista che fu fatto fare ai diseredati a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino ai nostri giorni. Il problema è che una certa sinistra italiana, che doveva vegliare e controbattere, ha issato bandiera bianca da troppo tempo. S’è esiliata, imborghesita, rinchiusa nei suoi salotti e stanzine, nelle sue associazioni, nei suoi istituti, nei suoi comitati. I “veterani” di una guerra immaginaria (perché costoro la Resistenza non l’hanno mai fatta e non siamo nemmeno sicuri che sarebbero stati davvero dei partigiani settant’anni fa) continuano a ciarlare e usare un linguaggio di quarant’anni fa, dicono di tirar fuori le vecchie bandiere, salvo poi non accorgersi che sono state divorate dalle tarme… In compenso i “partigiani” posticci intervengono ovunque, pavoni in tutto fuor che nella bellezza, incarnando la dimostrazione lampante di come quella sinistra italiana sia ormai senza appeal. Quella sinistra non acchiappa più, non rimorchia. Se ne sta rintanata e ogni tanto esce per fare un’esibionzicella datata, scontata, mediocre. Quei valori altissimi, nobilissimi della Resistenza sono alla mercé di quei personaggi che, sostanzialmente, stanno spingendo i ragazzi ad emigrare verso lidi fascisti. Questi qua non sanno e non vogliono parlare alle ragazze e ai ragazzi, che ignorano e disprezzano, salvo fare un po’ i paternalisti e mettersi in posa come vecchi maestrini di campagna. Che tristezza! Eppure ne abbiamo di ragazze e ragazzi di sinistra, ma sono esclusi, non vengono invitati, non vengono ascoltati, non fanno parte del budget dei vecchi autoreferenziali e solipsisti.

Dobbiamo ricominciare, la Resistenza è ora, ma se diventa come il corpo di Lenin imbalsamato… Basta con la formaldeide! Rispondiamo tornando a collegarci, a condividere con le ragazze e i ragazzi il linguaggio, la passione, la voglia di vita, solo così possiamo togliere ossigeno ai fascisti.

[1] http://lanimadellamosca.tumblr.com/post/95669206663/ridere-col-cervello

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Mixey & Gent Fatali feat. Bes Kallaku “Na Vjen Dita (Bella Ciao)”

Aww Mixey, amico mio…

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao,
Na vjen dita o edhe neve
o bella ciao bella ciao

bella ciao ciao ciao

Bela ti bela ti bela ti bella vita,
Jam tu asrillat se e din qe na vjen dita,
Po du hiç mos me ma ni,
Po du pare, femra, sllifa,kejte havera afer meje,
Raki me shok ne tavolina,
Bojm pushime tropicana
prej shqiprie marijuana,
Ti me neve me e mire, se per ndryshe i nana,
Per cdo nate celim shampanja, edhe pse vec nje e pime,
Sono miljonero kom kapci per ne itali,
Krejt kto sene i bera per te po asoj kurrgjo nuk i mjaftoje,
A te kujtohet krejt senet e bera per ty
e ti shkove i gjujte n’llosh
Njeren dor e kom goten
e ne tjetren gishten e mesit tu e qu per ty,
Te than edhe tjert ki me m’lyp, ki me M’lyp

O na vjen dita o edhe neve
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
O na vjen dita o edhe neve
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
O na vjen dita o edhe neve
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
O na vjen dita o edhe neve
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao

C’ho un stile da napoletano
mafioso come un siciliano
padrino come Lucchese
ma me tradita albanese
çdo nate raki ene meze
domate ene gjize
nese na zen rrugen loku
t’zhdukim ty si mize
Mafia si John Gotti
me çuna prej Miloti
me u marr me neve loku
mos e dhente zoti
Vij, vij, vij
Sonte vij tek ti
me na prek n’nerva
ciao ciao bella

O na vjen dita o edhe neve
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
Ma cazzo..
o edhe neve
o bella ciao, bella ciao
Ma va fancu…

O na vjen dita o edhe neve
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao

O na vjen dita o edhe neve
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
O na vjen dita o edhe neve
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
O na vjen dita o edhe neve
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
O na vjen dita o edhe neve
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao

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NO alla violenza

Volantino

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Beatrice Brigante, la “Visionaria”

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Lucca aveva, ha un’artista, ma a Lucca, come altrove, “nemo propheta in patria”… E allora si lascia morire il talento, il merito, l’arte per dare spazio alla mediocrità, salvo poi ricordarsi del talento, del merito e dell’arte quando l’artista non c’è più… le solite lacrime di coccodrillo… Beatrice Brigante meritava un monumento da viva, purtroppo non l’ha avuto. La ricordiamo, la dobbiamo ricordare, ma dobbiamo ricordare anche il suo dolore.

In un’intervista del 24 maggio 2016 Beatrice ricordava sua madre: “È una donna forte ed equilibrata. È cresciuta a 37 anni, fino a quel momento era una ragazzina. È la vita, con le sue delusioni, che ti fa crescere. Io con mia mamma mi diverto, siamo complici di questa esistenza che ci siamo reinventate, dopo la perdita di mio padre, 15 anni fa. Non riusciamo a stare ferme da nessuna parte, ci piace cambiare, anche la casa”. [1]

Beatrice vive nella sua opera, gli altri non so…

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[1] https://www.loschermo.it/79683/

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San Gennaro (Benevento o Caroniti (VV), 272 – Pozzuoli, 19 settembre 305)

Sisohpromatem (Marco Vignolo Gargini)

San Gennaro mostra le sue reliquie

an Gennaro, il santo più venerato nel Sud d’Italia, patrono di Napoli, si chiamava presumibilmente Ianuarius, discendente dalla Gens Januaria sacra al dio bifronte Giano, e secondo fonti non ufficiali di nome faceva Procolus. La sua vicenda è ancora inserita in un contesto di persecuzione nei confronti della religione cristiana, per la precisione dall’impero di Aureliano (270-275) a quello di Diocleziano (284-305). Le fonti documentarie sulla vita e le opere di Ianuarius sono contenute negli Atti Bolognesi del VI-VII secolo e negli Atti Vaticani del VIII-IX secolo. Fu Vescovo di Benevento al momento del suo martirio, indicato nell’anno 305 dagli Atti Bolognesi e nel giorno 19 settembre dal Martirologio Geronimiano del V secolo. La venerazione di Gennaro come santo sarebbe iniziata molto presto, secondo le fonti citate già a partire dal suo martirio o dopo la traslazione delle sue spoglie nel V secolo. Sulle vicende legate alle reliquie e, soprattutto…

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Carmelo Bene, Giuseppe Desa da Copertino

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Nell’anno milleseicento dell’Inquisizione, mentre si brucia in campo de’ fiori a Roma Giordano Bruno, “indemoniato” dal pensiero, a Copertino nasce Giuseppe Desa, illetterato et idiota che legge nel futuro trapassato e vola (lui, sì, patrono, anche in Francia degli studenti). A chi è inetto e claudicante non resta che volare.

Giuseppe Desa santo aveva a cuore particolarmente una Vergine dipinta nel conventino suo della Grottella. Tanto a cuore, se un giorno disconobbe sua madre – povera donna idiota e illetterata assai più del suo figliolo –: “Tu non sei, tu non sei!” e, indicando l’immagine: “Quella è la mamma mia!”

Ginocchioni davanti a quella immagine fu spiato più volte levitare.

Troglodita, profferiva un beato nulla. Quindi, un urlo animale e il volo. Posava chissaddove: sul cornicione della chiesa madre, altra volta sul ramo d’un olivo. Addormito.

Nessuno in terra aveva facoltà di ridestarlo, fuor che il suo superiore che, francescano, gl’intimava la regola: “Obbedienza, eh?” (un po’ sconsiderato quel priore se, constatata la precarietà dell’estasiato, maldestramente ne comprometteva la vita).

“Stu sonnu, stu sonnu, che vvoi da me!” Giuseppe, disgraziato, obbediente, si svegliava e, preso atto del suo corpo instabile, preda della vertigine, invocava piangendo una scala.

Di volo in volo, trasferito (a piedi, fu il castigo-penitenza della Santa Sede), dopo un breve soggiorno a Napoli, in che la corte noiata ebbe a svagarsi d’una sua “evoluzione” congiurata, a Osimo, supplicava ostinato il Vaticano che gli fosse accordato rivedere la sua bella Madonna abbandonata in quel di Copertino: grazia a lungo negata e poi, a un tratto, chissà perché accordatagli.

Ebbene, quando la sospirata immagine celeste gli fu recapitata, “non la voglio più,” disse.

Un capriccio? Tutt’altro. Gli è che Giuseppe Desa “Voccaperta” aveva piano piano smascherato il pittore di quella sua Madonna: Malatasca (così nomava il diavolo).

Il demonio e l’immagine, dunque. Peccato di preghiera.

Carmelo Bene, Ritratto di signora del Cavalier Masoch per intercessione della Beata Maria Goretti spettacolo in due incubi, V, Einaudi, 1976

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