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Of all the animals…

Mark Twain

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16 agosto 1924

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Il ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso da una squadra fascista, ebbe luogo nella macchia della Quartarella, presso Riano in provincia di Roma, il 16 agosto, tra le 7:30 e le 8 del mattino, grazie al fiuto del cane di Ovidio Caratelli, un brigadiere dei Carabinieri in licenza.

Trasferita nel cimitero di Riano, la salma del deputato socialista fu sottoposta all’identificazione da parte dei cognati il 18, ma per confermarne l’identità fu necessaria una perizia odontoiatrica, data l’avanzata fase di decomposizione. Il 20 agosto alle 18, quattro giorni dopo il ritrovamento, fu fatto partire da Monterotondo (paese a 15 chilometri circa da Riano) il treno che avrebbe riportato la bara a Fratta Polesine, località dov’era nato Matteotti il 22 maggio 1885. Il treno arrivò a Fratta Polesine alle prime ore dell’alba del 21 agosto, incontrando durante il tragitto migliaia di persone ai bordi della ferrovia per omaggiare in silenzio il deputato.

Mussolini ordinò al ministro degli Interni Luigi Federzoni di preparare imponenti funerali da tenersi però a Fratta Polesine, città natale di Matteotti in modo da non dare troppo nell’occhio. La vedova di Matteotti scrisse a Federzoni qualche giorno prima dei funerali chiedendo che al funerale non fossero presenti esponenti del PNF e della Milizia:

« Chiedo che nessuna rappresentanza della Milizia fascista sia di scorta al treno: nessun milite fascista di qualunque grado o carica comparisca, nemmeno sotto forma di funzionario di servizio. Chiedo che nessuna camicia nera si mostri davanti al feretro e ai miei occhi durante tutto il viaggio, né a Fratta Polesine, fino a tanto che la salma sarà sepolta. Voglio viaggiare come semplice cittadina, che compie il suo dovere per poter esigere i suoi diritti; indi, nessuna vettura-salon, nessun scompartimento riservato, nessuna agevolazione o privilegio; ma nessuna disposizione per modificare il percorso del treno quale risulta dall’orario di dominio pubblico. Se ragioni di ordine pubblico impongono un servizio d’ordine, sia esso affidato solamente a soldati d’Italia. »

(Lettera di Velia Matteotti pubblicata su il Corriere della Sera del 20 agosto 1924)

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Tutto il mondo è paese

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Una mia carissima amica, dottoressa in psichiatria, vive da 9 anni in Francia esercitando la sua professione nelle strutture pubbliche, prima a Troyes e poi a Nizza. A Troyes, che pullula di attivisti del Front National e il cui sindaco è un gollista, François Baroin, è stata scippata alle 21.00 – era estate e c’era piena luce – da un piccolo delinquente francese  che è stato subito arrestato e poi processato per 15 scippi tutti a danni di “vecchiette”. A Nizza, molto civile ed evoluta città cosmopolita, quando ha cercato casa le hanno sconsigliato certi quartieri dove trovi appartamenti di 4 o 5 vani in residence con piscina e garage, ma dove ti chiudi dentro perché il  più tranquillo dei vicini è solo uno spacciatore. La mia amica abita a 10 minuti a piedi dalla stazione, ma dopo le 20 non può circolare da sola grazie a tutta la “ordure” che si riversa per le strade: prostitute francesi, russe con i loro magnaccia maghrebini. Dei suoi amici italiani sono stati derubati di tutto pur abitando al 5° piano. A Nizza il sindaco è un certo Christian Estrosi, dell’UMP, un neogollista, non certo di sinistra…

Questo per rispondere a chi crede, qui in Italia soprattutto, che le amministrazioni di sinistra siano le più garantiste e lassiste nei confronti dei crimini…

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Vignette di ferragosto

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12 agosto 1944

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La strage, con le sue 560 vittime, 130 delle quali bambini sotto i quattordici anni, rientrava nei piani tedeschi e nella logica della direttiva emanata nel giugno 1944 da Albert Kesselring, il capo supremo dell’esercito germanico in Italia, di terrorizzare la popolazione civile

Non si trattò di una rappresaglia, come nel caso dell’eccidio alle Fosse Ardeatine, deciso in risposta all’attacco partigiano di via Rasella, né si trattò di un errore, o di un ufficiale che aveva disobbedito agli ordini. No, la strage di Sant’Anna di Stazzema, con le sue 560 vittime, 130 delle quali bambini sotto i quattordici anni, rientrava nei piani tedeschi e nella logica della direttiva emanata nel giugno 1944 da Albert Kesselring, il capo supremo dell’esercito germanico in Italia, di terrorizzare la popolazione civile.

***

A Sant’Anna di Stazzema, la mattina del 12 agosto 1944, si consumò uno dei più atroci crimini commessi ai danni delle popolazioni civili nel secondo dopoguerra in Italia. La furia omicida dei nazi-fascisti si abbatté, improvvisa e implacabile, su tutto e su tutti. Nel giro di poche ore, nei borghi del piccolo paese, alla Vaccareccia, alle Case, al Moco, al Pero, ai Coletti, centinaia e centinaia di corpi rimasero a terra, senza vita, trucidati, bruciati, straziati.

Quel mattino di agosto a Sant’Anna uccisero i nonni, le madri, uccisero i figli e i nipoti. Uccisero i paesani ed uccisero gli sfollati, i tanti saliti quassù in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Anna, l’ultima nata nel paese di appena 20 giorni, uccisero Evelina, che quel mattino aveva le doglie del parto, uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario scagliò il suo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle, uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente, uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. 560 ne uccisero, senza pietà in preda ad una cieca furia omicida. Indifesi, senza responsabilità, senza colpe. E poi il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, gli animali, le masserizie. A Sant’Anna, quel giorno, uccisero l’umanità intera.

La strage di Sant’Anna di Stazzema desta ancora oggi un senso di sgomento e di profonda desolazione civile e morale, poiché rappresenta una delle pagine più brutali della barbarie nazifascista, il cancro che aveva colpito l’Europa e che devastò i valori della democrazia e della tolleranza. Rappresentò un odioso oltraggio compiuto ai danni della dignità umana. Quel giorno l’uomo decise di negare se stesso, di rinunciare alla difesa ed al rispetto della persona e dei diritti in essa radicati.

Gli antefatti

La Versilia in quel periodo costituiva il fronte occidentale della Linea Gotica e un’intera divisione di Waffen-SS era dislocata nel tratto compreso dalla foce del fiume Serchio (ai confini con la provincia di Pisa) alla foce del fiume Magra (ai confini con la provincia di La Spezia).

La popolazione civile, secondo le disposizioni tedesche fatte proprie dai gerarchi fascisti provinciali, avrebbe dovuto evacuare l’intera area per spostarsi a Sala Baganza, un comune al di là dall’Appennino, in provincia di Parma. L’ordine impartito era assurdo e impraticabile essendo impossibile trasferire, senza mezzi di trasporto, una così consistente massa di persone, d’animali e di vettovagliamento. In ogni caso, per la popolazione civile della piana della Versilia, era necessario sottrarsi ai rischi della battaglia e sfollare in zone apparentemente più sicure.

Fu così che anche il piccolo e nascosto paese di Sant’Anna di Stazzema, raggiungibile solo attraverso mulattiere, dette accoglienza a diverse centinaia di rifugiati.

Provenivano in gran parte dalla piana della Versilia, ma anche da località più lontane. Fra le vittime, infatti, anche i Tucci da Foligno, i Pavolini da Piombino, i Bonati e gli Scipioni da La Spezia, gli Scalero da Genova, i Cappiello da Napoli, i De Martino da Castellammare di Stabia, i Danesi da Pavia, i Ficini dall’Isola d’Elba e molti altri.

La popolazione, di fatto, quasi si quadruplicò fino ad arrivare a circa 1500 unità.

C’era il problema di trovare un tetto dove rifugiarsi, ma soprattutto c’era il problema di trovare di che sfamarsi, ma c’era lo stesso la speranza di essere al sicuro dalla furia della guerra.

All’alba del 30 luglio 1944 si era verificata una battaglia tra i partigiani della X bis brigata Garibaldi, attestati sul monte Ornato, e le truppe tedesche, terminata con la ritirata dei nazisti e l’attestazione dei partigiani in una zona più interna, in direzione di Lucca.

Il 5 agosto i tedeschi ordinarono lo sfollamento del piccolo paese di Sant’Anna di Stazzema. L’ordine venne annullato pochi giorni dopo, dietro l’assicurazione che nel paese non stazionavano partigiani. Così la vita degli abitanti di Sant’ Anna e degli sfollati riprese il suo ritmo normale. Nulla lasciava presagire lo scatenarsi della furia nazista.

L’eccidio

All’alba del 12 agosto reparti di SS, in tutto alcune centinaia, in assetto di guerra, salirono a Sant’Anna da Vallecchia-Solaio, Rosina, Mulina di Stazzema e Valdicastello, utilizzando quali portatori alcuni uomini catturati precedentemente nella piana della Versilia.

Verso le sette il paese era ormai circondato. Gli abitanti non pensavano ad una strage, ma piuttosto ad una normale operazione di rastrellamento. Molti uomini infatti fuggirono, nascondendosi nei boschi.

Troppo tardi si accorsero delle reali intenzioni dei nazisti.

Così lo scrittore Manlio Cancogni narra gli avvenimenti di quella terribile giornata:

«I tedeschi, a Sant’Anna, condussero più di 140 esseri umani, strappati a viva forza dalle case, sulla piazza della chiesa. Li avevano presi quasi dai loro letti; erano mezzi vestiti, avevano le membra ancora intorpidite dal sonno; tutti pensavano che sarebbero stati allontanati da quei luoghi verso altri e guardavano i loro carnefici con meraviglia ma senza timore né odio.

Li ammassarono prima contro la facciata della chiesa, poi li spinsero nel mezzo della piazza, una piazza non più lunga di venti metri e larga altrettanto una piazza di tenera erba, tra giovani piante di platani, chiusa tra due brevi muriccioli;

e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti delle vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare.

Breve è la giustizia dei mitragliatori; le mani dei carnefici avevano troppo presto finito e già fremevano d’impazienza. Così ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche della chiesa devastata, i materassi presi dalle case, e appiccarono loro fuoco.

E assistendo insoddisfatti alla consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza.

Intanto le case sparse sulle alture, le povere case di montagna, costruite pietra su pietra, senza intonaco, senza armature, povere come la vita degli uomini che ci vivevano erano bloccate.

Gli abitanti erano spinti negli anditi, nelle stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco alla casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nelle stalle, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quelli che cercavano di fuggire correndo fra i campi, e quelli colpivano a volo con le raffiche delle mitragliatrici, abbattendoli quando con grido d’angoscia di suprema speranza erano già sul limitare del bosco che li avrebbe salvati.

Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della «pistol-machine», e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento.

E non avevano ancora finito.

Scesero perciò il sentiero della valle ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera. A mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate; i suoi abitanti fissi e gli sfollati erano stati tutti trucidati. Le vittime superano di gran lunga i cinquecento, ma il numero esatto non si potrà mai sapere.

“Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti della pianura raccolti in gran numero nella conca di Valdicastello. La notizia la portavano sui loro volti esterrefatti, nelle parole monche che erano appena capaci di pronunciare e dalle quali chi li incontrava capiva che qualcosa di terribile era accaduto pur senza immaginare le proporzioni. Della verità cominciarono invece a sospettare nelle prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini, scendendo dalle alture di Sant’Anna, si annunciarono sull’imbocco della vallata a monte del paese.

Li sentivano venir giù precipitosi, accompagnati dal suono di organetti e di canzoni esaltate, e quel ch’è peggio dal rumore di nuovi spari, da nuove grida, che non convinti di aver ben speso quella giornata, i tedeschi la completavano uccidendo quanti incontravano sul sentiero della montagna.

Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nelle antrosità della roccia vi furono bruciati dentro dal getto del lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dalle braccia il prezioso fardello, lo scagliarono nella scarpata e lei stessa l’uccisero a colpi di rivoltella nel cranio. Molti altri furono raggiunti dalle raffiche di mitragliatori mentre fuggivano saltando per le balze della montagna, come capre selvatiche contro le quali si esercitava la bravura del cacciatore.

Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastello cominciando a rastrellare gli abitanti, il paese era già stretto dall’angoscia; gli abitanti serrati nelle case e nascosti alla meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sulla valle, dopodiché ottocento uomini erano stati strappati dalle case e condotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompagnata da un suono più sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita ad altri quattordici infelici, scelti a caso».

Dopo il massacro

Nelle prime ore del pomeriggio, gli uomini, tornati dai loro rifugi, e gli altri pochi sopravvissuti, provvidero a soccorrere i feriti, a trasportarli all’ospedale da campo di Valdicastello e a dare sepoltura ai resti, per lo più carbonizzati, dei cadaveri in fosse scavate negli orti.

Ricorda don Giuseppe Evangelisti:

« La scena che maggiormente dava sgomento era quella della piazza della chiesa: una massa di cadaveri al centro, con la carne quasi ancora friggente; da una parte il corpo di un bimbo sui tre anni, tutto enfiato e screpolato dal fuoco, con le braccia irrigidite e sollevate come per chiedere aiuto, ed intorno lo scenario delle case che mandavano ancora nell’aria baglIori e scoppiettii, la chiesa, con la porta spalancata, lasciava vedere un grande braciere al di dentro, fatto con le panche e i mobili, e nell’aria il solito fetore di carne arrostita che levava quasi il respiro e che si espandeva a tutta la vallata.

La sepoltura di queste salme fu fatta il giorno 14 e vi presero parte una trentina di volontari venuti dalla Culla. Fu un lavoro abbastanza difficile e rischioso, specialmente per i grandi nuvoli di mosche, le cui punture avrebbero potuto causare infezioni mortali. Non avevamo maschere, non avevamo disinfettanti. Avevamo solo una piccola bottiglia di alcool e un po’ di cotone per tamponarci il naso.

Anche qui un episodio che ci commosse tutti: fra quei cadaveri c’era una famiglia numerosa, quella di Antonio Tucci, un ufficiale di marina oriundo di Foligno, ma di stanza a Spezia, che con vari sfollamenti si era ritrovato quassù. La sua famiglia era composta da 8 figli (con età da pochi mesi fino a 15 anni) e la moglie. Mentre si stava apprestando la fossa, ecco arrivare il Tucci correndo e gridando come un forsennato, per buttarsi tra quel groviglio di cadaveri: “Anch’io con loro!” urlava. Bisognò immobilizzarlo finché non si fu calmato. Rimase per qualche giorno come semipazzo. I cadaveri della piazza della chiesa furono 132, fra cui 32 bambini. Altri 8 cadaveri erano dietro il campanile e pare fossero quelli che i tedeschi avevano prelevato in basso per portare le munizioni».

Nei giorni immediatamente successivi i sopravvissuti, temendo che i nazisti potessero tornare al paese per completare l’opera di annientamento della piccola comunità, si rifugiarono nei ricoveri di fortuna offerti dagli anfratti delle montagne. Per più di un mese, nascosti in grotte, in piccoli metati, nelle gallerie delle vicine miniere, come bestie ferite, ignari di quanto accadeva in Versilia, accompagnati dallo sgomento delle violenze subite, circa 180 persone sopravvissero fra gli stenti, con ortaggi raccolti durante la notte negli orti abbandonati .

Dopo il mese di settembre, con l’arrivo degli alleati, i superstiti fecero ritorno al paese, nelle poche case rimaste integre, o in quelle ricoperte con la paglia per superare i rigori dell’inverno.

Solo dalla fine del 1945, con la Liberazione e la fine del conflitto, fu possibile avviare la ricostruzione del paese. Si ricavarono le travi necessarie dai castagni, furono riattivate le fornaci per produrre la calce, si recuperarono dalla cava d’ardesia le piastre per ricoprire i tetti.

Per cancellare i segni più evidenti del dramma che si era consumato, vennero stuccati i fori dei proiettili sulla facciate delle case, riverniciato l’interno della chiesa, tolte le canne dell’organo mitragliate dai nazisti. Furono opere dettate dall’esigenza, fortemente sentita dagli abitanti del paese nel periodo immediatamente successivo alla strage, di dimenticare l’accaduto e ricreare le condizioni per una vita normale.

Altrettanto forte fu il desiderio di dare degna sepoltura alle vittime. Nel 1945 il Comune di Stazzema bandì un concorso per onorare, con un Monumento Ossario, i martiri dell’eccidio. Molti dei superstiti premevano affinché il Monumento fosse eretto sulla piazza della chiesa, teatro di uno degli episodi più efferati della strage. Prevalse però l’esigenza di rendere visibile l’opera dai monti circostanti, dalla valle e perfino dal litorale tirrenico. Fu pertanto scelto il Col di Cava.

Nel 1947 cominciarono i lavori di edificazione del Monumento Ossario, dove vennero traslati i resti delle vittime dalle fosse comuni. Il Monumento venne inaugurato ufficialmente il 12 agosto del 1948, nel IV Anniversario della strage.

Il ruolo dei collaborazionisti fascisti

All’epoca Sant’Anna era ancora più defilata e di difficile accesso di quanto lo sia oggi; per raggiungerla si dovevano percorre le vecchie mulattiere che da Valdicastello (Pietrasanta) e dal versante di Stazzema vero e proprio raggiungevano il villaggio di Sant’Anna dopo almeno due ore di difficile e faticosa marcia. Fu proprio questa caratteristica che spinse nell’estate del 1944 un migliaio di sfollati a raggiungere questi luoghi ritenuti praticamente inaccessibili. Eppure il 12 agosto 1944 Sant’Anna venne circondata da quattro colonne SS tedesche.

Le quattro compagnie si mossero dalla zona di Pietrasanta intorno alle tre di notte percorrendo quattro diverse direttrici e raggiungendo verso le sei del mattino la vallata del paese. La salita fu pertanto compiuta durante la notte, e fu quindi essenziale la guida di italiani, per lo più versiliesi, profondi conoscitori dei luoghi, per raggiungere i vari borghi del paese.

Alcuni superstiti dell’eccidio hanno rilasciato precise testimonianze in merito all’operato di questi italiani rinnegati. Individui col volto coperto, che parlavano italiano, addirittura in dialetto versiliese.

Con la partecipazione attiva alle stragi dell’estate 1944, i fascisti scrissero la pagina più infame della loro collaborazione con l’occupante nazista, dopo essersi già macchiati di gravissime colpe, dalla fucilazione di partigiani, alle violenze e ai soprusi commessi ai danni della popolazione.

Dichiarazioni di testimoni oculari, utilizzate durante i processi a carico dei criminali nazifascisti:

“dal punto dove ero nascosto sentivo parlare anche in italiano” (F.B., superstite dell’eccidio).

“Vedi che c’è qui se te sorti! Mi disse un individuo in tuta mimetica che impugnava una pistola, mentre cercavo di uscire dalla casa” ( B.B, superstite dell’eccidio).

“Dai mora! Gridava un milite che trascinava una mucca” (E.M., superstite dell’eccidio)

Enio Mancini, altro superstite, afferma che nel borgo di “Sennari” notò almeno due o tre squallidi personaggi mascherati che parlavano versiliese. “Quando già predisposti al muro di una casa con la mitragliatrice ormai pronta a far fuoco arrivò l’ufficiale nazista che in tedesco impartiva degli ordini per noi incomprensibili uno di questi tradusse in perfetto italiano “via svelti scendete a Valdicastello”; un altro disse alla nonna che chiedeva di potersi prendere gli zoccoli: “brutta vecchiaccia di ben altro ti devi preoccupare”; un altro, ancora, togliendo la mucca dalla stalla la sollecitò: “dai mora”.”

Le sorelle Alba e Ada Battistini più volte hanno testimoniato il particolare di un bue ferito con un colpo di pistola alla testa, non ancora morto, al quale si avvicinò un uomo esclamando: “brutto mostro ‘un voi morì”.

Alfredo Graziani, il 12 agosto 1945, pubblicò una sua memoria del tragico evento nella quale testualmente riportava: “che vi fossero anche italiani, camuffati sotto la divisa SS, e che non fossero pochi, è stato accertato”.

Graziani riportava nella sua pubblicazione anche un brano pubblicato sulla “Nazione del Popolo” 29/6/45 dallo scrittore Manlio Cancogni che testualmente recitava:

“Dei nomi, uno sopra tutti, girano da tempo sulle bocche degli abitanti dell’intera regione e ci si aspetta, forse invano, che prove definitive confermino la verità del sospetto.

Italiani comunque hanno partecipato a esecuzioni del genere in altre parti d’Italia. La mente recalcitra. Italiani che non si limitarono alla infame opera di spie, di carcerieri, di aguzzini nelle celle di tortura e nei campi di concentramento, ma che vollero anche macchiarsi del delitto più atroce: la strage degli innocenti. «Vollero» è l’espressione giusta, perché non potevano esservi comandati, e comunque avrebbero potuto facilmente sottrarvisi. “Vollero”, alcuni per vera deformità morale, ma i più per criminale vanità, per servile bisogno d’imitazione. Volevano non sentirsi minori dei loro Padroni; dimostrare d’essere capaci di ciò in cui loro eccellevano; dimostrarlo a se stessi e a quanti non lo credevano. Volevano partecipare anch’essi al «gioco» senza preoccuparsi se nella posta vi erano vite umane e la loro stessa anima. Ma non si trattava di vite e di anime per loro, come per i tedeschi, incapaci di commozione e gelati dall’indifferenza.

Ma per gli italiani che parteciparono all’eccidio di Sant’Anna come si può parlare d’indifferenza? Non erano gente venuta da fuori; la regione non era per essi un luogo qualunque di passaggio, privo di memorie e di affetti. L’indifferenza lamentata per gli altri non possiamo ammetterla nei loro riguardi, se non a patto di riconoscervi un cinismo ancor più terribile. Quello era pur sempre il paese della loro infanzia. Ne conoscevano certamente tutte le pieghe, le forme, i colori e persino quell’odore che ciascuno porta nel proprio animo dovunque vada per ricordarlo e riconoscerlo, nei momenti di maggiore dolcezza. Era il paese nel quale erano cresciuti e a ogni casa, a ogni sentiero, a ogni albero, a ogni volto umano era legata una parte della loro vita. Erano uomini più umani che altrove, quelli sui quali puntarono le armi omicide, case dense della loro stessa vita quelle a cui appiccarono voluttuosamente le fiamme, tenera erba della loro infanzia, accarezzata dai loro passi, quella che intrisero di sangue.

Su quelle pendici, forse, s’erano trovati in altri tempi durante una passeggiata domenicale. Si erano seduti su quelle balze all’ombra dei castagni e abbandonata liberamente la vista alla vallata avevano anch’essi sentito un attimo di struggente felicità. un amore più tenero per le cose, e un pensiero di gratitudine per i beni della vita s’era forse levato da loro cuore”.

tratto da www.santannadistazzema.org

12 agosto 2009

http://archivio.senzasoste.it/anniversari/santanna-di-stazzema-65-anni-dopo-la-storia-non-si-dimentica-la-memoria-non-si-cancella

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