25 giugno 2017 Lucca

25 giugno lucca

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Stefano Rodotà (30 maggio 1933 – 23 giugno 2017)

stefano rodotà

Oggi troviamo il futuro declinato in modo ben diverso dal passato e sembriamo prendere congedo da un diritto ostile all’amore. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea vieta ogni discriminazione e legittima, in condizioni di parità, unioni diverse da quella matrimoniale. La Corte costituzionale italiana ha cominciato a riconoscere alle persone dello stesso sesso il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia. Ma se rivolgiamo lo sguardo alla società italiana, cogliamo ancora troppe tracce di una politica del disgusto che continua a ritenere inaccettabili i diritti dell’amore. Una politica che si nutre di pregiudizi, sorda ai richiami dell’Europa, ostacola l’abbandono delle discriminazioni e nega alle persone diritti fondamentali, come l’accesso paritario di tutte le coppie al matrimonio. Ma una più profonda cultura dell’amore si diffonde, richiama i princìpi di dignità ed eguaglianza, e obbliga così il diritto a prendere atto dei profondi mutamenti sociali, a rispettare fino in fondo la libertà delle persone.

Stefano Rodotà, Diritto d’amore, Laterza, Roma-Bari, Presentazione, 2016

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Concerto di chiusura campagna elettorale Alessandro Tambellini

Festa di chiusura

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Lucio Anneo Seneca, “Lettere a Lucilio”, II, 3-5

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3 La filosofia non è un’arte che cerca il favore popolare e non è fatta per essere ostentata; non consiste nelle parole, ma nei fatti. Di essa non ci si vale per far trascorrere piacevolmente le giornate, per eliminare il disgusto che viene dall’ozio: educa e forma l’animo, regola la vita, governa le azioni, mostra ciò che si deve o non si deve fare, siede al timone e dirige la rotta attraverso i pericoli di un mare agitato. Senza di lei nessuno può vivere tranquillo e sicuro; in ogni momento si presentano innumerevoli circostanze che esigono una direttiva, e questa bisogna cercarla nella filosofia. 4 Qualcuno dirà: “A che mi giova la filosofia, se esiste il fato? A che, se c’è un dio che ci governa? A che, se il caso detta legge? Non si possono mutare gli eventi prestabiliti, né difendersi contro quelli incerti, ma o un dio è padrone delle mie decisioni e ha stabilito che cosa devo fare, o la sorte non mi concede nessuna decisione.” 5 Qualunque di queste forze esista, anche se esistono tutte, caro Lucilio, bisogna dedicarsi alla filosofia; sia che il destino ci vincoli con la sua legge inesorabile, sia che un dio, arbitro dell’universo, abbia disposto ogni cosa, sia che il caso sospinga e muova disordinatamente le vicende umane, deve proteggerci la filosofia. Ci esorterà a obbedire di buon grado a dio, e con fierezza alla sorte; ci insegnerà a seguire la volontà di dio, a sopportare il caso.

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Giorgio Caproni, “Versicoli quasi ecologici”

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Versicoli quasi ecologici

 

Non uccidete il mare,

la libellula, il vento.

Non soffocate il lamento

(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:

anche di questo è fatto

l’uomo. E chi per profitto vile

fulmina un pesce, un fiume,

non fatelo cavaliere

del lavoro.

 

L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore. Dove

sparendo la foresta

e l’aria verde, chi resta

sospira nel sempre più vasto

paese guasto: Come

potrebbe tornare a essere bella,

scomparso l’uomo, la terra.

 

Giorgio Caproni, Versicoli quasi ecologici – RES AMISSA (1991)

https://www.ultimenotizieflash.com/curiosita/news-dal-mondo/2017/06/21/analisi-del-testo-maturita-2017-giorgio-caproni-con-versicoli-quasi-ecologici

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Giornata internazionale del rifugiato

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https://it.wikipedia.org/wiki/Convenzione_relativa_allo_statuto_dei_rifugiati

https://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19510156/index.html

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Renato Biagetti (1980-2006)

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http://www.gliocchidi.it/persone/renato_biagetti

Renato Biagetti

(Roma 1980 – Roma 27 agosto 2006)

Mi chiamo Renato Biagetti. A me i fascisti non fanno paura. Non mi hanno mai fatto paura. Nemmeno quando mi hanno ucciso.

Quelli che mi fanno paura sono quelli che non dicono nulla, non vedono nulla, non sanno nulla. Quelli che ancora pensano che sono ragazzate o che “quelli come me se la sono andati a cercare”. Quelli che dicono che è folklore. Bandiere nere, svastiche, saluti romani. Folklore, come i ballerini con il tamburello o le processioni con il santo con appesi i serpenti. Fenomeni marginali, sacche di delinquenza. Risse tra balordi. Tre righe in cronaca.

Intanto si riscrive la storia. Si mischiano i morti. Si dimenticano cause, ragioni. Io sono morto per loro. Non per voi. Sono morto per loro. E a loro continuo a pensare.

E’ tutto così assurdo. Un brutto film, uno di quelli in cui la sceneggiatura non gira. Eppure in quel film io ci abitavo, come ci abitate voi. Un Paese che ancora non si è stufato delle morti come la mia. Un Paese in cui tutto è normale. Anche morire fuori da una festa di musica reggae. 8 coltellate. Una è stata così forte che addosso mi è rimasto il segno del manico del coltello.

Tutto normale. Anzi normalissimo. Cosa c’è di strano? Si comincia sempre così. Di questo ho paura.

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