Liliana Segre, neo senatrice a vita

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella mi ha chiamato stamattina comunicandomi la decisione di nominarmi senatrice a vita. Lo ringrazio per questo altissimo riconoscimento. La notizia mi ha colto completamente di sorpresa. Non ho mai fatto politica attiva e sono una persona comune, una nonna con una vita ancora piena di interessi e di impegni. Certamente il Presidente ha voluto onorare, attraverso la mia persona, la memoria di tanti altri in questo anno 2018 in cui ricorre l’80esimo anniversario delle leggi razziali.

Sento dunque su di me l’enorme compito, la grave responsabilità di tentare almeno, pur con tutti i miei limiti, di portare nel Senato della Repubblica delle voci ormai lontane che rischiano di perdersi nell’oblio. Le voci di quelle migliaia di italiani, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che nel 1938 subirono l’umiliazione di essere degradati dalla Patria che amavano; che furono espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società dei cittadini ‘di serie A’. Che in seguito furono perseguitati, braccati e infine deportati verso la ‘soluzione finale’. Soprattutto le voci di quelli, meno fortunati di me, che non sono tornati, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono finiti nel vento.

Salvare dall’oblio quelle storie, coltivare la Memoria, è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza. E la può usare. Il mio impegno per tramandare la memoria, contrastare il razzismo, costruire un mondo di fratellanza, comprensione e rispetto, in linea con i valori della nostra Costituzione, continuerà ora anche in Parlamento, ma, lo dico sin d’ora, senza trascurare la mia attività con gli studenti.

Continuerò finché avrò forza a raccontare ai giovani l’orrore della Shoah, la follia del razzismo, la barbarie della discriminazione e della predicazione dell’odio. L’ho sempre fatto, non dimenticando e non perdonando, ma senza odio e spirito di vendetta. Sono una donna di pace e una donna libera: e la prima libertà è quella dall’odio.

Liliana Segre, neo senatrice a vita

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PORRAJMOS – Altre tracce sul sentiero per Auschwitz

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Torre delle ore (Lucca)

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Tornano a Lucca i rintocchi della Torre delle ore, dopo una lunga pausa in cui l’orologio più famoso della città era rimasto fermo. La torre fu costruita intorno al XIII secolo, le famiglie lucchesi a cui è appartenuta furono i Quartigiani, Diversi, Cristofani, Sesmondi e Ceci.

Nel 1390 quando i notabili di Lucca, riuniti nel Consiglio Generale, decisero di far costruire un «orologio bonum, sufficienter aptum et bene distinguentes tempus per horas» e scelsero la torre più alta, che era anche nella posizione centrale. La realizzazione dell’orologio fu affidata al più importante orefice lucchese del tempo Labruccio Cerlotti. La torre, acquisita proprio dai Cerlotti solo nel 1471 venne acquistata dal Comune e nel 1490 fu posto un quadrante esterno.

Nel 1754, il meccanismo dell’orologio della Torre delle Ore fu sostituito. Il nuovo «automa» fu progettato dallo svizzero Louis Simon e dal lucchese Sigismondo Caturegli. L’orologio vero e proprio fu dotato di un quadrante con i numeri romani e la lancetta unica sagomata con stella al centro, e coperto da una gronda sporgente. Le campane del meccanismo furono fuse dal lucchese Stefano Filippi, la più grande annuncia le ore da una a sei, alla romana, e le due campane minori comandano i quarti,. Al di là di esso si trova la cella campanaria, aggettante grazie al sostegno di alcune mensole, dove si aprono quattro grandi finestroni ad arco, dai quali si gode una notevole vista sulla città.

La torre è sovrastata da una banderuola in ferro riportante il motto Libertas, che si trovava sulle bandiere della Repubblica di Lucca e la data 1754. La banderuola originale si trova esposta presso l’aula didattica dell’Orto Botanico, quella attuale sulla torre è una copia recente.

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“La razza nemica, la propaganda antisemita nazista e fascista”

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La mostra  “La razza nemica, la propaganda antisemita nazista e fascista” (a cura della Fondazione Museo della Shoah di Roma) sarà inaugurata giovedì 18 gennaio alle 17.00 a Palazzo Ducale a Lucca. Nell’occasione Marcello Pezzetti, uno dei massimi storici della Shoah, co-curatore della mostra nonché consulente storico di Roberto Benigni durante le riprese del film La vita è bella, presenterà la mostra e il pubblico avrà quindi la possibilità di visitarla con una guida d’eccezione.
Successivamente Fausto Garcea, Docente Scuola dello Sport CONI e Marco Vignolo Gargini, saggista, ricorderanno la figura di Egri Erbstein, allenatore della Lucchese degli anni ’30, capace di portare la compagine rossonera fino al settimo posto in serie A nella stagione 1936/1937. Erbstein viene colpito direttamente dalla leggi razziali fasciste del 1938 e si ritrova a non poter più far frequentare una scuola pubblica alle sue figlie, viene costretto ad una vita instabile e precaria; nel dopoguerra sarà allenatore del Grande Torino e morirà nella tragedia di Superga il 4 maggio 1949.
L’esposizione rimarrà allestita a Palazzo Ducale fino al 10 febbraio, poi sarà ospitata alla Fortezza di Mont’Alfonso a Castelnuovo di Garfagnana dal 15 febbraio al 2 marzo e, successivamente, al Palazzo della Cultura di Cardoso (Stazzema) dal 9 al 18 marzo.

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Giornata della Memoria 2018

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Mercoledì 17 gennaio alle ore 17.00, presso la Casermetta di Porta Santa Maria in Lucca, l’Associazione Culturale “Cesare Viviani” organizza un pomeriggio dedicato alla Giornata della Memoria, Introduce Martino De Vita, conduce Marco Vignolo Gargini.

Il 27 gennaio 1945 i soldati dell’Armata Rossa aprirono i cancelli del Campo di concentramento e sterminio tedesco nazista di Auschwitz (Oświęcim in polacco), in Polonia, e al suo interno vi trovarono gli internati sopravvissuti, circa 7000, suddivisi tra ebrei, prigionieri politici, omosessuali, Rom e Sinti, Testimoni di Geova e cosiddetti “asociali”.

Nel 1996 la Germania fu il primo paese a ricordare quella data istituendo il 27 gennaio come giornata nazionale da dedicare alla commemorazione di tutte le vittime del nazionalsocialismo. Quattro anni dopo anche l’Italia seguì l’esempio della repubblica tedesca, però leggendo il testo della legge italiana, n. 211 del 20 luglio 2000, ci si accorge che il “Giorno della Memoria” è stato proclamato dal nostro Parlamento per ricordare solo alcune vittime del nazionalsocialismo. Solo gli italiani, ebrei, prigionieri politici e IMI (Internati militari italiani) fanno parte dell’elenco delle vittime citate nel testo della legge, e mancano all’appello gli omosessuali, i Rom, i Sinti, i Testimoni di Geova e tutte le altre categorie presenti all’interno dei Lager.

A tutt’oggi ci si chiede perché nel nostro paese si miri a commemorare solo alcuni “Olocausti”, rimuovendo la memoria di tutti gli altri o minimizzando l’impatto di un disegno più ampio di chiara impronta xenofoba e omofoba. In realtà la domanda va posta ai legislatori italiani che istituirono il Giorno della Memoria “Corta”, che, mutilata, si presta ad attacchi, ignoranze e revisionismi.

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“Viva le donne”, Sigle televisive

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(testo di Sergio Paolini e Stelio Silvestri; musica di Riccardo Vantellini e Pippo Baudo)

Sigla trasmissione edizione 1970 di Settevoci, andata in onda dal 6 febbraio 1966 al giugno 1970

E viva le donne,

viva le belle donne,

che sono le colonne dell’amor.

Però, però ripenso sempre alle parole

Che Don Nicola mi diceva tempo fa:

«Tu sei troppo giovane

Tu sei troppo candido,

la  verità è questa qua:

Lulù mi giurò un grande amore,

quel viso d’angelo bruciava l’anima

ma il suo fidanzato pompiere

tutte le fiamme dell’amore mi annaffiò.»

La storia di questo insuccesso

mi lascia un tantino perplesso,

però se una donna è così

altre cinquanta mi dicono sì.

E viva le donne,

viva le belle donne,

che sono le colonne dell’amor.

Però, però mi torna in mente Don Nicola

Alla sua scuola c’è qualcosa da imparar:

«Tu sei troppo semplice,

tu sei troppo timido,

la verità è questa qua:

Mimì mi guardava rapita,

e mi diceva parole splendide:

“Tu sei la mia luce, la vita!”

Eh, con l’esattore della luce se n’andò…»

La triste e infelice esperienza

mi urge una certa prudenza,

però se una donna è così

altre duecento mi dicono sì.

E viva le donne,

viva le belle donne,

che sono le colonne dell’amor.

Però, però ricordo sempre Don Nicola

che con l’esempio e la parola mi guidò:

«Tu sei troppo piccolo, tu sei troppo tenero

La verità è questa qua:

Memmè mi parlò dell’amore

un mare limpido e senza nuvole,

però non sapeva nuotare

e con la flotta giapponese s’imbarcò.»

Quest’altra penosa avventura,

ormai non mi fa più paura,

perché se una donna è così

tutte le altre mi dicono sì.

E viva le donne,

viva le belle donne,

che sono le colonne dell’amor.

 

 

 

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Im Zeitalter von Feuer und Zorn

Der Spiegel

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