“Oggi le comiche” con David Parenzo

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Tettigonia viridissima

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Luglio

Sisohpromatem (Marco Vignolo Gargini)

1968, R.Del Turco – G.Bigazzi, Ed. Tiber

Luglio, col bene che ti voglio vedrai non finirà.
Luglio m’ha fatto una promessa l’amore porterà.
Anche tu, in riva al mare tempo fa, amore, amore
mi dicevi: “luglio ci porterà fortuna” poi non ti ho vista più;
vieni, da me c’è tanto sole ma ho tanto freddo al cuore
se tu non sei con me.
Luglio si veste di novembre se non arrivi tu.
Luglio sarebbe un grosso sbaglio non rivedersi più.
Ma perché in riva al mare non ci sei, amore, amore
ma perché non torni è luglio da tre giorni
e ancora non sei qui; vieni, da me c’è tanto sole
ma ho tanto freddo al cuore se tu non sei con me.
Luglio, stamane al mio risveglio non ci speravo più.
Luglio credevo ad un abbaglio e invece ci sei tu.
Ci sei tu in riva al mare solo…

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Genoveffa la racchia

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God has given you one face, and you make yourself another.

William Shakespeare, The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark, III

Genoveffa la racchia è un personaggio di fantasia creato dal disegnatore Gioacchino Colizzi (1894-1986), in arte Attalo, pubblicato nei numeri del giornale satirico “Marc’Aurelio” negli anni ’30 e inizi ’40. Insieme al Gagà, un elegantone di pessimo gusto e brutto d’aspetto, Genoveffa la racchia è rimasta nell’immaginario collettivo come sinonimo di donna per nulla avvenente che si atteggia a femme fatale. Chi è oggi Genoveffa la racchia? Ovviamente quei mascheroni ricoperti di fard, ombretto, mascara, rossetto, rifatti chirurgicamente o iniettati di botox. La differenza rispetto al secolo scorso sta nella fluidità di genere, per cui, se Genoveffa la racchia è senz’altro di sesso femminile, oggi i mascheroni sono anche le drag queen e le transgender. Le drag queen giocano con l’ironia e oltrepassano il personaggio di Attalo, dimostrando di saper cogliere l’umorismo involontario di tante creature del mondo dello spettacolo, che risulterebbero inguardabili senza make up. Le transgender, se non hanno di per sé un aspetto esteticamente piacevole, rischiano di restare incasellate nella categoria delle novelle Genoveffa la racchia. Una su tutte: Vladimir Luxuria. Tolto il trucco pesante, i vestiti sgargianti, i ritocchi, l’esagerazione delle pose e del timbro vocale, Vladimiro Guadagno non può certo sperare di far parte del mondo della bellezza femminile. Non è affascinante, è soltanto artificiale. In questo dimostra di non possedere alcuna vena autoironica. Anna Mazzamauro le è superiore. Bisognerebbe accettare il fatto di non essere irresistibili sul piano estetico e, semmai, supplire al tutto con uno charme che sia però naturale. La bellezza con gli anni svanisce, oppure non c’è mai stata, rincorrere un’eterna giovinezza denota un’insicurezza di fondo rimarchevole, per non dire di peggio. Va sottolineato che pure i maschietti non scherzano con la vanità, un recente Gagà come Berlusconi ne è l’esempio più calzante.

Insomma, Genoveffa la racchia è la testimone passata, presente e futura di quanto Amleto disse a Ofelia: “Dio vi ha dato una faccia e voi ve ne fate un’altra”.

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Trees

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When God

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Reducium Bellorum Mithridaticorum Societas

Ebbene sì, sono il presidente della Reducium Bellorum Mithridaticorum Societas (Associazione dei reduci delle Guerre Mitridatiche). Direte voi, come puoi essere presidente-reduce di guerre che si sono svolte tra l’88 e il 63 a.C.? Vi rispondo. Come possono definirsi “garibaldini” persone che non hanno mai visto, conosciuto e, soprattutto, combattuto con Giuseppe Garibaldi? Non stiamo parlando della Brigata Garibaldi della Resistenza, ma di coloro che hanno seguito Garibaldi fino alla fine. Come possono definirsi “partigiani” tutti coloro che sono nati dopo la Seconda Guerra Mondiale o che erano troppo piccoli per partecipare attivamente alla Resistenza? In quest’ultimo caso dobbiamo ricordare che molti italiani rimasti neutri o, addirittura, legati alla RSI, dopo il 25 aprile 1945 diventarono “partigiani”. Dopo l’8 settembre 1943 i combattenti della Resistenza furono circa diecimila, poi nel febbraio-marzo 1944 raddoppiarono di numero, infine, secondo i numeri certificati nel Portale dell’Archivio centrale dello Stato, diventarono 130mila nei giorni precedenti il 25 aprile del ‘45, quando ci fu la Liberazione. Nei giorni seguenti, quando ormai la guerra era vinta, i dati ufficiali sostengono che i partigiani arrivarono a 250mila. D’altronde, lo sport nazionale non è il calcio o il ciclismo, ma salire sul carro del vincitore. I partigiani del giorno dopo approfittarono della circostanza per rifarsi una verginità mai esistita. Peggio ancora i partigiani del giorno dopo ancora, cioè tutti quelli che, per motivi meramente opportunistici, oggi promuovono e si mettono in tasca dei bei soldini spacciandosi per ciò che non sono mai stati. I “garibaldini”, quelli veri, sono morti tutti, i partigiani effettivi rimasti in vita sono pochissimi, nel 2021 il quotidiano La Repubblica è riuscito a ritracciare e intervistare 420 superstiti della Resistenza, anche se, facendo due calcoli, si può affermare che in complesso i reduci effettivi potrebbero essere anche dieci volte tanto… Insomma, i partigiani veri stanno scomparendo del tutto, ma i partigiani del giorno dopo ancora continuano a ricevere prebenda pur non avendo mai fatto parte della Resistenza per ovvi motivi anagrafici. Guardate che questa non è una tesi da nostalgici del fascismo, a parlarvi è un nipote (che da ragazzo si iscrisse al PCI) di un membro del CLN. Io resto sempre fedele alle idee di mio nonno e non ho mai smesso di considerarmi comunista. Mio nonno concluse la sua esperienza di lotta contro il nazi-fascismo senza chiedere niente, convinto com’era di aver fatto il suo dovere. Io la penso come mio nonno e chi ha chiesto e continua a chiedere qualcosa non è degno d’essere considerato “partigiano”. Tutto qua.

Pertanto, lasciatemi fare il presidente della Reducium Bellorum Mithridaticorum Societas, lo faccio gratis, non costa niente alle casse dello Stato. Questa è la differenza tra quei furbetti e me.

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Il ballo del potere

Da una parte si agita lo spauracchio di una deriva fascista, dall’altra lo spauracchio del Gay Pride e della sostituzione etnica… L’unico spauracchio da agitare è la miseria intellettuale di tutte queste forze contrapposte, fiacche, senza idee e aggrappate al nulla. In mezzo ci sono i poteri economico-finanziari, che hanno in mano il pallino della politica. Destra, centro, sinistra, un’accozzaglia di teste scadenti che sperano di vincere e vivacchiare cinque, dieci anni sistemando se stessi, amici, parenti etc.. Una destra italiana che si masturba con nostalgie di un ventennio che ci portò dritto alla guerra e distrusse il paese. Un centro che rimastica il bolo democristiano antico e si prepara a scegliere ciò che più gli conviene. Una sinistra che non è più sinistra, ossia rivoluzionaria, ma riformista, neoliberista, di conseguenza allergica a una vera politica sociale che abbatta le disuguaglianze e proponga una ridistribuzione equa delle ricchezze.

Alla fine, mi viene in mente il testo della canzone Il ballo del potere, scritto da Manlio Sgalambro su musica di Franco Battiato.

Ti muovi sulla destra, poi sulla sinistra
Resti immobile sul centro, provi a fare un giro su te stesso
Un giro su te stesso (you miss me and I miss you)

Fingi di riandare avanti con un salto
Poi a sinistra con la finta che stai andando a destra
Che stai andando a destra (you miss me and I miss you)

Poi si aggiungono i pensieri
Con un movimento indipendente dalla testa, dalle gambe
Con un movimento dissociato dalla testa, dalle gambe

I Pigmei dell’Africa
Si siedono per terra
Con un rito di socialità
Tranquilli fumano l’erba

Ti muovi sulla destra, poi sulla sinistra
Resti immobile sul centro, provi a fare un giro su te stesso
Un giro su te stesso (you miss me and I miss you)

Poi si aggiungono i pensieri
Con un movimento indipendente dalla testa, dalle gambe
Con un movimento dissociato dalla testa, dalle gambe

Gli aborigeni d’Australia
Si stendono sulla terra
Con un rito di fertilità
Vi lasciano il loro sperma

The circle symbolizes Tai Chi which is formless and above duality
Here it is manifesting itself as the progenitor of the universe
It is divided into yin (the dark) and yang (the light)
Which signify the negative and positive poles
Pairs of opposites, passive and active, female and male
Moon and sun

Gli aborigeni d’Australia
Si stendono sulla terra

Il testo è esemplare, descrive esattamente le dinamiche di una politica che ha abiurato e pensa soltanto a conservare se stessa, spostandosi un po’ qua, un po’ là. Francia o Spagna, basta che se nagna. Per poter coltivare la speranza bisogna tornare ad essere come i Pigmei dell’Africa, gli aborigeni d’Australia, ritrovare la terra, gli elementi, la natura e abbattere un sistema tracotante, violento che distrugge le risorse, crea confini e mortifica le persone. Purtroppo, con una politica inesistente, schiava dell’establishment economico-finanziario, non ne usciamo vivi. Si salvi chi può.

Quando andate a votare fate come Fellini, che sulla macchina da presa attaccava il biglietto con su scritto: “Ricordati che è un film comico”.

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Po po po ha rotto i coglioni!

Il 7 marzo 2003 fu pubblicato Seven Nation Army, singolo del gruppo rock, si fa per dire, The White Stripes, un duo statunitense di Detroit composto da Jack e Meg White. Bando alla ciance, il pezzo non è un capolavoro, ma, chissà perché, impressionò così tanto i tifosi del calcio, in primis del Bruges, che da allora lo hanno eletto a tormentone durante le partite. Perché è diventata la colonna sonora della nazionale italiana del 2006? Perché gli azzurri lo intonavano a mo’ di peana?  Forse Francesco Totti, che lo aveva sentito durante le gare di Coppa UEFA tra Roma e Bruges, 16 e 23 febbraio 2006, ripreso dai romanisti per sfottere i belgi sconfitti con un doppio 2-1, è responsabile di aver portato, con la complicità dei suoi compagni giallorossi Simone Perrotta e Daniele De Rossi, negli spogliatoi della nazionale italiana questo riff. Occorre dire che nel testo della canzone vi sono due versi emblematici:

I’m gonna fight ‘em off / A seven nation army couldn’t hold me back

(Li combatterò / Un esercito di sette nazioni non poteva trattenermi).

Effettivamente, la nazionale italiana vinse l’edizione del Mondiale 2006 dopo aver incontrato sette nazionali :Ghana, Repubblica Ceca, Stati Uniti (unici a pareggiare con gli azzurri 1-1), Australia, Ucraina, Germania e Francia… ma non credo che quei versi significativi siano stati presi in considerazione.

Ebbene, da allora non ci si salva più da quell’ingombrante riff, insieme a We are the Champions dei Queen, basti pensare alle ultime manifestazioni internazionali. Sembra che la fantasia del mondo del calcio in ambito musicale sia inesistente (anche la competenza musicale è assai scarsa, se si considerano le canzoncine sceme che Lorenzo Insigne faceva ascoltare ai suoi compagni di nazionale… un ulteriore motivo per non convocarlo mai più). Del resto, la musica da stadio riflette una bassezza estetica dei tifosi e dei calciatori. Anche l’inno della Lega di Serie A, commissionata a Giovanni Allevi, è una ciofeca inascoltabile. Dispiace per la malattia che ha colto Allevi, ma la sua “musica”, con tutto il rispetto, fa parte di una paccottiglia contemporanea destinata a sparire nel volgere di breve tempo.

Insomma, l’estetica e il calcio, in quanto sport, dovrebbero andare d’accordo, invece, al di là della bellezza del gioco, della tattica, della tecnica e del gesto atletico, la bruttura prevale, a cominciare dal look dei calciatori, autentici tamarri ultramilionari privi di gusto, che si tatuerebbero persino l’anima, se solo potessero, fissati con le macchinone e le sciacquette del mondo dello spettacolo. Questo perché i calciatori sono i veri VIP di un mondo che ha perso il gusto per la bellezza classica, eleggendo la lordura a simbolo della ricchezza. Per dirla con Roberto D’Agostino, questo è il mondo di Cafonal.

Concludendo, quosque tandem? Per quanto ci dovremo sorbire questa merda? Po po po ha rotto i coglioni!

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Energy Alternatives

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