Federico Fellini (20 gennaio 1920 – 31 ottobre 1993)

La sera di domenica 31 ottobre 1993 Rete 4 trasmise La strada, senza interruzioni pubblicitarie e con la scritta in sovraimpressione “Ciao Federico”. Questo fu un omaggio molto nobile per ricordare la figura del regista riminese appena scomparso, ma rappresentò anche una bizzarria.

   Fellini, negli ultimi anni della sua vita, si era scagliato contro le tv commerciali, in primis quelle di proprietà di Silvio Berlusconi, per l’inserimento degli spot all’interno dei suoi film trasmessi, come avvenne, nel maggio 1985 su Canale 5. I film in questione erano: Lo Sceicco Bianco, I vitelloni, La dolce vita e , di proprietà della Rizzoli Film. Si giunse a una causa presentata alla Pretura di Roma, senza successo. Il magistrato sentenziò:

   “Il livello artistico dei film di Fellini è fuori discussione ed è comprensibile la denuncia dell’assoluta illegittimità di qualunque modificazione del ritmo narrativo delle opere universalmente riconosciute come capolavori, ma è anche vero che in questi ultimi tempi si è verificata da parte dei telespettatori una vera e propria assuefazione al fenomeno degli intervalli. E, dal momento che la lesione al diritto morale dell’autore per la ripetuta immissione di inserti pubblicitari dipenderà da una serie di elementi che vanno valutati caso per caso e che escludono la possibilità di una tutela preventiva, l’unico criterio a cui il magistrato afferma di potersi rifare è quello stabilito dalla legge sulle Tv private: che fissa la durata massima della pubblicità nel 16 per cento delle ore settimanali di trasmissione e del 20 per cento per ogni ora di programmazione, senza però fare alcuna distinzione sulla qualità dei filmati. Ecco quindi il via libera allo spot accompagnato dall’invito al Parlamento a trovare al più presto una soluzione “definitiva sollecita e soddisfacente”. [1]

   Fellini commentò:

   “Questa sentenza mi ha stupito. Non discuto. Giuridicamente sarà anche fondata. Ma, nella realtà, non lo è. Perché non prende abbastanza in considerazione la violazione del diritto dell’autore a veder rispettata l’integrità dell’opera. Un po’ come sancire un arbitrio. E poi: affermando che tanto ormai lo spettatore si è assuefatto al costume della pubblicità non vuol dire riconoscere ufficialmente il potere di plagio della televisione? Avanti di questo passo può darsi che inseriscano qualche spot anche nella lettura delle sentenze, nei momenti più drammatici. Insomma: ho intenzione di andare avanti. E non solo per me”[2].

   Altro intervento di Fellini nell’editoriale pubblicato su “L’Europeo” (7 dicembre 1985):

   “Queste Tv non sono degne di sopravvivere. Le continue interruzioni dei film trasmessi dalle televisioni private sono un vero e proprio arbitrio e non soltanto verso un autore e verso un’opera, ma anche verso lo spettatore. Lo si abitua a un linguaggio singhiozzante, balbettante, a sospensioni dell’attività mentale. a tante piccole ischemie dell’attenzione che alla fine faranno dello spettatore un cretino impaziente, incapace di concentrazione. di riflessione, di collegamenti mentali, di previsioni. e anche di quel senso di musicalità, dell’armonia, dell’euritmia che sempre accompagna qualcosa che viene raccontato… lo stravolgimento di qualsiasi sintassi articolata ha come unico risultato quello di creare una sterminata platea di analfabeti…”.

   Il film Ginger e Fred nasce in mezzo a queste polemiche uscendo nelle sale all’inizio del 1986. I protagonisti, Amelia Bonetti (Giulietta Masina) e Pippo Botticella (Marcello Mastroianni), sono una coppia di vecchi artisti del varietà ripescati da una tv privata di proprietà del Cavalier Fulvio Lombardoni (notare l’assonanza con Silvio Berlusconi) e costretti ad esibirsi durante una trasmissione natalizia, Ed ecco a voi. Il film fa la parodia e ridicolizza il fenomeno della tv commerciale, rimpinzata di spot, pubblicità, programmi d’intrattenimento demenziali.

   Ma non finì qui. Fellini querelò Franco Zeffirelli “sentendosi diffamato da una dichiarazione fatta dal regista dopo la decisione della Rai di trasmettere il film Intervista senza le interruzioni del telegiornale e della pubblicità (come richiesto dallo stesso Fellini). Zeffirelli, secondo dichiarazioni attribuitegli dai giornali, avrebbe detto che Fellini anni fa non batté ciglio davanti al congruo compenso offertogli da Berlusconi per la messa in onda di un pacchetto dei suoi film”[3].

   Nel suo ultimo film, La voce della luna, la sequenza finale è una presa di posizione precisa contro le tv commerciali di Berlusconi: la luna, il cui volto è quello dell’Aldina (Nadia Ottaviani), interrompe il dialogo con Ivo Salvini (Roberto Benigni) per annunciare la pubblicità. Non solo, nella scena del matrimonio di Marisa e Nestore la squadra del Milan è ritratta alle pareti del ristorante e lo stesso Berlusconi, il presidente, è disegnato in veste di arbitro sulla porta della cucina, presa regolarmente a calci dai camerieri che servono in sala.

   Il 31 ottobre 1993 le polemiche cessarono per sempre. Fellini lasciò questa terra e la rete Fininvest più apertamente schierata con Berlusconi (lo si vide nella campagna elettorale del 1994) mise in onda, senza interruzioni pubblicitarie, il film che aveva consacrato il regista riminese in tutto il mondo, con l’Oscar al miglior film straniero del 1957. La strada accompagnò i telespettatori con le tristissime vicende di Gelsomina e Zampanò, l’ossequio fu quanto mai appropriato. Ma le ragioni delle polemiche non sono datate. L’abitudine agli spot ci ha resi veramente “ischemici”. Fellini aveva perso, insieme a noi. Purtroppo.


[1] La Repubblica, 1 agosto 1985

[2] C.s.

[3] La Repubblica, 12 luglio 1991.

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Craxi vent'anni dopo

Ecco il vero film su Bettino Craxi:

Nell’ambito dei processi di Tangentopoli Bettino Craxi ha riportato due condanne definitive (Eni-Sai e Metropolitana Milanese) per un totale di dieci anni. Quattro processi (Enimont, Conto Protezione, All Iberian, Enel).


CONDANNE DEFINITIVE

Eni-Sai. Il 12 novembre 1996 la Cassazione ha confermato la sentenza d’Appello che aveva inflitto all’ex segretario socialista cinque anni e sei mesi di carcere.


Metropolitana Milanese. La seconda sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione, cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e quasi dieci miliardi di risarcimento alla MM pronunciata contro Craxi il 24 luglio 1998 dalla quarta sezione penale della Corte d’Appello di Milano. Il reato è di corruzione e illecito finanziamento dei partiti.


CONDANNE NON DEFINITIVE

Tangenti Enimont. Il processo è arrivato al secondo grado di giudizio. Il primo ottobre 1999 la prima sezione della corte d’Appello di Milano ha condannato l’ex presidente del Consiglio a tre anni e a una multa di 60 milioni. Craxi è accusato di aver ricevuto per il Psi undici miliardi di finanziamenti illeciti provenienti dalla maxitangente Enimont.


Conto Protezione. Il processo d’Appello è da rifare. Il 15 giugno 1999 la Cassazione ha deciso infatti l’annullamento con rinvio della sentenza di condanna a cinque anni e nove mesi, emessa il 7 giugno 1997 dai giudici della seconda corte d’appello di Milano. Le accuse erano di bancarotta fraudolenta e finanziamento illecito ai partiti per i sette milioni di dollari che nel 1981 finirono nelle casse del Psi, passando da quelle dell’Eni, attraverso il Banco Ambrosiano e il conto Protezione sulla banca svizzera Ubs.


Tangenti Enel. Anche questo processo è al primo grado di giudizio. L’ex segretario del Psi è stato condannato a cinque anni e 5 mesi il 22 gennaio 1999.


REATI PRESCRITTI

All Iberian. Craxi è stato condannato il 13 luglio 1998 dal tribunale di Milano a quattro anni di reclusione per finanziamento illecito ai partiti. Ma il 26 ottobre scorso la terza sezione della corte d’Appello di Milano ha dichiarato prescritto il reato. In questo processo la prescrizione ha riguardato anche Silvio Berlusconi, condannato in primo grado a due anni e quattro mesi e dieci miliardi di multa.

La Repubblica, 19 gennaio 2000

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De mortuis… 2

Ci si sente imbarazzati quando scompare qualcuno, nel senso che muore, e si assiste all’ipocrisia del de mortuis nil nisi bonum. La vita biologica ha un termine, prima c’è l’esistenza, buona o cattiva, delle persone. Le persone possono aver commesso reati, violenze non registrate e condannate, atti che in genere hanno nuociuto alla vita degli altri. Perché, al momento della scomparsa di dette persone, tutto o quasi finisce in  prescrizione, viene amnistiato, rimosso, mistificato, addirittura riabilitato? Per il senso comune che detta la pietà umana verso chi ha cessato di vivere? Vi sono eccezioni eclatanti. Adolf Hitler, per esempio, continua ad essere considerato, giustamente, quello che è stato, storicamente e umanamente. Salvo poi non aver indagato abbastanza sul motivo che ha indotto questo essere umano a comportarsi in modo tale da ottenere la qualifica di “impersonificazione del Male”. Altri personaggi storici subiscono una sorta di damnatio memoriæ, comprensibilissima. Ma quanti piccoli Hitler sono esistiti e hanno creato un inferno domestico, una serie di rapporti umani malati, un profondo e intollerabile disagio in chi li ha frequentati? Si direbbe che questi individui, non essendo riusciti a procurare sofferenza in quantità industriale come Hitler, siano trascurabili. In realtà, avrebbero potuto diventare Hitler, se messi nelle condizioni giuste… Ma chi ha provocato dolore, amarezza, malessere e non ha pagato in vita cosa lascia? Spesso l’ipocrisia del de mortuis nil nisi bonum. La banalità del male si annida ovunque e gli Hitler incompiuti vengono ritratti, al momento della loro morte, con le tinte e i colori sbagliati. Ecco che persone mediocri, grigie, viscide, tendenti alla scaltrezza, al doppiogiochismo, all’opportunismo d’un colpo si ritrovano ad essere sopravvalutate, perfino celebrate. Il cattivo gusto sta nel celebrarle o nell’ammettere finalmente lo scadente valore umano di chi è morto? In questi casi a pagare dev’essere la Verità. Si preferisce la pigrizia e la paccottiglia del pietismo per non sembrare “cattivi”. Chi muore giace, però quello che ha compiuto resta e non può essere cancellato con un benevolo colpo di spugna.

https://marteau7927.wordpress.com/2016/10/15/de-mortuis/

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