Oscar Wilde – La decadenza della menzogna 2

la decadenza della menzogna

Oscar Wilde
La decadenza della menzogna
Un’osservazione

Titolo originale: The Decay of Lying – An observation
Traduzione di Marco Vignolo Gargini

   Vivian (legge con voce molto chiara) : « La Decadenza della Menzogna : una protesta. – Una delle cause principali che possono essere attribuite al carattere curiosamente privo di originalità della maggior parte della letteratura contemporanea è senza dubbio la decadenza della Menzogna come un’arte, una scienza e un piacere sociale. Gli storici antichi ci hanno donato deliziose invenzioni in forma di fatto; il moderno romanziere ci regala fatti noiosi in guisa di finzione. Il libro bianco è presto divenuto il suo ideale sia per il metodo che per lo stile. Egli ha il suo noioso document humain, il suo miserabile piccolo coin de la création, nel quale scruta con il suo microscopio. Lo si trova alla Libreria Nazionale, o al British Museum, mentre sta leggendo senza vergogna il suo soggetto. Non ha nemmeno il coraggio delle idee degli altri, ma insiste a seguire direttamente la vita per ogni cosa, e ultimamente, tra le enciclopedie e l’esperienza personale, giunge sulla terra, avendo raccolto i suoi tipi dai nuclei familiari o dalla lavandaia, e avendo acquistato una quantità di informazioni utili dalle quali mai, finanche nei suoi momenti più meditativi, egli può liberarsi nettamente.

« La perdita che in generale nella letteratura risulta da questo falso ideale del nostro tempo può difficilmente essere sopravvalutata. La gente ha un modo spensierato di parlare di un “bugiardo nato”, proprio come parla di un “poeta nato”. Ma in entrambi i casi sbagliano. La menzogna e la poesia sono arti – arti, come vide Platone, non senza legami fra loro – e richiedono lo studio più accurato, la devozione più disinteressata. Di fatti possiedono la loro tecnica, proprio come le arti più materiali della pittura e della scultura, i loro segreti sottili di forma e colore, i loro misteri artigianali, i loro deliberati metodi artistici. Come si riconosce il poeta dalla sua musica raffinata, così si può riconoscere il bugiardo dalla sua ricca e ritmica istanza, e in nessuno dei due casi potrà bastare la casuale ispirazione del momento. Qui, come altrove, la pratica deve precedere la perfezione. Ma in questi giorni mentre la moda del poetare è diventata troppo comune e, se possibile, andrebbe scoraggiata, la moda del mentire è quasi caduta in dispregio. Molti giovani cominciano la vita con un talento naturale per l’esagerazione che, se allevato in ambiti congeniali e comprensivi, o tramite l’imitazione dei migliori modelli, potrebbe rendersi grande e meraviglioso. Ma, secondo la regola, non giungono a niente. Il giovane o cade nella noncurante abitudine della precisione… »

   Cyril : Amico mio!

   Vivian : Per favore non interrompermi nel mezzo di una frase. « Il giovane o cade nella noncurante abitudine della precisione, o si mette a frequentare le persone attempate e bene informate. Tutte e due le cose sono ugualmente fatali per la sua immaginazione, come lo sarebbero certamente per l’immaginazione di chiunque, e in breve tempo egli sviluppa una facoltà morbosa e insana di dire la verità, comincia a verificare tutte le sue affermazioni  fatte in sua presenza, non ha esitazioni a contraddire quelli che sono più giovani di lui, e spesso finisce per scrivere romanzi così simili alla vita che nessuno possibilmente riesce a credere alla loro probabilità. L’esempio che stiamo portando non è così isolato. È semplicemente un esempio preso fra molti, e se non può essere fatto qualcosa per controllare, o almeno per modificare, il nostro mostruoso culto dei fatti, l’Arte si isterilirà e la bellezza lascerà questa terra.

  « Anche Mr. Robert Louis Stevenson, quel maestro delizioso di prosa delicata e fantastica, è contaminato da questo vizio moderno, per il quale non conosciamo affatto nessun altro nome. Esiste un genere di cose come depredare una storia della sua realtà tentando di renderla troppo vera, e La freccia nera è così non artistico da non fregiarsi di alcun anacronismo, mentre la trasformazione del Dr. Jekyll suona pericolosamente come un esperimento descritto sul Lancet. Riguardo Mr. Rider Haggard, che ha veramente, o aveva un tempo, le attitudini di un bugiardo davvero straordinario, adesso ha così paura di essere sospettato di genio che quando ci racconta qualcosa di meraviglioso, si sente legato a inventare un ricordo personale e a piazzarlo in una nota a piè di pagina come una sorta di vile avvaloramento. Neppure gli altri nostri romanzieri sono molto meglio. Mr. Henry James fa delle narrazioni come se fosse un doloroso dovere, e scialacqua il suo limpido stile letterario su motivi bassi e “punti di vista” impercettibili, le sue frasi felici, la sua satira agile e caustica. Mr. Hall Caine, è vero, punta al grandioso, ma quando scrive ad alta voce. È così chiassoso che non si capisce quello che dice. Mr. James Payn è un adepto dell’arte di occultare ciò che non vale la pena di trovare. Egli va a caccia dell’ovvio con l’entusiasmo di un investigatore miope. Quando si voltano le pagine, la trepidazione dell’autore diventa insopportabile. I cavalli del phaeton di Mr. William Black non si elevano verso il sole. Terrorizzano solo il cielo della sera facendo scaturire violenti effetti cromolitografici. I contadini, vedendoli arrivare, si rifugiano nel dialetto. Mrs. Oliphant chiacchiera piacevolmente di curati, partite di tennis, di cose domestiche e altri argomenti barbosi. Mr. Marion Crawford ha immolato se stesso sull’altare del colore locale. È come la dama nella commedia francese che continua a parlare del beau ciel d’Italie. Inoltre, è caduta nella cattiva abitudine di spacciare moralità banali. Ci dice sempre che esser buoni è esser buoni, e che esser cattivi è esser malvagi. Talvolta è quasi edificante. Robert Elsmere è naturalmente un capolavoro – un capolavoro del genre ennuyeux, l’unica forma di letteratura per la quale gli inglesi sembrano provare piacere appieno. Un nostro giovane amico meditativo una volta ci disse che gli ricordava quel tipo di conversazione da tè nella casa di una seria famiglia non conformista, e possiamo proprio credergli. Indubbiamente è soltanto in Inghilterra che un tal libro può essere prodotto. L’Inghilterra è la patria delle idee perdute. Circa la grande e quotidianamente crescente scuola di romanzieri per i quali il sole sorge perennemente nell’East End, la sola cosa che si può dire di loro è che trovano la vita nuda e la lasciano cruda.

  « In Francia, sebbene non sia stato realizzato nulla di così deliberatamente tedioso come Robert Elsmere, le cose non vanno  granché meglio. Monsieur Guy de Maupassant, con la sua intensa e mordace ironia e il suo stile duro e vivido, sveste la vita dei pochi poveri stracci che ancora la ricoprono, e ci mostra oscena piaga e ferita suppurata. Lui scrive luride piccole tragedie in cui ognuno è ridicolo; amare commedie di cui non si può ridere per via delle lacrime. Monsieur Zola, fedele al nobile principio che formula in uno dei suoi pronunciamenti sulla letteratura, “L’Homme de génie n’a jamais d’esprit”, s’è deciso a mostrare che, se non ha genio, può almeno essere noioso. E come vi riesce bene! Egli non è privo di potenza. Certamente delle volte, come in Germinal, c’è qualcosa di quasi epico nella sua opera. Ma la sua opera è completamente sbagliata dall’inizio alla fine, e sbagliata non sul piano della morale, ma su quello dell’arte. Presa da qualsiasi posizione etica è esattamente ciò che dovrebbe essere. L’autore è perfettamente veridico e descrive i fatti esattamente come avvengono. Cosa può desiderare di più qualsiasi moralista? Non abbiamo affatto alcuna simpatia per l’indignazione morale del nostro tempo contro Monsieur Zola. È semplicemente l’indignazione di Tartufo che viene svelato. Ma dal punto di vista dell’arte, che cosa può essere detto a favore dell’autore di L’Assommoir, Nana e Pot-Bouille? Niente. Mr. Ruskin una volta descrisse i personaggi dei romanzi di George Eliot come la spazzatura di un omnibus di Pentonville, ma i personaggi di Monsieur Zola sono assai peggio. Questi hanno i loro tetri vizi e le loro virtù sono ancora più tetre. La documentazione della loro vita è assolutamente priva di interesse. A chi importa di cosa accade loro? Nella letteratura noi ricerchiamo distinzione, fascino, bellezza e forza fantastica. Non vogliamo essere straziati e disgustati dal resoconto delle azioni delle classi inferiori. Monsieur Daudet è migliore. Egli ha genio, un tocco lieve e uno stile divertente. Ma da ultimo ha commesso un suicidio letterario. Nessuno riesce a interessarsi minimamente di Delobelle con il suo “Il faut lutter pour l’art”, o per Valmajour con il suo eterno ritornello dell’usignolo, o per il poeta in Jack con i suoi “mots cruel”, adesso che abbiamo appreso da Vingt Ans de ma Vie littéraire  che questi personaggi furono presi direttamente dalla vita. A noi sembra che abbiano perso  improvvisamente tutta la loro vitalità, tutte le poche qualità che avevano mai posseduto. Le sole persone reali sono quelle che non sono mai esistite, e se un romanziere è abbastanza vile da ricorrere alla vita per i suoi personaggi, almeno dovrebbe fingere che siano creazioni e non vantarsi di loro come copie. La giustificazione di un personaggio in un romanzo non è che altre persone siano ciò che sono, ma che l’autore è quello che è. altrimenti il romanzo non è un’opera d’arte. Riguardo Monsieur Paul Bourget, il maestro del roman psychologique, egli commette l’errore di immaginare che gli uomini e le donne della vita moderna siano in grado d’essere analizzati all’infinito per una serie innumerevole di capitoli. In realtà ciò che è interessante sulla gente della buona società – e Monsieur Bourget si sposta raramente dal Faubourg St. Germain, salvo che per andare a Londra – è la maschera che ognuno di loro porta, non la realtà che sta dietro la maschera. È una confessione umiliante, ma noi tutti siamo fatti della stessa stoffa. In Falstaff c’è qualcosa di Amleto, in Amleto non c’è poco di Falstaff. Il grosso cavaliere ha i suoi umori melanconici e il giovane principe i suoi momenti di umorismo volgare. Dove mai ci differenziamo a vicenda è puramente accidentale: nel vestito, nelle maniere, nel tono della voce, nelle opinioni di religione, nell’aspetto personale, nelle manie abitudinarie e simili cose. Più si analizzano le persone, più tutte le ragioni per l’analisi scompaiono. Prima o poi si giunge a quella terribile cosa universale chiamata natura umana. Veramente, come sa fin troppo bene chiunque abbia mai operato tra i poveri, la fratellanza dell’uomo non è mero sogno di poeta, è una realtà molto deprimente e umiliante; e se uno scrittore insiste nell’analisi delle classi superiori, tanto vale che scriva di fiammiferaie e di venditori ambulanti. »  Comunque, mio caro Cyril, non ti tratterrò oltre su questo punto. Io debbo proprio ammettere che i romanzi moderni hanno molti elementi positivi. Ciò su cui insisto è che, qualitativamente, nell’insieme sono del tutto illeggibili.

   Cyril : Questa è certamente una qualifica molto grave, ma devo dire che ti ritengo piuttosto ingiusto in alcune delle tue stroncature. Mi piace The Deemster, e The Daughter of Heth, e The Disciple, e Mr. Isaacs, e quanto a Robert Elsmere , io gli sono molto devoto. Non che possa guardarlo come un’opera seria. Come testimonianza dei problemi che concernono il buon cristiano è ridicolo e antiquato. È semplicemente Literature and Dogma di Arnold con l’omissione della letteratura. È tanto in ritardo sui tempi quanto Evidences di Paley, o il metodo d’esegesi biblica di Colenso. Né niente potrebbe essere meno impressionante dello sfortunato eroe che annuncia con gravità un’alba che è spuntata tanto tempo prima, e che manca così completamente il vero significato da proporre di mandare avanti gli affari della vecchia ditta sotto il nuovo nome. D’altro canto, il libro in questione contiene parecchie argute caricature e un mucchio di citazioni deliziose, e la filosofia di Green addolcisce assai piacevolmente la pillola talora amara della finzione dell’autrice. Non posso pure fare a meno di esprimere la mia sorpresa dal momento che tu non hai detto niente dei due romanzieri che leggi sempre, Balzac e George Meredith. Di certo sono entrambi realisti, non è vero?

   Vivian : Ah! Meredith! Chi lo può definire? Il suo stile è il caos illuminato da lampi e saette. Come scrittore egli ha dominato tutto fuorché il linguaggio: come romanziere può fare ogni cosa, eccetto raccontare una storia: come artista è tutto meno che articolato. Qualcuno in Shakespeare – Touchstone, credo – parla di un uomo che si rompe sempre più gli stinchi sul proprio talento, e a me sembra che questo possa servire come base per una critica del metodo di Meredith. Ma qualunque cosa esso sia, non è un realista. O piuttosto direi che è un figlio del realismo che ha rotto i rapporti con suo padre. Ha reso se stesso un romantico per scelta deliberata. Si è rifiutato di inginocchiarsi davanti a Baal, e dopo tutto, anche se il fine spirito dell’uomo non si è rivoltato contro le asserzioni rumorose del realismo, il suo stile sarebbe del tutto sufficiente da solo per mantenere la vita a rispettosa distanza. Per mezzo suo egli ha piantato intorno al suo giardino una siepe zeppa di spine e rossa di meravigliose rose. Riguardo a Balzac, egli fu una ragguardevole combinazione del temperamento artistico con lo spirito scientifico. Quest’ultimo lo ha lasciato per testamento ai suoi discepoli. Il primo era interamente suo. La differenza tra un libro come L’Assommoir e le Illusions Perdues di Balzac è la differenza tra realismo senza immaginazione e la realtà immaginifica. « Tutti i personaggi di Balzac  » disse Baudelaire, « sono dotati dello stesso ardore di vita che animò lui stesso. Tutte le sue finzioni sono cos’ profondamente colorate come sogni. Ogni mente è un fucile carico fino alla bocca di volontà. Pure gli sguatteri hanno genio. » Un corso fermo di Balzac riduce i nostri amici viventi a ombre e i nostri conoscenti a ombre di ombre. I suoi personaggi hanno un tipo di esistenza fervente dal calore infuocato. Essi ci dominano e provocano lo scetticismo. Una delle più grandi tragedie della mia vita è la morte di Lucien de Rubempré. È un dolore del quale non sono mai riuscito a sbarazzarmene completamente. Mi assale nei miei momenti di piacere. Io lo rammento quando rido. Ma Balzac non è più realista di quanto lo sia stato Holbein. Egli ha creato la vita, non l’ha copiata. Ammetto, tuttavia,  che ha dato un valore troppo alto alla modernità della forma, e che, di conseguenza, non esiste un suo libro che, come un capolavoro artistico, possa essere equiparato a Salambò o a Edmond, o a The Cloister and the Hearth, o al Vicomte de Bragelonne.

   Cyril : Quindi tu obbietti alla modernità della forma?

  Vivian : Sì. È un prezzo enorme da pagare per un risultato assai modesto. La pura modernità della forma involgarisce sempre un poco. Non può fare a meno di essere così. Il pubblico immagina che, poiché si interessa dei propri ambienti immediati, l’Arte dovrebbe esserne interessata ugualmente, e prenderli come un suo soggetto da trattare. Ma il solo fatto che il pubblico sia interessato a queste cose le rende inadatte come soggetti per l’Arte. Le uniche cose belle, come qualcuno disse una volta, sono le cose che non ci riguardano. Finché una cosa ci è utile o necessaria, o ci tocca in qualche modo, sia nel dolore che nel piacere, o fa appello  fortemente alle nostre simpatie, o è una parte vitale dell’ambiente in cui viviamo, si colloca fuori dalla sfera dell’arte. Noi dovremo essere più o meno indifferenti di fronte al soggetto materiale dell’arte. Noi non dovremo, comunque, avere preferenze, pregiudizi, sentimenti partigiani di alcun tipo. È esattamente perché Ecuba non è niente per noi che i suoi dolori sono un motivo talmente ammirevole per una tragedia. Io non conosco niente in tutta la storia della letteratura di più triste della carriera artistica di Charles Reade. Egli scrisse un bel libro, The Cloister and the Hearth, un libro molto al di sopra di Romola, come Romola è al di sopra di Daniel Deronda, e sperperò il resto della sua vita nel folle tentativo di essere moderno, di attirare la pubblica attenzione sullo stato delle nostre case di detenzione, e sulla gestione dei nostri frenocomi privati. Charles Dickens fu deprimente abbastanza, francamente, quando provò a smuovere la nostra simpatia per le vittime dell’amministrazione della legge sui poveri; ma Charles Reade, un artista, un letterato, un uomo con un senso vero della bellezza, che si imbestialisce e ruggisce sugli abusi della vita contemporanea come un comune autore di pamphlet o un giornalista sensazionale, è veramente uno spettacolo da far lacrimare gli angeli. Credimi, mio caro Cyril, la modernità della forma e la modernità del soggetto sono del tutto ed assolutamente errate. Abbiamo preso erroneamente la linea comune dell’epoca per la veste delle Muse, e speso i nostri giorni nelle sordide vie e negli orribili sobborghi delle nostre vili città, quando dovremo essere fuori sul colle con Apollo. Certamente noi siamo una razza degradata e abbiamo venduto il nostro diritto di primogenitura per una porzione di fatti.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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