“La mia generazione ha fallito”

diliberto intervista corriere della sera

La mia generazione ha fallito. Il suo unico dovere morale è scomparire. 

Oliviero Diliberto, Corriere della Sera, 30 marzo 2018

Sostanzialmente, ogni secolo è composto da quattro generazioni, il Novecento non fa eccezione. La prima generazione va dal 1900 al 1925, la seconda dal 1925 al 1950, la terza dal 1950 al 1975 e l’ultima dal 1975 al 2000.

A quale generazione si riferisce l’ex Ministro della Giustizia, Oliviero Diliberto? Essendo nato nel 1956, il politico di origine sarda appartiene alla terza. Forse intendeva la seconda… E qui possiamo dargli ragione parzialmente. La seconda generazione del Novecento è quella nata durante il Fascismo, la guerra, il dopoguerra, è la generazione che ha partecipato giovanissima alla Resistenza, si è ribellata negli anni ’60, ma ha anche governato l’Italia accogliendo i valori dei partigiani, oppure respingendoli, oppure tradendoli. È la generazione disillusa che ha studiato, in molti casi agevolata anche dallo spirito iconoclasta del ’68, si è laureata e s’è infilata nella pubblica amministrazione, oppure ha lavorato duramente, è entrata in fabbrica, ha protestato, ha visto perdere gradualmente tutte le conquiste dei lavoratori, è andata in pensione, delusa. È la generazione della classe politica italiana che ha governato fino ai giorni nostri, dalla Costituente, al tramonto dei partiti tradizionali del dopoguerra (Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista, Partito Repubblicano, Partito Liberale), la generazione della corruzione, di Tangentopoli, del corporativismo, dello smantellamento dello stato sociale… Deve scomparire? In parte è scomparsa, però restano ancora in vita persone che hanno dai 93 ai 68 anni, e molte di loro sono ancora ben attive e influenti.

Quello che sottende il ragionamento di Diliberto è ciò che affermò a suo tempo Umberto Galimberti in un incontro tenuto a Lucca:

Il problema è di espellere ad una certa età le persone anziane… e qui lo dico con una certa crudeltà perché appartengo anch’io a quel mondo di anziani. Però è impossibile che il potere venga tenuto dagli anziani, perché dopo gli adulti, che non sono gli anziani, guardano gli anziani per sottrargli il potere, e i giovani non li guarda nessuno. Perché una società funzioni è necessario che sia fatta da due categorie: adulti e giovani. I vecchi devono fare i vecchi, devono fare i nonni, devono magari fare un lavoro di conoscenza di sé, della vita che hanno fatto, non devono detenere il potere, se no non c’è ricambio.

Umberto Galimberti, Lucca 5 febbraio 2010 [1]

Il problema è quello di una generazione che, in buona parte, non ne ha mai voluto sapere di ritirarsi una volta raggiunta l’anzianità, interrompendo un ciclo naturale che prevede il ricambio, tra adulti e giovani. I nati in Italia tra il 1925 e il 1950 hanno spesso brillato per egoismo e si sono resi responsabili di aver lasciato i contentini alle due generazioni succes-sive. L’errore dei nati dal 1950 al 2000 è semmai quello di non aver fatto abbastanza per prendersi ciò che gli spettava di diritto. I più vecchi della terza generazione, influenzati direttamente da chi li precedeva, sono stati sicuramente più scaltri, gli altri si sono dovuti di volta in volta accontentare. Ed è tutto qui il dramma dell’Italia. Un paese governato da vecchi autoreferenziali e sprezzanti di chi dovrebbe subentrare a loro. Le maggiori difficoltà vengono affrontate dalla popolazione racchiusa tra i cinquanta e i diciotto anni d’età.

Sì, Diliberto ha detto cose giuste, ha ammesso il fallimento e, nel contempo, dimostrato che, per una volta tanto nella storia umana, i vecchi non hanno ragione e non sono più un riferimento sapienziale.

[1] https://marteau7927.wordpress.com/2011/07/09/umberto-galimberti-i-vecchi-devono-fare-i-vecchi/

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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3 risposte a “La mia generazione ha fallito”

  1. sergio falcone ha detto:

    Generazione

    “E nel periodo del cosiddetto ‘riflusso’ – come si disse con metafora mestruale azzeccata per una generazione già definita come ‘proletariato biologico’ – ho potuto osservare che i più furbi, gettato il colletto alla Mao alle ortiche, occuparono poi i migliori posti nelle Università, nelle televisioni e nelle amministrazioni pubbliche e private, e si comprarono la Bmw e la cocaina tipica dei ‘tossici integrati’ degli anni Ottanta, in attesa di collegarsi via Internet e gettarsi a capofitto nella superstrada dell’informazione, nel sogno di una supposta o suggerita comunicazione globale o liberazione tramite costose protesi elettroniche. Questo mentre i più stupidi fra quelli che volevano dare l’assalto al cielo finivano in cura dai guru per una buona terapia a prezzi popolari; e i più poveri finivano in cessi insanguinati, con l’ago nella pancia, in qualche angolo della metropoli rischiarato d’irrealtà. Non so se quella sessantottina sia la peggiore generazione di egoisti, di pentiti e di opportunisti e psicopompi che l’Italia abbia mai conosciuto. So però che volevano mandare al potere l’immaginazione, la loro immaginazione. E che molti han dovuto vedere le proprie buone intenzioni rovesciarsi in cattivi effetti. Che li consoli un po’ di buona letteratura. Kafka, per esempio: ‘Non ci fa tanto male ricordare le nostre malefatte passate, quanto rivedere i cattivi effetti delle azioni che credevamo buone’. […] E’ qui, a Milano trent’anni dopo, che inciampo ancora nel corpo del mio essere sociale, lo rivolto con la punta del piede e lo trovo splendidamente decomposto. Al punto giusto per ritornare verso le portinerie delle case dalle finestre munite di solide inferriate e lampeggianti segnali pronti a dare ancora l’allarme; e i videocitofoni e gli orologi e le telecamere agli angoli di certe strade del centro con le banche vigilate notte e giorno; e poi le scale e gli uffici delle amministrazioni e delle Ussl disinfettate all’alba, tutti i santi giorni, con impiegate in preda a sogni agitati ‘un attimino’ e burocrati, leghisti di mezza età o ex-compagni di un tempo sopravvissuti a tutti i cambiamenti, anche a Tangentopoli, seduti su poltroncine in pelle, anche umana, girevoli, che ti offrono un sigaro con un sorriso brillante come un getto di napalm…”, GIANNI DE MARTINO, I CAPELLONI, CASTELVECCHI, ROMA 1997.

    • Queste parole andrebbero messe su una lapide da esporre ovunque, specie là dove, per il 50* anniversario del ’68, si tengono manifestazioni nostalgiche, acritiche e, sostanzialmente, imbecilli. Grazie!

      • sergio falcone ha detto:

        La ringrazio. Come ripeto spesso, e con dolore, quelli della mia età hanno completamente dimenticato cos’e’ l’etica. Molti di essi andrebbero definiti “pentiti di lusso”. Cioè, coloro che hanno abiurato a suon di contratti milionari. Tutto ampiamente prevedibile e previsto, in realta’; viste anche le origini borghesi di alcuni di essi. I ricchi possono permettersi ampi lussi, anche quello di giocare alla rivoluzione.
        Stendiamo non un velo pietoso, ma una lapide. Karl Marx diceva che chi non vive come pensa finirà col pensare come vive. Una grande lezione di materialismo colto e, soprattutto, di vita. E c’e’ chi, per colpa di questi personaggi, ha sacrificato l’esistenza…
        Invece di celebrare l’Ottobre e il ‘68, andrebbe affrontato un dibattito sul fallimento di tutte le rivoluzioni e su quei falliti del ‘68. Ma, chi ne ha il coraggio e la libertà?
        “E la storia continua…”, Elsa Morante. Lo scandalo che dura da diecimila anni…

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