Il grande Alessandro, Capitolo Quinto

Il grande Alessandro

CAPITOLO QUINTO

    Era notte fonda quando Felipe e Sisohpromatem atterrarono al J. F. Kennedy Airport. Una fila enorme di passeggeri aspettava fuori il suo taxi giallo, qualcuno privo di pazienza, peggio per lui o per lei, cedeva alle insistenze dei gypsy drivers, tassisti abusivi, a differenza della maggioranza delle persone, composta e più scaltra, che si affidava agli addetti preposti a consegnare il coupon con il numero della regolare vettura da attendere con calma, molta calma.

   Avere o non avere? Questa è la domanda. Il taxi costava assai, per raggiungere Manhattan non sarebbero di certo bastati i fatidici trenta dollari segnalati da una vecchia guida turistica in possesso di Felipe. La soluzione economica migliore era, tutto sommato, prendere la subway, la metropolitana, e fare scorta di tokens, gettoni, per eventuali spostamenti successivi, però Sisohpromatem non intendeva rinunciare al capriccio di scialacquare i soldi e arrivare nel cuore della Big Apple gustandosi l’andirivieni notturno della rete stradale della città. Felipe stette al gioco e si unì alla lunga fila per il taxi.

   “Meno male che non hai pensato all’elicottero.”

   “Potevamo andare a Manhattan con l’elicottero?”

   “Il servizio c’è, sebbene per noi, che non abbiamo volato in prima classe a tariffa piena, non esiste la chance di usufruirne gratuitamente… Hai un’idea di quello che stiamo per spendere?”

   “Pressappoco.”

   “Ecco, calcola il doppio, come minimo, e avrai una stima abbastanza attendibile del prezzo dell’Helicopter Service…”

   “L’elicottero lo prenderemo al ritorno…”

   “Si vedrà. Oh, il nostro cab! Sisohpromatem, corri a consegnare all’autista il biglietto della prenotazione. ”

   Saliti sul taxi, i due ‘newyorkesi’ si sistemarono con sospirata soddisfazione, tanto da trasmettere il loro buon umore al driver, che domandò la destinazione non lesinando i sorrisi. Felipe disse: “To Stuyvesant St., please!”, e,  porgendo un compact disc, chiese se poteva ascoltare la sua canzone preferita durante il viaggio. “No problem!” fu la risposta. Risuonò la canzone:

 ‘Study war no more

Lay down your arms

Study war no more

Lay ’em down, lay ’em down now

Study war no more

Lay down your arms

Study war no more

Newsreels rattle the Nazi dread –

The able-bodied have shipped away –

Molly McGee gets her tea-leaves read –

You’ll be married in a month they say.

‘These leaves are crazy!

Look at this town – there’s no men left!

Just frail old boys and babies

Talking to teacher in the treble clef.’

She plants the garden in the spring

She does the winter shovelling

Tokio Rose on the radio

She says she’s leavin’ but she don’t go.

Out of the blue – just passin’ thru

A young flight sergeant

On two weeks leave –

Says ‘Molly McGee – no one else will do!’

And seals the tea-leaf prophecy.

Oh these nights are strong and soft –

Private passions and secret storms.

Nothin’ about him ticks her off

And he looks so cute in his uniform.

She plants the garden in the spring

He does the winter shovelling

But summer’s just a sneeze

In a long-long-bad-winter cold

She says ‘I’m leavin’ here’ but she don’t go.

 ‘Sleep little darlin’!

This is your happy home.

Hiroshima cannot be pardoned!

Don’t have kids when you get grown

Because, this world is shattered.

The wise are mourning –

The fools are joking.

Oh – what does it matter?

The wash needs ironing

And the fire needs stoking.’

 She plants the garden in the spring

He does the winter shovelling

The three of ’em laughin’ round the radio

She says ‘I’m leavin’ here’ but she don’t go

 She plants the garden in the spring

They do the winter shovelling

They sit up late and watch the Johnny

Carson Show

She says ‘I’m leavin’ here’ but she don’t go

     Sisohpromatem, seduto in quel taxi con New York che gli scorreva luminosa dinnanzi agli occhi, e il sottofondo musicale di una lenta, coinvolgente canzone, si gustava tutte le spiegazioni che gli venivano offerte a coronamento della sua magica corsa: la sua esistenza si faceva chiamare con il nickname Felipe per mettersi in contatto con un individuo che avrebbero incontrato in Stuyvesant St., la strada, sita nel quartiere Union Square Gramercy Murray Hill di Manhattan, dove era fissato un misteriosissimo appuntamento.

   Piccola glossa storiografica: Pieter Stuyvesant, (Scherpenzeel, Paesi Bassi, 1592 – New York 1672), cui era intitolata la strada, fu l’ultimo amministratore coloniale olandese, al servizio della Compagnia delle Indie Occidentali, nonché governatore dell’antica Nuova Olanda (Nieuw Nederland) nel territorio nordamericano sotto il controllo nederlandese, compresa Nieuw Amsterdam, fondata appunto dagli olandesi nel 1626 sull’isola di Manhattan, a cui Stuyvesant concesse il primo governo municipale, e ribattezzata New York dagli inglesi che la conquistarono nel 1664.

   “Last but not least, in una strofa della canzone viene menzionata la persona di cui stiamo per occuparci fra breve. Non ti anticipo niente, se non che l’esempio che ho avuto in mente di portarti riguarda un avvenimento che negli States fece assai scalpore durante la seconda guerra mondiale e subito dopo la conclusione dell’orribile conflitto. Non lo trovi illustrato a sufficienza nei nostri libri scolastici, appare vagamente evocato alla stregua di un fatterello di secondaria importanza, tutt’al più una nota di costume. Come sono spocchiosi gli europei…”

   Il driver era in ascolto, la sua deformazione professionale gli imponeva di non farsi i fatti suoi:

   “You Europeans, avete sviluppato un senso ambiguo, ipocrita nei nostri riguardi, e questo ha danneggiato noi e voi, but you, first of all. Ci diciamo alleati, ma poi lo siamo veramente? Giochiamo a snobbarci reciprocamente e soltanto l’economia ci rende simili. Sapete che cosa pensiamo noi di voi? Che siete vecchi e presuntuosi. Vi masturbate con i vostri millenni, con i vostri secoli, schizzate sperma rancido, sterile, e ve ne vantate. Eh, non vi va giù per il gargarozzo che noi, American people, abbiamo realizzato questo ben di Dio: la ricchezza in ogni campo, materiale e spirituale. Ed è inutile che vi mettiate a prendermi per il culo perché sono un laureato di Harvard costretto a guadagnarsi il pane guidando un fottuto cab! Io ho fallito, that’s all right, però non piagnucolo, non dico che la colpa è della contraddizione dell’American style. Io lo conosco il vostro Hegel e conosco anche i suoi discepoli, Marx and such stuff… Siete stati presi per il bavero, vi hanno fatto credere che l’umanità migliore sia nata, cresciuta e morta nella casa Europa per il bene della terra… E, dite un po’, se non fossero venuti gli Alleati a levarvi dall’ignobile pasto della polvere delle macerie che un vostro figlio impazzito vi ha servito a colazione, pranzo e cena? Che ne sarebbe stato dell’Europa? Ogni tanto qualcuno s’è svegliato, in Francia, in Germania, in Italia, ha aperto il finestrone e al popolo ha promesso la grande Europa. La grande Europa! What a rubbish! Il matto dal balcone che vi diceva? Che il mondo spettava a voi di diritto! La culla della civiltà, il dominio culturale, religioso, e altre cazzate. Vi siete dimenticati un piccolo particolare: quel matto ad ogni occasione pensava a sé, al suo paesello, s’immaginava una schiera di camerieri al suo servizio. Cesare, Napoleone, Mussolini, Hitler, Stalin, tutti convinti, chi più chi meno, che la grande Europa e il grande Mondo avrebbero parlato latino, francese, italiano, tedesco, russo. Invece le cose sono andate in modo diverso. Dopo il cinese l’idioma più diffuso è il nostro, e anche se ci mancano centinaia di milioni di persone per raggiungere il numero raggiunto dalla popolazione cinese la lingua riconosciuta universale è la nostra.

   Ma io vi ho ricoperto di insulti, e me ne scuso…”

   “Anzi, è stato molto stimolante. Now, lend me your ears: you Americans siete un grande popolo, in voi ci sono pregi e difetti esattamente come dappertutto. La vicenda dell’uomo ha di sicuro una fine certa: la fine della vicenda dell’uomo. Allora, non può non convenire che uno un giorno mangia la polvere e il giorno dopo la fa mangiare all’altro, per poi tornare a rimangiarla a sua volta, and so on. Il matto che vuole dominare il mondo è una creatura che rinasce, fortunatamente non dura all’infinito. Eterna non è nemmeno la follia, dato che appartiene all’umanità, anch’essa non eterna. Sembra una frase non originale, ma i fatti la provano. Condivido le sue considerazioni sui guasti che certe visioni hanno procurato alla nostra civiltà, nel contempo sottolineo che il risentimento è la peggiore molla che possa indurre chicchessia all’azione. Sì, il risentimento di chi ha dovuto ricredersi e umiliarsi, il risentimento del soccorritore che salva colui che intimamente considera suo nemico, con l’intenzione di fargli pagare un domani tutti gli interessi del suo bene perduto. You Americans, una mattina vi siete destati e avete forse capito che lo stesso antico errore degli europei lo avevate commesso pure voi. Avete spalato altre macerie, a casa vostra, macerie sfarzose che un tempo troneggiavano, ed erano costruzioni alte, compatte e apparentemente indistruttibili… Quel giorno mi sono detto: ‘Dear Americans, come vi capisco! Ciò che è accaduto a voi oggi è accaduto a me ieri: voi e io, spensierati, spavaldi, persuasi che il male non sarebbe MAI piombato fra le nostre mura domestiche, dall’alto, come un funereo, nero corvo, planante con le sue ali spargendo effluvi di cimiteri, gracchiante orribilmente a insinuare pensieri di morte.

   Ma lei non è americano. Forse ha avuto qualche beneficio da questo paese, ma in cambio ha ricevuto anche molto dolore.”

   “Sì, è vero. La mia patria è la Russia e la gioia più grande che questo paese mi ha dato è Katiuša, my everlasting love. Di lei non ho più niente, neanche una tomba su cui pregare. Oh sì, una tomba ce l’ho, ma lei non vi riposa dentro… Se n’è andata l’11 settembre 2001, svanita assieme alle torri del World Trade Center.”

   Stuyvesant St., il taxi si fermò. Felipe aveva assistito in silenzio per l’intera durata del confronto tra Sisohpromatem e il falso difensore dell’American people. S’asciugò l’ultima lacrima e fissò l’autista. L’autista porse la mano a Felipe.

   “Chiamami Frank Boris Ignjatov.”

   “E tu chiamami Felipe.”

   “Ho il documento che cercavi.”

   “L’hai conservato.”

   “È di dominio pubblico. È perfino on web.”

   “Lo so. Fallo vedere al mio amico, io lo conosco a memoria.”

    “Me l’ha tradotto nella vostra lingua un amico che lavorava con mia moglie.”

“Tieni, Sisohpromatem, è tutto tuo.”

 

Dossier Tokio Rose

Oriente che vegli la rinascita delle cose, dal Sol Levante facesti schiudere una Rosa la cui fragranza stordiva, avviliva, mortificava. Dalle sue labbra non sbocciarono petali di pace sensuale, prodiga, conciliante: aculei venefici, che si piantavano eterei in cuori stravolti dal fuoco massacratore, scherzavano, irridevano, spine spietate diffuse per disincentivare la speranza di un’armonia.  

   Accadde durante la seconda guerra mondiale che una giovane donna di origine nippo-americana, all’apparenza dall’aria leggera, inoffensiva, raggiunse la strepitosa fama con il dolce nome di Tokyo Rose: questo fiore delicatamente profumato avviliva con le sue trasmissioni di propaganda giapponese su Radio Tokyo il morale delle truppe americane stanziate nel Sud Pacifico. 

   Tokyo Rose nacque nel giorno per lei fatalmente equivoco della ricorrenza della Dichiarazione d’Indipendenza americana, il 4 luglio 1916, a Los Angeles, con il nome di Ikuko Toguri. Jun Toguri, suo padre, aveva toccato nel 1899 il suolo degli Stati Uniti provenendo dal Giappone, l’impero delle recenti vittorie belliche sulla Cina, pagate prima e dopo, soprattutto dopo, con la ‘opulenta’ miseria della popolazione civile. La moglie di Jun Toguri decise di seguire il marito nel 1913, e insieme a lei l’intera famiglia si trasferì a Los Angeles, città dove Tokyo Rose germogliò.

   Ikuko Toguri, bambina che nel periodo scolastico si trovò ad affrontare i primi problemi legati alla sua integrazione nel tessuto sociale americano, usò il nome di Iva. Frequentò la Grammar School a Calexico e a San Diego, in California, prima di tornare con la sua famiglia a Los Angeles, dove concluse la Grammar School, e dove successivamente ebbe accesso alla High School e al Junior College. 

   Iva Toguri si iscrisse alla University of California a Los Angeles e si laureò in Zoologia nel gennaio 1940. Svolse un’attività di ricerca universitaria fino a giugno di quell’anno. Nei suoi anni scolastici Toguri si fece apprezzare come una studentessa volenterosa, discreta, disponibile verso i suoi compagni, tanto da ricevere in cambio una sincera stima e la reputazione universale d’essere un’americana profondamente devota e leale. I suoi hobbies preferiti erano lo specchio della fedeltà ai costumi statunitensi: ella amava praticare lo sport, l’escursionismo e ascoltava con passione la musica swing. Dal giugno 1940 al luglio 1941 Toguri si dedicò ad aiutare il padre negli affari. Ma ormai era giunta l’ora stabilita dal suo destino: la venticinquenne Ikuko Toguri aveva stabilito di fare un viaggio in Giappone. Ironia della sorte, poco prima della sua partenza, i membri di una confraternita della scuola di cui aveva fatto parte dettero in suo onore una festa di addio, un addio ritenuto allora il doveroso omaggio a una cittadina americana che desiderava visitare un paese a lei cordialmente lontano, nonostante le antiche sotterranee radici.  

   Il 5 luglio 1941, appena compiuti gli anni, salpò da San Pedro, California, per il Giappone una Ikuko Toguri ‘inghirlandata’ già dall’aura della sua originaria nazionalità. Però partì sprovvista del passaporto americano. Secondo la sua versione, due furono le ragioni che giustificavano il proposito ‘innocente’ di intraprendere quel viaggio: visitare una zia ammalata e studiare medicina. Nel settembre dello stesso anno Ikuko Toguri si presentò al vice-console americano in Giappone per acquisire il passaporto statunitense, dichiarando in quell’occasione che il suo desiderio era di tornare negli Stati Uniti e ottenere la residenza permanente. Dal momento che Ikuko Toguri aveva lasciato gli Stati Uniti sprovvista di passaporto, la sua richiesta, unita al fascicolo documentativo che la riguardava, fu inoltrata secondo la prassi per essere esaminata al Dipartimento di Stato negli Stati Uniti. Prima che le disposizioni in materia per il conseguimento del passaporto furono completate, avvenne ciò che per Ikuko Toguri non avrebbe mai dovuto avvenire: gli Stati Uniti erano entrati in guerra con il Giappone. Il precipitarsi degli eventi pesò necessariamente sulla richiesta di Ikuko Toguri, con la conseguenza che nei confronti della giovane donna la macchina burocratica americana dispose un blocco fatale. Non vi furono più ulteriori sviluppi da parte delle autorità degli Stati Uniti. 

   Dopo il bombardamento giapponese di Pearl Harbor, 7 dicembre 1941, Ikuko Toguri fece un altro tentativo di domanda per il rimpatrio negli Stati Uniti tramite la legazione svizzera in Giappone, ma in seguito ritirò la domanda, affermando che sarebbe rimasta volontariamente in Giappone nell’attesa del disbrigo delle pratiche da parte del Dipartimento di Stato negli Stati Uniti. Nel frattempo si era iscritta a una scuola di lingua e cultura giapponese. Dalla metà del 1942 fino al 1943 inoltrato Ikuko Toguri intraprese l’attività di dattilografa per la Domei News Agency; nell’agosto 1943 ottenne un secondo lavoro, sempre come dattilografa, entrando nello staff di Radio Tokyo.

   Rovinoso epilogo: nel novembre 1943 Ikuko Toguri iniziò la sua carriera di speaker radiofonica a Radio Tokyo, carriera che le dette sì la celebrità, ma che infine risultò determinante per la futura imputazione e relativa condanna con l’accusa di alto tradimento nei confronti degli Stati Uniti. Il suo programma, noto con il nome di Zero Hour, diventò parte integrante della guerra psicologica giapponese per abbassare il morale delle truppe armate statunitensi. Zero Hour era trasmesso quotidianamente, eccetto la domenica, dalle 6 alle 7.15 della sera, ora di Tokyo.

   Ikuko Toguri nel programma, che di solito cominciava con una sigla musicale eseguita da un’orchestrina, era introdotta ai radioascoltatori come ‘Orphan Ann’, ‘Orphan Annie’, ‘La vostra nemica preferita Ann’, o ‘La vostra compagna e nemica favorita, Ann’. Come fu in seguito dimostrato, queste erano le colorite espressioni del testo formulato da Ikuko Toguri in un programma trasmesso nell’ottobre 1944: «Hello, boneheads. This is your favorite enemy, Ann. How are all you orphans of the Pacific? Are you enjoying yourselves while your wives and sweethearts are running around with the 4F’s in the States? How do you feel now when all your ships have been sunk by the Japanese Navy? How will you get home? Here’s another record to remind you of home.» (Salve, teste d’ossa. Questa è la vostra nemica favorita, Ann. E voi tutti, orfani del Pacifico, come ve la passate? Vi sollazzate mentre le vostre mogli e le vostri innamorate scappano qua e là per gli Stati Uniti con gli aerei 4F sulle loro teste? Come vi sentite adesso mentre tutte le vostre navi sono state affondate dalla Marina giapponese? Come tornerete a casa? Ecco a voi un altro disco per farvi ricordare la vostra patria.)

   La durata media di ogni programma di Ikuko Toguri era di circa venti minuti, durante i quali lei si esibiva lanciando atroci battute in tutto e per tutto simili a quelle riportate sopra, e presentando i dischi del giorno, come Speak to Me of Love, In a Little Gypsy Tea Room, e Love’s Old Sweet Song. Il resto del programma era dedicato principalmente alle notizie dall’America e in generale ai commenti agli ultimi resoconti sull’andamento bellico fatti dagli altri operatori dello staff di Radio Tokio. Il salario di Toguri a Radio Tokyo era di circa 150 yen al mese, corrispondenti a circa 7 dollari.

   Non vi sono indicazioni precise sul fatto che Ikuko Toguri abbia usato, lei in persona, il soprannome Tokyo Rose durante Zero Hour. Almeno non fino all’inizio del 1944, quando venne a conoscenza che le truppe degli Stati Uniti le avevano dato quel titolo. In realtà l’appellativo Tokyo Rose fu assegnato dal personale delle forze Armate degli Stati Uniti nell’area del sud Pacifico a tutte le donne giapponesi anglofone che trasmettevano da Radio Tokyo tra il 1943 e il 1945. Ikuko Toguri fu l’unica persona nata in America a cui fu dato quel soprannome; per quanto se ne sappia, le altre erano tutte cittadine giapponesi. Secondo le testimonianze, Ikuko Toguri andava fiera del soprannome Tokyo Rose. In un’occasione, mentre era detenuta dopo la guerra in una prigione giapponese, Ikuko Toguri fece addirittura un autografo a una guardia militare statunitense su di una banconota yen giapponese firmandosi con il nome Tokyo Rose.

   Il 19 aprile 1945, Ikuko Toguri sposò Felipe D’Aquino, un cittadino portoghese di origini nippo-lusitane. Le nozze furono registrate al Consolato portoghese a Tokyo; ciò nonostante, Mrs. D’Aquino non rinunciò alla sua cittadinanza americana. Continuò la sua trasmissione Zero Hour fino alla cessazione delle ostilità, forse non conscia del pericolo incombente, malgrado gli avvertimenti del marito che la esortò più volte a mollare all’istante la sua partecipazione nel programma.

   Dopo la resa del Giappone nell’agosto 1945, Mrs. D’Aquino venne arrestata dalla United States Army come persona che metteva a rischio la sicurezza americana, e fu detenuta in varie case circondariali giapponesi fino al suo rilascio nel medesimo anno. Fu di nuovo arrestata dalle autorità della Army nel settembre 1948, e tradotta sotto scorta militare negli Stati Uniti. Giunta a San Francisco il 25 settembre 1945, Mrs. D’Aquino venne immediatamente messa in stato di fermo dagli agenti della Federal Bureau of Investigation (FBI), autorizzati da un mandato di arresto spiccato nei suoi confronti con l’accusa di alto tradimento per aver aderito, dato aiuto e sostegno al Governo Imperiale del Giappone durante la seconda guerra mondiale.

   L’inchiesta della FBI sulle attività di Mrs. D’Aquino copriva un periodo di circa cinque anni. Nel corso dell’inchiesta vennero sottoposti a interrogatorio un centinaio di ex componenti delle United States Armed Forces che avevano prestato servizio nel sud Pacifico durante la seconda guerra mondiale; furono rese note alcune documentazioni originali di fonte giapponese in un primo tempo cadute quasi in oblio, per di più i nastri ritenuti distrutti delle registrazioni delle trasmissioni radiofoniche di Mrs. D’Aquino vennero scoperti dall’FBI.

   Il processo contro Mrs. D’Aquino, si noti la severa coincidenza, ebbe inizio il 5 luglio 1949, il giorno dopo il suo 33° genetliaco. Sessantuno giorni più tardi, il 29 settembre 1949, la giuria emise un verdetto di colpevolezza sulla base dell’imputazione che recitava che, in un giorno dell’ottobre 1944 (la data esatta, secondo l’avvocato difensore, era sconosciuta ai membri della Giuria) a Tokyo, in Giappone, in uno studio della emittente radiofonica giapponese Radio Tokyo, Mrs. D’Aquino aveva parlato ai microfoni di ‘navi americane che erano state affondate dalla Marina giapponese’. Mrs. D’Aquino, ormai divenuta famosissima con il nome di Tokyo Rose, fu la settima persona condannata per alto tradimento nella storia degli Stati Uniti.

   S’è calcolato che il processo sia costato alle casse del governo americano la bellezza di 500.000 dollari; la trascrizione verbale dell’intero procedimento giudiziario comprendeva circa un milione di parole. 16 dei 46 testimoni del governo americano apparsi al processo furono portati in aula provenienti direttamente dal Giappone, dov’erano già stati interrogati durante l’inchiesta dall’ FBI. 26 testimoni vennero chiamati per la difesa.

   Il 6 ottobre 1949, Mrs. D’Aquino fu condannata nell’aula del tribunale di San Francisco a scontare dieci anni di prigione e a pagare l’ammenda di 100.000 dollari per il reato di alto tradimento. 

   Il 28 gennaio 1956, Mrs. D’Aquino fu rilasciata dal Federal Reformatory for Women a Alderson, West Virginia, dove aveva scontato sei anni e due mesi della sua condanna. Si batté con successo contro i reiterati tentativi del governo americano di mandarla in esilio.

   Nel novembre 1976 Mrs. D’Aquino inoltrò un’altra ennesima domanda per la sua piena riabilitazione, il cosiddetto Perdono Presidenziale; in precedenza aveva vanamente inoltrato due domande di grazia nel 1954 e nel 1968.

   Il 19 gennaio 1977 il presidente Gerald Ford emise la sentenza di Perdono.

   Le ultime notizie su Mrs. D’Aquino, ex Ikuko Toguri, ex Tokyo Rose, la davano residente nella zona di Chicago, Illinois.

 

   Leggerlo una, due, tre volte, o mille, era perfettamente la stessa cosa per Sisohpromatem. Che ci stava a fare lì chiuso in un taxi con quei fogli in mano? Tokio Rose? Sì, nella canzone veniva citato questo personaggio, che lui aveva scambiato superficialmente per un’associazione di due parole dall’indecifrabile significato, quasi una sciarada.

   Attacco di claustrofobia, si soffocava, guai a non uscire. E amnesia. Via di qui. Soffocamento per soffocamento, meglio star fuori, nella notte ferma, torrida. Una mano sulla sua spalla. Qualcuno dietro, un pericolo, un amico, un niente. Almeno ci fosse un dio per destarsi. O un demone.

   Sisohpromatem, seduto nuovamente sulla panchina fuori della Parco della Rimembranza, e un vento…

   “Chi è? Chi ha parlato?”

   “La battona!”

   “Sara! Come ti sei conciata? Fai schifo con quel trucco…”

   “Sarai bello tu! Sembri un cadavere.”

   “Mi è venuto freddo. Mettiti qualcosa addosso, ti prendi una polmonite…”

   “In pieno luglio sarebbe un record.”

   “Dai, non spararle grosse. Si gela e tu hai una maglietta di cotone, scollata.”

   “Tu non stai bene, sei tutto pallido.”

   “In effetti, non sono in forma per niente. Ma me lo vuoi dire che ci fai qui a quest’ora di notte?”

   “Già, che ci faccio qui a quest’ora di notte?”

   “Rispondimi invece di prendere tempo…”

   “Io ci lavoro qui, a quest’ora di notte.”

   “Nemmeno tu ti senti bene, eh, dai i numeri!”

   “Affatto. Io non sono mai stata meglio, e modestamente ho successo nell’ambiente. Ti chiederai a quale razza di affari sto alludendo, dal momento che sei duro di comprendonio. Prova un po’ a indovinare cosa potrebbe mai fare una donna come me in tal luogo, alquanto discinta, con un maquillage inequivocabile.”

   “Tu dovresti essere a letto a dormire, vicino a me…”

   “Aspetta, aspetta, qual è il titolo di questa canzone? Sei malato, oppure c’è un’altra eventualità, la più razionale: fingi di non sapere. Da mesi ti bastano le mie risposte quando mi domandi, usando quel tono patetico che ti dona tanto, dove vado la notte. Ho smesso di credere da molto che tu ti sia accontentato delle mie panzane. O ci sei o ci fai. Per me ci fai. Porca puttana, finiamola di prenderci per il culo e diciamoci la verità. Io non mi vado a fare un panino in cucina perché m’è venuto un attacco di bulimia. Io vado fuori a darla via, per soldi, per sfizio, per quello che vuoi tu.”

   “Sara, non è vero…”

   “E niente Sara! Quaggiù io sono soltanto Tokio Rose.”

   “Gesù santo, sembra un nome da…”

   “Dillo. Un nome da prostituta. E lo sono. Ti piacerebbe conoscere le peripezie di Tokio Rose, quella vera? Me le ha raccontate un vecchio cliente di nome Felipe. Sosteneva che il mio viso gli ricordava tanto una giovane giapponese, ma non una geisha, bensì una normalissima pulzella nipponica con cui aveva avuto una relazione parecchi anni fa. Il mio carnato roseo, i miei occhi a mandorla: Tokio Rose. Me lo sono affibbiato da sola l’appellativo, e Felipe mi fece notare che una Tokio Rose era veramente esistita, un’americana di origine giapponese condannata dopo la seconda guerra mondiale dagli Stati Uniti per alto tradimento. Voilà! Avevo scelto il nome giusto. Difatti ti ho tradito, e ti tradisco, tutte le notti, con un mucchio di giovanotti. Felipe è l’unico anziano che mi sono scopata, per il resto non accetto uomini al di sopra dei trent’anni. Li voglio giovani, belli, ardimentosi. La mia amica Agata fa la selezione, e poi facciamo cinquanta e cinquanta. Lei non è interessata a fare la mignotta, le piace organizzare, pianificare. Una perla di ragazza.”

   Chiuse le palpebre, era troppo. Piombare in un sonno improvviso, eterno, se possibile, piuttosto che straziarsi ciò che resta da campare con quella afflizione.

   “Sisohpromatem! Sisohpromatem! Oddio, è svenuto. Hai un po’ d’acqua?”

   “Qui nel cruscotto dovrebbe esserci una bottiglietta…”

   “Dammela.”

   Sdraiato, gli furono alzate le gambe al di sopra del livello del torace, con l’acqua venne bagnato il viso, la ripresa dei sensi seguì la terapia.

   “No, non ti alzare, resta così adagiato.”

   “Sara…”

   “Sono Felipe.”

   “Dov’è andata?”

   “Lei non c’è, non c’è mai stata.”

   “Stavo sognando… Stavo sognando! Che piacere!”

   “Eri uscito dal taxi barcollando e fatti alcuni passi sei stramazzato al suolo. Ci siamo presi un bello spavento. Molto probabilmente ti mancava l’aria là dentro.”

   “Sono a New York?”

   “Certo. In Stuyvesant St..”

   “Che confusione ho nella testa! Nel mio sogno ho visto Tokio Rose, cioè Sara…”

   “Con calma. Se vuoi me ne parlerai in seguito, sta’ tranquillo. Non appena ti sarai rimesso in sesto ce ne andremo via di qui.”

   “Sto già meglio, davvero.”

   “Per precauzione, ti conviene rimanere altri dieci minuti in questa posizione.”

   Un quarto d’ora, e di nuovo in piedi, sorretto da Felipe Sisohpromatem ritornò nel taxi, chiese al driver se avesse una penna, gli fu data, la impugnò e in calce al dossier che aveva letto prima dello svenimento firmò.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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