Discorso d’insediamento del Presidente della Repubblica Italiana 9

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Discorso d’insediamento di Oscar Luigi Scalfaro Presidente della Repubblica Italiana

Giovedì 28 maggio 1992

Onorevoli parlamentari, anzitutto un grazie a tutti, per la fiducia di chi mi ha votato, per la libertà di chi ha pensato diversamente. Grazie a tutti. Grazie a questa Assemblea, ai senatori, ai deputati, ai consiglieri regionali che ci hanno fatto l’onore di stare con noi per diverse giornate di lavoro.

Un saluto all’illustre amico, senatore Spadolini, che con tanta dignità e saggezza ha assolto il delicato compito di Capo dello Stato durante questa vacanza. Un saluto a chi, ex Presidente della Repubblica, è ora al Senato: rivolgo il mio pensiero affettuoso al senatore Leone e al senatore Cossiga.

Uno speciale saluto al corpo diplomatico accreditato presso la nostra Repubblica e alla stampa estera e italiana. E un grazie a tanta gente, nota e più ancora ignota, che in queste giornate di fatica, di attesa, di responsabilità, di impegno, mi ha confortato con scritti, con auguri, con tanta fiducia, con silenziosa e preziosa preghiera.

Confesso di sentire vivo lo strappo da quest’aula, dove entrai a ventisette anni, il 25 giugno 1946, e da dove sono uscito il 25 maggio del 1992; quest’aula, dove ho raccolto, da ogni parte, lezioni di esperienza, di cultura, di saggezza, esempi di umiltà, di grandezza, di eroismo. Vi saluto tutti, in particolare voi deputati, deputati di ieri l’altro, deputati di ieri, deputati di oggi. Saluto i funzionari, di ieri e di oggi. Saluto il personale tutto.

Il primo atto del Presidente della Repubblica è atto di devozione al Parlamento. E attraverso il Parlamento, legittimo depositario della sovranità popolare, per libera delega del popolo italiano, il mio saluto a tutto il popolo, del quale ho l’onore di far parte, e che debbo e voglio servire nei limiti dei poteri che la Costituzione mi assegna, ma voglio servire con fedeltà e con amore.

Sono uno dei pochissimi rimasti in Parlamento di quei 555 che prepararono e votarono la Carta costituzionale, Carta che, nella parte della proclamazione dei diritti dell’uomo, è quanto di più alto e più completo potesse esser scritto a fondamento della vita operosa di tutto il popolo italiano. Io ebbi la ventura di votarla, la Carta, ma io non l’ho pagata, anche se schierato da sempre dalla parte della libertà, dono supremo di Dio e marchio qualificante della dignità dell’uomo. Tanti altri non la votarono, ma la pagarono, e tanti la pagarono con la vita, consentendo a noi di scriverla e votarla. Non dimentichiamolo mai! (Vivissimi prolungati applausi dei parlamentari della DC, del PDS, del PSI, di rifondazione comunista, repubblicani, liberali, verdi, del PSDI, del movimento per la democrazia: la Rete, e federalisti europei).

Ma senza turbare la storia, senza darne definizioni o interpretazioni che sfuggono e alla mia competenza e ai miei doveri, vorrei con volontà pacificante, dopo quasi cinquant’anni dalla tragedia della guerra, volgere il pensiero a tutti i morti, senza distinzioni (Applausi), chiedendo a loro che ci invitino a pensieri e a volontà ferma di unità e di pace.

Dopo il vostro voto mi sono fermato in silenzio a meditare, a pregare, per chiedere luce e forze e capacità di sacrificio a Dio, in cui credo con tanta povertà di cuore. Mi sono fermato a chiedere protezione e coraggio a colei che umile ed alta, più che creatura, è madre di Dio e dell’uomo. E lì, nella meditazione, ho pensato di chiedere a tutti voi, a voi tutti, a ciascuno indistintamente di aiutarmi a colmare le mie lacune, ad accrescere la mia volontà, ad esser larghi del vostro consiglio, a confortare la mia inadeguatezza.

Ma proprio perché ho espresso sentimenti della mia fede religiosa, in quest’aula solenne sento di inchinarmi alla fede religiosa di ogni credente di ogni altra fede. Sento il bisogno di inchinarmi alla libera scelta di chi non accoglie nel suo animo pensieri e valori trascendenti (Applausi). La mia devozione per la libertà di coscienza di ciascuno oltre che rispetto di un principio di diritto naturale sancito nella Carta costituzionale, è rispetto sentito, profondo e devoto, perché la libertà di coscienza è il midollo della libertà e della dignità della persona umana. Incontriamoci dunque sui valori dell’uomo: sono il denominatore universale! Incontriamoci sull’amore vero, umile, silente ma concreto per questa nostra patria, che ha diritto alla nostra ferma volontà di una unità vera sui valori umani che non tramontano.

La mia responsabilità, anche se autonoma per forza di disposizione costituzionale, sorge dalla volontà di questa Assemblea. Sarà mio dovere stare in fedele ascolto del Parlamento, che è al vertice della costruzione costituzionale della Repubblica, e che io amo profondamente, ed è legittimo, doveroso, unico destinatario del dialogo con il Capo dello Stato.

Saluto in particolare gli eletti in tutta Italia delle regioni, regioni che attendono maggiori responsabilità e soprattutto, elemento qualificante dell’autonomia, la capacità impositiva. Saluto gli eletti delle province e dei comuni, segni indelebili, gloriosi, di libertà della nostra storia.

Saluto tutti i partiti, i vecchi, i nuovi, le nuove diverse formazioni, tutti impegnati a concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, come recita l’articolo 49 della Costituzione. E saluto il mio partito, la democrazia cristiana (Applausi dei parlamentari della DC), che ho amato e che amo pur nei momenti di dialettica, sempre leale e aperta e vera. Nessuno, onestamente, può pensare che, qui giunto, io possa d’un tratto mutar pensiero o convinzione politica o ideali, ma tutti hanno diritto di attendersi da me ciò che più conta, di essere cioè il supremo garante, il supremo moderatore, il supremo magistrato; ed il rimanere al di sopra e al di fuori di ogni parte e fazione ne è condizione essenziale e vitale (Vivi applausi dei parlamentari della DC, del PDS, del PSI, di rifondazione comunista, repubblicani, verdi, del PSDI, liberali, del movimento per la democrazia: la Rete, e federalisti europei).

Grandi problemi incombono: la riforma istituzionale, la riforma elettorale, le questioni inerenti al grave disavanzo del bilancio dello Stato, la criminalità aggressiva e sanguinaria, il traffico di droghe e di armi, la delicata questione morale.

Per le riforme, una è la condizione primaria per affrontarle: che ciascun partito sappia rinunziare a qualche propria utilità per rivolgere pensiero, volontà politica ed amore al servizio e al bene comune della gente! Non sono di aiuto, né una rigida ed inflessibile visione, che non accetta confronti – non parlo certo di princìpi essenziali e di fondo relativi ai diritti dell’uomo -, né la mancata disponibilità a qualche sacrificio, a pagare qualcosa.

Per il tema del disavanzo del bilancio dello Stato urgono ed incombono sacrifici. Credo ne siano convinti tutti; ma non basta esserne convinti, bisogna volerli. Occorre saper dire dei «no» motivati e giusti, soprattutto giusti, di una giustizia comparativa. Occorre, cioè, che sacrifici e rinunzie lo Stato sappia distribuire in modo da pesare maggiormente su chi ha più larghe possibilità, limitando fino a spegnerlo l’aggravio sulle categorie più deboli (Applausi). Su questo punto siamo ancora assai lontani da una accettabile giustizia.

Sono parole, lo so, ma o diventano fatti, oppure saremo ingiusti all’interno, nei confronti del nostro popolo, e all’esterno dimostreremo la grave inidoneità a presentare l’Italia all’Europa con la dovuta serietà e dignità. Stiamo attenti che l’Europa non può attendere!

Il tema della criminalità ci angoscia, ma non basta. L’impegno dello Stato è inteso ed è giustizia riconoscerlo. Ma due cose mi paiono essenziali: la stretta intesa, pur nelle diverse competenze, fra Ministero dell’interno e magistratura e la collaborazione internazionale. Occorre massima solidarietà e collaborazione tra tutti i popoli ed i governi che credono davvero nei valori dell’uomo. I delitti più gravi è assai difficile che non abbiano radici internazionali.

La magistratura porta il peso di responsabilità gravissime e lo porta con coraggio, con professionalità, con efficacia, con sacrificio. Ciò che in un regime democratico non può mai essere tollerato è che sotto la toga possano nascere sospetti di malcelati interessi di parte, di discriminazioni colpevoli o di faziosità. Tutto ciò è in contrasto con la dignità della toga e con l’imparzialità, che è il midollo del render giustizia.

Ma questo è tema che deve essere affrontato dalla magistratura unita, consapevole e forte nel difendere la sua autonomia e la sua indipendenza, proclamate dalla Costituzione e che nessuno può intaccare o porre in forse senza grave danno per la stessa vita della democrazia. Ma guai se la magistratura mancasse al compito di saper fare ordine in casa propria! Se nella gente venisse meno la fiducia nella giustizia, sarebbe morto la Stato democratico.

Anche la giustizia, come la politica, deve essere comprensibile dal popolo, che ha diritto di poter partecipare: l’incomprensibilità della politica genera diffidenza e distacco fra la gente; l’incomprensibilità della giustizia crea solo pericolosa sfiducia, e colpisce al cuore lo Stato democratico. Occorre ridare alla pena, insieme all’essenziale umanità, un tono indispensabile di serietà.

Con questi pensieri l’amata mia toga si inchina alla giustizia italiana.

Saluto le Forze armate che mi videro tra le loro file a compiere con convinzione il mio dovere, dal 38° Fanteria della divisione Ravenna, sterminata in Russia, alle cremisi mostrine del Commissariato.

Saluto le Forze dell’ordine, nel loro compito arduo, insanguinato, tante volte eroico, che ebbi la ventura di conoscere da vicino, di apprezzare e di amare con gratitudine.

Saluto tutti i servitori dello Stato, dalle più alte responsabilità alle più umili e, pur non negando deficienze ed insufficienze, respingo il giudizio negativo e sommario che troppe volte dimentica e non fa giustizia dell’immane numero di chi lavora con professionalità, con trasparenza, con sacrificio.

Il popolo italiano, nel segreto delle urne, ha espressa il suo parere. Sta ora al mondo politico saper gestire bene questo mandato. Nulla è impossibile se prevale la buona volontà di servire il bene comune a ogni costo. Una è la mira, uno lo scapo: la difesa dei diritti della persona umana, a partire da chi è più debole e più indifeso.

La democrazia deve avere la forza di saper scegliere, suo compito primario è l’assunzione di responsabilità. Politica è tutto ciò che interessa la polis, la gente, la comunità; è fuori e contro il concetto stesso di politica l’interesse personale o di categoria, o l’esclusivo, prevalente interesse di partito sull’interesse generale del Paese.

Qui è la questione dominante: per chi ha o ambisce di avere responsabilità pubbliche non bastano i certificati penali con scritto «nulla»; occorre la pubblica estimazione, occorre la trasparenza, il poter render conto, sempre, delle proprie azioni, della propria gestione. Occorre conquistar fiducia con le idee, con la linea politica (Applausi dei parlamentari della DC, del PDS, del PSI, di rifondazione comunista, repubblicani, liberali, verdi, del PSDI, del movimento per la democrazia: la Rete, federalisti europei e della lega nord), con la fedeltà agli impegni, ben lungi da favori, da clientele, dal ridurre il voto ad una moneta per favori ottenuti o promessi. Ciò vale per i governi, vale fino alla più piccola responsabilità pubblica.

Questa democrazia deve trovare nuova forza e può rigenerarsi solo sui valori fondamentali dell’uomo. L’articolo 2 della Costituzione — e ci siamo commossi allora a votarlo — parla di diritti inviolabili dell’uomo che la Repubblica riconosce e garantisce. Per riconoscerli occorre che vi siano; per garantirli occorre sacrificarsi senza limite alcuno, senza ostacolo, senza riserve.

Io, certo ultimo, esco dalla scuola politica di Sturzo e di De Gasperi, che nella fedeltà alle loro convinzioni religiose, sempre testimoniate con assoluta coerenza, ebbero dello Stato la limpida concezione laica (Applausi) che si esprime nel rispetto assoluto della Costituzione e delle leggi, nel mai straripare dalle proprie competenze e responsabilità, nel mai servirsi dello Stato, ma di saperlo servire, con fedeltà assoluta sempre, nel ricordare che lo Stato è di tutti, veramente di tutti, e nessuno lecitamente può apporgli il marchio della propria parte politica, della propria fede religiosa, dei propri personali convincimenti, perché ogni cittadino deve riconoscersi nello Stato, ha diritto di riconoscersi nello Stato (Applausi).

Ritorno su due temi, entrambi vitali per la nostra democrazia. Le riforme costituzionali anzitutto. Credo che compito del presidente sia anzitutto quello di registrare con oggettività la volontà popolare per fare in modo, nell’ambito dei suoi poteri, che tale volontà si traduca in fatti validi ed efficaci. Tutti i partiti, da tempo, unanimemente, sostengono la necessità delle riforme delle istituzioni. Ora non è più consentito attardarsi in disquisizioni anche eleganti, ma altrettanto inconcludenti. Delle proposte sono state seriamente studiate, elaborate, sottoposte al vaglio del Parlamento, ma tutto è rimasto fermo e il dialogo o non è nato o non ha prodotto effetti. Di fronte a tale situazione, che diventa incomprensibile anche per la gente, occorre volontà politica determinata ed efficace, occorre serietà di intenti e di comportamenti.

Per questo il presidente della Repubblica rivolge, fin da questo momento, in questa Assemblea solenne, rispettoso ma fermo invito al Parlamento perché proceda alla nomina di una Commissione bicamerale con il compito di una globale e organica revisione della Carta costituzionale nell’articolazione delle diverse istituzioni (Applausi). Una Commissione comprendente tutte le forze politiche, agganciata solo ai grandi valori dell’uomo, che abbia saggezza e coraggio per discernere ciò che è vivo e vitale da ciò che richiede nuove impostazioni e soluzioni o anche soltanto correzioni. Tutto ciò avendo sempre chiaro il fine da raggiungere, che è il maggior bene ed il miglior servizio per il nostro popolo, un popolo che ha il vanto di una tradizione politica e culturale, doverosa ed ammirevole nel riconoscere, con pienezza di diritti, le ricchezze delle minoranze linguistiche, ricchezze di cultura, di tradizioni e di storia (Applausi). E a proposito delle riforme, è appena il caso di ricordare la diretta, costituzionale responsabilità e competenza del Parlamento, insieme alla responsabilità costituzionale dei partiti, che consiste nel concorrere a determinare la politica nazionale. È chiaro che la Commissione dovrà avere dei termini entro i quali riferire al Parlamento. Ma, attenzione: l’attuale Costituzione in vigore dal 1948, finché non vi siano modifiche grandi o minori approvate dalle Camere ed entrate in vigore, è pienamente viva (Vivi applausi). È pienamente operante e deve essere rispettata e vissuta, pena l’affossamento dello stesso concetto di Stato di diritto!

E vi è la questione morale. Troppe volte, chi fece appelli morali fu accusato di moralismo. Ma una politica che non risponda a norme di umana morale, certo non è più politica, poiché non può essere servizio alla polis, alla comunità. L’abuso del denaro pubblico è fatto gravissimo, che froda e deruba il cittadino fedele contribuente ed infrange duramente la fiducia dei cittadini: nessun male maggiore, nessun maggior pericolo, per la democrazia, che l’intreccio torbido tra politica ed affari!

Occorre energia, serenità e perseveranza della magistratura ma occorre, essenziale in ciascuno di noi, il senso della Stato. Sta a noi, investiti di pubbliche responsabilità, darne esempio severo, libero, intemerato. Il senso dello Stato non è una vana, formale devozione ad aride istituzioni costituzionali, ma è il senso della comunità, della gente, dell’uomo, è il senso del dovere verso gli altri.

Tante dolorose constatazioni, però, non ci facciano perder di vista l’enorme numero di cittadini onesti, rispettosi delle leggi, capaci di sacrificio e tante volte pazienti nel sopportare inefficienze o deficienze dello Stato nei pubblici servizi. Non ci facciano perdere di vista l’intemerata illibatezza, la scrupolosa amministrazione, il pagare di persona di innumerevoli politici e pubblici amministratori di ogni colore politico e con ogni tipo di responsabilità. Non generalizziamo mai! Non speculiamo! Non facciamo polveroni utili soltanto a chi è già impolverato, e idonei unicamente a demolire ogni speranza di ripresa, ogni fiducia nelle istituzioni!

Non serve a nessuno l’opera di denigrazione delle istituzioni. Certo, dipende da noi — e lo ripeto — che le incarniamo, da noi responsabili ai vari livelli dello Stato e della cosa pubblica; ma vorrei appellarmi anche a coloro che hanno il difficile, eppur necessario ed insostituibile compito di studiare, di esaminare, di commentare, dalle cattedre universitarie agli studi dei politologi, di seguire giorno per giorno la vita della nazione. Mi rivalgo alla stampa, che ringrazio con grande rispetto per il suo compito difficile; mi rivolgo a tutti i mezzi di comunicazione così indispensabili ed auguro a loro grande devozione alla verità, che non può mai essere deturpata o ferita affinché la loro stessa voce abbia l’ascolto più ampio e più efficace.

Rendiamo omaggio a questo popolo onesto, attivo, per bene, capace di sacrifici ed ancora fiducioso nella ripresa dello Stato democratico. Senza l’aiuto di tutti, la convinzione di tutti, il sacrificio di tutti, la democrazia non diventa forte e valida.

Rendiamo omaggio alla laboriosità, all’intraprendenza, all’ingegno del mondo economico, così vario e vitale anche se in momenti delicati e faticosi.

Rendiamo omaggio ai lavoratori di questa Repubblica fondata sul lavoro (Generali applausi), dove ancora tante volte questo diritto fondamentale non riesce ad essere riconosciuto, dove tanti giovani sentono e soffrono l’incertezza e temono la delusione per il loro domani. Qui meritano menzione le lotte sindacali per i diritti essenziali della persona, qui la speranza che la comprensione e la reciproca collaborazione prevalgano a garanzia di una giusta pace sociale.

Ora il mio pensiero va a chi più soffre; entro nelle case, negli ospedali dove vive la speranza ed entro là dove la speranza si spegne, entro nelle case dove ancora miseria di ogni genere alberga, busso alla porta dei carcerati per ogni male commesso o imputato. Aggraverei ingiustamente la loro pena se accendessi facili attese di libertà, ma negherei valore alla giustizia se spegnessi in loro la speranza della redenzione e del reinserimento nel vivo della società.

Penso alle innumerevoli vittime della violenza e del delitto; penso a ferite umane che non si rimarginano; penso alle famiglie innocenti travolte, per colpa della droga, dalla sofferenza di taluno dei loro componenti, ma penso con riconoscenza ed ammirazione a tutti coloro che nelle strutture pubbliche, nelle innumerevoli iniziative private e nel meritorio ed indispensabile volontariato aiutano a risorgere, riaccendono speranze, ridonano vita e dignità a chi dispera e si accascia nella desolazione e nel tedio.

E proprio a questo punto, dinanzi a questa fioritura di attività, impregnate di intelligenza e di amore e di dedizione, vorrei sostare un solo istante per rivolgere pensiero e ammirazione e saluto alle donne (Vivi, generali applausi), a coloro che sono impegnate nei problemi familiari a nelle attività di lavoro, le più diverse, o assorbite in compiti amministrativi o investite di responsabilità politiche. Nella lunga permanenza in questa Camera, ho ben presenti figure eminenti di colleghe di ogni parte e sono vive nella mia memoria amministratrici capaci e limpide. Non credo fuori luogo che da questa Assemblea parta un auspicio e un invito perché maggiore spazio venga dato all’intelligenza vivace, alla volontà politica coraggiosa, alla umana sensibilità, alla perseverante trasparenza che la donna sa portare nell’adempimento delle più diverse e gravi responsabilità (Vivi, generali applausi).

Vorrei rivolgere una parola ai giovani, una parola di comprensione, di entusiasmo, di speranza; ma ho pensato che, se fossi un giovane, forse non l’ascolterei volentieri. Ed allora, siamo noi ad avere grave responsabilità perché i giovani non perdano la visione e la fede nei valori fondamentali dell’uomo.

Siamo noi a dover presentare ai giovani valori vissuti, incarnati e non solo proclamati e predicati in stridente contrasto con il nostro operare. Siamo noi a dover dimostrare che, se si crede in valori veri, non cede l’entusiasmo con il passare degli anni, poiché la verità non muore mai. Siamo noi a dover ricordare un monito altissimo sempre vivo e vero: questa società ha bisogno, più che di maestri, di testimoni.

È per questi motivi che diventa vitale cercare un denominatore comune nell’attuale realtà politica, denominatore il più vasto ed il più valido. In questo denominatore è la via per l’incontro tra forze politiche diverse e forse lontane; qui il segreto che fece trovare intese insperate, incredibili, quando scrivemmo la Costituzione; qui la sostanza del mio giuramento e del mio impegno al servizio di tutti, perché di tutti è lo Stato, di tutti la Repubblica: sì, proprio di tutti!

Rileggo le parole che mi scrisse De Gasperi il 6 agosto del 1954, a pochi giorni dalla morte, «una morte come quella di un antico patriarca», scrisse Saragat. «Quello che ci dobbiamo soprattutto trasmettere l’uno all’altro è il senso del servizio del prossimo come ce lo ha indicato il Signore, tradotto ed attuato nelle forme più larghe della solidarietà umana, senza menar vanto dell’ispirazione profonda che ci muove ed in modo che l’eloquenza dei fatti tradisca la sorgente del nostro umanitarismo e della nostra socialità».

Mi ritornano vive le parole che udii in quest’aula il 27 luglio del 1947 da Luigi Einaudi, mio eccelso predecessore, eletto proprio nello stesso mese di maggio del 1948: «Esiste in questo nostro vecchio continente un vuoto ideale spaventoso». E proseguì Einaudi: «La vera indipendenza dei popoli non consiste nelle armi, nelle barriere doganali, nelle limitazioni dei sistemi ferroviari, fluviali ed altri, bensì nella scuola, nelle arti, nei costumi, nelle istituzioni culturali ed in tutto ciò che dà vita allo spirito e fa sì che ogni popolo sappia contribuire alla vita spirituale di altri popoli»; e concluse richiamando il dovere di salvare quel che di divino e di umano esiste ancora nella travagliata società presente.

Onorevoli senatori ed onorevoli deputati, per queste ragioni il mio «evviva» che dovrebbe concludere il messaggio si concreta nell’impegno dell’adempimento del mio dovere, nella forza della fede negli ideali, nella volontà di servire il popolo italiano ad ogni costo e ad ogni prezzo.

È impegno che io assumo davanti a Dio e al popolo italiano. È impegno per l’uomo, per ogni uomo. È impegno per la Repubblica. Signori, è impegno per l’Italia!

Grazie.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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