Trent’anni di teatro

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Non è vero... ma ci credo! 1986 1

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non è vero ma ci credo!

Non capita tutti i giorni di festeggiare un anniversario come quello che ricorre oggi. Il 19 aprile 1986 debuttavo a San Cassiano a Vico, nel Comune di Lucca, con la commedia di Peppino De Filippo Non è vero… ma ci credo!, di conseguenza celebro 30 anni di teatro. Lo so, è un po’ che non calco le scene come attore, ma questo non significa che il rapporto con le scene si sia interrotto, anzi… La mia carriera avrebbe potuto essere un’altra, però non ho rimpianti, preferisco aver preso le mie decisioni piuttosto che essermi ridotto a fare il “similattore” come molti idioti pieni di urla e furore che vedo oggi dimenarsi un’ora sul palcoscenico per poi scomparire. Il tempo è letteralmente volato, ma le emozioni che provai quel sabato sera sono ancora vive dentro di me, niente è andato perduto. Non è mia intenzione annoiare nessuno con la cronaca di tutte le mie performances a partire da quel giorno lontano di un trentennio, solo un ricordo affidato alle immagini un po’ sbiadite, foto scattate con una macchina non professionale, e al racconto che feci anni dopo in un mio scritto…

Il 19 aprile 1986, alle nove e svariati minuti della sera, io stavo per scappare. Ce l’avevo fatta, ero arrivato al dunque, ma la decisione che avevo preso cinque mesi addietro mi sembrava perfettamente una gran cazzata. Nel buio delle quinte ripassai la parte e contemporaneamente maledissi quella mattina in treno[1], la mattina che accettai di mettermi in ballo…

“Che ci sto a fare in questo luogo?”. Mi dicevo. E intanto fumavo una sigaretta dopo l’altra… Mi sarei preso a calci nel culo.

“Ma come? Invece di passare un sabato sera bello tranquillo in una pizzeria con gli amici, e poi, magari, a fare quattro salti in discoteca, dove vado a ficcarmi invece? In un posto pieno di polvere, con addosso degli abiti pacchiani che andavano trent’anni fa, a tremare come una fo glia per quanto mi succederà di qui a poco… Ecco dove sono andato a ficcarmi! Sono proprio un idiota!”. Fuggire, fuggire, avrei tanto voluto fuggire… Intanto avevo gli amici, i miei genitori, mio zio, tutti in platea ad attendere le mie gesta artistiche. E avevo una responsabilità da onorare. Le prove, gli inviti fatti a destra e a manca perché nessuno si perdesse il mio debutto… Sarebbe stato comodo fuggire, levarsi il peso di quella commedia addosso, mollare la presa, però con l’umanità che allora per me contava avrei perduto la faccia, me incluso. Alla fine venne il momento di entrare, con la testa in subbuglio, le gambe che mi facevano giacomo giacomo… Ad occhi chiusi mi scaraventai come un missile sulla scena dell’ufficio del commendatore Gervasio Savastano… terminata la commedia, ebbi modo di ospitare dietro il sipario calato qualche mio amico, e alle felicitazioni generali generosissime io replicai laconicamente: “Grazie, però che faticaccia! No, non lo farò più!”.

 

Io ho vissuto il grande teatro ignorando di viverlo. Ero pronto, avevo smalto, e non mi resta niente di quello stato di grazia. Ci sono scene che ricostruisco adesso dall’esterno, e solo adesso le riconosco come grandi momenti di spettacolo. Ho gustato nella piena insensibilità i personaggi che avevano assunto il mio corpo e la mia voce. Me li sono goduti appieno. Dovremmo essere così anche con noi stessi? Sì. Credo che dovremmo non esserci mentre meniamo la nostra vita, credo proprio che dovremmo fare come l’attore che interpreta un ruolo: scalmanarsi per una causa che poi non ci turba nemmeno, piangere lacrime di un’amarezza di carta, inutili singhiozzi, tanto per fare tumulto, risate, molte, stimolate da un’ilarità che non ci offende… Tutti pretendono la stessa cosa, pretendono di vivere e si ritrovano puntualmente con il culo per terra! A me è sempre interessata l’estraneità, il passare accanto senza entrare in un concetto, in una dimensione, lo scivolare degli eventi come gocce d’acqua sulla schiena. Il teatro mi ha educato a non affezionarmi troppo alla realtà, però nel pieno interesse di essa, perché il dato oggettivo ti tradisce subito se tu lo ossequi amorevolmente. Non mi attendo più dai miei giorni che siano opere compiute dal punto di vista estetico. Gli errori, gli oblii del contingente cozzano contro ogni canone di bellezza, d’armonia, e per questo consiglio come modello la lontananza dello spettatore, quando sa esserlo, appollaiato nel suo disinteresse, nel suo vuoto immedesimativo, ad ammirare un’azione che si svolge là sopra e non lo riguarda affatto… Oddio, poco fa ho detto che il teatro mi ha “educato”! Mi correggo, il teatro non mi ha “educato”, sono io che ho disimparato ad educarmi, a rimpinzarmi di precetti sciolti, di atti disordinati, grazie anche alla mia esperienza teatrale. Il teatro non ha mai fatto da balia a nessuno, per fortuna. (…)

[1] Cinque mesi, in treno, mentre mi recavo all’Università, mi fu proposto da un compagno di studi di un mio amico di partecipare a una rappresentazione organizzata da un gruppo di ragazzi. Accettai, anche se non ne sapevo niente di quello che sarebbe stato…

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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