Discorso d’insediamento del Presidente della Repubblica Italiana 8

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Mercoledì 3 luglio 1985

Discorso d’insediamento di Francesco Cossiga Presidente della Repubblica Italiana

 

Signor Presidente, signori del Parlamento, signori delegati regionali, sento per intero la responsabilità del giuramento che ho appena pronunciato.

Oggi lascio per sette anni le aule parlamentari ma spero di sentire i senatori e i deputati vicini nell’espletamento di un mandato che è e deve essere esclusivamente rivolto al servizio della Repubblica.

Dal solenne giuramento discende il sacro dovere di essere il Presidente di tutti gli italiani, primo e leale garante dell’unità della patria, dei diritti di tutti i cittadini, della vita democratica e civile del paese, che ha nel Parlamento la più alta e significativa espressione.

La suprema magistratura della Repubblica è da me intesa non solo come un insieme di attribuzioni e di responsabilità secondo quanto previsto dalla Costituzione, ma come impegno morale, limpido e severo, di comportamento politico e di vita personale.

Un grande scrittore contemporaneo ha affermato che «schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia delle spirito umano». Sotto le motivazioni ingannevoli di avventurose spedizioni intellettuali in terre remote, spesso si nasconde il tentativo «di evitare quanto ci sta dappresso», l’incapacità di «volgerci a quanto vi è di più vicino a noi e di più concreto».

La misura della gente comune, alla quale è andato il mio primo pensiero dopo l’elezione a Presidente della Repubblica, costituirà il punto di riferimento più sicuro per saldare, sia nella nostra coscienza civile che nel nostro agire, il passato al futuro.

La gente comune. che lavora, gioisce e soffre, non chiede utopie, non si riconosce nella disperazione. nell’orgoglio e nell’astuzia, ma semmai nella libertà di amare i propri sogni razionali, nel duro incontro con la perfettibile vita quotidiana, nel volere un ottavo giorno in cui l’uomo si misuri con la storia per costruire il suo concreto avvenire.

In questa società emergono un’esigenza di nuova solidarietà, la consapevolezza di un più incisivo ruolo riconosciuto alla donna ovunque essa lavori, la permanente solidità della famiglia, la ricchezza di un mondo giovanile che va superando i rischi del rifiuto sostanzialmente rinunciatario o della rabbia imponderabile e al quale dobbiamo ora fornire tutti risposte

autentiche al suo diritto di entrare da protagonista nel circuito della produzione, spirituale e materiale. Da questa società

sale il richiamo a valori non solo personali ma soprattutto comunitari, che soli consentono di emarginare e di sconfiggere ogni tentativo di stravolgere la nostra serena convivenza.

Interprete autentico e sincero di questa società è stato Sandro Pertini (L’Assemblea si leva in piedi – Vivissimi, prolungati applausi, cui si associano il Presidente della Repubblica e il pubblico delle tribune), al quale va un ringraziamento profondo e commosso. La sua testimonianza è la pietra angolare di un nuovo modo di organizzare l’intreccio fra la trama del sistema istituzionale e l’ordito della speranza civile, che è stato il lievito della nostra lotta di Liberazione. Di quella lotta e di quella speranza che fu, anzitutto, empito di dignità e di libertà Pertini è un simbolo coerente e coraggioso e, attraverso la sua persona, nel quarantesimo anniversario del nostro riscatto democratico, rendiamo fervido omaggio ai tanti eroi celebrati e ignoti della Resistenza (Vivissimi, prolungati applausi). Il loro impegno è il nostro!

Gli italiani dimostrano un’enorme vitalità e una decisa spinta di modernizzazione: l’impegno professionale e l’alta produttività dei lavoratori, il moltiplicarsi della piccola imprenditorialità, della cooperazione e del lavoro indipendente in tutti i settori, la ristrutturazione e le grandi innovazioni nelle imprese, l’espandersi dello sviluppo in zone una volta periferiche, il recupero della dovuta serietà degli studi, i progressi nel campo dell’informazione e della cultura, la crescita del volontariato sociale sono tutti sintomi della generale tensione ad andare avanti ogni giorno, giorno dopo giorno. Di questa tensione desidero essere non solo testimone ma, per quello che mi compete, anche partecipe. A tutti gli italiani che confermano l’antica vitalità del nostro popolo, vanno il mio saluto ed il mio impegno personale ad essere con loro, ad essere dei loro, nel comune cammino di progresso.

Dal comparto delle relazioni del lavoro, tutti noi cittadini ci attendiamo che, conformemente ai principi costituzionali, un dialogo sereno ed un confronto costruttivo si sviluppino tra il sindacato, soggetto del mondo dei lavoratori e garanzia di democrazia, e gli imprenditori pubblici e privati, soggetti importanti anch’essi della produzione, perché dal giusto incontro fra gli interessi della classe lavoratrice e le esigenze di una imprenditorialità moderna, venga un impulso vigoroso al benessere della società.

Lo sviluppo non si traduce in speranza civile, se non si unisce alla capacità a risolvere i due grandi problemi della nostra vita nazionale: la disoccupazione e l’arretratezza delle aree meridionali. Due problemi, questi, che si intrecciano tra loro e, che per la loro complessità, devono diventare, se vogliono essere risolti, problemi di tutti, affrontati con l’intraprendenza dei singoli e la responsabilità dello Stato, delle regioni e di ogni istanza pubblica; sono problemi che devono coinvolgere «governo e popolo», come avrebbe detto l’amico e maestro Aldo Moro, il quale ben sapeva che il nostro sviluppo è stato e dovrà essere sviluppo di popolo, non riservato a pochi, né fatto da pochi, che è cosa impossibile in una società democratica.

Dobbiamo anche affermare che non v’è crescita, non v’è prospettiva di lotta concreta alla disoccupazione, senza una politica economica coerente, severa, capace di utilizzare nel modo più produttivo le risorse prelevate dallo Stato, controllando la spesa pubblica, combattendo gli sprechi, gli egoismi corporativi e i privilegi, premiando il lavoro, il coraggio e la fantasia, rimuovendo gli ostacoli all’eguaglianza.

C’è bisogno, in altre parole, per avere speranza civile, di una giustizia sociale che sia non calata dall’alto, ma condivisa e prodotta dai cittadini. E c’è evidentemente bisogno, in questa prospettiva, che i cittadini possano avere la certezza della convivenza collettiva, senza sentirla minimamente minacciata dalla presenza che abbiamo ancora, e pericolosa, di comportamenti devianti e criminali: dall’insicurezza minuta delle grandi città alla forza organizzata della mafia e della camorra. Sono queste realtà una componente di quella che io definirei la «società incivile» contro la quale dobbiamo tutti lottare con la massima determinazione, a 360 gradi, perché la speranza per il futuro sia veritiera e abbia senso e significato.

La speranza non è aliquid sperare minimum, ma sfida consapevole alla complessità dell’oggi e del domani, impegno a viverne il contenuto «arduo», invito alla comune costruzione del nuovo.

Tutto quello che avviene e sotto questo segno, dai grandi progressi scientifici e tecnologici all’internazionalizzazione planetaria degli interessi, dei mercati, dei comportamenti imprenditoriali; dalla crescita dei diritti individuali, contro le sacche di oppressione dell’uomo sull’uomo, alla trasformazione profonda delle culture e dei valori personali e collettivi; dall’esigenza di tenere alta la qualità dell’ambiente e della vita al profondo bisogno di pace.

Questi non sono obiettivi astratti e remoti ma ambivalenti processi già in atto nella nostra avventura umana; e non possono quindi darci banali attese di progresso facile e scorrevole. Sono processi difficili ed è possibile orientarli positivamente soltanto con un serio impegno quotidiano di ciascuno di noi.

Il futuro è nella nostra determinazione di oggi. Soltanto con questo spirito possiamo dire ai nostri figli di avere speranza nel futuro, senza scivolare nella rassicurazione emotiva, che è una rassicurazione più verso noi stessi che verso di loro. Soltanto con questo spirito, di impegno a costruire insieme, in tempi diversi, «la casa non manufatta», possiamo ricordare che fa parte della speranza civile di un popolo, e non solo della sua fede religiosa, l’invito di un grande tedesco, pastore protestante assassinato dai nazisti, a creare sviluppo e speranza «trasmettendo benedizione, di generazione in generazione».

Signor Presidente, signori del Parlamento, signori delegati regionali, in quasi quarant’anni di vita la nostra Costituzione ha rappresentato un sicuro punto di riferimento intorno al quale si sono riconosciuti sempre più gli italiani, anche quelli inizialmente indifferenti o addirittura ostili.

In un paese come il nostro, di civiltà più che millenaria ma di non antica unità statuale ed esperienza democratica, la Costituzione è stata ed è presidio di libertà e insieme ispiratrice di profonde riforme civili, culturali, sociali, economiche e quindi politiche.

L’Italia è cresciuta e si è trasformata con la Costituzione e nella Costituzione, e l’avvenuto mutamento nelle strutture civili. economiche e sociali del paese richiede ad un tempo continuità dei valori perenni e disponibilità verso gli adeguamenti che favoriscano una nuova ed esaltante primavera della Repubblica.

Fede nella ragione, fede nella libertà, fede nella democrazia sono state all’origine della nostra Costituzione. La stessa triplice fede dovrà orientare quegli adattamenti dell’assetto istituzionale che le forze politiche riterranno di proporre nella loro insostituibile funzione e nella loro libera scelta.

Il Presidente della Repubblica, per quanto di sua competenza, concorrerà al processo di rinnovamento quale rappresentante dell’unità nazionale e quale garante della Costituzione voluta dal popolo italiano: ciò significa, da un lato, grande attenzione verso ogni proposta che, elevandosi al di sopra di ogni visione di parte, sia capace di rispondere agli interessi generali della nazione e di vivificare le istituzioni, in modo che tutti i cittadini possano completamente e sempre meglio riconoscersi in esse; dall’altra, rispetto intransigente delle regole che presiedono al processo di revisione costituzionale e sono garanzia per tutti.

Se un auspicio è lecito esprimere, esso è che il processo di evoluzione istituzionale, nel quale si è già operosamente impegnato in un severo confronto un ampio arco di forze culturali e politiche, sia animato dallo spirito di fiducia, di concordia e di unità nell’essenziale, che rappresentò la comune ispirazione di fondo dei costituenti, si che ogni possibile innovazione abbia come fine un ordinamento più efficiente, più moderno e meglio garantito, con la più tenace disposizione a ricercare la sintesi nell’equilibrio dei poteri, la cui pluralità è pane essenziale della garanzia del nostro sistema di libertà.

Per questo, nell’accettare l’elezione a Presidente della Repubblica, rivolgendomi all’onorevole Nilde Iotti, esemplare Presidente d’Assemblea e del Parlamento in seduta comune (vivissimi, prolungati applausi), ho detto che «mi conforta e mi sostiene il pensiero che l’esercizio delle mie funzioni avverrà nel concerto dell’azione distinta ma non separata delle due Camere, del Governo della Repubblica, della Corte costituzionale e di tutte le magistrature.

A quanti operano nelle istituzioni della Repubblica rinnovo il mio saluto con l’auspicio di continuare con esse, anche nel nuovo mandato che mi e stato conferito, il lavoro comune per rispondere sempre meglio alle attese del nostro popolo.

Un saluto particolare rivolgo alle migliaia di amministratori circoscrizionali, comunali e provinciali e ai consiglieri regionali: non è senza significato che all’elezione del Presidente della Repubblica, massima magistratura dello Stato, concorrano insieme ai parlamentari nazionali i rappresentanti delle regioni, facendo del collegio elettorale presidenziale la sede istituzionale in cui convergono tutte le nostre assemblee legislative.

L’Italia delle autonomie locali è il primo baluardo della democrazia nel nostro paese e il primo volto dello Stato al quale tutti si rivolgono per soddisfare le esigenze più immediate e semplici, e perciò più vere ed essenziali.

Nel rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione, statale non meno che locale, si gioca gran parte della credibilità delle nostre istituzioni democratiche. Siamo tutti consapevoli che tra le esigenze più acutamente avvertite vi è la profonda aspirazione degli italiani al buon governo. a ciò che l’espressione classica e pur sempre attuale significa non soltanto in termini di senso dello Stato, di onestà e di correttezza nella gestione della cosa pubblica, ma anche di uso di un linguaggio semplice e veritiero, di spirito di servizio da parte di chi, in qualsiasi posizione di autorità. agisca nel nome della Repubblica. Senza questo non vi può essere certezza del diritto ne buona amministrazione.

Dobbiamo ricordare che il cittadino entra in contatto con lo Stato attraverso la pubblica amministrazione, e spesso questo contatto è deludente e frustrante. Ogni sforzo deve essere fatto perché la pubblica amministrazione operi con efficienza, tempestività e doverosa imparzialità, cosi come vuole la Costituzione. Non e pensabile infatti che una democrazia industriale moderna e avanzata possa agire e progredire con una pubblica amministrazione non efficiente e non ordinata.

Nelle nostre amministrazioni pubbliche, ad ogni livello, vi sono straordinarie capacità tecniche e professionali che migliori ordinamenti e metodi organizzativi devono valorizzare al servizio della comunità. A tutti coloro che operano negli uffici pubblici rivolgo il mio fiducioso saluto, con l’augurio che al più presto possano sentirsi tutti autentici protagonisti

dell’avviato processo di adeguamento alla mutata realtà del paese.

Non meno significativo, nel giusto apprezzamento delle radici pluralistiche della nostra Repubblica una e indivisibile, è un altro saluto che desidero rivolgere.

La gran parte dei cittadini del nostro Stato è unita non solo da vincoli di solidarietà politica e di comunanza di ordinamento, ma anche da quell’insieme di valori, storici, culturali. linguistici, che fonda nella storia la nazione italiana.

Nel nostro Stato, però, sono comprese altre comunità di diversa storia, di diversa cultura, di diversa lingua. Anch’esse fanno parte ad uguale titolo della Repubblica, trovandovi e dovendovi trovare gli strumenti per arricchire le loro peculiari caratteristiche e per tutelare i loro specifici diritti. Anch’esse concorrono al progresso dell’intero paese. Di questi cittadini, non meno che degli altri, mi sento e voglio essere il Presidente (Vivi applausi).

Signor Presidente, signori del Parlamento, signori delegati regionali, per un periodo non breve l’Italia è stata profondamente turbata da una trama sanguinosa e folle che ha mietuto vittime innocenti e ha travolto giovani coscienze. Il concorso unitario di tutte le forze democratiche e sociali ha fatto sì che il generoso sacrificio di rappresentanti del popolo, di magistrati, di carabinieri, di agenti della polizia di Stato, di guardie di finanza, di guardie di custodia, di operai, di sindacalisti, di intellettuali, di dirigenti, di giornalisti, di comuni cittadini, abbia fatto conseguire una vittoria dello Stato, mi auguro definitiva, sul terrorismo.

In questa lotta mi onoro di essere stato uno dei tanti. Ai protagonisti di questa lotta va il mio ricordo riconoscente per un impegno esemplare ed una collaborazione leale e coraggiosa. Vanto e orgoglio altissimo della nostra Repubblica rimarrà sempre quello di avere combattuto la eversione senza mai intaccare ciò che è essenziale nel nostro libero e democratico ordinamento (Applausi).

Mentre assumo l’esercizio delle funzioni di Presidente della Repubblica, che a tale titolo è Presidente del Consiglio superiore della magistratura, desidero inviare un pensiero grato e solidale a tutti coloro che lavorano con abnegazione e unità di intenti per la difesa della legalità repubblicana e della civile convivenza, per l’attuazione del diritto e della giustizia.

Chi come me ha sempre ritenuto che il diritto debba essere inteso non solo nel rigore formale delle sue regole, ma soprattutto come espressione vivente dei valori comunemente recepiti nella vita quotidiana, non può non avvertire la delicatezza del momento presente, in cui taluni conflitti sociali tendono impropriamente a trasferirsi nelle aule dei tribunali mettendo spesso il giudice di fronte ad acuti dilemmi: da una parte, la tentazione comprensibile di proporre e di coltivare terapie che competono ad altri poteri dello Stato; dall’altra, il timore dell’inerzia.

Per evitare il rischio di una crisi di credibilità della giustizia, dobbiamo ricostruire la dimensione della legge come valore di fondo di una convivenza democratica; dobbiamo imparare a recuperare, proprio in nome del diritto, il mondo dei valori al dominio della ragione pratica; dobbiamo convincerci che il cittadino, quando è vinto dal dubbio che possa essere insanabile il conflitto tra il diritto e quello che egli, nella sua coscienza, sente come la giustizia, tenderà a ridurre le strutture dello Stato a schemi insensibili alle sue più genuine e reali attese e si rifugerà nelle convenienze mercantili o nei privati egoismi.

Ma dobbiamo anche saper difendere contro tutte le insidie l’autonomia dell’ordine giudiziario e di tutte le magistrature; ed è bene ripetere in questa occasione quanto affermò Sandro Pertini davanti al Consiglio superiore della magistratura. Non basta che il magistrato sia indipendente. deve anche apparire tale, perché la gente comune deve avere fede in questa indipendenza per poter accettare con convinta serenità l’imperio della legge, che è condizione essenziale di vita in una libera e uguale democrazia.

Di questa liberta è parte essenziale la libertà religiosa. Se ne parlo qui è perche essa, storicamente, anche per la tradizione del nostro popolo, è indicativa dell’importanza che i valori morali hanno per una comunità civile e in particolare per una comunità democratica. Valori morali che si ritrovano nelle comunità religiose, ma che fortunatamente si ritrovano nel paese con eguale vigore in tante e forti correnti di pensiero non religioso che hanno reso così ricche la nostra cultura e la nostra vita politica. Tutti questi valori morali, qualunque ne sia l’ispirazione ideologica, sono in pari misura e con eguale dignità forza e valore del popolo italiano.

Lo sviluppo civile e culturale del paese ci ha fatto raggiungere una pace religiosa ormai consolidata: il riconoscimento del sovrano primato della coscienza e della libertà religiosa consente di apprezzare la fede di ogni credente e di ogni rispettiva comunità su basi di eguaglianza. Gli accordi che lo Stato ha stipulato, conformemente alla Costituzione, come i nuovi accordi concordatari con la Chiesa cattolica e l’intesa con la Tavola valdese metodista, e stipulerà ancora con le altre comunità religiose, tra cui primieramente quella israelitica, rappresentano un contributo di serenità della convivenza civile, nella autonomia e nella sovranità di uno Stato laico qual è la nostra Repubblica.

Nella Repubblica vivono credenti e non credenti. Credere o non credere non può essere una discriminante nella nostra vita democratica, né costituire privilegio per nessuno, né per gli uni ne per gli altri. Il rispetto e la tolleranza reciproci sono alla base della libertà di Coscienza che, come diceva un grande maestro, spirito liberale, è presupposto di ogni altra libertà.

Chi crede trovi nella sua fede religiosa, come io cerco di trovarlo nell’appartenenza alla Chiesa cattolica, l’ispirazione ad un costume morale severo di servizio alla comunità. Chi non crede trovi nella sua profonda eticità individuale la capacità di attingere ispirazioni di eguale valore al servizio del bene comune.

In questa visione, rinnovo a Sua Santità Giovanni Paolo II il mio saluto e la mia profonda stima per l’apporto dato alla affermazione costante dei valori e dei diritti dell’uomo e per la sua tenace missione di pace tra le nazioni (Vivissimi applausi).

Signor Presidente, signori del Parlamento, signori delegati regionali, in questo scorcio del XX secolo il mondo vive la sua pace precaria, fra sanguinosi conflitti locali, violazioni della legalità internazionale, tregue indotte dall’equilibrio nucleare e il dramma di milioni di essere umani perseguitati dallo spettro della fame. Il mondo è alla ricerca ansiosa di una pace giusta e autentica, ma non l’ha ancora trovata.

Nel secolo che si sta per dischiudere, l’uomo avrà nelle proprie mani il potere di realizzare molte delle sue aspirazioni millenarie, ma anche il potere di condannarsi e di estinguersi. Tornano qui ammonitrici le parole di un insigne giurista: «Ciascuno, con la propria azione, modifica la vita del mondo e della storia e quindi ne porta tutta la responsabilità».

Per le generazioni che ci seguiranno noi dobbiamo prodigare sin d’ora ogni sforzo sincero verso la costruzione di una pace autentica. Le nazioni non hanno davanti a se cammini alternativi a questi nella condotta delle reciproche relazioni. Non c’è alternativa alla comprensione, al dialogo, alla distensione, a una pace costruttiva.

L’Italia, nella responsabilità del ruolo reale affidatole dalle sue risorse, ha avuto in questi ultimi quarant’anni, e sempre più avrà, una speciale responsabilità nella difficile edificazione di più duraturi e di più giusti equilibri internazionali.

Nel concerto delle nazioni, I’Italia repubblicana ha recato apporti originali, intelligenti e coraggiosi, che le sono costati sacrifici anche elevati, ma che nel contempo le sono valsi nel mondo amicizia. fiducia e rispetto.

La speranza del nostro paese è affidata soprattutto all’Europa. Non ci sarà vera pace in questo continente, in cui si sono consumate tante tragedie fratricide, ma in cui si è realizzato anche il miracolo della civiltà europea, se non si perverrà all’approfondimento e al perfezionamento, in senso unitario, di quella generosa visione che animò costruttivamente i padri fondatori della nuova Europa, orsono più di trent’anni.

Non ci sarà pace nel mondo, sino a quando un’Europa concorde e salda nelle sue articolazioni unitarie, un’Europa unita, soggetto politico specifico e partner su basi egualitarie e di pari dignità degli Stati Uniti, non sarà riuscita a far sentire la sua voce e a portare il contributo della sua saggezza e della sua civiltà per l’elaborazione della comune strategia dell’Occidente, non meno che per il superamento di quel percorso potenziale di tensione rappresentato dal fronteggiarsi di due poderosi schieramenti e di due diversi sistemi sociali del mondo.

Ai popoli fratelli di questa nostra Europa l’Italia continuerà a dare il suo apporto spontaneo e costruttivo, affinché dallo sforzo solidale finalmente emerga quella unità di intenti e di azione, a cui hanno agognato nei secoli gli spiriti migliori del nostro continente. Non è un sogno questo, non è un’utopia, è una prospettiva concreta, forse l’unica e tangibile, che sta oggi a noi europei occidentali calare con coraggio e sollecitudine nella realtà del nostro presente. L’azione di stimolo e di impulso, svolta in questo semestre di presidenza italiana della Comunità europea, che si è appena concluso, è un’ulteriore testimonianza della determinazione dell’impegno del nostro paese (Applausi).

Nel cammino che ci deve portare a questo obiettivo, ancoraggio fondamentale rimane l’alleanza dei popoli dell’Occidente, al di qua e al di là dell’Atlantico, alla quale l’Italia aderì in forza della scelta del suo libero Parlamento, e in esso confermata con il consenso coraggioso e lungimirante di un più largo schieramento di forze politiche; alleanza che ha garantito un’adeguata sicurezza allo sviluppo delle nostre democrazie e la ricerca, mi auguro, di fruttuose occasioni di dialogo con i paesi dell’Europa orientale.

L’Italia continuerà pertanto a operare in spirito di servizio, in uno sforzo convinto e teso a far maturare le ragioni della solidarietà che esistono e premono al di sotto e al di là delle differenze ideologiche e dei sistemi sociali, dei diversi e contrastanti interessi economici, portando in questo sforzo un senso autentico di amicizia e di rispetto per i popoli dell’Unione Sovietica e per le nazioni dell’Europa orientale.

La pace nella quale crediamo, per la quale ci battiamo e che vogliamo difondere e rafforzare, incalzati dal terrificante pericolo dell’olocausto nucleare e interpreti della profonda e genuina aspirazione del popolo italiano, è la pace nella sicurezza, in un ordine mondiale garantito dal diritto delle genti.

Ma alla pace non si può soltanto guardare nell’ottica ristretta dei delicatissimi equilibri di forze. Occorre, per costruirla e per renderla durevole, cementarla con un franco dialogo, con più intensi rapporti culturali e relazioni economiche, con una coesistenza sempre più dignitosa e civile tra i popoli e le nazioni, certo anche con la comprensione e l’umana solidarietà nei confronti dei paesi del terzo mondo, ma soprattutto con il riconoscimento della loro dignità e delle responsabilità che noi, vecchio continente, noi paesi industrializzati, abbiamo verso di essi.

La pace si conquista, infatti, anche su quell’altra drammatica frontiera che è la lotta alla fame e al sottosviluppo del terzo mondo. Ai popoli delle aree emergenti, che sentiamo fratelli nella sofferenza, il Parlamento ha assicurato che l’Italia contribuirà, in forma sempre più incisiva, non solo nella canalizzazione di risorse adeguate, ma anche nella maturazione in ambito internazionale di quella sensibilità, in forza della quale la violazione della libertà fondamentale dalla paura e dal bisogno anche del più piccolo e del più remoto dei popoli non ci potrà e non ci dovrà lasciare indifferenti.

Un saluto fraterno invio agli italiani che vivono e lavorano all’estero. Essi tengono alto nel mondo il nome dell’Italia con il loro lavoro, con il loro sacrificio, con il tenace sforzo di migliorare la loro condizione (Vivissimi, generale applausi). La patria non li dimentica e conta sul loro amore di figli e di cittadini (Applausi).

La pace, la sicurezza. A questo punto, rivolgo il mio saluto alle gloriose forze armate italiana (Vivissimi applausi), sicuro presidio dell’indipendenza nazionale. Esse nel loro servizio continuano ad offrire prove altissime di abnegazione, di generosità, di fedeltà di servizio nella più luminosa tradizione del Risorgimento, dello Stato unitario e della Resistenza, come dimostrano anche le ultime missioni di pace nel vicino Oriente.

Le forze armate italiane, come esercito di popolo, hanno origini antiche: dai primi combattenti delle repubbliche rivoluzionarie ai militari del Regno di Sardegna che insorsero per la Costituzione e per l’unità, a coloro che nelle formazioni regolari e volontarie delle varie contrade d’Italia combatterono nelle guerre del Risorgimento per la causa nazionale dell’unità e dell’indipendenza; dai giovani che, per dirla con un mio illustre conterraneo, non per qualche ettaro di terra gettarono al vento la loro giovinezza, ma per un inesausto desiderio di pace e di giustizia, ai caduti di Cefalonia e sugli spalti di Torino, fucilati contro ogni legge internazionale e dell’onore militare (Vivissimi applausi); a coloro che ovunque combatterono e versarono il loro sangue, per senso del dovere, nel nome della comune patria, l’Italia; agli ufficiali ed ai soldati che, nelle formazioni della Resistenza e nel rinato esercito italiano, combatterono fianco a fianco con il popolo per riconquistare dignità ed autonomia all’Italia, dopo una guerra perduta.

Queste sono le nostre forze armate, forze armate di popolo, delle quali ho il comando al servizio della pace e della sicurezza della nazione italiana nel momento in cui assumo l’esercizio delle funzioni di Presidente della Repubblica.

Signor Presidente, signori del Parlamento, signori delegati regionali, viviamo in un momento di fermenti, di dubbi, di speranze, in un momento in cui siamo forse alle soglie e stiamo forse già vivendo il passaggio di un’epoca, quello ad un mondo in cui la costruzione del bene comune troverà sempre più il fondamento nella creatività, nella fantazsia, nell’intraprendenza dell’uomo.

Stiamo già vivendo una grande rivoluzione tecnologica in cui avrà sempre maggior valore la forza dell’intelligenza e della cultura, della ricerca scientifica e del lavoro, secondo una dimensione di maggiore contenuto umano.

Che cosa ci attende, nessuno sa bene. Certo, sta soltanto a noi far sì che il mondo di domani non sia il regno freddo e disumanizzante di un puro progresso tecnico, ma un fatto di libertà, di ragione è stato osservato che sono il primo Presidente della Repubblica che non appartiene alla generazione di coloro che meritatamente si possono definire «padri della patria», cioè a quegli uomini che hanno lottato per la libertà, per l’indipendenza e per la democrazia dell’Italia, e che hanno contribuito in questo segno alla nascita della Costituzione repubblicana. Ne sono umilmente consapevole. Ma di questa progresso e di liberazione dell’uomo. Questo è il compito di tutti.

Grande responsabilità vi portano gli intellettuali, i ricercatori, le avanguardie della classe lavoratrice e degli imprenditori; ma questo è un impegno soprattutto dei giovani che, nei tanti tormenti e nelle inquietudini proprie della loro età, debbono trovare la ragione e la forza soprattutto di essere migliori e più coraggiosi di noi.

A patria sono e voglio essere figlio devoto, ed al suo migliore avvenire, con l’aiuto di dio, dedicherò ogni mia energia.

Viva il Parlamento! Viva la Repubblica! Viva l’Italia! (L’Assemblea si leva in piedi – Vivissimi, prolungati applausi, cui si associa il pubblico delle tribune).

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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