Tatuaggi

guerriero tatuato delle isole Marchesi, XIX secolocapelli-2Bcisse

Quando i primi esploratori in terra d’Oceania si trovarono di fronte gli autoctoni con il corpo completamente tatuato, dalla testa ai piedi, rimasero sbalorditi e non capirono il motivo di questa usanza. Il termine tatuaggio deriva proprio dall’idioma tahitiano Tautau, o samoano Tatau, parole onomatopeiche che indicherebbero il picchiettare del legno sull’ago che incide la pelle. Questo vocabolo fu introdotto in occidente da James Cook, capitano inglese che approdò a Tahiti nel 1769 e prese nota descrivendo il costume locale del taglio della cute per decorare il corpo con disegni permanenti che avevano una funzione simbolica. In realtà la pratica del tatuaggio è molto più antica, anche Otzi, la mummia di Similaun, pare ne avesse alcuni. Esempi ne abbiamo nell’antico Egitto, nei popoli considerati barbari dai romani, fino al secolo scorso, quando iniziò a diffondersi il tatuaggio tra marinai, soldati, carcerati, appartenenti alla criminalità organizzata. E giungiamo ai nostri giorni… A vedere questo autentico boom, soprattutto tra giovani, calciatori, personaggi del mondo dello spettacolo o semplici cittadini, mi viene in mente Pasolini, in particolare il famoso articolo apparso sul Corriere della sera il 7 gennaio 1973 dal titolo Contro i capelli lunghi (lo stesso articolo sarebbe finito negli Scritti corsari[1]). In estrema sintesi, l’analisi di Pasolini non fa una piega: il sorgere di una consuetudine che lega gli appartenenti a una categoria ha un senso, nel caso dei capelloni politico, ma l’abuso di questa prassi e la perdita del significato originale danno adito soltanto a una moda, a un’omologazione. Portare i capelli lunghi era un gesto provocatorio, di sinistra, una presa di posizione contro il conformismo borghese. Pasolini narra di aver conosciuto i capelloni a Praga negli anni ’60 e di non aver subito provato simpatia per loro:

Poi dovetti rimangiarmi l’antipatia, e difendere i capelloni dagli attacchi della polizia e dei fascisti: fui naturalmente, per principio, dalla parte del Living Theatre, dei Beats ecc.: e il principio che mi faceva stare dalla loto parte era un principio rigorosamente democratico.[2]

Pasolini aveva valutato, con il ben dell’intelletto, questa nuova apparizione e l’aveva interpretata:

Cosa dicevano, col linguaggio inarticolato consistente nel segno monolitico dei capelli, i capelloni nel ’66-67?

Dicevano questo: «La civiltà consumistica ci ha nauseati. Noi protestiamo in modo radicale. Creiamo un anticorpo a tale civiltà, attraverso il rifiuto. Tutto pareva andare per il meglio, eh? La nostra generazione doveva essere una generazione di integrati? Ed ecco invece come si mettono in realtà le cose. Noi opponiamo la follia a un destino di executives. Creiamo nuovi valori religiosi nell’entropia borghese, proprio nel momento in cui stava diventando perfettamente laica ed edonistica. Lo facciamo con un clamore e una violenza rivoluzionaria (violenza di non-violenti!) perché la nostra critica verso la nostra società è totale e intransigente».[3]

Venne il ’68, i capelloni erano gli studenti di sinistra che protestavano con l’eskimo, che sventolavano il libretto rosso e amavano il Che Guevara (capellone anch’esso), poi qualcosa cambiò… I ragazzi con i capelli lunghi si diffusero e non dicevano più le stesse cose…

Cosa dicevano, essi, ora? Dicevano: «Sì, è vero, diciamo cose di Sinistra; il nostro senso – benché puramente fiancheggiatore del senso dei messaggi verbali – è un senso di Sinistra… Ma… Ma…››.

Il discorso dei capelli lunghi si fermava qui: lo dovevo integrare da solo. Con quel «ma» essi volevano evidentemente dire due cose: 1) «La nostra ineffabilità si rivela sempre più di tipo irrazionalistico e pragmatico: la preminenza che noi silenziosamente attribuiamo all’azione è di carattere sottoculturale, e quindi sostanzialmente di destra» 2) «Noi siamo stati adottati anche dai provocatori fascisti, che si mescolano ai rivoluzionari verbali (il verbalismo può portare però anche all’azione, soprattutto quando la mitizza): e costituiamo una maschera perfetta, non solo dal punto di vista fisico – il nostro disordinato fluire e ondeggiare tende a omologate tutte le facce – ma anche dal punto di vista culturale: infatti una sottocultura di Destra può benissimo essere confusa con una sottocultura di Sinistra».

Insomma capii che il linguaggio dei capelli lunghi non esprimeva più «cose» di Sinistra, ma esprimeva qualcosa di equivoco, Destra-Sinistra, che rendeva possibile la presenza dei provocatori.[4]

La fase finale, secondo l’analisi di Pasolini, è stata non solo l’omologazione dei capelloni, ma l’acquisizione da parte del potere di una prassi nata per protesta, provocazione, a sinistra, e incorporata per indurre i giovani a sposare la conservazione, l’adeguamento, il conformismo:

Ora così i capelli lunghi dicono, nel loro inarticolato e ossesso linguaggio di segni non verbali, nella loro teppistica iconicità, le «cose» della televisione o delle réclames dei prodotti, dove è ormai assolutamente inconcepibile prevedere un giovane che non abbia i capelli lunghi: fatto che, oggi, sarebbe scandaloso per il potere.

Provo un immenso e sincero dispiacere nel dirlo (anzi, una vera e propria disperazione): ma ormai migliaia e centinaia di migliaia di facce di giovani italiani, assomigliano sempre più alla faccia di Merlino. La loro libertà di portare i capelli come vogliono, non è più difendibile, perché non è più libertà. È giunto il momento, piuttosto, di dire ai giovani che il loro modo di acconciarsi è orribile, perché servile e volgare. Anzi, è giunto il momento che essi stessi se ne accorgano, e si liberino da questa loro ansia colpevole di attenersi all’ordine degradante dell’orda.[5]

Nelle considerazioni pasoliniane manca però la barba, forse perché era già sussunta dall’uso dei capelli lunghi, come nel caso dei barbudos della rivoluzione cubana. Pasolini muore nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, in quasi quarantuno anni dalla sua scomparsa sono nati altri costumi tra i giovani, con un’origine certificata, che si sono poi omologati e non hanno più espresso ciò che manifestavano all’inizio provocatoriamente. Per la cronaca, negli anni ’70 ci fu anche la moda dei baffi, molti calciatori italiani li portavano (tra cui Aldo Agroppi, centrocampista del Torino…), e l’usanza è proseguita fino all’inizio degli anni ’80 (come non dimenticare Claudio Gentile e Beppe Bergomi al Mundial dell’82). Pasolini non ha potuto vedere l’avvento degli orecchini tra i giovani maschi, messi quasi sempre al lobo sinistro per non passare da omosessuali, dei capelli rasati, delle barbe scolpite, dei piercing e, dulcis in fundo, dei tatuaggi. Ed ecco che l’articolo di Pasolini, apparso sul Corriere della sera il 7 gennaio 1973, potrebbe essere ripreso anche oggi, basta solo sostituire ai capelli lunghi le nuove mode che dal 1975 si sono susseguite fino ad oggi. Si è già detto che l’uso del tatuaggio, al di là delle evenienze tribali, aveva una connotazione ben precisa: a tatuarsi erano soprattutto coloro che vivevano ai margini della società, i reclusi, gli emarginati, chi passava lungo tempo lontano dalla terra ferma, come i marinai, o gli appartenenti a realtà “fuorilegge”. Adesso non è più così. La moda del tatuaggio è letteralmente esplosa, è divenuta addirittura una prerogativa da status symbol, con i calciatori come categoria principale, seguita da quella del mondo dello spettacolo. Dagli inizi del XXI° secolo abbiamo assistito a un boom di stelle del football che si riempiono il corpo rendendolo praticamente illeggibile. Non scorgi più un muscolo, un elemento che ti faccia riconoscere l’attività sportiva di un atleta, al suo posto un nugolo di facce, disegni, simboli, scritte, un guazzabuglio variopinto incomprensibile. Da prova di forza e maturità del guerriero delle isole oceaniche, o di appartenenza a un contesto estromesso dal consorzio civile, il tatuaggio del calciatore è ormai un must a cui non ci si può sottrarre. Ripenso al ventenne Daniele De Rossi, campione del mondo in Germania nel 2006, con la faccia sbarbata e il corpo riconoscibile e lo vedo adesso… Che gli è successo nel frattempo? Quale impellente necessità lo ha costretto a nascondersi dietro la barba e i tatuaggi? E gli altri calciatori? Com’è che, sin dall’adolescenza, se non si tatuano sembrano non far parte della specie pedatoria? È diventato un obbligo irrinunciabile? Chi ha detto loro che è necessario tatuarsi? Forse nessuno, ma molto probabilmente lo fanno per non sentirsi dissimili… Ed ecco il punto. Da segno distintivo del “diverso”, in ambito civile e sociale, il tatuaggio s’è trasformato nel suo contrario, in una qualità da fashion victims. Sì, temo che oggi Pasolini avrebbe ripetuto le stesse parole usate per i capelloni…

Marco Vignolo Gargini

 

[1] Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Scritti corsari, 7 gennaio 1973 – Il «discorso» dei capelli, pagg. 271-277, Mondadori editore, Milano 1999.

[2] C.s. pag. 272.

[3] C.s. pag. 273.

[4] C.s. pagg. 274-275.

[5] C.s.. pag. 277.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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