Umberto Eco (5 gennaio 1932 – 19 febbraio 2016)

eco

Invece di citare Il nome della rosa, l’esametro finale stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus, variazione da De contemptu mundi di Bernardo Morliacense, o di riempire la pagina con la biografia e la bibliografia (che si può trovare comodamente su wikipedia), preferisco ricordare Umberto Eco con un suo intervento su Repubblica del 1982, pubblicato poi insieme ad altri articoli in Sette anni di desiderio (Milano, Bompiani, 1983), intervento che è di un’attualità sconcertante. Il mio omaggio e la mia gratitudine all’ultimo vero intellettuale italiano, a colui che mi ha accompagnato e istruito 24 anni orsono con il suo Come si fa una tesi laurea (Milano, Bompiani, 1977). Se ho conseguito il titolo di dottore in filosofia lo devo anche a lui.

La Repubblica, 16 aprile 1982

La voglia di morte

Ogni tanto accade di dover spiegare a qualcuno o a noi stessi che cosa sia il fascismo.

E ci si accorge che è categoria molto sfuggente: non è solo violenza, perché ci sono state violenze di vari colori; non è solo uno stato corporativo, perché ci sono corporativismi non fascisti: non è solo dittatura, nazionalismo, bellicismo, vizi comuni ad altre ideologie.

Talché si rischia in fin dei conti sovente di definire come “fascismo” l’ideologia degli altri.

Ma c’è una componente dalla quale è riconoscibile il fascismo allo stato puro, dovunque si manifesti, sapendo con assoluta sicurezza che da quelle premesse non potrà venire che “il” fascismo: ed è il culto della morte.

Nessun movimento politico e ideologico si è mai cosi decisamente identificato con la necrofilia eletta a rituale e a ragion di vita.

Molta gente muore per le proprie idee, molta altra gente fa morire gli altri, per ideali o per interesse, ma quando la morte non viene considerata un mezzo per ottenere qualcos’altro bensì un valore in sé, allora abbiamo il germe del fascismo e dovremo chiamare fascismo ciò che si fa agente di questa promozione.

Dico la morte come valore da affermare per se stesso.

Non dico la morte per cui vive il filosofo, il quale sa che sullo sfondo di questa necessità, e tramite la sua accettazione, prendono senso gli altri valori; non dico la morte dell’uomo di fede, il quale non rinnega la propria mortalità e la giudica provvidenziale e benefica perché attraverso di essa arriverà a un’altra vita.

Dico la morte sentita come “urgente perché è gioia, verità, giustizia, purificazione, orgoglio, sia che venga data ad altri sia che venga realizzata su di sé”.

Ortega y Gasset ricordava che i Celtiberi erano l’unico popolo dell’antichità che adorasse la morte.

Non dirò che i Celtiberi fossero archeologicamente fascisti, dico che fu in Spagna che apparve durante la guerra civile il grido “Viva la muerte!”.

Il fascismo primitivo ed eroico portò la morte sulla camicia e sul fez e nel colore stesso delle sue divise.

Volle andare incontro alla morte con un fiore in bocca, parlò di sorella morte con accenti non francescani, se ne fregò della brutta morte (non credo che Matteotti, Rosselli o Salvo D’Acquisto se ne fregassero della morte bruttissima che fecero).

E se mi dite che molte tradizioni religiose hanno elaborato rituali funebri in cui il senso della penitenza veniva fortemente inquinato dal gusto della necrofilia, diremo allora, in piena tranquillità, che anche là si annidavano i germi di un fascismo possibile, come nelle celebrazioni dell’olocausto e del karakiri della tradizione militaristica giapponese.

Amare necrofilicamente la morte significa dire che è bello riceverla e rischiarla, e che ancor più bello e santo è distribuirla.

Che solo la morte paga, meglio se quella altrui, ma al limite anche la propria, purché vissuta con sprezzo.

L’amore della morte (che domina anche le pratiche dei drogati) fa sì che appaia bello “buttar via” la propria vita.

Per amare la morte bisogna profondamente odiare la vita (ci sono invece martiri e suicidi che muoiono senza odiare la vita, anzi, per eccesso d’amore).

Amare la morte significa credere in fondo al cuore che essa risolva molte cose, e meglio.

Questo odore di morte, questo puteolente bisogno di morte, si sente oggi in Italia.

Se questo voleva il terrorismo (nel suo animo profondamente, ancestralmente squadrista) l’ha avuto.

Ha chiamato a raccolta pulsioni profonde, fascismi variamente mascherati, ignoti anche a chi li celava repressi nell’inconscio.

Li ha fatti ribollire nel ventre a persone altrimenti miti e nobilissime, che per un attimo hanno ceduto al richiamo delle Madri oscure, e hanno dimenticato che anche Mussolini appeso per i piedi a piazzale Loreto e crivellato di pallottole, forse era giustizia, ma non era bene.

Lettori di Beccaria, hanno parlato come Lovecraft.

Forse dovremmo difenderli anche da se stessi, perché non è questo che vogliono, non è questa l’alleanza che cercavano, né la soluzione.

Le madri col bambino in braccio che firmavano a Bologna, il tassista che mi dice “al muro, al muro, e addebitiamo le munizioni alla famiglia!”, ragionano come il ragazzo di Prima linea che crede che la morte di Tobagi valga come appello, richiamo, monito, manifesto.

Le responsabilità penali sono certo diverse, ma in tutti gioca la persuasione che la morte anziché una necessità che arriva da sola, e per la quale bisogna vivere, sia una pratica di purificazione da produrre in anticipo sulla natura.

E che la commini lo Stato o una banda armata, è sempre morte, sporca perché crede di essere Purificatrice e perché in qualche modo dà soddisfazione.

Invece la morte buona, e cioè quella naturale, è quella che non dà piacere a nessuno, né a chi muore né a chi resta, quella per la quale nessuno possa dire “ci voleva!”.

Ho discusso con alcuni ragazzi che, spinti da amor di vita, cono andati a tirare uova marce contro i firmatari per la pena di morte.

Marcio contro marcio, non paga.

Formate lunghe e cupe processioni per la città, gli ho consigliato, con cappucci neri, e ceri, e grandi cartelli in cui si vedano i volti dei fucilati della Comune, le schiene dei fucilati di Villarbasse, le teste mozzate dal capolavoro del dottor Guillotin, la faccia di chi nella camera a gas aspetta che la pastiglia cada nella vaschetta dell’acido per formare il vapore tossico.

E i bambini impalati dal voivoda Dracula, e le ragazze streghe sul rogo, e poi Moro, Bachelet, Tobagi, Alessandrini, e qualche ebreo.

Fate una grande sagra della morte nelle nostre città: date alla gente l’odore della morte, il sapore della morte, l’impressione tattile del liquame che esce dalle narici e dalle orecchie di un corpo in decomposizione, fate sentire lo schifo della morte provocata ad arte in nome di una qualsiasi giustizia.

Siate sgradevoli, fate vomitare le donne incinte, costringete la gente a fare le corna, a toccarsi i testicoli, a rientrare in casa come se ci fosse il coprifuoco.

Solo per un giorno, in modo che il paese si accorga che sta prendendo gusto alla morte e ricordi cos’è la morte, e tutti si chiedano se non stiamo diventando pazzi.

Poi smettete anche voi, perché a giocare troppo con l’immagine della morte ci si prende gusto.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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