Vincenzio Russo, “Pensieri politici” V

vincenzio russo pensieri politici

XLI
CALCOLO POLITICO. MAPPA POLITICA

Come mai si può calcolare quello i cui dati s’ignorino? Come si possono prevedere le conseguenze di un’operazione, se non si saprà fin dove se ne dilaterà l’effetto? Come si può sentire con prontezza l’opportunità di un’operazione, quando da un fenomeno non si sappia indovinare con sicura squisitezza il resto dello stato delle cose?

Ed in qual modo finalmente si adopererà con efficacia salutare un rimedio, se non si è destro nell’abbracciar colla mente il nesso delle cose sociali fra loro? Per avanzare speditamente nella scienza del calcolo politico, cioè nella scienza delle vie sicure che menino alla felicità del genere umano, i grandi ingegni amici dell’Umanità ed i governi zelanti della felicità comune promuovano l’esecuzione di quattro principali Opere politiche.

La prima di esse sia una Mappa politica. In questa il Legislatore troverà una fiaccola che la scorga in tutti i suoi passi, vedendovi esposto come in un quadro, e raccolto sotto uno sguardo l’Economico, il Sensitivo, il Morale, ed il Politico della nazione, la cui sorte debbe essere da lui governata. In questa opera sarà delineato lo stato dell’agricoltura e del commercio della nazione: vi sarà particolareggiata la qualità dei terreni e quella dei prodotti: il modo che si adopera in ciascun luogo nel coltivare: gli sconci di esso, i disordini, ed il perfezionamento che potrebbe ricevere, sia col mettere in opera metodi migliori, sia col sostituirvi nuovi prodotti.

Vi saranno altresì annoverate le braccia addette all’agricoltura: le oziose, od occupate in cose del tutto inutili o non incompatibili con più utile impiego, e le addette al commercio, ed a qual genere di esso lo sieno. Vi sarà espresso lo stato, col quale si trovano distribuite le masse degl’individui: il numero di ciascuna di esse nei villaggi e nelle città: la distanza di un luogo all’altro. Non isfuggiranno i rapporti del commercio cogli esteri, sia attivo, sia passivo, non quei di uno ad altro distretto, i generi che vengono esportati e quelli che vengono introdotti: i fondi che sono impiegati nel commercio ed i dati per volgergli all’agricoltura.

Il numero degl’individui di ciascun sesso: di quelli di ciascuna età in ciascun sesso: dei padri e dei figli di famiglia: dei congiunti in matrimonio, e degli sciolti, degli abitatori delle pianure o delle montagne: la natura del clima. il genere del vitto e del vestito: l’educazione che si dà all’uno ed all’altro sesso: i pregiudizii che regnano in ciascun distretto o in ciascun luogo, sia di differenza, sia di disprezzo per certe cose o per certe persone: lo stato dell’istituzione, questi ed altri simili oggetti; vi saranno spiegati esattamente.

Nè vi sarà ommessa veruna di quelle cose che riguardino le rendite della nazione, la maniera colla quale sono percepite, i ripari che si potrebbero avere nelle circostanze straordinarie.

Quando non sarebbero allora più franchi, e più sicuri i passi di un legislatore! Il clima, il sito del paese, l’età, il sesso, gli affetti di ciascuno stato di vita, come di padre, di figlio, di marito, di celibe, il grado dello spirito pubblico ecc., gli farebbero sentire qual massa di forze umane abbia egli fra le mani, lo porrebbero in grado di calcolare i risultati, che averrebbero dall’applicarle a certi oggetti, in grado di reggerne il corso, di avviarle ad uno scopo e di moderarne, o di accrescerne l’energia a suo tempo, a suo luogo.

Le sue operazioni allora non sarebbero avventurate, ma assicurate: egli prevederebbe in un’operazione alta ed animosa l’assenso della gioventù, la non approvazione dell’età senile, e di quanto quello fosse maggiore di questa, o questa di quello ecc.

Dal conoscimento esatto e minuto dei terreni, e dell’agricoltura, da quello del commercio si ricaverebbero i mezzi per ampliare quella e perfezionarla, per distruggere gli ostacoli che vi opponessero i pregiudizj, o la troppa estensione di commercio: per promuovere la scienza dei concimi, dello impasto delle terre, della piantagione, della potazione, della pastorizia, infine la scienza dell’agricoltura: per dividere alcune masse troppo grandi di uomini in un luogo, per accrescere le troppo piccole altrove: per iscemare il commercio sì che non rigogli al di là della sobrietà repubblicana: per istabilire al più che si possa la generale indipendenza da distretto a distretto, da luogo a luogo, da individuo ad individuo.

Allora non più sarebbero la campagna e la città ligie a vicenda: non il commerciante signoreggiatore e dipendente insieme dell’agricoltore, né questo del commerciante. Così il legislatore si troverà come sull’alto di una collina, donde scuopra tutto il paese d’intorno, ne numeri e ne calcoli i più grandi ed i più piccoli oggetti, e ne architetti le più estese e le più minute, le più semplici e le più complicate combinazioni. La seconda Opera da farsi siano le Serie politiche.

Tutto è strettamente vincolato nell’esistenza: il primo muoversi di un elemento si considera giustamente come la cagione di tutt’i moti e di tutte le combinazioni, che per milioni di secoli quell’elemento avrà ricevuti, o riceverà. Io ravviso gli esseri tutti come una catena immensa, nella quale l’ondeggiare di un solo anello gli faccia ondeggiare tutti. Lo stesso vincolo generale si osserva nelle cose umane. Un’azione, una parola, un gesto, un cenno è stato talora la spada sterminatrice degl’imperj e delle nazioni.

Una meretrice diede asilo a Cesare inseguito a morte nella persecuzione di Silla. Se non fosse stata colei invaghita di lui, sarebbe mancato Cesare, e senza Cesare qual diverso ordine di cose non si sarebbe svolto! Quanti altri personaggi diversi non sarebbero comparsi sulla scena del mondo! E’ uno dei più felici vantaggi l’avere acquistato per mezzo di lunghe meditazioni, di considerata esperienza e di squisiti calcoli un tatto fino alle serie politiche; di modo che da una prima combinazione se ne preveggano delle mille. Per mezzo di tal sagacità, si giugne a colpire agevolmente il più giusto punto di un operazione, sì che con poco moto si ottenga il più grande effetto.

Per mezzo di essa si saprà andare alla sorgente delle cose per istabilirle tutte in una sola dalla quale tutte dipendono, invece di stabilirle tutte individualmente, o per distruggere in uno mille disordini a un tempo. Così (per farne qualche cenno) sarà lunghissima la riforma di una società qualora, senza avere il complesso di tutt’i suoi rapporti in mente si vada operando or questa or quella riforma particolare. Ma chi ha compreso il principio delle cagioni di ogni disordine sociale, si atterrà principalmente alla riforma delle proprietà, ed all’istruzione.

Così del pari sembra cosa tanto scabrosa in uno stato corrotto, il quale si debba riformare, il far che i genitori secondino nella parte privata dell’educazione le mire private della rivoluzione.

Ma se si riflette che l’intenso amore il quale portano i genitori ai figliuoli, gli ha spinti finora a fare ogni sforzo, a sostenere sacrificj per formare di costoro egregj giuristi, insigni teologi; poiché gli avviavano in tal guisa ai più distinti vantaggi civili; si comprenderà che basti porre i vantaggi civili dalla banda del sodo merito, perché i genitori abbiano pari od anche maggiore zelo per fare dei loro figliuoli cittadini illuminati e virtuosi. Dico maggiore, per aver veduto talora genitori onesti, per riparare alle strettezze domestiche spingere sì, ma con dilaniamenti di cuore, i figliuoli per vie che pur sentivano non essere le rette, o lo meno tortuose.

Così infine, si è mai considerato come la maggior parte dei vizi, cioè dei disordini sociali traggano tutta quanta la loro esistenza da certj vizj che si sono introdotti prima? Tolti questi di mezzo, la serie degli altri che ne dipendono resterà troncata. L’avarizia suppone diffidenza di essere soccorso al bisogno con amicizia verace.

Questa è l’idea che comincia a fomentare il germe funesto nell’animo dell’avaro. Fa che non vi fosse sì poca amicizia, sì poco affratellamento fra gli uomini; l’avarizia sarebbe finita. Togli di mezzo la viltà, ed avrai distrutto l’alterigia. Distruggi lo stato del più forte, e sarà sgombra la società dal giuntatore, dal mendace, dal pusillanime, dallo schiavo. Quanti vizj non sono dovuti alle conversazioni quali soprattutto sono in Italia?

Là perché tutti si annoino, ma metodicamente, ognuno dee dire la sua, sovente a danno dell’altrui riputazione, per allegrare un pò la compagnia: di qui il cinguiettìo, la maldicenza. Dire altrui spesso spesso che egli si mente per la gola, sarebbe insoffribile impertinenza. Dire che questo è uno sproposito, quello una balordaggine, è villania, pedanteria. Non farsi schiavo nel suo atteggiamento, nel suo frasario è un ignorare il gran mondo e non avere l’abbiccì delle belle creanze.

Cosa ne avviene? Si fa tratto tratto l’abitudine al simulamento, alla dissimulazione, all’adulazione, alla deferenza, alla frivolezza, alla servilità. Or tal sagacità nelle Serie politiche si può volgere in metodo, e farne una scienza, col seguire un’azione, una legge a traverso di molte variate combinazioni, per vedere quali diversi effetti in ciascuna di queste produca, e qual parte di effetto contribuisca all’effetto generale ciascuna parte di quella combinazione. Così ognuno si andrà rendendo abile a calcolare altre serie da se, diretta ed incamminata che sia una volta l’attenzione in questa scienza. Questa direzione è sempre il più difficile passo nel giudizio e nel sapere! Questa scienza renderà un legislatore simile ad un maestro di musica, che al toccar di una prima corda del cembalo, già sa quelle altre che si debbano toccare in seguito per compiere la consonanza, e prevede tutte quelle consonanze ancora che dipendono dalla prima e servono a rendere l’armonia compita e perfetta. Non meno utile parmi l’opera dei Nessi politici.

Siccome le Serie politiche considerano il progresso del moto nelle cose che si svolgono le une in seguito delle altre, i Nessi politici hanno per iscopo l’estensione del moto nelle cose che si attengono le une colle altre fra loro. Getta in un fonte una pietra: tu vedrai un cerchio stendersi intorno e turbare tutta la superficie di quell’acqua. Così nelle cose sociali, ogni operazione fa che tutte o quasi tutte le altre parti della società ne risentano. Gli Egizj rappresentarono l’Universo nell’immagine di una serpe che avvolta in cerchio si morda la coda. Tu non dimenticherai tal emblema per renderti sensibile quello che accade nella società.

Altrimente con operazioni che ti saranno sembrate innocenti, tu potrai aver cagionate nelle parti della società, le quali più ti pareano rimote, spesse volte danno, talora ruina. Così in una rivoluzione il commercio, la mano di opera e le belle arti vengono facilmente a patire. Colle operazioni Democratiche vanno sicuramente a rimanere ristrette. Ben sarai tu sciocco e crudele, se per mezzo di ben ordinate istituzioni sulla proprietà non provvedi a quel danno che coloro soffrono, e non gli risarcisci con altri mezzi di sussistenza della perdita di quelli che essi aveano prima.

L’ultima delle quattro opere desiderate siano i Sintomi politici: opera quanto estesa, altrettanto scabrosa e delicata, del pari che la scienza dei sintomi vitali è nella Medicina. I fatti politici sono emoltilateri e moltiangoli: onde facilmente si può credere effetto di una cagione quello che lo è stato di un’altra; si può pensare che indichi una disposizione quello che ne indica un’altra. Quindi saranno sempre utilissimamente impiegate le cure che si usino per fissare quelle differenze minute, quelle lineette sfuggevoli e quasi svanenti che pur esistono fra le cose le più simili in apparenza.

Ma sopratutto non si trascuri la ricerca dei principj generali cui si possono ridurre tutti gli altri sintomi. Quella prima indagine darà accuratezza alla scienza, e questa seconda generalità e splendidezza. Leibnitz rendé ciascuna delle sue monadi rappresentativa dell’Universo intero; e fu quanto sublime, altrettanto vera quella sua idea, che se vi fosse un intelletto conveniente, ben potrebbe dallo stato di un elemento solo determinare con precisione quello di un universo. Un uomo addottrinato in questa scienza sarebbe in certo modo per le cose politiche quella intelligenza.

Egli vedrebbe nello stato di ogni parte della società quello di tutte le altre sue parti, e sarebbe agevolmente in grado di saper dirigere la sua attenzione sulle cose, le quali meritassero più accurato esame, in modo da riuscirvi con più esattezza ed in più breve tempo. Si potrebbe in tal guisa avvedere un legislatore del grado di libertà, in cui un popolo si trova, della tendenza che le cose hanno al rinvigorimento od alla corruzione: e quali operazioni sarebbero più conducevoli allo stato presente della società.

Cosi se tu vedi che in uno stato non si stabiliscono le fondamenta di una verace Democrazia colla riforma della proprietà, coll’istruzione generale, colla depressione del privato e del pubblico dispotismo, col restringimento della popolazione proporzionatamente al comodo di un governo popolare: se vedi al contrario temuta la verità; mal secondato o compresso l’entusiasmo e l’indipendenza; poca o niuna la sollecitudine pel verace bene del popolo: se vedi trattata l’energia di violenza anarchica; l’amore del popolo di ambizione di partiti; la virtù sincera e maschia di fanatismo o di ridicolezza… conchiudi la libertà vera non si vuole ancora in quel suolo, e che o non allignerà fra gente che non l’accoglie fervidamente, o vi bisogna almeno un magistrato tutelare, che faccia correr le cose a traverso di altre nuove e forti vicende. Io stimo che queste quattro opere, delle quali l’una non può stare senza dell’altra, e che si porgono vicendevoli lumi ed ajuto, sarebbero di grande utilità al progresso della scienza sociale, e darebbero luogo a meditare verità sode ed istituzioni le più giovevoli alla comune felicità.

XLII
SE L’UMANITÀ NON SIA ANCORA NELLO SVILUPPO CHE LE CIRCOSTANZE SOCIALI LE HANNO DATO FINORA, MOLTO AL DI SOTTO DI QUELLO CHE PER RAGIONE NATURALE DOVREBBERO RICEVERE

Il despota disse nel suo cuore: Corrompiamo l’uomo: così gli rapirò l’amore della sua indipendenza, e la libertà. Corrompiamo anche le sue speranze di essere un giorno migliore di quello che ora l’ho ridotto io. Così gli rapirò pure la possibilità di conquistare più la sua dignità. Senza virtù, e senza credenza che la possa diventar generale, ravvolto nella comune corruzione o circondato da essa, non avrà nemmeno coraggio di aspirare ad essere altro da quello che è stato finora; e cullato dal suo avvilimento, dormirà il letargo della schiavitù.

Deh! perché anche coloro i quali amano l’Umanità, servono il dispotismo nell’atto stesso che l’abborrono, col disperare di un miglioramento nell’umanità dei popoli? Finché noi crederemo, che l’uomo non debba per ragione delle stesse sue facoltà essere altro da quello che l’abbiamo veduto finora; non ci adopreremo giammai con fervido zelo per la felicità umana, e saremo sempre non indomabili a ripiegarci a quei periodi di errori, e di guasto di ogni ordine sociale e ogni nostra facoltà, fra i quali scorsero i secoli andati. Si tenti di distruggere una volta questa illusione sì fatale alla libertà, e sieno confortati gli sforzi e le speranze dell’Umanità per la sua rigenerazione.

1. Non si ha veruna ragione di affermare che una cosa non possa essere altra da quella che è stata finora, se non sia già passata per combinazioni di circostanze che potrebbero farla essere diversa. Un chimico il quale dal tentativo fatto di una sola analisi che volesse conchiudere sul risultato di tutte le analisi che si potrebbero fare, sarebbe deriso meritamente.

La massa sensibile e morale del genere umano, l’umanità è passata soltanto per un piccolo numero di circostanze: le combinazioni nelle quali si è trovata finora, sono state molto poche rispetto all’ampiezza, sia del numero de’ suoi individui, sia delle possibili combinazioni delle circostanze che la potrebbero accompagnare. Di fatti non è a nostra notizia se non un’epoca recente del genere umano: tutto quello che è stato prima, si smarrisce in tenebre profonde ed è perduto affatto per noi.

Di questa epoca medesima a noi nota, cosa di certo sappiamo noi? Si hanno appena duemila anni di storia. Questa storia stessa sparge alcun barlume soltanto sopra qualche frazione della massa umana, la Grecia, Roma, l’Europa moderna. Di tali frazioni compariscono sul teatro della storia solamente alcune picciole parti, ed ordinariamente le più corrotte, armate, capitali: ma la campagna, la campagna tranquilla e innocente rimane ignota.

Per quelle stesse poche parti di un ristretto numero di frazioni del genere umano non ci ha trasmesso la storia se non alcune frazioni del tempo della loro esistenza. Si sa quanto tardi si cominciò a scrivere storia in Grecia, ed in Roma, e come della maggior parte delle altre nazioni più antiche Egizj, Persiani, Celti, ecc. non abbiamo contezza se non per qualche frammento che n’è rimasto negli storici greci o latini. E come poi si è scritta la storia? Fra pregiudizj di governi e di religioni, fra borie o disprezzi per barbaro spirito di nazionalità, fra risse di guerra, e furori di partiti o di civili discordie.

L’ignoranza e l’inerzia non debbono essere ommesse, quando si calcola l’estensione della vera storia: e le relazioni delle cose accadute ai giorni nostri tentano pur troppo all’incredulità sulle relazioni scritte in altri tempi, ed in altri luoghi. A che dunque rimane ridotta la storia passabilmente verace dell’Umanità? A quanto il deposito quasi certo de’ suoi fenomeni?

A chi vi rifletta maturamente, non parrà strano di vedere il tutto ristretto appena a trenta anni. E dai fenomeni di sì breve spazio, che mai si farebbe lecito di conchiudere su tutto lo sviluppo possibile della gran massa sensibile e morale del genere umano?

2. Se un essere non si è trovato ancora nelle circostanze le più favorevoli allo sviluppo delle sue facoltà, mal si fa giudizio che in circostanze più favorevoli non sarebbe altro da quello che è stato fin allora. Molto più irragionevole sarebbe tal giudizio, quando le circostanze nelle quali quell’essere si è trovato fino allora, fossero state anzi le più sfavorevoli allo sviluppo delle sue facoltà Questo appunto è il caso dell’uomo.

Da quello che la storia ci ha tramandato del genere umano, lungi dal potere affermare, che le circostanze da esso percorse sieno state le più favorevoli allo sviluppo della sua moralità, dobbiamo confessare, che sieno state anzi le più infeste. Apriamo la storia: cosa offre al nostro sguardo?

Nazioni selvatiche, nazioni erranti, che scorrono di foresta in foresta, di deserto in deserto: nazioni barbare che inondano, desolano, e riempiono di orrori e di ruine le contrade: nazioni chiamate culte, e marcite nella corruzione. In quelle prime, ignoranza, rozzezza e ferocia; in queste, falso sapere, perversa cultura ed imbecillità: da una banda uomini sfrenati, dall’altra licenziosi: da per tutto despoti e schiavi: idoli lordi di umano sangue, ambizioni e follie di re e di popoli, gloria anzi ignominia devastatrice; virtù imbelli, vizi palliati, diritto mal conosciuto o forza sostituita al diritto; e tutto diviso ed in guerre di ferro o d’ire e d’interessi, perpetue ed orrende.

In mezzo a questo non mondo morale, ma oceano in tempesta nera e ferale per l’Umanità appare l’Egitto qual punto di luce offuscato da nebbie: ma dopo alcun tempo viene da queste compresso, ed infine spento. Il suo governo teocratico, angustioso, e metodicamente dispotico degenerò presto in tirannia sfrenata, fino a che ruinò in servile nullità.

La Grecia offre due repubbliche ordinate meglio delle altre, Sparta ed Atene: gelosie stolte e fiere tra le sue piccole repubbliche, popoli grossolani, troppo leggieri, sospinti dalle gare delle ambizioni interne, o corrotti dalle trame di esterna tirannia, ed attaccati apertamente. Dopo qualche secolo di una libertà violenta, agitata e sovente scossa la schiavitù ritorna nella Grecia… Sorge Roma sul principio barbara e tiranneggiata da un re e da una feroce oligarchia: la teocrazia si aggiunge dipoi a quelli, e dispone il popolo a portare più stupidamente il suo giogo.

Un padre con eroismo degno di causa migliore bagna e cementa col sangue di due figli la base del dispotismo indipendente dell’oligarchia. Sono come nemici della repubblica sacrificati i Gracchi, soli amici della repubblica. Si condanna all’esecrazione la legge agraria che non danneggiò la repubblica se non perché non fu ridotta ad effetto.

Dove è la libertà di quel popolo, che si chiamò libero, solo perché non si aveano su di esso dagli oligarchi gli orrendi diritti di vita e di morte come su gli altri schiavi; ma che fu privo di ogni diritto di proprietà fino alla legge Licinia, di ogni diritto alla maggior parte delle cariche quasi fino agli ultimi tempi dello sgoverno romano? Indi conflagrazioni di odj, e di guerre civili, vizj infami da per tutto e feroce corruzione.

Silla tenta con vigore, fui per dire furore, una riforma segnata coll’impronto del suo alto ingegno e di quel suo carattere immensamenterepubblicano; distrugge parte della corruzione e degli ostacoli che respingeano i rimedj: ma non potè per la morte compire gli stabilimenti fermi e vasti che egli volgea nella mente. Il resto delle vicende di Roma chi nol sa? Dall’epoca dell’imperio romano fino a noi tutto si vede inondato quasi da un pelago che cuopre o devasta tutto fra gli orrori della barbarie, e fra le stoltezze e le sevizie della tirannia secolare e religiosa.

3. Da quello che una frazione del genere umano ha fatto colle sue facoltà, non si dee fare induzione di quello che si potrebbe ottenere dallo sviluppo delle facoltà cospiranti dell’Umanità, con semplice ragione diretta: per modo che se delle facoltà di una frazione come 10 siano risultati 40, da facoltà come 40 non debbono già risultare soli 160.

L’abbiamo già osservato innanzi, siccome le forze fisiche consociate quadruplicano l’effetto loro, si accresce di molto l’effetto anche delle forze sensitive e morali, qualora si trovino ad essere cospiranti: onde è che le assemblee rinforzino tutte le impressioni, ed ispirino tanto l’entusiasmo. Or finora le facoltà del genere umano non hanno mai agito tutte ad un tempo, non mai tutte in cospirazione. Che anzi spessissimo e quasi sempre inoperose, o divise, od opposte, si sono combattute fra loro, ed annichilite o compresse.

Pure di quando in quando è apparso alcun fenomeno, che può far giudicare almeno dell’estensione individuale delle facoltà umane. Sull’avvallamento dell’ignoranza universale si è alzato qualche ingegno, ed ha stupefatti coll’ampiezza e colla profondità delle sue idee i secoli e le nazioni.

Eppure quei Grandi erano compressi da ogni banda, e spesso battuti dal dispotismo e dalla superstizione, alla cui presenza si raccapriccia sempre la verità ben anche in cose più aliene dai loro immediati interessi: ed erano poi stati fin dalla più fresca età sozzati da pregiudizj; e nella barbarie e nell’inesattezza delle lingue aveano attinta già la confusione e l’oscurità delle idee, la precipitanza nel giudicare, e l’incontinenza nell’ammettere cose che nulla o mal si conoscano.

È convenuto loro perciò di sudare lungamente e di combattere seco stessi per distruggere tutto quel labirinto mostruoso e per ricomporre gli stessi materiali, prima di studiar d’innalzare sopra altre basi e con più ordinate forme parte dell’edifizio della verità. A quanto maggiore altezza non lo avrebbero essi portato, se sul principio avessero potuto porre tutte le cure loro nell’innalzarlo?

La storia delle scienze ci porge non una occasione da osservare che un grande uomo non ha fatto lavoro veramente grandioso e sodo, se non sia stato preceduto nella sua impresa da altri gravi ingegni, i quali avessero apprestato già almeno parte dei materiali, ed informati metodi semplici e sani.

Quanti valentuomini aveano preparato un Leibnitz, un Newton! A qual sublimità dunque non salirebbe l’ingegno umano, se trovasse spianate le difficoltà le quali s’incontrano gravi e molte ad ogni passo per via; sì che corse in breve e con piede franco le vie comuni, con passo già avvezzo a grandeggiare sicuramente, potesse proseguire la sua carriera?

Fra il disordine, il guazzabuglio, e la scorrezione delle idee in cui l’uomo sia stato per molti anni, la dirittura della sensatezza rimane travolta, l’acume della mente ottuso, la finezza del tatto, dirò così, dell’ingegno, quella finezza che fa l’ingegno felice, logora ed indolenzita.

Ma queste medesime facoltà diventano sempre più sode, sane, e dilicate, qualora sieno nudrite ed educate con idee adeguate, e con metodi retti. Or qual differenza non vi è dallo scadimento, in cui sono le facoltà umane quando cominciamo appena ad avvederci del guasto che in esse è già seguito, all’elevatezza nella quale si troverebbero quando fossero state dal principio in circostanze felici?

Io non voglio qui dire cosa la quale abbisognerebbe forse di analisi troppo lunga ed astrusa, cioè che noi finora non conosciamo se non il primo invoglio delle facoltà umane, e che poniamo mente alla sola loro trivialità: ma di quello che in esse è più profondo e squisito, par che sfugga l’uso e la stessa osservazione alla nostra sbadatatezza.

Quante volte a chi sia alquanto più attento e destro sopra le sue facoltà non è avveduto di trascorgere in se stesso un lampo di nuovo ordine di sensazioni e d’ingegno che lo facea quasi salire sino al confine di una sfera superiore di esistenza? Quei raziocinj rapidi, ai quali diamo nome di non so che, di uscite di ragione, di moti impulsivi!…

Chi sa se altra educazione, altro gradino di cognizioni, l’allontanamento di ogni guasto dalle sensazioni nostre non renderebbero fisso quello che ora è sfuggevole, luce chiara quello che ora è un barlume, facoltà ordinaria della nostra esistenza quello che ora è momentaneo?

Certa cosa è che a quell’altezza si sente più vicino chi più si è innoltrato per la via dei lumi ed ha più sviluppato le sue facoltà… Ritornando al proposito, se in vece di essersi contrariato ed afflitto dal dispotismo, dall’impostura, dal traviamento generale, si fosse anzi secondato dal governo, dall’opinione, dagl’interessi tutti: seinvece di riceverne urti, persecuzioni, se ne ottenessero vantaggi, favore; qual divario non si dovrebbe aspettare da noi nei risultati delle facoltà umane?

E quanti ingegni poi, quanti felici ingegni non sono traviati da metodi perversi, quanti non se ne smarriscono in futilità, quanti non ne rimangono o chiusi affatto, o ristretti per mancanza sia di comodi, sia di buoni istitutori, sia di educazione opportuna? E’ questa una perdita immensa che fanno ogni dì le cognizioni umane; siccome sarebbe immenso l’acquisto che farebbero in altro ordine di circostanze.

Ma quanto non diventerebbero maggiori i risultati delle facoltà umane, se non più fossero dissipate, divise, e dopo brevi intervalli interrotte nel loro sviluppo; se l’un’epoca avventurosa fosse pur seguita senza interrompimento da un’altra epoca ancor più felice, in vece di quell’ondeggiamento e di quelle vicende sì violente che hanno scommossa finora sì stranamente la faccia della terra? e se gli uomini, senza più trascurarsi, come pur troppo si è fatto finora, l’umanità del bel sesso, concorressero generalmente allo sviluppo della massa delle facoltà umane, e si avessero quindi centinaja di milioni di più nella somma delle forze sensitive e morali? Scorriamo con un’occhiata la terra. Asia, Africa, America, Europa: quanto hanno quelle tre prime contribuito allo sviluppo delle facoltà umane?

Quanto anzi non l’hanno colle stolidezze o colla corruzione slontanato dal suo periodo? L’Europa medesima quanto poco non ha fatto fino ad un secolo in quà?… E tutta la forza umana di tante migliaja di popolazioni e di anni è rimasta interamente perduta per l’umanità; anzi le ha pur nocciuto travolgendola dal lato opposto al suo perfezionamento.

Entra in una vasta libreria: scorri là coll’occhio e col pensiero quelle cataste enormi di volumi. Quanto ingegno, quanti secoli, quante cure smarrite in futilità, o rivolte anche contro alla verità, alla ragione ed alla moralità!

Svolgi un catalogo di libri scritti in Italia: tu sarai sbalordito all’aspetto di un deserto… popolato pur troppo da mostri di abbrutimento, di corruzione, e di schiavitù! Quante volte a tal vista non mi si è esacerbata l’anima per indignazione e per dispetto vedendo tali chiarissimi ingegni, tanti caratteri vigorosi d’Italia non essersi adoperati che ad aumentare le tenebre nelle menti e lo sfacelo nei cuori!…

Quando l’attenzione generale fosse diretta all’esploramento della verità, quando si fosse posta in moto la curiosità verso di certi oggetti; la sfera delle nostre facoltà si dilaterebbe fino ad essi talmente che rimarrebbero compresi per dir così nel cerchio della nostra esistenza. In tal modo appunto coesistono in certa guisa col fisico, col chimico le cose che si riferiscono alla fisica ed alla chimica. Questa direzione della curiosità per indagare nasce da un avviamento di cognizioni, che siesi ricevuto relativamente a que’ tali oggetti. Qualora i lumi fossero diffusi generalmente, sarebbe generale quel moto di curiosità, quella direzione di attenzione.

Quante forze calcolanti di più non si troverebbero allora rivolte alla verità! Quindi difficilmente resterebbero inosservati quei fenomeni quasi giornalieri, i quali potrebbero aprirci tanti nuovi tesori di verità, che ora non sappiamo nemmeno pensar possibili. Si sa che molte scoverte si debbono ad un caso che ne abbia porto i primi dati, a certi fenomeni su i quali sia lampeggiata in un momento felice l’attenzione di un osservatore.

Ma pochi sono gli occhi i quali sappiano vedere e valutare i fenomeni! per tutti gli altri uomini quei fenomeni sono come se non avvenissero. Si videro per secoli tuttodì cadere delle poma, e niuno si affisò ad analizzare tal fenomeno: lo vide Newton, e la sua mente sublimossi ed andò ad aprire agli sguardi dei mortali il volume immenso delle leggi dei cieli. Se la cultura fosse generale, senzaché per altro tutto il mondo fosse scienziato ed abbandonasse la cura di provvedere a’ suoi bisogni, quanti fenomeni finora inosservati non verrebbero notati, seguiti, incalzati per tutti i ravvolgimenti dei loro rapporti?…

Ma lasciamo ormai di più dire del perfezionamento delle facoltà umane rispetto alle cognizioni: facciamo qualche cenno rispetto alla moralità. Tolta di mezzo l’ignoranza, dalla verace cultura generale viene mano mano a sorgere un generale miglioramento nelle cose tutte del genere umano.

Altri metodi allora più retti e più piani, altre istituzioni più adeguate e più profonde, altro convincimento delle verità morali, e più esatto calcolo della costante e verace nostra utilità.

Si sa quanto poco siamo provetti nelle scienze politiche: si sa quanto siamo lontani ora dal fatto di un buon ordine sociale: si sa infine come ne restarono molto al di qua le stesse meglio ordinate repubbliche antiche. Circostanze infelici, e non colpa delle facoltà umane hanno finora ritardati i progressi delle teorie, e più ancora dei fatti politici. Sono infinite in politica le combinazioni sulle istituzioni particolari; ciascuna di esse in un certo complesso di cose può avere le sue opportunità.

Una combinazione nuova non pensata prima, a quante altre anche meno pensate non aprirebbe l’adito? Ed avviate le cose al buon ordine sociale una volta, ben è probabile che si scorgerebbe nelle istituzioni politiche molto più in là. E’ certo che sarà facile allora quella che ora ne par sì difficile.

Tutte le nostre facoltà si sono oramai affralite col logorarsi dei corpi. E’ troppo risaputo in medicina lo scadimento della sanità in generale e la frequenza dei disordini cui la salute va soggetta ai dì nostri. La sola lue che gran guasto non fa? Ciascuno, a quel danno che tale infermità dei genitori ha cagionato nel suo individuo, aggiugne il danno di tale infermità sua propria, e così accresciuta la trasmette ai figliuoli.

A capo di alcune generazioni quanto grande non sarà il cumulo del suo danneggiare? Pur si sa con quanto poco si potrebbe riparare ad un sì grave disordine, e come sia solamente colpa delle circostanze se ancora non se ne voglia adoperare il rimedio… La troppa morbidezza del vivere ed alcune bevande usate a scialacquo, a quante malattie, a quali lente consunzioni non espongono? a quante più altre ancora la miseria?

I romani per più secoli non ebbero medici di pubblica stima, forse perché attesa la loro ragion di vivere, non aveano infermità estranee al corso retto della natura, come ne abbiamo pur troppo noi. E perciò forse l’antica medicina poteva essere più semplice, né vi erano nelle malattie tante varietà. In una vita più sobria e più piana la vitalità è meno distratta ora in qua or in là, e non agitata in tante guise rapide e distorte.

Quindi i caratteri delle malattie doveano essere più costanti, ed i rimedi più uniformi. Oggi al contrario, tante voglie attizzate dall’immaginazione, tanti generi di vita diversi, spesso opposti, e tali non di rado nell’istesso uomo, debbono per certo modificare variamente la vitalità e rendere complicate le malattie. Chi conosce alquanto la medicina o riflette sopra se medesimo, non può non sentire quanto un miglior reggimento di vita conferirebbe a prolungarne il corso ed a conservare la salute, a rialzare ancora le nostre facoltà.

Si sa che Galeno invitava i filosofi de’ tempi suoi a mandare da lui quei giovanetti ai quali i loro precetti non fossero bastati ad infondere nell’animo saviezza e moderazione. Egli promettea loro nella maniera del vivere anche l’ingegno. Hoffmann fra i moderni si offrì a pari impresa, e lasciò scritto di aver fatto, col solo adoperarsi intorno al vitto, di più gonzi tanti uomini di senno, di molti stupidi, ingegnosi, e di scostumati, savj… Nei brevi cenni di morale premessi a questi pensieri politici, si è notato, che in un essere nel quale sia sensibilità e capacità di calcolare il suo meglio, quale appunto è l’uomo, l’onestà che ha luogo quando egli consegue la sua verace e costante utilità, è il suo stato naturale.

Nell’uomo tutta l’esistenza si riduce a sentire il bene, a volerlo, a conseguirlo ma tali facoltà formano una linea sola mobile intorno ad un punto, che può star retta e prolungarsi in perfezione, o torcere nel verso opposto e ripiegarsi in corruzioni. Delle due guise di essere avrà luogo quella che le circostanze ne impongono. Non vi è temperamento, non clima per lo delitto: poiché non ve ne ha dove l’uomo voglia il suo male.

Sta agli ordini che si porranno alle cose, il fargli conseguire verace o falso quel bene che egli cerca. Percorri la superficie del globo: tu troverai l’uomo dal villaggio alla gran città, dal tugurio al serraglio, quale doveano formarlo quelle circostanze di vita, in mezzo alle quali si è trovato. Svolgi gli annali dell’umanità; tu troverai in tutti i tempi l’uomo allievo fedele delle circostanze.

E perché solo l’ordine retto delle cose non varrebbe a rendere l’uomo conforme alla sua rettitudine? Se ogni utilità spesso illusoria adesca l’uomo, perché sarebbe poi insensibile o restìo alla sola utilità verace?

L’amore della novità e del cambiamento che alla lunga potrebbe rasentare la corruzione è l’effetto di uno stato violento e non naturale, quando cioè travolta la gradazione delle nostre facoltà, ci creamo indefiniti e non naturali bisogni. Senza di questi, donde mai nascerebbe il desiderio di mutare? Si sa che il desiderio è un effetto del bisogno: appagato che questo sia, finisce, e col suo finire il desiderio si accheta.

Se il desiderio durasse ancora dopo che il bisogno è stato soddisfatto, si avrebbe un effetto senza cagione. La perfettibilità non mena da per se stessa ad una varietà di voglie indefinita. Se la perfettibilità ha un termine umano, le voglie lo avranno altresì. Le persone che più hanno sviluppata la loro perfettibilità, non sono corse al certo per una serie di voglie ampia ed indefinita: che anzi hanno più avuto un tenore di vita piano e costante.

E’ dunque il tristo metodo con cui quella viene sviluppata, e non già la sua natura che rende la perfettibilità umana istrumento di non mai sazia corruzione. Un temperamento poi più energico produce, è vero, maggiori bisogni, ma non ne fissa la qualità. Che le cose atte ad appagargli sieno conformi al principio del meglio, o se ne discostino, è opera delle istituzioni, delle circostanze, e non del temperamento. Socrate nato ed educato in corte persiana sarebbe stato un faceto buffone, e Tiberio in una sana repubblica fermo ed avveduto cittadino.

Un temperamento vivo ed amoroso, invece di effeminarsi in lascivie, renderà più lieti gli amici, più felice una consorte. Un temperamento collerico affronterà con più impeto e più severa energia gli ostacoli opposti al pubblico bene, ecc.

Immaginiamo per poco la massa tutta del genere umano sgombra da pregiudizi, tratta finalmente da quelle circostanze politiche le quali hanno ridotta finora la somma virtù a saper comandare o servire, immaginiamola senza guerre, in accordo di principi, in uniformità di governi, in tolleranza verace; tutta quanta ridesta per l’indagine dell’utile verità, tutta sollecita a rompere gli ostacoli che si frappongano al suo bene, ed intesa costantemente ad adoperare il suo meglio sotto la mano onnipotente dell’opinione pubblica,… allora non più cercheremo dove possa giugnere lo sviluppo delle facoltà umane, ma cercheremo, direi quasi, dove non possa. Si dirà forse: ma come ottenere questa cultura generale? donde trarre tante circostanze avventurose?

La prima viene naturalmente con una ben ordinata Democrazia: questa senza di quella si ridurrà ad un nome vano: né riesce così difficile ad ottenersi come può parere a prima vista. Senza un prodigio di Democrazia, per la sola agevolezza di un un’istruzione gratuita, era già stabilita in Ginevra.

L’uomo applicato alle cure della vita, ai bisogni della quale provvede con quello che è proprio suo, non è già quel colono o quel pastore stentato il quale non dee lavorare solo per produrre ciò che gli basti pel suo sostentamento; ma dee colle sue fatiche produrre per lui, e per altri sei almeno, si che finalmente ricavi dalla quantità del suo travaglio un prezzo da potersi procacciare il necessario alla vita. Basterà al picciolo possessore dare tante ore e tante cure all’opera quante ne richiede il suo vitto ed il vestito: e facilmente si concepisce che quando questo sia ridotto a semplicità, molto tempo dee rimanere a colui dall’opera impiegata per quello. Grandi non debbono essere le repubbliche.

Se lo fossero, oltre ai gravi danni esposti già, che ne ridonderebbero, il magistrato dovrebbe abbandonare affatto le solite occupazioni per disimpegnare le funzioni della sua carica, ed essendo più complicato il governo degli affari pubblici, ne sarebbe più difficile la scienza. Quindi si andrebbe restringendo il fatto dell’uguaglianza politica: i cittadini da poter essere eletti giusta il principio del meglio, sarebbero in numero minore; e perciò si caderebbe nella necessità di prolungare la durata sempre corrompitrice delle cariche o di ammettere le conferme sempre pericolose, ed il passaggio sempre oligarchico da una in altra magistratura.

Or poste le repubbliche così picciole come la natura della Democrazia le richiede, ogni uomo ben organizzato potrà essere culto abbastanza per essere a parte delle magistrature.

Ogni uomo ben organizzato potrà allora innalzarsi agevolmente anche molto al di là di tal necessaria cultura. Vi bisogna forse un prodigio per porre in testa ad un nostro contadino quel numero d’idee pur grande che egli ha? Or se in vece di quelle idee sciocche, false, travolte che gli si sono comunicate in sua prima età, glie se ne dessero rette, sane, luminose, non ne avrebbe egli abbastanza per essere a più di mezza strada per una leggiadra cultura? Il male non è già nella quantità delle idee, ma nella loro qualità. Vi vuole per ventura più per sapere la cagione che i fisici recano del fulmine, che per far eco a quello che la mamma ne avrà sragionato presso del focolare?

Anzi tanto più presto si verrebbero ad imparare le cose vere, soprattutto in morale ed in politica, perché sono conformi alle facoltà umane; doveché per porre in mente e nell’animo assurdi e pregiudizj si dee fare urto e violenza alla natural temperatura delle nostre facoltà. Nè poi queste si troverebbero dalla stranezza delle modificazioni che le torturano, rendute quasi impotenti a compiere agevolmente le loro funzioni. I pregiudizj popolari non dismaghino.

Con modi accorti noi possiamo rintuzzarne alcun nell’età presente, prevenirgli quasi tutti nell’età avvenire. Ricordiamoci che nella mente del popolo, soprattutto di contado, parte del campo è imprunata da spine, ma che più gran parte è ancora sgombra del tutto: ed è sempre più facile introdurre scienza dove è ignoranza che dove osta l’errore. Volgiamoci al popolo, specialmente al contadino, stringiamoci a lui per la Democrazia.

Desso non è corrotto, è anzi rozzo ed inculto. Gli si può dare perciò quella qualità e quel grado di cultura che sono propri per la Democrazia: mentre le classi chiamate culte, sono già logore da una falsa cultura: stimano gentilezza e perfezione quelle che le rende imbelli, corrotte e schiave, e credono che senza di esso non si potrebbe esistere.

Il popolo, specialmente il contadino, ha pochi bisogni e quasi tutti reali: alcun poco di più lo caverà di stento e di troppa durezza. Ma le altre classi hanno bisogni esorbitanti e quasi tutti fattizj: e con gravi difficoltà si passa dalla morbitezza e dall’ozjo alla virilità del vivere ed alla fatica. Infine il popolo colla Democrazia acquista in agj, in cultura, in avere: le altre classi vi debbono perdere, se non sono eroi per vivere felici colla virtù, e colla comune felicità. Ma avventurosamente il popolo è il più gran numero, e però nelle rivoluzioni vere il più forte. Il popolo dunque è il vero elemento della Democrazia: e la grande opera sarà per esso molto meno dura che non potea prima averne apparenze. Volgiamoci quindi al popolo, stringiamoci a lui per la Democrazia.

Così le facoltà umane si ridurranno in quell’ordine di cose che le condurrà a perfezione. Le armi fra dieci anni potrebbero avere operato il resto, collo sgombrare del dispotismo l’Europa e coll’abbattere il dispotismo subalterno nelle contrade già rigenerate, riducendo a giustizia i fatti sociali e le proprietà. Allora la reale sovranità dei popoli sarà il tempio vero innalzato sopra salda base alla FELICITÀ DEL GENERE UMANO ed all’immortalità di coloro che col senno o colle armi vi si saranno adoperati.

XLIII
TOLLERANZA

…Incedo per ignes! Hor.

In questo articolo e nel seguente non intendo io già svelare i segreti di mia coscienza, non turbare i segreti della coscienza altrui: esporrò solamente i pensieri di un politico. È giusta l’idea che si ha della tolleranza? Si pensa che tolleranza già esista qualora si schivi la ferocia e la persecuzione aperta ed immediata di una setta religiosa contro dell’altra. A questo primo dirozzamento di cose si è ridotta finora la tolleranza nell’Europa, e tal tolleranza si è proposta dai politici per modello.

Nei luoghi dove si è osservata, non sono, è vero, arsi quei roghi orrendi accesi già dalla furente setta papale. Ma ben si sono stabilite contro ai seguaci di altre sette, esclusioni, incapacità di cittadinanza, e privazioni di tutti gli effetti che quella produce. Tal è stata finora la tolleranza in Inghilterra, nella Svizzera, ed in Olanda. Prevenzioni ingiuriose, beffe villane, duri disprezzi erano verso dei cattolici cortesi leggiadrie della loro tolleranza. Perché veramente vi sia tolleranza, bisogna che sia distrutto ogni vestigio di quell’influenza, che pure in tante guise ciascuna setta esercita sopra coloro che l’hanno professata.

Allora io crederò che vi sia tolleranza, quando una setta religiosa non influirà più in niun modo su gli animi altrui. Per ora io vedo ampj monumenti d’intolleranza nei tempj dove in certi giorni si adunano i settarj; ne scorgo gravi orme in quelle pratiche le quali ogni setta propone come doveri. Niuno può farmi violenza perché io sia schiavo di queste, perché io visiti i tempj, è vero.

Ma il trascurare i supposti doveri della setta quanti reali e gravi svantaggi non costa a colui che si mostri superiore a quelle pratiche ricevute?La tolleranza vera esigerebbe che niuno s’impacciasse mai della religione di qualunque altro individuo, e che la considerasse negli altri quanto se per loro non esistesse.

Esigerebbe che niuno mai parlasse della loro setta agli stessi settarj; che non vi fossero sacri dicitori, né sacre dicerie; non libri, non caratteri, non poteri religiosi. Ma è poi orrida intolleranza quella che si usa coi figli educandoli nella setta professata da noi, impegnandoli chi in uno e chi in altro modo a seguirla; e quindi impiantandola profondamente nell’animo loro tenero e cedevole col meccanismo delle pratiche, in quell’età in cui si è incapace di contrarre ogni minimo impegno e di appigliarsi a qualunque partito.

Per dirla in poche parole, l’idea di tolleranza vera importa indifferenza, sì che ognuno faccia individualmente ciò che gli piace rispetto alla religione, senza essere soggetto in qualsivoglia modo alla minima influenza esterna, od interna di chicchessia.

Richiede quindi che non solo non vi sia setta la quale domini sull’altra, ma che non vi sia né setta, né istituzione qualunque che possa influire in minima cosa su gl’individui della società. Allora finalmente io crederò che vi sia tolleranza. Ma se deviandosi dalla vera tolleranza, in una Democrazia si dà luogo ad un’istituzione religiosa;. bisogna almeno ordinare le cose in modo che la tolleranza intesa nel senso ricevuto finora vi sia riconosciuta, ma vi sia nel tempo stesso superflua, per non trovarsi in un individuo della società disposizioni, in favore delle quali la tolleranza dovesse aver luogo. La tolleranza non è una delle felici idee politiche per una Democrazia.

Lungi le idee feroci ed obbrobriose di persecuzioni: ma lungi altresì le occasioni da dovere ridurre in opera quella tolleranza che si sarà stabilita per principj. Dico che la tolleranza religiosa in una società umana è un male. È dessa un bene solo nelle comunanze barbare o corrotte, quando sia rimedio ad un male maggiore, quando sia dominante in quelle una setta religiosa spaventevole per furore, e lorda di sangue, travolta nei principj, insulsa nelle deduzioni e nelle pratiche, liberticida nelle istituzioni. Far tollerare allora altre sette è un imbrogliar l’imperversare di quella, è un opporle tante rivali che l’indeboliscono lentamente.

Coloro i quali considerano la tolleranza come un bene assoluto, sono di quei che nel ponderare la convenevolezza delle azioni umane in una società non vanno al di là dell’esterna non contrarietà loro alle leggi, estorte dalla forza pubblica, e pajono contenti di quella come se bastasse per una verace Democrazia.

L’ho detto, e lo ripeto volentieri: se la Democrazia non s’impianta nel fondo di tutte le nostre facoltà, se non si va rendendola un sentimento conforme negli individui che compongono la società; col tempo quelle leggi nelle quali solo si ha fiducia si allenteranno, quelle istituzioni politiche saranno travolte; e la Democrazia di là a non molto resterà lo scheletro ed il ludibrio di un nome.

Non previeni tu per mezzo di ben istruito piano di educazione la varietà delle sette religiose nella società? Ripensa che se le forze morali di uomini consociati sono divergenti quelle di uno da quelle di un altro, coll’andare del tempo sempre più si slontanano e si van dissipando. Che se sono opposte fra loro, si affievoliscono vicendevolmente, ed alla fine pur si distruggono. Ma che qualora sieno cospiranti, si sostengono allora fra esse scambievolmente e crescono sempre più. Perciò chi costituisce ed ordina Democrazia, non dee dimenticare mai che la perfezione di quelle sarà tanto maggiore quanto più le idee, i sentimenti, le facoltà tutte di coloro che le compongono, si combineranno ad unità; e quindi non avrà mai troppo accorgimento di rendere al più che si possa conformi le loro forze meccaniche, le sensitive, e le morali.

Qual verace e generale unione di animi, quale stretto affratellamento può regnare mai fra uomini che nel fondo del loro cuore si disprezzino a vicenda, o si compiangano? che ravvisino l’uno nell’altro l’oggetto dell’abbominio e dell’ira del loro Dio? e la sorte dell’uno dei quali si appresenti alla mente dell’altro sotto un aspetto immensamente diverso?…

Costoro tutto al più giugneranno a soffrirsi per riguardi, o sotto l’astringimento delle leggi, ma ad unire gli animi con vicendevole cittadino affetto non mai. Benché non c’illuda qualche mal esaminato fenomeno che occorra osservare nelle grandi città, aggiugnerò che la tolleranza ha meno effetto là dove gli uomini hanno più morale e più carattere. La somma corruzione spinge al disprezzo di ogni principio, e ad un letale indifferentismo.

Allora la tolleranza è stabilita di fatto, perché non si ha preferenza per niun sentimento; però il suo effetto pare maggiore. Paragona i modi e la condotta di un piccolo luogo con quei di una vasta capitale rispetto ad un uomo di sentimenti diversi, e troverai la conferma costante di tale osservazione. Non crediamo dunque di veder pace là dove è letargo e morte.

XLIV
RELIGIONE

…Incedo per ignes Suppositos cineri doloso! Hor.

Colui che non è capace di far tacere nella sua mente la voce delle prevenzioni, è inutile che legga questo articolo. Forse è a lui giovato poco anche quello che precede… dirò anzi tutto il resto? L’articolo precedente ci dà ragione da conchiudere, che se vi è una religione nella società, è necessario che essa sia la medesima per tutti i cittadini, ed uniforme del tutto alla politica. La religione allora potrebbe in qualche modo essere un tal quale sentimento utile, un tal quale vincolo di fratellanza umana nel centro di un’idea sublimemente tenebrosa, un certo benché mal sicuro stimolo ai doveri sociali; e la Divinità sarebbe l’enigma dell’immaginazione, ma forse enigma non funesto per l’uomo.

Non più ministri allora o se pur ve ne fossero, sarebbero cittadini scelti fra cittadini indistintamente. Essi senza salarj, senza distintivi, e senza autorità presederebbero soltanto agli atti del culto, per rimescolarsi dopo ciascuno di questi con tutti gli altri. Al secondo atto di culto soprasterebbero i successori di coloro che già presederono al primo.

I bonzi e i dervisci per istabilire il dispotismo religioso cominciarono dallo stabilire l’incomprensibile indelebilità del carattere. Senza perpetuità o lunghezza di potere non si opprimono gli uomini, né s’illudono. Schiva il carattere inerente al tale uomo, schiva nel potere perpetuità o troppo lunga durata; e tu potrai temere forse disordini, ma non mai inevitabile servitù. Apena i bonzi ed i dervisci ravvisarono tutta quanta l’esistenza loro nella religione, appena videro in essa la sorte loro durevole quanto la vita, considerarono la religione come un fondo, I’ampliazione del quale avrebbe formato il loro progressivo ingrandimento!..

In questi limiti dovrebbe essere ristretta la religione, quando si volesse ricedere dalla norma della tolleranza verace, e quando piacesse per non sana voglia intrudere questo elemento diversi-genere nel complesso sociale. Ma è veramente più necessaria al bene ed alla conservazione della società una religione?

Voi che adorate con buona fede un Dio di pace, un Dio che padre degli uomini ve li faccia amare come suoi figli; che nelle amarezze vi confortate colla sua idea, e godete di spargere lagrime innanzi alla paterna sua tenerezza e di asciugarle col velo della sua bontà; voi che nel vostro tenero cuore udite una voce la quale a nome della Divinità v’intima di detestare i nemici dell’uomo, vi fa con una mano imbrandire il ferro contro ai giganteschi carnefici dell’Umanità, e vi anima ad inaffiare coll’altra con rugiada di sana morale e di universal fratellanza la pianta diletta della felicità umana; deh non credete che io venga a muovervi guerra! Io mi sento per voi un cuore fraterno, io vi amo…

Ma soffrite che io paghi alla sincerità l’ultimo tributo. Non le cabale, non gli odj, non il tentato discredito, non le minacce, non l’aspetto della violenza me l’hanno fatta tradire finora… Forse m’inganno: non sono meno uomo di voi: ma fino a che altri non mi renda accorto del mio errore con sode ragioni, sarei vile pure ai vostri occhi se sacrificassi a riguardi i miei sentimenti. È molto antica la questione proposta. Niuno l’ha trattata con più maestrevole sagacità dell’autore dei Pensieri sulla Cometa.

Io per me la presenterò in una mira che mi pare breve e la più convenevole. Sul cominciare di questi Pensieri osservammo già, che il codice dell’uomo sia circoscritto dal contorno della sua persona: che le sue leggi stieno scritte nelle sue facoltà: che il loro sviluppo umano renda l’uomo naturalmente onesto e virtuoso: e che per esserlo non abbia bisogno di alcuna potenza estranea alla sua persona. Aggiungi ora che l’essere uomo non dipende già dalla idea di un Dio: ché sono nell’ateo quelle medesime facoltà umane, le quali sono nel religioso; e la questione è decisa. Non avrò io, senza credere un Dio mente, animo e membra? Non avrò io, senza l’idea di un Dio, calcolo, irritabilità, resistenza?… E non altro bisogna per essere tutto quello che può essere quello.

Se vi è stato un uomo solo che senza riconoscere nel mondo una Divinità pure ha potuto essere onesto e virtuoso, tutti gli altri lo potranno essere parimente. Apri la storia degli atei: vi troverai più uomini onesti e virtuosi che non ne trovi fra i credenti a proporzione del numero loro. È dunque necessaria la religione?

Sì… alla tirannia. È la religione un freno? Non lo è già necessariamente, poiché col credere un Dio non si dee credere necessariamente l’immortalità dell’anima: un Dio potrebbe esservi senzaché l’anima fosse immortale, e viceversa.

Or tolta di mezzo la immortalità dell’anima, la religione cessa di essere un freno. Non più si temeranno i mali che ne aspettino in una altra vita: né al certo ci si mostra dalla sperienza che i mali di questa vita, i quali non sieno una pena naturale del vizio e del delitto, come degli eccessi le malattie ecc. stieno contro gli scellerati.

È la religione un freno? Pel solo variare di religioni non abbiamo già veduto finora variare i costumi indipendentemente da ogni altra circostanza esterna. Tutto è stato quale il complesso delle circostanze comportava che fosse: e la religione è stata solo complice di qualche disordine, o compagna di qualche virtù, la quale senza tal compagnia ben sarebbe potuta essere non minore di quello che fu con essa.

Se la religione dà talora un rimorso ad uomini che si sono renduti superiori al timor delle leggi, usciamo allora di questione. Sarà dessa tanto necessaria quanto lo sono quegl’induriti o grandi scellerati: ma non avrà mai applicazione in una ben ordinata unione di uomini che meriti nome di società.

Il rimorso stesso suppone la coscienza, ossia il riverbero della nostra opinione e dell’altrui, ma non la religione. Senza religione non si ha forse coscienza e rimorso? Non nego io già che la religione possa essere un agente in politica, uno stimolo di più per certe operazioni. Perché mai nol sarebbe se può mettere in moto una parte dell’umana sensibilità? Ma dico solo che sarà sempre un agente 1° il quale spesso impedisce l’effetto di agenti migliori: 2° un agente cui se ne possono ben sostituire degli altri.

Queste due idee richiedono qualche riflessione: facciamola.

Già l’abbiamo detto, la sensibilità umana, molla immediata di ogni umana azione, è una quantità definita: coll’applicarvi fino a certo grado alcuni motivi che la commovano e la pongano in azione, rimane tutta quanta sviluppata. Posta dunque la somma della sensibilità a dieci gradi, ed istituzioni politiche atte a svilupparne otto, potrei sviluppare i rimanenti due gradi per mezzo della religione. Ma cosa vieta mai che io sviluppi quei due gradi con soprappiù di forza stesso-genere in quelle stesse istituzioni, o con altra nuova istituzione sociale? Or la religione non è il migliore agente del quale uom politico si possa valere: poiché 1° è soggetta a difformità nelle menti degli uomini; ed è poi 2° di un effetto non calcolabile, né in balìa sempre delle leggi.

1. La religione è un agente soggetto a difformità grandi nelle menti umane. Fisse queste una volta alle idee di essa, chi più esattamente e chi meno vedrà le cose che le si riferiscono: riconosciuta appena una religione in società, alcuni più, altri meno ne riceveranno influenza nei raziocinj e negli affetti loro. Quindi alcuni daranno più peso ed altri meno alle congetture religiose: chi ne diventerà fanatico, e chi ne rimarrà indifferente.

Ma se un uomo cresciuto senza ricevere mai prevenzioni sulla religione pensi da se, certo che costui o non si avviserà mai di pensare a religione, o vedrà nelle ricerche sulla Divinità non altro che una curiosità di storia naturale. Egli si accorgerà tosto della sproporzione immensa che il pensiero umano ha con oggetti indefiniti; ed al primo internarsi della mente abbandonerà l’indagine di quello che gli concerne, disperando di potere in essa giungere alla verità. Che se pur si ostini ad inoltrarsi nella ricerca, sentirà ben presto un urto immenso di difficoltà insuperabili dall’una banda e dall’altra.

Qui s’imbatterà nell’impossibile di un mondo esistente senza una cagione prima, cioè esistente dal nulla; là s’imbatterà nell’impossibilità eguale di un mondo creato da un Dio dal nulla; e per evitare il solo assurdo di un mondo eterno è costretto ad ammetterne due, quello di un Dio eterno, e di un mondo creato dal nulla da Dio. Forse ancor gli parrà, che fra le immense tenebre, le quali si addensano intorno a quell’esame, trapeli verso lui un barlume fioco, e vaneggerà un Dio come bolla di aria sull’oceano, che ora si dilegui ed or si rigonfi…

Egli allora non vorrà mai insegnare agli altri quello che egli stesso sente d’ignorare, né gli cadrà mai nell’animo di molestare gli uomini perché non credano quello, che egli stesso non potrebbe voler credere un momento senza esitanze e senza instabili perplessità.

Quando pure gli uomini potessero giugnere a convincersi per mezzo della ragione dell’esistenza di Dio; quando pure fosse questa una verità esposta, impressa in tutte le facoltà umane; io confesso schiettamente di non saper capire perché mai posto un Dio, vi debba essere una religione.

Qual rapporto mai può aver luogo fra due esseri per infinita distanza divisi? Cosa ha che fare l’esistenza umana colla divina? quale corrispondenza si può stabilire fra Dio e l’uomo, se s’infama, anzi si annichila Dio appena si vuol pensare e parlare di lui colle idee dell’uomo?…

2. La religione è rispetto all’uomo un agente non calcolabile. Un Dio, un essere che non possiamo comprendere, che sfugge alla nostra mente quanto più questa si affanna a volerlo abbracciare!… come calcolar gli effetti di un’idea sì variabile, sì incerta, sì indefinita?

Appena l’idea di un Dio non è calcolabile, non comprensibile nel contorno delle nostre facoltà, né da essere circoscritta vicendevolmente dagli uomini, già non è più in balìa delle leggi: e da quel punto diverrà più presto o più tardi, ma inevitabilmente perniciosa alla società.

Calcolabili e certi debbono essere i mezzi che si adoperano dal legislatore, perché non si trovi fallato nei suoi calcoli, né vada a tentoni e con trepidezza nelle sue operazioni. L’uomo che non vede, non sente, non esiste, non ha rapporti reali se non per se medesimo e per gli altri, trova in sé e gli altri i principj di tutta quanta la sua perfezione morale. cioè delle sue più utili, più virtuose azioni.

La religione è sémpre un agente del tutto estraneo all’uomo. Cosa mai fu che produsse le più grandi azioni, le sublimi virtù degli Spartani, degli Ateniesi, dei Greci in somma, e dei Romani? Cosa ha dato all’umanità i suoi più grandi amici, i suoi più veri Eroi?… Non certo la Religione.

M’inganna forse una severa gelosia di libertà, od è vero che l’indipendenza, sentimento quanto sublime, altrettanto gentile e delicato, si risenta all’idea di religione, e sia meno perfetta?…

Un Dio al di sopra dell’uomo, un assoluto padrone!… Ecco lumeggiate alquante linee che mi son parse rette e convenevoli allo stabilimento della Democrazia. Io ho sol tocche per cenno le cose senza curarmi di ordire lunghe discussioni ed interi trattati. Non ho potuto non valermi di alcune idee altrui per connettere le mie: il di più si leggerà presso di chi mi ha preceduto. Questi miei Pensieri non piaceranno se non a pochi. Quanti la corruzione lascia in grado di udire senza fremito le voci dell’Umanità?

Ma forse a capo di qualche anno potrebbero avere operato alcun bene generalmente. Pur felice se mi sarà dato di nudrire con qualche probabilità sì dolce lusinga! Quando queste teorie, che ora pajono fiere e crude, saranno fatte miti e domestiche dall’assuefarsi la mente, e dall’abitudine di conservarle; io mi applicherò a sbozzare un’Organizzazione Democratica, nella quale mi studierò di accennare i modi onde senza violenza ed agevolmente quelle teorie si potrebbero ridurre a fatto.

A me pare che un popolo, perché abbia buon ordine sociale, abbisogni di due costituzioni: la prima tenderà a formarlo per la libertà, e la seconda a conservarvelo. Io procurerò di proporre per l’una e per l’altra costituzione quello che stimo opportuno da farsi a ciascun passo nel complesso intero delle cose sociali, affinché tutto ripari un disordine presente, e sia germe ad un tempo di perfetto ordine avvenire.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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