Vincenzio Russo, “Pensieri politici” IV

vincenzio russo pensieri politici

XXXI
CLIMA

Non convengo con Montesquieu a fare del clima una fatalità: non con Hume e con Elvezio a negargli ogni influenza. Quegli è smentito dalla storia politica del genere umano: questi lo sono dalla storia naturale della terra. A me pare, se non m’inganno, di scorgere un punto, che potrebbe avvicinare gli estremi dei due sentimenti: e la cognizione di esso mi sembra necessaria: non che utile ad un legislatore. Tutti gli uomini bene organizzati possono essere bravi, e gli stessi poi diventare vili: tutti possono amare la gloria, e quindi indolenzire: tutti battersi con valore, ed in seguito rendersi imbelli. La differenza dei temperamenti può valere per esempio quella dei climi: poiché ogni clima produce negli uomini certo temperamento come in tutti gli altri esseri che sono sotto quel clima. Or tutte le passioni sono di tutti i temperamenti; giacché dipendono dall’essere uomo. Ma né tutte le passioni stanno con uguale intensità in tutti i temperamenti, né in tutti ad un modo. Intanto cosa mai penseresti di colui il quale per aver veduta la stessa classe di passioni in tutti gli uomini, conchiudesse che tutte le passioni sieno in tutti eguali? vale a dire, che tutti gli uomini si riducessero naturalmente ad una perfetta parità? Sviluppiamo queste idee. Si può amare la gloria in più guise: tale amore può avere vario carattere. Ma in questa come in tante altre cose l’unità del nome ne ha illusi: appena si è udito amore di gloria, si è pensato che quell’amore fosse sempre della medesima guisa: e dacché uno era il nome, si è creduta una ben anche la cosa. Ama la gloria l’italiano, l’ama il francese, l’inglese. Ma l’amore che l’inglese ha della gloria, non ha il carattere stesso di quello del francese, né questo di quello dell’italiano. Si batte il russo, l’inglese, il mussulmano, ma in essi che differenza non vi è di principj, e di forme, per dir così, di coraggio!
Intanto di certe passioni benché varie per carattere, l’effetto materiale è lo stesso. Siccome del vino bevuto ad eccesso, di qualunque specie sia, è effetto l’ebbrezza; così di certo grado di coraggio ridesto da qualunque principio è effetto la vittoria. Tal fenomeno della medesima quantità dell’effetto, ci ha indotti a pensare che fosse la stessa la qualità della cagione, e delle disposizioni interne che l’hanno sviluppata e messa in azione; mentre poi non dava diritto di conchiudere altro se non la stessa quantità di quella cagione. Io chiedo se i corpi degli uomini contengano la stessa proporzione dei loro principj sotto qualunque clima. Chiedo quindi se mai per fare ardere un corpo combustibile come sei, vi voglia quello ch’è richiesto per farne ardere uno che sia combustibile come tre. Chiedo se per fare oscillare una corda grossa e tesa come sei in dato tempo, sia necessario lo stesso tocco che è necessario per farne oscillare una grossa e tesa come uno. Si può fare in modo che i corpi combustibili ardano, che le due corde oscillino egualmente: ma tal parità di fenomeno darà mai ragione da conchiudere che quelle due corde fossero del pari oscillabili, quei due corpi del pari combustibili? o che siano state tocche da pari forze, accesi da pari fuoco? Applicando tal principio alle cose morali, sostituendo a quei corpi ed a quelle corde i diversi temperamenti che dipendono dai climi diversi, avrai giusta idea degli effetti del clima; ed intenderai come con diverso carattere di passioni si possano operare le stesse cose, qualora sieno spinte al medesimo grado d’incitamento. Dal che deriva, che mal si faccia induzione dalla medesimità degli effetti, che sol rappresentano una quantità, alla medesima qualità delle passioni, ed alla niuna influenza del clima. Io concepisco la vitalità, fondamento delle passioni; come una nel principio, ma non già la stessa in tutti nella quantità; ed è varia poi nello sviluppo in ragione dei fluidi e dei solidi, che formati a tenore della quantità di essa, sono da essa posti in azione ed avvivati. Pare che essa scema ai poli e cresca a misura che si stia più vicina all’equatore. Or sebbene anche i prodotti di ciascun clima partecipino a questa medesima differenza di vitalità; un legislatore profondo ed avveduto può sempre ridurre ad una quasi uniformità la vitalità diversa degli uomini, sotto diversi climi; per mezzo della ragione del vivere e di altre istituzioni. La voce dei nostri bisogni basterebbe pressoché sola a dirigerci, se i pregiudizj e le abitudini che ne dipendono, non ci assordassero talmente che gia più non l’udiamo. Col porre mente a quello che alla giornata accade in noi nello stesso clima da un dì all’altro, da una all’altra stagione, possiamo formarci idea di quello che accaderebbe nei climi diversi. In una giornata arida noi appetiamo quelle stesse cose umettanti che in una giornata umida ne infastidirono. Quella copia di frutta che ti deliziava alle falde del Vesuvio la state, t’invita appena sulle alture della Svizzera. Ma se esse ti ricreavano in quelle, su queste ti avrebbero illanguidito. Ecco la fedeltà della voce dei nostri bisogni.

I Romani si avvidero che in un clima caldo i corpi nelle lotte, colle quali essi intendevano corroborargli, rimaneano rifiniti dal troppo sudore. Perciò istituirono l’uso di ungersi con olio prima di lottare. Si sa che con l’ungersi con olio scema la traspirazione. Fu dunque quella istituzione dettata dal clima. Vorrei che la medicina associasse alquanto più le sue cure filosofiche con quelle della politica. Sono sicuro che le renderebbe uffizj assai più rilevanti che non pare per ventura a chi vi riflette con poca maturità (Vedi l’articolo L’uomo in società).

XXXII
PERPETUITÀ DEI CORPI POLITICI

Leggo, odo da per tutto paragonarsi i corpi politici agli altri esseri della natura: e che siccome questi hanno principio, accrescimento, grado, decadenza e fine, si debba applicare ai corpi politici lo stesso periodo di vicende. Pare che la storia venga ad appoggiare tal teoria. Il profondo Machiavelli non vide riparo a simil corso di cose, tranne quello di richiamare le istituzioni politiche ai loro principii, per così restituirle quasi a nuova vita. Trista idea, se vera! Ci affaticheremo dunque tanto; si faranno rivoluzioni, si spargeranno lagrime e sangue per un’opera che duri appena qualche secolo, per un’opera la quale, assodata appena cominci a scadere e sdruccioli poi rapidamente a suo fine! Trista idea e poco atta ad incitare ed a sostenere l’entusiasmo e il coraggio degli amici dell’uomo! Esaminiamo più accuratamente quanto quell’idea possa essere vera.

Una società politica è mai da paragonarsi ad un individuo? Una società politica non è già un individuo, ma un complesso di individui: e quindi mal si paragona ad un individuo, e mal le viene adattato il periodo che a quello si conviene. Bisogna sibbene paragonarla ad un complesso d’individui, e farle seguire le condizioni e le vicende che convengono a tal complesso. Or un complesso d’individui non perisce al perire di qualunque di essi. Perirebbe, se perissero tutti. Se gl’individui si rinnovano equabilmente, il complesso si perpetuerà. Una società di uomini è simile ad una foresta. Periscono in essa alcune piante, ma ve ne nascono e crescono altre. La pianta ha quel periodo che la riduce alla fine, non lo ha la foresta. Gli uomini invecchiano, periscono: hanno gl’individui della società un periodo limitato: non invecchia, non perisce la società, in cui si rinnovano tuttora gl’individui che la compongono. Or posto che le istituzioni di essa sieno in se le medesime, non potrà più variare se non l’operarvi conformemente. Questa varietà dipenderebbe da un divario nella somma delle forze umane, o dal diverso modo di adoperarle. Il modo di adoperare le forze umane si riduce alla stessa quistione della somma delle forze umane: giacché di cose, le stesse per quantità e per qualità, perché mai non si potrebbe fare lo stesso uso di prima, quando mutamento nelle circostanze non può seguire se non per mutazione che accada in quelle forze? Or in una società di un dato numero di individui, il numero di quelli di ciascun sesso e di ciascuna età, è quasi sempre esattamente lo stesso, o con opportune istituzioni si può riuscire a conservarlo tale. E qualora gli ordinamenti sociali non siano diversi, da egual numero d’individui risulta quasi sempre esattamente eguale somma di forze umane. Con non diverse istituzioni quante più ne bisognino in una ben ordinata società, una somma di forze, nel totale la stessa, avrà nel totale il medesimo sviluppo e la medesima direzione. Ora io non so vedere perché mai, dove una somma di forze è la medesima, e si può adoperare nella medesima guisa, ne debba esser vario il risultato, qualora non si vengano a fare istituzioni ed ordinamenti diversi. Soltanto le cagioni esterne potrebbero allora turbare il corso costante e perpetuo del corpo politico, quali sarebbero guerre, fami, pestilenze, catastrofi della natura. Ma le catastrofi della natura, rare sempre, pajono anche meno frequenti in questa epoca dei tempi: quelle fra di esse che più spesseggiano, come i tremuoti, riescono meno rovinose nei piccoli luoghi che nelle grandi città: e noi abbiamo già notato come queste mal si convengono alla Democrazia. Lo stesso si vuol dire delle pestilenze, le quali per altro con poche cure si schivano facilmente. Le fami avranno mai luogo in società ben ordinate, a segno di disertarle? Lo stesso si vuol dire delle pestilenze (Per le guerre, vedi l’articolo Guerra). Le ragioni che dimostrano non inevitabile il creduto periodo nelle istituzioni politiche, abbattono quanto mai si possa opporre dalla parte della storia. Finora in niuna società si è avuto pensiero di far sì, che quegli accorgimenti, dei quali si è fatto cenno in questo articolo, fossero messi in opera ed osservati. Con quelli i corpi politici si possono perpetuare… Quanto sublime è lo scopo di travagliare oggi per tutta l’età, di vibrare da questo punto della perpetuità una linea di luce, che brillerà per tutto l’avvenire sulla felicità del genere umano!

XXXIII
SOCIETÀ UNIVERSALE

Un uomo può fare società, può convivere in amicizia con un altro uomo in qualsivoglia angolo della terra. Ogni uomo dunque lo può con ogni altro uomo, e tutti gli uomini lo possono con tutti. Ogni spezie di esseri forma nell’universo una società per quanto comporta la loro natura. La materia tutta è consociata dalla generale attrazione: il sistema planetario dall’attrazione sua, dalla sua il sistema terrestre. Gli esseri sensibili sono consociati dal sentimento, che è il fondo del calcolo, ed al quale si dà il nome di istinto. Un lupo, un uccello si consociano con gli altri esseri della classe loro in qualsivoglia luogo. La conformità esterna forma la prima hase della loro società, la quale è il tollerarsi. Coll’avvedersi della conformità delle appetenze loro, quella società si viene a stringere ed a perpetuare. L’uomo è consociato dalla conformità delle sembianze, del sentimento e del calcolo. Il calcolo che fa conoscere più compiutamente la conformità negli esseri e nei loro rapporti, agevola sempre più l’estensione della società. L’universalità dell’applicazione dei principj del calcolo stabilisce di fatto la società universale. L’uomo può esistere da per tutto. Vi è qualche differenza nei bisogni degli uomini dei diversi climi, ma è una differenza che non distrugge la scambievolezza delle posizioni dell’uomo; egli può soddisfare a’ suoi bisogni in varj modi e da per tutto. Tal piccola differenza facilita anzi l’universale società, giacché più agevolmente si possono così soddisfare i rispettivi bisogni. Quanto meno vi è facilità di concorso su gli stessi mezzi da conservarsi, tanto meno insorgono cagioni di esclusione: e l’esclusione turba ogni idea di società. Lo sviluppo del calcolo distrugge l’esclusione. L’intolleranza in generale va di pari passo coll’ignoranza. Perché senza necessità si vorrebbe escludere chi si conosce simile a noi nei bisogni? La compassione è quella che resiste allo spirito di esclusione nell’uomo rozzo. L’educazione strana ed i pregiudizj affogano tal voce nel cuore dell’uomo corrotto. Il calcolo sviluppato sorge a svelare la vicendevolezza dei vantaggi nel perfezionamento della umanità, ed a ristabilire coll’universalità de’ suoi principj la pietà e la società universale.

XXXIV
SOCIETÀ UNIVERSALE. UNITÀ DI FORMA SOCIALE

È tirannico il dire, che la stessa forma di società non possa convenire a tutte le nazioni. Se gli uomini avessero avuto di fatto l’universale società per la conformità del governo, invano l’astuzia e la violenza di pochi avrebbe tentato di distruggere la sovranità del genere umano. È convenuto dissistemare colla diversità delle istituzioni la società universale, che la medesimità delle facoltà umane già stabiliva. Abbiamo altrove notato, che la forma della società derivi dal complesso dei diritti dell’uomo. Poiché questi sono invariabili, è arte tirannica, è oppressione il cercar di variare forma di società. Abbiamo altrove notato, una sola forma di società essere compatibile coll’illesione dei diritti dell’uomo. Stabilire dunque varietà nella forma della società, è deviar dal dovere di rendere gli uomini felici. Invano si oppone differenza di climi, di situazione di paese, d’indole nazionale, d’interessi. Se tutte queste cose non vagliono a privar l’uomo de’ suoi diritti, o ad alterarne la medesimità, non varranno nemmeno a variare la forma della società. Dovunque ha luogo la stessa dichiarazione dei diritti dell’uomo, non può non avere luogo la stessa Costituzione che ne dipende. Scritta è nelle facoltà dell’uomo la legge della sua felicità, scritta è nelle sue facoltà la forma sociale che gli conviene. Chi varia questa, mutila o degrada la facoltà dell’uomo. In qualsivoglia angolo della terra tu vedrai un essere il quale possa portar nome di uomo, stabilisci che può egli far parte di una medesima forma di società. Si è finora confusa la forma della società colle leggi particolari, e colle istituzioni minute. Possone queste essere differenti da quelle di altra parte del globo in alcune cose, perché debbono essere relative. Ma sarà ben ristretto il numero di tali differenze dove sieno ben ordinati gli elementi della Democrazia, Proprietà, Commercio, Agricoltura (Vedi questi articoli). Nè poi queste leggi particolari hanno che fare colla forma della società. Scriviamo in fronte all’Umanità: Unità di forma sociale, solo mezzo di rendere gli uomini felici!

XXXV
SOCIETÀ UNIVERSALE. SPIRITO DI NAZIONALITÀ

Se l’uomo non ha diritti diversi di ogni altro uomo, una nazione perché ne avrebbe da ogni altra nazione? La ragione non vede nazioni nell’Umanità, sol vi vede uomini. Se l’esclusione da uomo ad uomo è un delitto, lo sarà del pari da una massa di uomini agli altri, cioè da una ad una altra nazione. Coll’aggregarsi in una società, variano forse nell’uomo le facoltà sue? E perché varierebbero dunque i diritti o doveri di un uomo di una società verso gli uomini delle altre? La divisione del genere umano in sezioni, cioè in nazioni, nasce da ragione di comodità di governo, e non da divisione morale fra gli uomini. L’amore dell’Umanità è uniforme: è di mente ristretta, di animo meschino il riconoscervi differenza per le varietà apparenti ed accidentali delle persone. La sola differenza posta in queste dalla natura, è il maggior merito umano, cioè la maggior possibilità di giovare all’Umanità. All’occhio della ragione spariscono tutte le altre distinzion di congiunti, di cittadini. Donde potrebbe derivar la ragione da preferire il congiunto al cittadino, il cittadino all’uomo, nel soddisfare ai suoi doveri umani? Salve le poche leggi relative all’amministrazione del tuo governo, non troverai ne’ tuoi concittadini se non quello che trovi in ogni altro uomo della terra. Tutte l’eccezioni, e le progressioni della fratellanza umana sono state inventate dall’egoismo basso, o dal privato, o dal pubblico dispotismo. Renduto che hai al tuo concittadino i tuoi doveri per le istituzioni particolari di una società, appena giungi ai doveri che non più gli spetterebbero come a cittadino, ma come ad uomo, tu dei scorgere in lui non più un membro del tuo governo, ma un individuo del genere umano. Cosa mai infiamma, o Inglese, la tua bile contro al Francese? Cosa incita, o Francese, il tuo impeto contro all’Inglese? Dimenticate questi due nomi, e vi troverete fratelli. Sono dunque tre sillabe che vi muovono a guerra, e fanno delle mani inglesi il brando del dispotismo contro alla libertà? Cosa abbiamo noi di comune con uomini, che vissero son già mille anni? Cosa mai ha un uomo a fare colla condotta di un altro uomo che non sia lui? I delitti o le follie di coloro che vissero prima di noi, furono effetto delle calamità dei tempi, e delle cabale o delle stizze dei tiranni. Quei delitti, quelle follie morirono con essi. Ma noi serviamo ancora le cabale, o le stizze di quei tiranni e dei lor successori!

XXXVI
SOCIETÀ UNIVERSALE. LIBERTÀ DI COMMERCIO

Le restrizioni nel commercio che si faccia con individui di un’altra nazione, non hanno neppure nome nel dizionario della ragione umana. Ridotto il commercio a’ suoi limiti naturali, cioè compatibili col migliore stato dell’uomo; tolta la distinzione da uomini di una nazione a quelli di un’altra, ristrette le differenze cittadine a quelle cose sole, che dipendano dall’avere ciascuna nazione la sua amministrazione separata, benché la stessa per la forma ed il sistema; donde si può trarre mai ragione, per giustificare le leggi di commercio che una nazione volesse dare ad un’altra? o le restrizioni, i divieti che una nazione volesse dettare a’ suoi individui di commerciare da uomo ad uomo, dovunque io lo trovi, quando il meglio dell’umanità non ne risenta?

Se una nazione ha bisogno di qualche prodotto di un’altra nazione, non può pretendere una terza, che una di quelle due si valga di essa per l’esportazione, o l’importazione.

Sono quindi ingiusti i trattati di commercio, di economia. Se una nazione ha bisogno dei prodotti di un’altra, i suoi individui hanno diritto di procurarsegli da quei dell’altra nazione, uomini da uomini, i trattati allora sono inutili: fanno anzi oltraggio all’umanità. Che? Io saprei che tu sei nel bisogno, potrei aiutarti, e nol farei? Un trattato di commercio, il quale astringe una nazione a ricevere da un’altra prodotti che quella possa avere da se, è infame, e fa cruda ferita a tutto il sistema delle umane facoltà. I trattati di commercio stipulati finora, sono stati scambievoli dissimulazioni di oppressioni e di rapine, giusti al pari delle conquiste! Dopo tali principj, sarebbe necessario ancora il dire della libertà dei mari, o dell’esclusiva degli stabilimenti, di qualche ramo di commercio, ecc.? Stranezza dell’orgoglio, infamie dell’ingordigia, orrori dell’oppressione!…

XXXVII
SOCIETÀ UNIVERSALE. CONQUISTA

Conquista sarebbe parola vota di ogni senso se non avesse quello di nazionale assassinio. Il primo a profferirla avea finito di essere uomo; finisce di esserlo chiunque l’usa. È già un delitto il solo credere che vi si debba rinunziare. Se le nazioni non presentano che individui; dacché non può aversi diritto sopra un uomo solo, molto meno se ne potrà avere sopra migliaja di uomini. La guerra che si fa ad un tiranno, non si fa al popolo da esso straziato, ed oppresso. Se il popolo prende le armi a pro di colui, è sempre illuso o costretto, o l’uno e l’altro ad un tempo.

Quindi non si può nemmeno ricorrere al vano pretesto che un popolo siesi battuto contro di noi. La sovranità non mai si può torre al popolo finché vivono gli uomini che lo compongono, i quali sono perpetuamente indipendenti e sovrani. La vita degli uomini consociati forma di fatto la sovranità del popolo.

Di tal sovranità, soltanto l’esercizio viene impedito al popolo dal tiranno. Tolto l’ostacolo, che il tiranno avea posto al fatto della sovranità del popolo, la sua sovranità rimane stabilita di fatto.
Se altri, tolto di mezzo il tiranno, non lascia il popolo nel pieno esercizio di sua sovranità, impedisce con nuova violenza il fatto della sovranità del popolo, mentre già stava esistente: onde non è meno tiranno del primo, e solo avrà sturbato colui per ferocità di occuparne le veci.

Siamo tutti così tenuti a fare ogni sforzo per liberare un popolo oppresso, come ciascuno è tenuto di accorrere in soccorso di chi gridi mercè, e si divincoli sotto il ginocchio dell’assassino che lo stringe a morte. Se potendo, non liberiamo colui, siamo assassini noi.

E’ nazione assassina quella che potendo, non si adoperi in ogni modo, per liberarne un’altra straziata da un assassino di milioni di uomini, da un tiranno.

La sola guerra conforme alla natura umana è quella di liberazione, siccome la sola violenza lecita è quella colla quale si respinge l’altrui violenza. Dire che una nazione non possa per via di fatto ingerirsi nello stato di un’altra nazione, è dire che un uomo non debba ingerirsi nei fatti di un altro uomo.

Ma se costui non avesse suo senno, o se altri l’incalzasse a miseria, od a morte: non saremmo noi scellerati se, potendolo, non gli dessimo ajuto, per la sublime ragione di non ingerirci nei fatti di lui? Or quel che si dice di un uomo, va detto altresì di una nazione, cioè di più uomini. Se pur sorge guerra tra due nazioni libere, tutto il diritto della vincitrice si riduce a stabilire una pace conforme alla natura umana (Vedi l’articolo Guerra).

XXXVIII
GUERRA

Se la distruzione non è di uomo ad uomo lo stato conforme alla natura, nol sarà di nazione a nazione. Se appena un uomo è in contatto con altro uomo, ha luogo fra di essi una legge comune per l’eguaglianza delle loro leggi individuali; appena esistono sul globo due nazioni, esisterà fra di esse la medesima legge comune, e tal legge comune fra le nazioni sarà la stessa che quella la quale ha luogo fra due uomini.

Non è vero dunque che le nazioni siano fra loro in uno stato anarchico. Stanno esse sotto la medesima legge impressa nell’esistenza di tutti i loro individui. Da questa legge sono le nazioni, appunto come gl’individui loro, tenute a dovere. È vero che in un caso d’infrazione non può l’una nazione punir l’altra.

Ma tale infrazione non è già nella natura, perché non è nelle leggi dell’umana felicità. Molto meno è nella natura, (qual modo da riparare a quell’infrazione!) la guerra. Perché mai la violenza sarebbe la misura del meglio fra due esseri che hanno una facoltà calcolatrice, in virtù della quale possono avere altri mezzi conformi al principio del loro meglio per comporre le loro contese?

La guerra fra le nazioni è conforme alla natura, quanto il duello fra gl’individui. Io non parlo già dell’uomo degradato dal suo essere per la corruzione, o che nella sua rozzezza non è giunto ancora alla sua maturità. Non è questo l’uomo; n’è soltanto lo scheletro, o l’embrione. Io parlo dell’uomo qual’è naturalmente, cioè nel pieno sviluppo delle sue facoltà. Esseri tali, posso io domandare a ragione, perché sarebbero in guerra, o piuttosto perché non sarebbero in pace. Lo stesso chiederò per nazioni composte di tali esseri.

La pace infatti è stata finora turbata per cupidigia di ampliare servitù, per furore di fare strepito, per contrarietà di superstizioni, per opposizione di governi, per ischerni o per necessità di cercare, fuggendo innanzi al bisogno, nuove dimore. Se le nazioni tutte avessero tolleranza perfetta, e lo stesso governo: se fossero illuminate sulla verace gloria, e sull’universale dovere di giovarsi al più, che si può nel flusso e riflusso di tutta quanta la massa delle umane operazioni, invece di comunicarsi calamità e distruggimento: se sapessero ben regolare il numero di abitanti di ciascuna contrada, e cavare dalla terra tutto quello che essa può dare; dove più sarebbe una scintilla per accendere la fiaccola della guerra?

Non è l’uomo per natura scorridore ed errante. L’abitudine che ci affeziona alle cose che ne circondano, tanto che luttiamo per tutto il corso dei giorni nostri quando ne siamo per forza lontani; l’aspetto caro del suolo nativo, le sponde di quel fiumicello, le opacità di quella selva, che furono testimoni dei nostri scherzi fanciulleschi o dei primi soavi sentimenti del nostro cuore; questa abitudine ritiene l’uomo naturalmente dall’impeto conquistatore. Per questa naturale abitudine l’uomo si trova pacifico naturalmente coll’essere ritroso ad abbandonare il solito suo ricetto, e col rimanere contento di quello appaga i suoi bisogni, con ciò e che gli viene somministrato dalla sua contrada, senza che debba affannarsi dietro a’ prodotti di altri suoli, e di varj climi.

La pace universale dunque rimane stabilita veramente e di fatto, appena sono cessate le cagioni accidentali ed estranee alla natura umana, capaci di aizzare gli animi alla guerra: quando cioè vi sarà unità di governi nelle nazioni, tolleranza vera, e conformità di principj,

Epperò il travagliare allo stabilimento di questi è un travagliare all’esecuzione del verace progetto della pace perpetua ed universale. Questa è il destino di esseri suscettibili di principj conformi ed accordo di calcoli sul loro meglio: questa segnerà il primo giorno dell’esistenza del genere umano. Che se fra le masse di tali esseri pure potesse insorgere alcuna differenza; siccome vi sono mezzi da torla via più conformi al solo e perpetuo principio del meglio, esseri sensibili e calcolatori vi si appiglieranno. Un tribunale per comporre le differenze del genere umano!… Tal tribunale realizzerebbe la Divinità sulla terra.

XXXIX
CALCOLO POLITICO

Chi mira le cose dappresso, di leggieri si accorge, che finora non si è progredito di molto nelle cose morali e nelle politiche, e che i veri principj di queste scienze si sono poco ampiamente diffusi anche fra le persone che si dicono colte. Una delle cagioni principali mi pare che sia quella di non aver seguito in esse l’analisi verace, dalla quale ridonda l’arte di spingere oltre le osservazioni sagacemente e con certezza, per dilatare i confini delle scoperte.

Noi crediamo di avere scoverto un numero immenso di verità morali e politiche: ma in realtà non abbiamo fatto altro, che distruggere parte di quei pregiudizj, che i miseri secoli della corrotta o della feroce barbarie aveano fra noi stabiliti. Delle cose che per abbattergli abbiamo noi dette o mosse, gli antichi non menavano già rumore come di altissime verità: anzi non ne parlavano affatto, o solamente le accennavano; poiché non credeano nemmeno possibile che in mente di uomo cadesse di dubitarne.

Si pensa tuttavia che le cose morali e le politiche non sieno nel numero delle cose sottoposte al calcolo. Vedremo fra poco, che lo sono: ma l’aver pensato che nol fossero, ha fatto sì che poco ci siamo curati di portar esattezza nei pensamenti morali e nelle operazioni politiche. L’inesattezza, l’andare alla ventura ritardano sempre i progressi di una scienza. Si trattano così mille volte le medesime cose: si dee ricominciare a discutere sempre là dove gli altri aveano già cominciato.

Quindi si va difficilmente al di là di quello dove gli altri erano giunti. Questo è stato pur troppo il caso nostro finora: ciascuno ha spinta la sua pietra sino a certa altezza del monte: il successore, in vece di poterla continuare a spingere in su da quel punto, ha dovuto incominciare l’opera dura del piano. Qualora non si adoperi con prontezza sagace il calcolo politico, non si può mai prevedere con certezza l’esito di un’operazione sociale, di una legge.

Non si scorgono senza di quello i punti che anderà essa a toccare, i gradi di reazione che incontrerà. Da tale incertezza nasce titubanza nel giudicare, poco coraggio per intraprendere, contraddizione ed incostanza nelle operazioni politiche, e spesso la loro sconvenevolezza collo stato delle cose, o collo scopo che ci avevamo proposto.

Senza calcolo politico, un legislatore non può mai sapere qual lavoro possa egli fare e quale no delle cose e della società cui le leggi si riferiscono: né fin dove possa elevarne le forze: né qual migliore direzione possa dar loro, acciò ne ottenga maggiore l’effetto con minor dispendio di modi, ed in più breve tempo. Senza calcolo politico un legislatore potrà essere un centonista: ma non sarà mai quell’uomo sublime, che con un’occhiata scorra un vasto orizzonte, ne comprenda tutte le parti, o le loro vicendevoli relazioni di parte a parte, e di parte a tutto, e ne architetti indi un piano di getto, il quale presenti il miglior complesso possibile di operazioni, segnate tutte col medesimo impronto.

Senza calcolo politico, sarà taluno un uomo capace di adattarsi agli uomini, e di seguire le circostanze: ma non mai sarà un grande uomo capace di volgere gli uomini a suo senno, e di rendergli quali debbono essere senza che se ne avvedano, e quasi a loro dispetto, un uomo capace di far nascere nuove circostanze, e creare quasi altri ordini di cose. Senza calcolo politico, infine, non si avrà mai orrore abbastanza contro di certa oscitanza, di alcuni vizj, e di alcuni abusi di potere: non mai zelo abbastanza per promuovere certe operazioni utili, per rovesciare certi ostacoli al bene, per avviare vigorosamente istituzioni, per porgere opportuni soccorsi. Tu avrai ricevuto con burbanza un uomo che voleva comunicarti un progetto.

Un atto burbero non è finalmente un atroce delitto… Ma se tale atto ha smagato colui sì che non abbia comunicati i suoi lumi, qualora questi fossero stati opportuni, tu ti troverai di aver privato la Nazione del bene tutto che da quelli le potea ridondare. Segui ora colla mente nel corso di più anni quel bene che avresti fatto, giovandoti di quei lumi, segui gli effetti calamitosi di quel disordine, che per mancanza di quei lumi si continua inosservato, senza riparo, per non sapersene il modo facile e spedito; e troverai in quell’atto scortese la cagione della mancanza di un cumulo immenso di beni che avresti operati tu, la cagione di un cumulo immenso di mali che si sono indi perpetuati. Cosa mai sono dieci scudi?

Ma dieci scudi impiegati di una maniera, o di un’altra quali e quanti risultati diversi non possono dare? Dagli ad uomo misero ma di buona mente. Egli se ne gioverà per qualche industriuola: con tali suoi economici ingegni gli aumenterà, e diventerà facilmente picciolo possessore. I figli di lui, che sarebbero stati dannati all’abbiezione ed all’avvilimento, saranno più in istato di ricevere saggia educazione. Da questa, chi sa quanto bene non si prepari all’Umanità in tanti uomini di animo generoso ed alto? Che sceneggiare ampio e diverso non presenta ciascun’azione, ciascuna parola, qualora se ne siegua con attento sguardo la lunga serie delle conseguenze a traverso dei secoli, e delle complicazioni varissime delle cose?

Che somma immensa di atrocità non si accumula sempre più sopra ogni delitto: che ampiezza di lieti influssi non si diffonde da ogni azione virtuosa? E qual tremendo processo non si apre contro alle azioni ed alle istituzioni umane, che hanno avuto luogo finora sulla terra, e che vi si continuano pur troppo? Mi pare da per tutto di essere assordato da atroci grida di vendetta dell’Umanità desolata. Mi par vedere la terra allagata da per tutto da torrenti di lagrime, torrenti che

tempestando intorno alla piramide delle violenze sotto nome di leggi, e dei ladronecci renduti venerandi col nome di diritti, s’ingrossano sempre più collo scorrere dei secoli! O ricchi, o impostori, e tiranni!… date un’occhiata sola all’opera delle vostre mani, e godete poi un sol momento di vita lieta o tranquilla (Vedi l’articolo: Se l’umanità non sia ancora nello sviluppo che le circostanze sociali le hanno dato finora, molto al di sotto di quello che per ragione naturale dovrebbe ricevere).

XL
CALCOLO POLITICO. SE LE COSE MORALI E POLITICHE SI POSSANO RIDURRE A CALCOLO

Le forze che hanno nome di forze morali, quelle medesime che quando sono consociati gli uomini, diciamo politiche, in una guisa qual più si voglia, esistono del pari che le forze chiamate meccaniche.

Tutto quello che esiste, non può non essere una quantità: tutto quello, che è una quantità, può essere ridotto a calcolo: ed ogni quantità che sia sentita dall’uomo, può essere calcolata dall’uomo. Perché dunque nol potrebbero essere le forze sensitive e morali?

Le cose che possono essere ridotte a calcolo, possono essere altresì analizzate. Cosa è di fatti l’analisi se non un calcolo, con cui si risolva una somma nelle quantità, delle quali era composta? Appena vanno sottoposte a calcolo le forze sensitive e morali, possono venire separate, analizzate; e però possono per loro natura ricevere, del pari che le matematiche, esattezza, evidenza. Ma di fatti poi sono esse atte a ricevere esattezza dall’ingegno umano? Prima di ogni altra cosa conviene ricordarsi che il principio dell’evidenza per l’uomo non è se non un sentimento, e che il sentimento nell’uomo è un effetto.

Che due e due facciano quattro, non vi ha se non un senso intimo che lo provi. Un senso intimo ineluttabile è dunque uguale alla forza stessa dell’evidenza; e tal senso intimo appunto è quello il quale ci sforza ad avere per certo che l’uomo non possa volere il suo male, e debba ognora volere il suo meglio.

Su questo principio inconcusso noi possiamo stendere un corso d’ipotesi che presentino diverse serie di bene, e di male; e per mezzo di esse determinare con ultima precisione le leggi sensitive e morali, che vi si applicherebbero con evidenza irrefragabile. Or le mattematiche non sono se non un corso d’ipotesi, che presentano diverse serie di figure o di quantità, sulle quali si determinano esattamente le leggi del modo, o del calcolo, le quali si applicherebbero con irrefragabile evidenza, appena quelle combinazioni di circostanze esistessero realmente.

Se noi non conosciamo l’essenza delle cose sensitive e morali, e sol dobbiamo attenerci ai fenomeni, possiamo lusingarci di conoscere altro, od attenerci ad altro rispetto alle cose ed alle forze meccaniche?

Chi ne riseppe mai la natura e l’essenza? Se appena usciamo dalle ipotesi in mattematica, conviene studiare l’individuo per valersi utilmente delle ipotesi; appena ci appartiamo dall’astrazione in sentimento ed in morale, conviene analizzarsi altresì l’individuo, per giovarsi delle verità generali ed astratte. Nelle cose e nelle forze meccaniche, noi siamo giunti a fissare leggi generali sui principali fenomeni, che quelle ci presentano: abbiamo fissate le leggi del moto, classificandole sotto i veri rapporti che lo modificano, come quello che diciamo attrazione, ripulsione ecc., e le abbiamo divise in leggi del moto dei solidi, e di quello dei fluidi. Ma sarebbe mai agevole il determinare con esattezza lo stato delle forze e del moto in ciascun essere meccanico?

La mattematica applicata alla fisica ci ha scorti nell’indagine di quelle leggi generali: la stessa ci scorgerebbe pure per l’esatta applicazione di esse a ciascuno individuo: ma lunghe e penose ne sarebbero le cure.

Nelle cose e nelle forze morali la cosa sta del pari: l’analisi del principio di ogni moto del calcolo è già fatta: è fatta pure quella del principio del moto della volontà. Si sono formate ormai le leggi dello sviluppo col quale quel moto procede, sianell’attrazione del bene, sia nella ripulsione del male ecc. Ma se non ci è negato di fare l’applicazione di tali leggi all’individuo sensibile e morale; non è però opera di poco tempo o di lieve pena.

Noi dunque siam quasi al pari del progresso delle nostre cognizioni intorno al meccanico ed intorno al sensitivo ed al morale. E sembra ancora, che quando si adoperassero più avveduti modi e più studio nelle ricerche delle teorie sensitive e delle morali, si dovrebbe progredire più in queste che nelle cose meccaniche. I fenomeni di queste passano a noi pei sensi, e per mezzo d’istromenti ai quali accordiamo piena fiducia, senza che possiamo essere fatti sicuri della certezza loro per via di altra norma diversa, e per via dell’applicazione di più di uno dei nostri sensi.

Dovecché i fenomeni sensitivi e morali sono da noi sentiti immediatamente, e sono giudicati dal principio di ogni giudizio umano, da quel senso intimo ineluttabile, fondamento dell’evidenza. Intanto noi abbiamo fatto plauso alle nostre cognizioni nelle cose meccaniche: ma nelle cose di sentimento e nelle morali, poco siamo contenti di noi.

Donde tal differenza? Nelle cose meccaniche rileva poco negli usi della vita la cognizione esatta di ciascuno individuo meccanico: noi non abbiamo al certo gravi interessi da trattare con esso. Ma ben rileva, che sia conosciuto da noi esattamente ciascuno individuo sensibile e morale: noi abbiamo con esso, o possiamo facilmente avere rapporti di non lieve momento. Conchiudiamo, che nelle teorie sensitive, e nelle morali, la mente umana ben può ridurre le cose a calcolo, e spingerle all’evidenza.

Avremmo così la mattematica sensitiva, morale e politica pari alla mattematica meccanica la quale abbiamo avuto finora. Che uscendo dalle leggi generali, non incontriamo più difficoltà ed inesattezza, anzi meno di quello che ne sorga dalle cose meccaniche, qualora si vadano particolareggiando negl’individui.

È che quindi dobbiamo volgerci alla verace analisi nelle cose sensitive e morali, nel modo appunto che abbiamo creduto di doverlo fare finora nelle meccaniche. L’opera ne sarà tanto più agevole e di tanto più felice riuscita, a misura che l’educazione più sana e più uniforme avrà rimosse le varietà grandi e le furberie degl’individui del genere umano.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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