Vincenzio Russo, “Pensieri politici” III

vincenzio russo pensieri politici

XXI
ATTI FRA VIVI

Abbiamo già fatto alcun cenno di ciò che si debba pensare sul possesso del superfluo. Un uomo non vuole col suo superflo acquistare cosa che gli sia necessaria, non si può dire che contratti per mezzo di un superfluo. Quel superfluo non è tale per lui, se gli può acquistare ciò di che ha egli diretta necessità. Ma se col superfluo voglia acquistare il superfluo cade in due assurdi: vuole acquistar cosa, su cui non avrà diritto; e vuole acquistarla per mezzo di una cosa, alla quale gli manca ogni diritto. Il commercio, l’industria sarebbero in tal caso avviliti distrutti!… Risposta soddisfacente a tale obbiezione la troverai sotto l’articolo: Commercio. In quanto agli altri atti fra vivi è molto spedita la questione.

O con tali atti si dà all’indigente, ed allora si esce dallo stato della contesa. Si fa in quel caso una restituzione a chi ha tutto il diritto di pretenderla. O si dà cosa a chi non ne abbia bisogno, e si cade negli assurdi del superfluo. Senzaché poi non si può trasmettere alcun diritto a chi non abbia bisogno. In generale il diritto della proprietà non si può trasmettere altrui, poiché è del tutto personale, e nasce dal bisogno che ciascuno abbia.

Col dare all’uopo si comunica diritto a chi riceve, non perché il diritto si trasfonda da chi dà, ma perché il bisogno avea già prodotto il diritto in colui che riceve. Ecco alquante idee sulla proprietà. Voi che vivete all’epoca avventurosa, in cui si è intimata la rigenerazione del genere umano, ripensate, a nome dell’Umanità ve ne scongiuro, sì, ripensate che la sorte della società dipende dal sistema che avrete dato alla proprietà.

Entrando in un paese per la prima volta, se alcuno chieda in che modo sia regolata la proprietà, ed abbia squisita prontezza di calcolo sociale, indovinerà i gradi della libertà, della morale, e della prosperità di quel popolo. Invano ci affanneremo ad emendare alcuni sconci nei rami se lasciamo corrotto il tronco, e guasto il succo nutritivo. Finché vi sarà il più forte, alla lunga pur vincerà e verrà a rendere vani i più utili provvedimenti.

Si farà alla lunga un monopolio di diritti, un’esclusione di vantaggi, tanto più terribile, quanto ché macchinata all’ombra dei più sacri nomi. Non mi si parli di giustizia, né di umanità, finché si lasceranno sussistere cumoli immensi d’ingiustizie, e mille sorgenti di oppressione, e di calamità. Non mi si parli di Democrazia, finché un privato avrà diritto di conturbare colle arbitrarie disposizioni di quel che egli detiene, l’ossatura medesima della Democrazia.

XXII
PROPRIETÀ. TRIBUTI

Nerone volle un giorno distruggere tutti i tributi; come una delle più gravi noie dell’umanità. Spetta ad una ben costituita società il ridurre ad effetto, almeno per la più gran parte, quello che fu strano voto per Nerone. In una ben costituita società non vi sarà truppa permanente.

Fra ben costituite società non avranno luogo le guerre. Soldi in una società ben ordinata non occorrono affatto, o solo tenuissimi.

Alcune opere pubbliche necessarie si faranno in certi giorni dagli stessi cittadini. Se oggi una società ha bisogno d’imporre quattro milioni di scudi; qualora sia ben costituita, appena dovrà imporne quattro mila. Che differenza! Nella Democrazia il cittadino non soffre l’ingiuria, che gli si supponga animo vile a segno da vendere i suoi servigi all’umanità. Il despota paga, perché niuno dee nulla al despota. Il despota paga, perché gli fa duopo comprare un delitto contro alla nazione, qual è il servire un tiranno: fate che niuno più serva il despota… avrà finito di tiranneggiare. In una società non si può pretendere dai cittadini, cui rendiamo i nostri doveri, se non il necessario vitto ed il vestito. In una ben costituita società è rara cosa, che alcuno abbia bisogno di ricevere da altri il necessario vitto ed il vestito: ognuno lo ha. Le cure di un impiego saranno poche, e lasceranno tempo bastevole da badare ai proprj affari.

A quanti si riducono coloro che avranno bisogno del soldo? A quanti si riducono, quando ancora chi abbia bisogno saprà aver l’eroismo di rendere i suoi doveri agli uomini con fare sacrificj, e col tentare tutto per ischivar la necessità di turbare coll’idea di un compenso il più soave piacere, qual è quello di aver giovato altrui?

Per ora, che per una sequela dei passati disordini molti vivono sol con un mestiere, i proventi del quale venendo a cessare fra le moltiplici cure dovute nelle attuali circostanze all’Umanità, verrebbe a mancare per essi ogni riparo; è convenuto condiscendere per lo soldo. Ma se il soldo non è un prezzo dei servigj, sibbene una sovvenzione pel necessario mantenimento, sono inevitabili i principj, che io ne deduco.

1. Differenza di magistratura non giustifica differenza di soldo.

2. Chi ha da se quanto gli basti pel suo necessario, non può ricevere cosa alcuna. Chi ha qualche cosa, può sol ricevere la porzione, che gli abbisogna.

3. Il soldo perciò si dee fissar all’individuo, che occupa la carica proporzionatamente a’ suoi veraci bisogni, non si dee fissare alla magistratura.

In tal modo tu formerai l’opinione pubblica, ed il costume: affezionerai alla dignità della carica colui che l’esercita, qualora non ci veda alcun estrinseco adescamento o vantaggio. Ti disfarai di coloro, i quali specolino per gl’impieghi, e non pel pubblico bene.

Avrai gran probabilità, che impieghi uomini zelanti per la felicità del genere umano, o persone degne di pubblico sovvenimento: e risparmierai somme considerabili, delle quali potrai valerti, perché molte cose utili sieno intraprese, o secondate.

Non fa mestiere spiegare che quando si parla di soldo per gl’impieghi, si dice altrettanto anche degl’impieghi militari. Le medesime ragioni hanno luogo per essi. Io finora non giungo a trovare un motivo, per lo quale, posta da banda la differenza dei servigj, della quale non si può aver conto in Democrazia, un Generale debba avere più di un semplice soldato pel suo mantenimento. Si riderà forse di tal mia proposizione; ma si sappia che si riderà a spese della ragione e della verità. Finché non si giunga all’epoca fortunata, in cui più non faccia duopo imporre tributi, accenniamo almeno cosa di un metodo capace di render minore l’ingiustizia. di quello che finora si è praticato.

Finora si è creduta uniforme la proprietà, uniforme la garenzia, che la società accorda, uniforme il sacrificio, che si fa nel dare la stessa cosa: tre errori fatali tanto all’Umanità. Non è uniforme la proprietà.

Proprietà di superfluo non si può neppur concepire. Cose che si detengono, non possono equivalere a cose sulle quali si abbia proprietà. Una cosa, che è necessaria per esistere, può essere mai non altra da quella, senza della quale io potrei esistere, ed anche comodamente? Privo della prima io cimento la mia esistenza; privo della seconda è un tanto meglio per la mia esistenza. Non è uniforme la garanzia, che viene accordata dalla società.

Un uomo basta a difendere quello che gli è necessario per conservarsi; ma un gran superfluo non basta a conservarlo un uomo solo. Colui dunque non riceve quasi alcuna necessaria custodia dalla società: senza di quella egli potrebbe altamente conservare i suoi beni: questi non potrebbe più conservare i suoi dal momento, che non glieli garantisse la società. A chi ha il necessario, la società garentisce un diritto: ognuno anche fuori della società glielo dovrebbe rispettare. A chi ha gran superfluo, mentre vi sono molti indigenti, la società garantisce un grande, benché talora inconsiderato delitto.

Fuori della società tal superfluo gli verrebbe immantinente tolto da quell’indigente, cui l’ha egli per modi diretti, od indiretti rapito. Non è uniforme il sacrifizio. Chi di 30, che egli abbia, dà 10, rimane con soli 20, che non più basteranno al suo necessario. Ma chi di 30mila dà 10mila, ritiene tuttavia 20mila, nei quali trova a ribocco mezzi da corrompere e da essere corrotto. Il primo fa un doloroso sacrifizio, il secondo non ne fa alcuno: il primo passa all’indigenza dalla povertà, il secondo rimane nell’opulenza. Da questi principj deriva che per serbare, almeno negli effetti di una permanente ingiustizia, una proporzione qualunque non debba essere generale l’imposizione.

Finché vi è chi ha superfluo, colui che abbia un comodo onesto non dee pagare alcuna cosa. Finché vi è chi ha un comodo onesto, nulla dee pagare colui che sia in povertà. Il sistema praticato finora in contrario è una conseguenza del dispotismo del più forte, il quale ha finora data la legge. Mi maraviglierei, se non si fosse fatto così: ma se dopo aver proclamato principj di giustizia e di umanità, si continua pure il modo praticato fin qui, molto più mi meraviglierò ancora.

XXIII
COMMERCIO

Da per tutto si annunzia come uno de’ maggiori beni, che produrrà la Democrazia, il rifiorimento del commercio. Le teste politiche se ne scaldano, ne ribollono. Ma non si è pensato molto ad esaminare prima, se il commercio convenga alla Democrazia, e qual commercio, e fino a qual segno. Noi vorremmo operare la felicità del genere umano, valendoci spesso dei materiali, che formavano sotto il dispotismo uno scompigliato affollamento dei corpi, e non già l’unione degli animi, la società.

Crediamo spesso, che sia solamente un rimedio ai mali, che non si poteva tentare allora di risanare per altri modi. Ma che diresti mai di quel medico, il quale poiché ha sperimentata utile una tal sua medicina per un ammalato, volesse nudrirlo poi con quella anche allora che questi è in sanità?

Il commercio non era se non un rimedio sotto tal dispotismo. Come per lo sistema fendale, per le primogeniture, ed altri atti arbitrarj sui proprj beni, tanti uomini poco possedevano o nulla, e soli pochi avevano occupato quasi tutto, era utile riparo quello che impoveriva il ricco, e dava da vivere al povero, o lo rendea ben anche proprietario. Atto a produrre sì plausibili effetti era allora il commercio di lusso.

La maggior parte dei deviamenti delle nostre idee sulla Democrazia trae generalmente l’origine dal leggere che facciamo libri scritti nel tempo del dispotismo, e dal non saper lasciare idee, che ci formammo già noi stessi in quel tempo. Per lo che stimiamo buono da per se quello, che poteva esser convenevole allora; senza considerare che per questo stesso, che non era sdicevole nel dispotismo, dee movere sospetto, che non sia abbastanza opportuno per la Democrazia.
Non ci contentiamo di mutare solo la forma, od il congegnamento dei materiali! Sappiamo porne alcuni da banda, sappiamo inventarne altri nuovi. Altrimente in un edifizio di vaga apparenza potremo aver fabbricato con materiale guasto, e poco durevole!

Commercio!… Colui che estese il commercio al di là della permuta, strinse i primi anelli delle catene di schiavitù, già preparati dalle proprietà permanenti. L’agevolezza di acquistare moltiplicò insani bisogni, diè luogo all’avidità, alle frodi, alle disuguaglianze di fortune, stabili i non possidenti, ed andò in tal guisa corrompendo morale, ordini sociali, e libertà. Il commercio di superfluità, cioè di quanto vada al di là della sobrietà, può mai convenire allaDemocrazia?

E’cosa severa la libertà, benché dolcissima ove siesi una volta gustata. La sensibilità umana è definita: tutto si riduce nell’uomo alla qualità degli oggetti che la sviluppino. Se siamo affetti molto da certe cose, nol possiamo essere molto da talune altre. Ecco perché i popoli di regioni sterili tengono in generale più strettamente cara la libertà. E se noi consumiamo la nostra sensibilità in delizie ed in lusso; poco ne rimarrà pei grandi oggetti della Democrazia. – Nulla dico poi dello snervamento, che accade naturalmente nell’uomo dall’uso di quanto eccede la sobrietà. Colla Democrazia dunque pressoché tutto il commercio passivo degl’ltaliani debbe andarvia. Addio; vasti progetti di marine, di stabilimenti!…

In quanto a me io affogherei animosamente e ben volentieri i migliori porti d’Italia. In essi ci si sono recati finora miseria, e fomenti di nuove corruzioni: e per l’avvenire ci saranno inutili, o continueranno ad esserci perniciosi. Se le altre contrade saranno veramente libere, nemmeno esse dovranno aspirare ad esteso commercio. Se non saranno tali, gioverà schivare il loro contagio.
Vuoi tu pensare a commercio attivo? Tu farai alla Democrazia tutte quelle ferite che le cagiona lo spirito commerciante, ed il risultato del commercio. Nella Democrazia lo stesso commercio interno viene molto a restringersi naturalmente. Scorri questo articolo e il seguente, e forse non più disconverrai di tali verità. Sono opportune alla Democrazia le occupazioni del commercio? Gran parte delle occupazioni di commercio danno uomini meno robusti, anzi flevoli e snervati.

Nelle manifatture, nelle grandi fabbriche non si acquista la più bella vigoria. La vita sedentaria e quasi claustrale, non è la più favorevole all’altezza di animo ed al senso intimo dell’indipendenza repubblicana, cui serve di fondamento l’energia stessa del corpo. L’artiero si trova in una continua dipendenza: debbe egli usare mille riguardi ai soprastanti, ai commettenti, ed a tutti i suoi avventori; altrimente può trovarsi da un giorno all’altro ridotto all’indigenza: il suo avvenire gli presenta a non gran distanza l’incertezza dei mezzi per sussistere. Or chi non ha in sì medesimo certa sufficienza, non è mai indipendente: ed invano, l’abbiamo già notato, invano senza indipendenza si parla di libertà.

Perciò più antiche repubbliche, e più antichi scrittori di stabilimenti politici esclusero gli artieri ed i commercianti dalla classe dei cittadini. Il commerciante riguarda gli uomini dal lato delle sue speculazioni: è difficil cosa, che la fratellanza alligni nell’animo di uomo che veda da per tutto un mercato, ed in tutto la speculazione.

Costretto il commerciante da’ suoi interessi a trattare con belle apparenze tutti, e spesso con gente ignota, diviene sospettoso, e si avvezza al simulamento, alla dissimulazione.

Per tanto vendere e tanto comprare a poco a poco dà troppo pregio al denaro, e va a credere non dovervi essere nulla che non ceda a’ suoi tesori: nulla vi è che egli non voglia mercanteggiare. Siccome il commerciante vede nel denaro attuale tutto l’aumento, che quello potrebbe ricevere a capo di una serie lunga di anni, a traverso delle sue ravvolte speculazioni; non più stimerà di spendere i soli dieci che spende ora, ma pur tutto quello che sarebbero i dieci a capo di molti anni. Quindi il commerciante in generale è avaro ed ingordo.

Le fortune della Democrazia debbono essere stabili al più che si può: nel commercio sono incerte, ed esposte a scosse impensate, a continuo vacillamento. La legge debbe invigilare, perché grandi masse di beni non si accumulino in un solo: le operazioni del commercio sfuggono facilmente all’occhio della legge per la rapidità e la tenebrosità loro.

Grandi masse di avere possono esserci accumulate nelle mani di un solo, senzaché se ne sia avveduta la legge, e senzaché nemmeno risappiasi con certezza. E’ minoramento di schiavitù nel dispotismo il poter facilmente sottrarre i suoi beni al despota, e trasportargli altrove. E’ questo stesso un minoramento di libertà nella Democrazia.

Un uomo che può star bene da per tutto, e che si è avvezzo a vedere ogni suo bene ne’ suoi tesori, diverrà indifferente ad ogni paese. Il solo pensiero di potere un giorno stare altrove che nel suolo nativo, distrugge dalla radice lo affezionamento perfetto alla patria. I risultati del commercio esterno ed interno sono ordinariamente per la nazione o per gl’individui la ricchezza, o l’impoverimento. La ricchezza corrompe, la miseria avvilisce: l’uno stato e l’altro distrugge la Democrazia. Non mai dall’agricoltura, ma dal commercio ebbero in gran parte l’origine le grandi masse di uomini in numerose città: e queste sono micidiali per la Democrazia. (Vedi l’Articolo Città).

Atene, l’Inghilterra, l’Olanda ec. commercianti non provano nulla. Io chiederò prima se si annoverino da senno fra le repubbliche popolari l’Inghilterra, e l’Olanda ec., di poi se non sia questo un rientrare nella quistione invece di scioglierla. Io chiederò: a queste istituzioni politiche il fiorire del commercio ha fatto bene, o male? La risposta è facilissima: basta solo aver mirato colla mente da vicino la natura ed il corso delle cose.

Per quale stranezza mai di pensare si è creduto, che il commercio giovi all’accrescimento della popolazione? Come può giovarli se toglie braccia all’agricoltura?

XXIV
AGRICOLTURA

Salutiamo la campagna, il romito silenzio delle solitudini, il fresco orezzo dello opache sorgenti! Salutiamo l’asilo della pace, della schiettezza, e dell’innocenza. Che contrapposto colla nequizia, e col fragore delle città!… L’Italia può avere due terzi più di agricoltura di quel che non abbia ora. Eccetto la Toscana, si coltiva per tutto il resto assai male; non si conoscono i principj dell’agronomia: tentativi non se ne fanno, o non abbastanza.

Immensi spazj sono tuttavia incolti. Spazj più vasti ancora son dissodati piuttosto che coltivati. E quanti ostacoli ancora da per tutto ai progressi dell’agricoltura? La scienza dei concimi non è ancora adulta, e rimane quasi tutto nei libri il poco che se n’è scritto finora. Il concime e l’impasto delle terre sono, per così dire, l’anima vegetale, che può moltiplicare i prodotti prodigiosamente.

Quante combinazioni ancora intentate! a quanti altri impensati nuovi tentativi da fare potrebbe volgere l’attenzione altrui una sola scoverta! È inutile, credo, il prevenire che quando parlo di agricoltura, parlo pure di pastorizia. Quella senza di questa non può stare, ed i loro progressi si coadjuvano a vicenda. Gli antichi nostri, i nostri sensati antichi, poco le distinsero e non le divisero mai.
Se l’agricoltura d’Italia può essere accresciuta due terzi, la sua popolazione potrà esserlo altrettanto. Un paese può sostenere abitatori a proporzione che esso produce materiali del vitto e del vestito.

L’Italia potrebbe dunque avere da 16 in circa a 48 milioni di abitanti. Che sbalzo di massa umana!… È cosa eguale, se io da me stesso ricavi dal suolo il mio vitto, od altri lo ricavi per me. Un suolo dunque che possa nudrire 48 milioni di uomini, potrà avere 48 milioni di possidenti. Prospettiva felice! Il solo possidente è libero, perché egli solo è indipendente. Chi ha braccia e suolo, non dee più mendicare la sua sussistenza da altri: l’ha da se stesso.

Allora finalmente non è egli in soggettamento di alcuno; allora può senza riguardi, senza speranze, e senza timori far uso ragionevole delle intere sue facoltà. L’uomo in tal situazione ritorna eguale ed umano; socievole ed indipendente; sensato, e docile… ma alla sola ragione. Qualsivoglia istituzione dunque toglie all’agricoltura due braccia, finché non sia questa giunta a perfezione, impedisce i progressi di essa, e l’accrescimento della popolazione.

Come un suolo non sostiene abitatori se non in quanto produce il necessario al loro vitto ed al vestito; come tanti possono possedere un suolo quanti possono essere sostentati coi prodotti di quello; come è necessità in Democrazia, che ognuno debba non ad altri che a se stesso i mezzi della sua sussistenza; è chiaro, che artieri e commercianti di professione non possano aver luogo in una contrada in cui alligni la libertà verace. Ma le arti, il commercio!…

Arti e commercio al di là dei comodi usi della vita sono sconosciuti dalla Democrazia: e quel che si limita ad un comodo onesto, il picciolo possidente può ben farlo da se. Così appunto vive tranquillo e lieto l’abitatore della catena delle A1pi: così più agevolmente ancora potrebbe vivere l’abitatore di meno infeconde contrade.

A noi pare, che alcune arti sieno difficili ad essere apprese, perché vediamo altri stare lungamente stentando prima che giungano ad impararle. Ma si è posto mente mai al metodo che si adopera cogli allievi? Il fanciullo di quando in quando distraendosi dalla sua disattenzione, e dalla noja s’imbatte cogli occhi in ciò che si fa in bottega intorno al mestiere. Dopo alquanti anni di questa scuola di occhiate passeggiere comincia ancor esso a fare.

Se non colpisce il segno, il poveretto viene riscosso con qualche grido feroce, ma senza turbarglisi il bel diritto d’ignorare la cagione e la qualità del suo sbaglio. Così fino a che per comunicazione atmosferica acquisti finalmente dopo mezza vita un tal quale piglio alle cose! Fa che quella stessa arte s’insegni per principj, e con metodo accorto. In pochi mesi quella stessa arte si saprà meglio, e si sarà appresa senza tedio alcuno. Chiunque ha visitato la schiena degli Appennini di Napoli, e la Svizzera montagnosa, avrà veduti dei cento, i quali la facevano a se stessi da Calzolai, da sartori ecc., e vi si adoperavano molto acconciamente. Fino a che noi staremo a pensare a morbidezze e ad attillamenti, dimentichiamo anche il nome dell’indipendenza generale, e della vera Democrazia. Ma se avremo la ventura di giugnere a posseder queste un giorno: calpesteremo allora disdegnosamente quello che ora ne lusinga tanto, e che si chiama ingentilimento. Allora diremo con Tacito: Infelici!

Davamo nome di perfezione umana a quello che formava parte di schiavitù! Io parlo di quegli affinamenti di vivere che confondendosi colla persona corrompono l’individuo che gli riceve, o l’opinione comune; non già di quei monumenti pubblici che umanano gli animi, e rendono culte le menti, e le sublimano. Ma a questo genere di cultura sobria e veramente morale non osta l’essere picciolo possidente, e il dover provvedere da se ai proprj bisogni.

Basti il tornarci a mente la vita di alquanti grandi uomini dell’antica Roma. Un piccolo possidente il quale ricavi da se stesso i necessarj prodotti di pastorizia e di agricoltura dal suolo suo proprio, non ha bisogno di fare alcun commercio; o se non è ancora abbastanza perfetta la società, se non è giunta ancora al maggior numero possibile la popolazione; può aver bisogno di fare quel solo commercio, che gli sarà ben agevole di fare da se medesimo. Chiunque ha passato alcun tempo alla campagna, sa che gran parte del commercio loro nol fanno altramente i contadini.

Là dove ognuno ha tutto o quasi tutto il sufficiente per un vivere agevole e tranquillo, perché mai si dovrebbero fare ampj commerci? Senza commercio si è creduto di vedere languire ogni industria, e l’agricoltura. Sì, nell’attuale stato di scompiglio, e di immense disuguaglianze.

Ma in altro stato in cui ognuno provvedesse da se medesimo a’ suoi bisogni, sarebbe, credo, la stessa esistenza stimolo sufficiente per prendere cura di quello che dovesse appagare i proprj bisogni. L’ozio diventa impossibile nell’uomo, tostochè abbia conosciuto lo stato avventuroso di vivere agiato ed indipendente. Sarà necessario mostrare come l’agricoltura così ordinata sia proprissima a far nascere ed a nutrire tutte le virtù, ed a far dono agli uomini della maggior felicità cui possano essi aspirare? O fortunatos nimium, sua si bona norint, agricolas! Virg.

XXV
CITTÀ

Sono le grandi città, le masse enormi di uomini compatibili colla Democrazia? Gli antichi politici ebbero primaria cura di determinare il numero degl’individui di una repubblica. Furono in questo punto rigidi a tal segno che proposero anche gli aborti; quando il giusto numero si venisse a superare. Confessiamolo: noi abbiamo pur troppo la sbadataggine di voler fare repubbliche a guazzo! In una gran massa di uomini è più difficile ad evitare la oligarchia, poiché ciascuno è men facilmente alla portata di poter conoscere e reggere rapporti troppo estesi e complicati.

Dà un’occhiata al globo: tu vedrai che gli uomini vi sono corrotti a misura che sono in più gran numero ammassati nelle città. Vedrai che quando è più piccolo un villaggio, tanto in generale vi sono più puri i costumi. Indaghiamo la cagione di questo fenomeno generale e costante. Tale esame rientra nella proposta quistione. In un villaggio se tu fai un’azione rea, sei sicuro che la sapranno tutti i tuoi concittadini. Tu non potrai, senza abbandonare quel villaggio, sottrarti mai alla vista di coloro che hanno mala opinione de’ fatti tuoi. Se tu eri stato buono fino a quel punto, ti spiacerà di avere perduto il frutto della passata tua lodevole condotta; ti spiacerà di esserti smentito.

Sempre ci fa più peso l’opinione di coloro coi quali siamo in più stretti rapporti: giacché ci duole più il viso del disdegno, o del disprezzo di chi più abbiamo caro; ed è ben più grave contro di noi il testimonio di quei medesimi, che più ci avrebbero dovuto amare. Perciò difficilmente si cade in falli sotto gli occhi di amici, o di prossimi congiunti: ed in un villaggio si è quasi in un’ampia famiglia. Per lo che si è riputato sempre sano consiglio il far rimanere insieme nella milizia quei di una medesima contrada, di un medesimo luogo. In un picciolo luogo dovunque io mi volgo, in qualunque mia azione, mi trovo contro la mia reità.

La mala opinione che vi si abbia di me, mi priva dei vantaggi che vi potrei godere, e mi sottopone a danni, ed a privazioni. Il freno dell’opinione mi ritiene dai delitti, del pari che la poca o niuna lusinga che io posso nudrire di sottrarmi alla pena. Il delitto siegue ivi per lo più sotto gli occhi di quei che ci conoscono. E’ difficile corrompere testimonj, dove tutti più o meno sono a giorno del fatto, e dove si scoprono di leggieri gl’intrighi, e gli organi degl’intrighi.

E’ difficile prevaricare i giudici là dove il giudice sa, che tutto quanto il pubblico ha già sentenziato in certo modo, e che ha gli occhi fissi sull’esito di un giudizio, l’indole e lo stato del quale non gli sono ignoti; dove si scoprono facilmente le spinte che hanno rimosso il giudice dal retto sentiero, e dove ognuno ha più vicino interesse all’esito delle cose, perché non resti impunito il delinquente.

Tutto ciò sta al contrario in una popolosa città. Si teme in essa poco l’opinione pubblica, perché difficilmente diviene generale: ordinariamente si arresta in un piccolo numero di persone. Schivando una brigata, tu ti sottrai per lo più ai testimoni del tuo delitto, ed a coloro che pel tuo delitto sarebbero teco male animati. Tutto ivi ha pochi punti di contatto per l’estesa possibilità di averne a migliaja.

I delitti meno facilmente si scoprono, più facilmente si corrompono i testimoni e giudici. Il pubblico è diviso in tante sezioni, delle quali ciascuna ha i suoi divisi interessi, ed ignora, o non cura i casi e gli interessi delle altre sezioni, che le sono straniere. Di là si rende maggiore la lusinga dell’impunità, minore il freno dell’opinione.

Guasta una volta la morale, tali disordini si accrescono immensamente. Precipita allora imperversando la licenza, la sfrontatezza, il trionfo della corruzione. E’ cosa essenziale che le cariche in Democrazia sieno conferite giustamente. Perché lo sieno, conviene aver conosciute a lungo le persone, ed averle sperimentate in varie circostanze: conviene consultare l’oracolo dell’opinione. Nei luoghi piccioli può farsi tutto ciò, ma non già nelle città popolate. In queste l’opinione si imbosca, le azioni si ravvolgono in laberinti, a stento si giugne a determinare il carattere delle persone.

In una gran città è impossibile che la più gran parte degli abitatori siano coloni: il maggior numero sarà di artieri e d’istromenti di vizj e di lusso. Simile classe di uomini non si conviene molto, l’abbiamo già notato, alla Democrazia. Lunghe sono nelle grandi città le catene delle dipendenze, e delle aderenze: sono più attizzate le voglie immaginarie. Perciò le città grandi sono mobili, instabili, rivoltose.

Un fabbricante dispone ordinariamente di tutta la sua mano d’opera; un ricco prodigo di tutt’i suoi parassiti, adulatori, famigliari, ecc. Indi traggono l’origine le tante cabale, i falsi partiti, e le soperchierie tenebrose. Infine, siccome le forze vanno crescendo per quadrati nelle cose morali del pari che nelle cose fisiche, una gran città col suo operare in massa contrappesa la forza politica di un molto maggior numero d’individui sparsi in piccioli luoghi: onde è che questi nel fatto vengono ad avere una forza politica assai minore di quella degli abitatori di grandi città.

Ciò turba mortalmente l’eguaglianza politica dei cittadini. Non abbiamo noi veduto ai di nostri il solo comune di Parigi contrappesare quasi il resto della Francia, vale a dire, meno di un milione di uomini 26 milioni? Enorme disuguaglianza! Sono le grandi città così incompatibili colla democrazia, come sono proprie del dispotismo.

Siccome questo le forma naturalmente, quella naturalmente le distrugge. L’uno non teme, anzi ha cara la corruzione, e gradisce la città: l’altra paventa la corruzione, abbandona le città popolate, e si rifugge nella campagna. La grandezza delle città è il termometro della democrazia. Il volgo si smaga al solo immaginar le splendide capitali divenute vasti sepolcri e casolari luridi e deserti. Il pensatore, l’amico dell’uomo affretta i momenti in cui le ammontate ruine delle splendide capitali sieno un ampio covacciolo di serpenti, immagini dei loro antichi abitatori!

XXVI
PENE

Non faremo se non picciolo cenno sulle pene. Finché non vi è eguaglianza nelle fortune, le pene pecuniarie non proporzionate abbastanza sono un’ingiustizia. Il modo di proporzionarle sarebbe quello di renderle per ciascuno di una somma tale, che ciascuno ne risentisse il peso egualmente.

Ma da quel punto i ricchi sarebbero i primi a fare ogni loro sforzo, perché le pene pecuniarie non più avessero luogo. In quanto alle altre pene, là dove è corruzione, dove la moralità ha scarsi stimoli, pochi appoggi, il dover tenere a freno gli schiavi col timore delle pene è una trista necessità. Ma è farsi in certa guisa reo di tutte le pene che gli altri soffrono, se non si usa prontamente ogni sforzo, perché venga scemata quanto prima la corruzione, e si fondi stabilmente la purità dei costumi.

A misura che gli uomini si svolgono dalla schiavitù, le pene debbono diventar più lievi. Colla morale, colla sensibilità all’opinione pubblica promossa per mezzo dei vantaggi che il merito ottenga costantemente, e col ravvicinare i punti di paragone dei cittadini fra loro, si accresce quello che è valevole ben più delle pene a ritenere gli uomini dal delitto.

Ma fino a che sia operata simile riforma, saremo spregevolmente stupidi, saremo iniqui se non ci occuperemo a rintuzzare il delitto nel pensiero, sì che non si affacci neppure alla volontà. Sia premuto il delitto da pena opportuna; ma per prevenirlo non bastano leggi che lo minacciano. Bisogna che da ognuno sia sentita potentemente l’impossibilità di non essere scoverto appena delinqua; l’impossibilità di restare, appena scoverto, impunito. Allora non si delinque più: il fuoco delle passioni arde, infuria; ma non si spande.

La lusinga di non essere scoverto è spenta da vigilanza non mai sospesa: quella di rimanere impunito da fermezza inconcussa. Dall’idee di esse nasce negli uomini corrotti quella disperazione di sfuggire alla legge, che è la testa di Medusa dell’iniquità. Dessa impietra nel germe i delitti. Ma la vigilanza non si dee ridurre già ad uno spionesimo minuto. Il suo maggiore effetto dipende da certi avveduti ordinamenti che coprano, per così dire, di corpi estremamente sonori le vie tutte della trasgressione, talmente che quella non possa camminare più nel silenzio. Un magistrato, che invece di provvedere al sistema, vada straziandosi intorno all’individuo, è simile ad un aritmetico, che in vece di scrivere cento in tre cifre, lo scrive con cento unità. Quanta non sarà la bella speditezza e la luce in cui si troverà egli nel progredire nei calcoli suoi! Utile stabilimento parmi, sarebbe quello, che tutte le sentenze colle quali si è inflitta pena, fossero stampate ed affisse. Allora il giudice ben farebbe senno di eseguire la legge con esattezza, ed il popolo si avvedrebbe, che la legge non è più un oggetto di speculazione sulle borse altrui, o di scherno. Di tutte le sentenze si terrebbe collezione in un luogo pubblico, dove fosse il catalogo di tutti i cittadini col rinvio alle sentenze che si riferiscono a ciascheduno. La gelosia allora della nostra riputazione, sulle cui macchie il tempo, o la morte dei testimoni non più potrebbero porre un velo, la cura del giudizio della posterità, che non potremmo più eludere, l’affetto delle nostre attinenze, tutto infine ci respingerebbe dalla reità. Ma vuoi tu veramente riparare al delitto? Non ti arrestare al delitto particolare e minuto: è desso talora, oserò dirlo? una giustizia. Risali ai delitti generali, alle sorgenti di delitti. Togli di mezzo la miseria, e gli strani stabilimenti che attizzano non naturali cupidità. Spiana quei cumoli immensi d’ingiustizie, di oppressioni, e di violenze che si sono ammontati per secoli colla mano medesima delle leggi, diventate istromenti di universali calamità, e di privato dispotismo; sì che già più non erano sovente se non lacciuoli tesi sotto ai passi retti degli uomini, e ripieghi per reprimere e punire come delitto quello, che non di rado era uno sforzo dell’umanità vilipesa, per riporre le cose nell’ordine della giustizia universale ed eterna. Quando si tratta di ricomporre lo scompiglio di ogni ordine sociale, è necessario prendere di mira principalmente i grandi rei: rei forse inavvedutamente per quel tempo che non hanno sentita chiara la voce della ragione, la quale gli abbia renduti accorti dei fatti permanenti della loro reità: ma rei degni di punizione quando, ad onta dei richiami dell’Umanità, si vadano quasi trincerando contro alle operazioni della rivoluzione e della sovrana giustizia. Un governo che, senza badare a questi delitti grandi, a queste cagioni di ogni disordine, stia ad armarsi di zelo contro alle piccole trasgressioni di rimbalzo e quasi inevitabili, rassomiglia a quel medico, il quale in vece di volgersi con energia, e con senno al grave male, creda che ogni suo dovere sia ristretto a tergere il sudore letale dal volto del moribondo. Che? impiccherai tu chi per fame tolga poche lire, e lascerai a’ suoi sacri diritti coperto dall’ombra di un rispetto onnipotente, colui che abbia centomila scudi, e lasci morire centinaia di persone di disagio e di fame! La disuguaglianza grande delle proprietà è il nodo gordiano. La rivoluzione è destinata a troncarlo, ed a purgare dai delitti la terra. Al nome di rivoluzione il genere umano si rianima dalle sue agonie di morte, e respira per lusinga di veder vendicati una volta i suoi diritti insultati per tanti secoli impunemente. Chi tradisce per imbecillità o per infamia la rivoluzione, è l’esecrazione dell’Umanità, l’orrore degli stessi assassini.

XXVII
RIVOLUZIONE

Tradisce la rivoluzione chiunque non l’incalza con rapidità. Rapidamente non può farsi la rivoluzione delle opinioni: ma non si porrà mai troppa rapidità nel fare la rivoluzione di quei fatti, che stanno opposti al ristabilimento della giustizia: non se ne porrà mai troppo nel fondare le istituzioni più atte a svolgere i germi stessi delle opinioni. Bisogna dare alle cose tutte un avviamento uniforme; bisogna col generale pendio di tutto allo stesso punto ridurre tutt’i vantaggi dalla banda della rivoluzione. Allorché si è fatta una sommossa, e sia riuscita, si è data una battaglia politica, e si è sconfitto il nemico. Ebbene, giòvati della vittoria, incalzala, senza permettere che il nemico ripigli lena. Se egli avrà tempo da riunire le sue forze, se potrà far serpeggiare intrighi, e fiancheggiarsi di aderenze e di partiti; dovrai tu allora combatterlo di nuovo, ed esporre la cosa ad un secondo cimento. Allo scoppio della sommossa, tutti gli animi sono preparati e ridesti per gravi novità. Coloro contro ai quali la rivoluzione è diretta, stanno aspettandosi tutto; e temendo di peggio soffrono tutto con minore risentimento. Ma passato quel primo moto di animi e di cose, e rassettate le menti, ad ogni operazione alquanto forte che si voglia fare, il risentimento si esacerba. In tal modo si arrischiano quasi tante rivoluzioni, quante sono le operazioni che si facciano di quando in quando. Intanto ogni di va scemando generalmente la tendenza che si avea per le operazioni rivoluzionarie. L’energia degli animi si affievolisce, e l’ardore si spegne! Comincia una noja lenta di certa incertezza che si vede nelle cose, e di un indefinito titubamento. Le prime leggi particolari e moderate spesso mettono ostacoli ad altre che se ne volessero fare. Una serie di tanti piccoli cambiamenti, e di apparenti o reali contraddizioni inferma la fiducia che si ha nel governo. Si cominciano allora da quei medesimi, contro de’ quali è diretta la rivoluzione, a pretendere diritti dallo stesso nuovo ordine di cose, e s’insiste perché sia creduto parte del nuovo ordine tutto quello che non si è scosso dapprima. Fra questa condotta incoerente e mal ferma e male intesa a poco a poco si giugne a tale, che scontenti coloro, contro dei quali si è operata la rivoluzione, malcontenti coloro a prò de’ quali dicevasi fatta la rivoluzione, si cade in noncuranza, in isvogliatezze: i partiti del disordine si rassodano: la rivoluzione s’impantana; e chi la vuole spingere innanzi con vigore, passa per sedizioso ed è… finalmente punito. La rivoluzione perché sia durevole, sicura ed applaudita, ha bisogno di pochi principj semplicissimi; ma bisogna che essi sieno impressi profondamente nella mente e nell’animo di ogni magistrato della rivoluzione. Questi principj sono: 1.° che MILLE sono più di UNO; 2.° che in una zuffa, nel paragone immediato delle forze, la forza che alcuno traeva da un sistema di servilità chiamato riguardo, opinione, rimane affatto nulla. Chiunque allora ha due braccia, non varrà più di quello che vagliono esse. Le braccia che la servilità potea muovere ai cenni di un potente, non gli saranno più sottoposte. Ogni influenza di potente finisce, appena egli perde gli adescamenti coi quali per l’innanzi tenea stretti a se gli altri, appena si dà a costoro quello la cui partecipazione mendicata gli avea per l’innanzi renduti ligj e dipendenti. Tolta di mezzo l’influenza che l’opinione e le aderenze davano al minor numero, stabilita con fatti di non equivoca né passeggiera eloquenza la forza della generalità contro di pochi; tutto il resto diviene agevolissimo. Quasi tutti avranno premura a proporre, ad eseguire, a promuovere l’opera della rivoluzione: ed il delitto in generale non avrà più interesse che lo sproni. Chi avea già spogliati cento, sarà astretto a restituire ad essi quello che loro è dovuto. In tal guisa per uno che la rivoluzione alieni da se, si acquista l’affermazione di cento. Ma qualora tu non siegua simile metodo, tu rompi ogni vincolo che stringea gli uomini in un certo sistema benché violento e mal connesso, ed hai nemici tutti coloro, che soffrano minimo danno per la rivoluzione; nemici pericolosi dacché saranno rispettati loro i mezzi da poter pervertire anche gli altri colla loro influenza. La rivoluzione allora da salvezza generale qual era destinata ad essere, diventa flagello, da sicura si rende incerta, e da tutto pressoché niente. Gran principio di giustizia nella rivoluzione, principio fecondo di tutte le operazioni grandi, è il non obbliare che la rivoluzione tira una linea di divisione fra l’antico sistema ed il nuovo. Colla rivoluzione rimane sospeso anzi distrutto il complesso delle volontà, e delle forze particolari che formavano quel sistema qualunque di società: onde è che quando pure una forzata pazienza a pro d’ingiustizie e di non umane istituzioni potesse partorire alcun diritto; ogni diritto, ogni fatto che traesse garanzia da quel sistema qualunque di società, resti sospeso. La rivoluzione non avrà occhi per quello che prima si riveriva: il passato non esiste più per essa che l’ha rovesciato; o solo esiste per fare innorridire gli animi, e per infiammargli vieppiù a prevenire con operazioni ferme ed opportune il ritorno dei passati disordini. Niuno dunque può far pretensioni per sue ragioni passate le quali dipendessero dalla garanzia sociale, nìuno addurre titoli. Non campeggia più se non l’uomo ed il cittadino: beni, istituti, tutto rimane qual molle cera sotto la mano della rivoluzione, per ricevere da questa la forma, la quale il meglio dell’uomo esige che si dia alle cose. Coloro che si smagano di spinger oltre la rivoluzione con vigore, perché si vedano accerchiati da uomini generalmente corrotti, non mi pare che pensino con piena accortezza. La rivoluzione degli animi non può farsi in un momento, è vero. Ma vi sono alcuni vizj che non sono del tutto incompatibili colla rivoluzione: e per gli altri, qualora i vantaggi sieno ben maneggiati ognuno diventa ipocrita della rivoluzione, e trovando nuovi compensi alle sue voglie, si astiene facilmente dai vizj.

Sparisce così dalla vista del pubblico l’ammasso della corruzione: i fanciulli non sono guasti dall’esempio, i giovinetti non distornati nei loro alti pensieri. Allora si è già fatto un gran passo: appena il vizio è cessato di essere impudente, cessa insieme di trionfare. L’ipocrita ridotto dalla sua viltà a fare a meno per certo tempo degli adescamenti della corruzione, se ne disvezza a poco a poco. Gli va quindi a riuscire sempre meno duro lo stare a segno ne’ suoi doveri, mentre i fatti della rivoluzione si sostengono costanti e seguiti, e si spargono da per tutto lumi ed entusiasmo. L’uomo di carattere e che si pregia di un fare onesto e per principj, è sempre meno facile ad essere svolto sulle cose nelle quali devia, di quel che possa esserlo l’uomo corrotto. Questi era tale per vili interessi: qualora certo suo interesse gl’imponga una maschera, egli la mette volentieri sul viso, e si sospinge e vuol farla da eroe. Ordina dunque i vantaggi per modo, che essi stiano veramente dalla banda della rivoluzione; fa che il servire questa sia in generale il merito supremo, che i fatti di essa siano i dominanti: e vedrai la corruzione da se medesima incanalarsi da tutte le parti nella rivoluzione, e correre a seconda di essa rapidamente.

Ma non si perda di mira la massima di fare operazioni il meno che si può. Sì bene quelle che si faranno, colpiscano nelle cose il punto più giusto in guisa che abbiano più ampj effetti. Non si abbandoni la massima di non fare mai un’operazione, di non toccar mai una parte senza ripensare a ben ordinare l’effetto che se ne comunicherà alle altre parti: non quella di non mai turbare un ordine di cose, senza aver disposto prima il nuovo ordine migliore, verso del quale pensi avviarle. Altrimente tu torrai le statue dalle loro nicchie, e per non averne preparate altre più acconce a riceverle, te le vedrai ingombrare la casa, le strade, ed esserti cagione di mille noje. Perché la rivoluzione siegua tal vigoroso e giusto andamento, non altro si richiede se non un magistrato di cinque od almeno tre uomini di virtù finita, e di cognizioni adeguate, con somma autorità. Da essi prenderanno animo ed impulso le cose tutte; e gli altri magistrati saranno costretti a servire la rivoluzione. Or non vi è mai secolo né popolo a tal segno sterile di virtù, che in esso un siffatto magistrato non possa aver luogo.

XXVIII
RIFLESSIONI SULLO STESSO ARGOMENTO

L’aspetto della corruzione fa nascere lusinghe ree in coloro che nemici dell’umanità non possono nonodiare la rivoluzione, sconforto in chi ama sinceramente la rivoluzione e l’Umanità. Ognuno ripete: A che pro le leggi senza costumi? Analizziamo tal principio accuratamente. Che fino a tanto che non vi è costume, le leggi le quali vi sono, saranno eluse facilmente: che una sola legge particolare, in vece di opporre argine ad un generale disordine, sarà anzi involta da questo ed assorbita; è cosa della quale forse niuno sa dubitare. Ma non è questa la quistione: si tratta di esaminare se per mezzo di buone leggi non si possano riformare i fatti, e gli stabilimenti sociali, e ricondurre a purezza i costumi in un mutamento generale di ordini, e di disposizioni. In questo punto di vista, a me pare che convenga far distinzione fra un popolo il quale malgrado le buone leggi e le sagge istituzioni che aveva, sia giunto a perdere i costumi, e quel popolo che, non avendo né buone leggi, né sagge istituzioni, per via di una ben ordinata rivoluzione venga a ricevere le une e le altre. Coloro che ad onta delle buone leggi e delle sagge istituzioni hanno perduto i costumi, si trovano privi di quel freno che può contenere gli uomini, e di quei mezzi che gli possono formare. La perdita dei costumi mostra abbastanza che le leggi sono schernite, che i fatti i quali servivano di base alla società, si sono sformati, rompendo gli argini che dalle leggi erano stati posti alle cose; e che gli animi si trovano in uno stato infermissimo, mentre si trova dall’altra banda esausta la forza degli opportuni rimedj. Quel popolo è simile ad un ammalato, su cui siansi sperimentati invano gli ajuti della natura ed i sussidj dell’arte. Altro riparo allora non rimane se non quello di usare l’accorgimento proposto dal profondo Machiavelli, di richiamare, cioè, la società a’ suoi principj, di rinvigorire le istituzioni: aggiugniamo, di riordinare i fatti sociali per mezzo di una rivoluzione. Qualora questa sia diretta bene, può avere anche per quel popolo un certo salutevole effetto, forse pure un effetto compito. Ma se un popolo è corrotto e non abbia buone leggi e sagge istituzioni, la sua corruzione deriva dal mancare di quelle. Se ha prave leggi, istituzioni perverse, la sua corruzione è un effetto di quelle. E’ desso un ammalato, la cui salute si è scomposta per difetto di buon reggimento di vita, o per effetto di mal usati rimedj. Miglior dieta, rimedj opportuni gli faranno ricuperare la vigoria della sua sanità. Per mezzo di una rivoluzione guidata convenevolmente si avranno buone leggi, sagge istituzioni, ed ordine regolare nel sostrato sociale. Si avrà un magistrato che farà salvo questo, e quelle ben eseguite.

Or buone leggi ben eseguite, un nuovo ordine di cose e d’istituzioni, nuovo piano generale di fatti a poco a poco informano senza fallo i costumi. Erano corrotti gli Spartani ai tempi di Licurgo, lo erano gli Ateniesi ai tempi di Solone, lo erano i Romani ai tempi di Bruto. Pure chi negherà, che mediante la riforma migliorassero? Intanto quelle leggi, quelle istituzioni, quei fatti sociali non furono i più felicemente ideati. Ben si potrebbero concepire anche più belle speranze da migliori leggi, da più sane istituzioni, da più umano ordine di cose. Ai tempi stessi di Silla quanto poco mancò perché non si ristorasse la Repubblica Romana già logora ed affralita!… Forse solo qualche anno di più di vita per colui.

XXIX
CENSURA

Sul principio di una riforma è impossibile di estendere a tutto la mano della legge senza angustiare troppo gli animi ed affannare le menti. Molte cose le quali appartengono immediatamente all’opinione, conviene lasciarle reggere o migliorare da quella. Ma l’opinione è cosa vaga, mobile, incerta, e di poco effetto, se non abbia un cardine intorno al quale si volga, un punto sul quale si fissi. Di qui l’assoluta necessità di un magistrato di Censura. Il censore è il punto dove le opinioni particolari si riuniscono e si misurano, e che rappresenta le opinioni individuali di tutti, siccome la legge ne rappresenta le volontà. Esce un cocchio pomposo? il censore lo farà arrestare nel luogo più frequentato della città, l’intornierà di poverelli, e farà rimanere per mezza ora alla vista del pubblico tal contrapposto. Indi farà andar via il cocchio, ed appenderà al collo di quei poverelli un cartello, in cui sia scritto in lettere ben grandi: Il pubblico ha veduto che il cocchio del cittadino… ci ha ridotti a questa miseria. Il domani scomparirà quel cocchio, e già altri di simil fatta, non meno che molti altri oggetti di lusso. Così di mano in mano dalle cose più stomachevoli alle meno gravi si andrà operando la generale riforma. Il censore ajuterà ben anche molto l’opera del distruggimento di ogni superstizione. Sarà desso il perno sul quale la morale ed i costumi, da religiosi quali ora sono, si gireranno pienamente a politici quali debbono essere. Stabiliti una volta i costumi sociali, la superstizione perderà la principale e la più forte presa che abbia ora sugli animi umani. Il popolo, e soprattutto nella campagna, non vuol perdere i suoi costumi, che nella sua ignoranza crede rettissimi. La massima è lodevole quanto altra mai, ed egli ha pur troppo ragione di esserne geloso. Ma siccome finora non ha conosciuto altra morale, altro costume se non il teologico; non sa, non vuol vedere al di là della supposta teologia.

Non crede nemmeno possibile, che senza di quella, e delle pratiche da essa proposte, uomo vivente sia davvero onesto: che però si stringe ad esse tenacemente. Fa che per mezzo della Censura non equivoci fatti, capaci di colpirlo fortemente, gli appresentino di continuo altra morale, altro costume: fa che non discorsi vaghi ed in aria parole insulse o feroci, ma un punto certo e luminoso glieli insinui per gli occhi ed in tutte le sue facoltà: tu vedrai quel popolo lasciare a poco a poco di pensare, che si debba essere teologo per essere onesto. Si avvedrà di giorno in giorno, che non solo è possibile altra morale fuori della teologica, ma che vi è di fatto; e tal morale gli verrà a piacere tanto più della teologica, quanto più sarà conforme alle facoltà umane, quanto più sarà piana, ed avrà oggetti presenti, e capaci di far sentire vivamente la sua verità. Tolto così di mezzo il punto dilicato di mal intesa morale, che tenea stretto il popolo alla superstizione, si troverà sempre più disposto a distaccarsene finalmente.

XXX
ISTRUZIONE

Fu già sentenza di alto sapere che l’ignoranza sia la sorgente dell’infelicità: ed hanno biasimato tal sublime pensiero solo coloro che non l’hanno ben compreso. Si è pensato che s’intese con quello di dar carattere di cagione di felicità al numero delle nostre idee scientifiche qualunque, mentre esse sono per lo più la storia da noi appresa dei traviamenti della mente umana… Si, non si è infelice se non per ignoranza; ma per ignoranza dei veri mezzi della felicità umana. Non mai devia dal suo sentiero che la conduce al bene, la volontà: ma una rea educazione ci fa travedere sovente nei calcoli del nostro bene verace per mezzo di un ordine travolto di sensazioni. Era scritta nelle facoltà nostre la scienza esatta di quei calcoli: ma la corruzione l’è andata confondendo, oscurando. Che altro fa con dure vigilie, con lunghi stenti, con pratiche severe l’uomo amico di se stesso e degli uomini, se non cercare di strapparsi al generale torrente della corruzione; vivere in mezzo al disordine di tutto, giusta un ordine di cose che egli si ha formato nel romito de’ suoi pensieri; ricreare, per dir così, i suoi sensi e le sue idee, ed andar distruggendo la ruggine, che una perversa educazione ha sparsa sul forbito delle sue sensazioni? Avventuroso pur troppo se co’ suoi sforzi mal secondati, anzi contrariati quasi da tutto quanto di uomini o di cose lo circonda, giunga infine là dove in una società ben ordinata si sarebbe egli trovato sull’albeggiare della sua esistenza morale! Un popolo che in mezzo allo scompiglio delle facoltà umane si trovi in quella fattizia ignoranza, non può risorgere alla libertà se non per via di un’istruzione opportuna e ben guidata, e di quelle altre istituzioni, le quali debbono accompagnare l’istruzione, perché si abbia da questa una soda e sufficiente utilità. Colla istruzione verranno riposte nell’ordine le loro facoltà umane, ed i loro oggetti: e la libertà ritornerà ad essere la prima e la più rilevante fra quelle. Allora il popolo ne ridiventerà geloso e difensore tremendo. Scorri tutti quegli scritti, nei quali si è calunniata la Democrazia, e si è fatta la satira al popolo. Tu non troverai in essi minima cosa da poter congetturare che si affacciasse loro alla mente in modo alcuno l’istituzione verace del popolo come se già fosse tutto quello che potesse mai essere, e non seppero neppur sospettare, che esso potrebbe con altri ordinamenti sociali diventare ben altro agevolmente. Qual maraviglia poi se biasimassero un reggimento di vita, che quantunque per se sanissimo, aveano sperimentato di tristi effetti in un uomo gravemente ammalato? Gli uomini e le cose onde siamo cinti, si trovano in grave dissonanza colle idee che per mezzo dell’istruzione andiamo acquistando della morale e della politica. Il nostro calcolo, le nostre passioni sono in un conflitto quasi continuo con quello che è al di fuori di noi. Tal dissonanza, tal conflitto dissipano le nostre forze morali, ci riducono ad impiegare in superar ostacoli quella parte di esse, che senza siffatta diversione cospirerebbero al progresso dei nostri lumi e della nostra onestà. E’ questa una delle cagioni principali della lentezza della nostra istruzione morale e politica, e della scarsezza de’ suoi effetti nella vita civile. Gli scrittori medesimi e gl’istitutori sono molto discrepanti fra loro nei principj, o nelle applicazioni delle teorie, o nei metodi di quelle scienze, od in tutte queste cose insieme. Si è finora tanto discusso: eppure per tristi e perpetui equivoci sfavillano ancora scismi filosofici e partiti in quelle scienze medesime, che come sentite e provate dalla giornaliera sperienza della vita umana, dovrebbero essere certissime per l’uomo.

Intanto siamo giunti ormai ad un segno, che le persone sensate ed istruite sanamente possono accordarsi almeno sulla scelta da fare nelle cognizioni umane, per serbarne l’utile e disprezzare una volta il resto. Quanto bramerei vedere nel genere umano pur finalmente la felice dimenticanza di tutto quello che non giovi o noccia ancora a sapersi! Quanto vorrei che le fiamme con vasta ed assoluta distruzione purificassero finalmente la terra dalla luttuosa ignoranza torreggiante su tante migliaja di volumi scritti dal teologo e dal giurista. E vadano con essi anche la maggior parte dei monumenti del passato genere umano. Si annichilirà in questi la memoria di tanti secoli di barbarie, di corruzioni o di schiavitù. Vorrei che una savia adunanza scegliesse sopratutto dai libri morali e politici le verità, le congegnasse in una serie ben calcolata, e le riducesse in una lingua di nuovo impasto diretta dalla semplicità e dalla filosofia; impasto di lingua necessario all’esattezza del sapere ed alla facilità di stabilire conformità d’idee negli uomini. Tutto il resto di tanti volumi che sol potrebbero servire a rendere difformi i pensieri, discordi gli animi, disuguali i caratteri degli uomini, ed a far incespar le menti nel progredire nell’istruzione, tutto sparisca una volta di mezzo agli uomini. Ed i monumenti di gusto! Omero, Virgilio!… Voi, cui più che le bellezze deliziose dello stile sentite la soavità che accompagna il sapere gli uomini felici, ricordatevi che nel primo sta lo elogio di un brutale e di un versipelle, nel secondo quello di un tiranno; ed in ambedue poi fole e strani aborti delle fantasie superstiziose ed inferme degli uomini… Pur sono in essi molte cose di sublime bellezza, ma vere ed innocenti. Rimangano queste ai posteri quali rottami del Colosseo, per rappresentare ai posteri la grandiosità di quei monumenti. Ma il di più gioverà che sia da loro ignorato. Per rigenerare veramente la terra, bisogna distruggere il più che si può fatti e memorie degli errori o della corruzione del mondo antico. Felici i nostri nipoti se non giungeranno loro nemmeno i nomi dei nostri vizj! nomi sempre pericolosi, e segreti fomiti di funeste curiosità. Sorgeranno altri Omeri, altri Virgilj, quando l’Umanità meno affralita da corruzioni sarà più vivida e fresca: quando le nostre sanzioni non saranno stritate dal vario turbine della loro moltiplicità, né l’impronto delle idee sarà sdrucito dalle idee di tanti libri, la maggior parte mediocri o cattivi, e da tanti metodi o sistemi diversi, assurdi, contraddittorj. Sorgeranno allora altri Grandi maggiori forse di quelli che pur sembrarono il termine dell’ingegno umano. Finora invece di tentare le nostre forze, abbiamo voluto piuttosto animarci e muoverci colle loro. Un illustre scrittore osservò già, che noi siamo stati più grandi nella pittura che nella scultura, perché quella ci è rimasto dagli antichi meno da imitare. L’idea della grandozza altrui straordinaria nello stesso genere, nuoce spesso alla sublimità del proprio ingegno nel modo che l’ampio ingombro di una quercia comprime lo sviluppo delle piante vicine.

L’ho già detto, e giova ridirlo: in Democrazia conviene studiare il più che si può di ridurre le cose a livello. La conformità del pensare fa gran parte della generale uguaglianza ed agevola molto ad operarne il resto. Col pensare conforme restano distrutti in un momento partiti, scissure, disprezzi, ambizioni; e nasce mitezza, docilità, affratellamento. Or se tu lasci che ognuno istruisca gli altri a suo talento, avrai tante linee di pensare diverso quante vi saranno state scuole d’istruzione. A me pare perciò necessario che si formino istituzioni di morale e di politica adoperando le più esatte cure perché riescano le migliori possibili. I maestri non dovrebbero recedere per opportuno spazio di tempo dalle idee che si sarebbero depositate in quelle istituzioni. In tal modo la difformità del pensare in cui ora ci troviamo, si diffonderebbe il meno possibile, e sarebbe riparato in gran parte uno dei più gravi disordini. Voi che per professione o per diletto struite gli altri e voi stessi, respirate per qualche tempo dalla smania di affollare la piazza delle scienze tuttodì con nuove forme delle stesse idee. Sappiamo sospendere per alcun poco, affinché possiate esaminare voi stessi le idee vostre, e se fa d’uopo, rigenerarle; e perché gli altri abbiano agio di esaminare le produzioni scientifiche già pubblicate, prima che siano inondati con altri nuovi volumi… se non sia che contengano nuove idee essenziali. Nelle nostre letture ricordiamoci tutti, che buona parte di quegli stessi autori morali e politici, i quali hanno più chiara fama, scrissero ai tempi del dispotismo in sistema. Quindi proposero sovente cose, che nelle circostanze di un sistema di dispotismo poteano essere le migliori. Oggi non più si tratta di lenitivi di malattie insanabili, ma si cerca vigoria e sanità. Non si calcola già pel minore dei mali, ma per lo più grande dei beni. Con tale accortezza in mente, andremo incespando salutevolmente quasi ad ogni frase nel leggerli, e ci sentiremo straziare il pensiero da un caos d’inesattezze. Allora saremo meno facili a chiamare con esso loro pubblica felicità quella che è un’abbondanza di affinata corruzione, e lasceremo forse di considerare come base della Democrazia quella che la schianta dalle radici. Aggiungerò un’altra idea. In quattro anni un giovinetto di mezzano ingegno, adescato che sia da opportuni premj, avrà appreso i principi della morale repubblicana e l’Agricoltura. Stabiliamo due scuole per tali scienze per cento individui l’una. Assegniamo a ciascuna una quantità di terreno per essere coltivata dagli alunni, e per farvi colla scorta dell’istitutore le convenevoli osservazioni. A capo di quattro anni avremo duecento allievi capaci di reggere ciascuno una scuola. Si assegneranno a ciascuno in premio alcuni iugeri di terreno: e saremo a capo di quattro anni in grado di stabilire circa duecento scuole per una repubblica. Una provvida legge, che obblighi tutti i fanciulli ad assistere un’ora al giorno a quelle lezioni, ci darà in breve tempo una generazione di contadini filosofi, felici elementi di Democrazia.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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