William Shakespeare, “La Tragedia di Macbeth” V

Macbeth

ATTO V 

 

SCENA I.

Dunsinane. Anticamera nel castello.

Entrano un medico e una dama di corte.

DOTTORE. Ho passato due notti a vegliare con voi, ma non riesco a percepire nulla di vero nel vostro racconto. Quand’è che ha deambulato l’ultima volta?

DAMA. Da quando sua Maestà è sceso in campo, l’ho vista alzarsi dal letto, mettersi addosso la sua veste da camera, aprire la porta della sua stanza, prendere un foglio di carta, ripiegarlo, scriverci sopra, leggerlo, e poi sigillarlo, e tornare di nuovo a letto; e tutto questo mentre era profondamente addormentata. 

DOTTORE. È un grande turbamento della natura, ricevere a un tempo i benefici del sonno e compiere gli atti della veglia! In questa agitazione trasognante, oltre al suo deambulare e altre azioni effettive, che cosa, in qualche occasione, avete sentito dire da lei?

DAMA. Ciò che, signore, non vorrò riferire dopo di lei.

DOTTORE. Voi potete riferirmelo, e sarebbe molto opportuno che voi lo faceste.

DAMA. Né a voi né a nessun altro, non avendo testimoni che confermino le mie parole.

Entra Lady Macbeth con una candela  

Guardatela, eccola che viene! Questo è proprio il suo modo d’agire, e, giuro sulla mia vita, dorme profondamente. Osservatela; statemi vicino.

DOTTORE. Come s’è procurata quel lume?

DAMA. Era accanto a lei. Ha sempre un lume vicino; questi sono i suoi ordini.

DOTTORE. Guardate, i suoi occhi sono aperti.

DAMA. Sì, ma i suoi sensi sono chiusi.

DOTTORE. Cosa fa ora? Guardate come si stropiccia le mani.

DAMA. È un suo tipico gesto, come se così se le volesse lavare. L’ho vista continuare a far questo per un quarto d’ora.

LADY MACBETH. C’è ancora una macchia qui.

DOTTORE. Ascoltate, parla! Voglio metter nero su bianco ciò che dice per rafforzare la mia memoria. 

LADY MACBETH. Via, maledetta macchia! Via, dico! Uno… due… ecco che è il momento di farlo. L’inferno è oscuro. Vergogna, mio sire, vergogna! Un soldato, aver paura? Perché dobbiamo temere chi è a conoscenza, quando nessuno può invocare il nostro potere a renderne conto? Eppure chi avrebbe mai pensato che il vecchio avesse tutto quel sangue?

DOTTORE. Avete sentito attentamente?

LADY MACBETH. Il sire di Fife aveva una moglie; dov’è ora? Ma, queste mani saranno mai pulite? Basta, mio signore, basta. Tu rovini tutto con questi sobbalzi.

DOTTORE. Allontanatevi, allontanatevi; avete sentito quello che non dovevate sentire.

DAMA. Ha detto quello che non doveva dire, di questo sono sicura. Il cielo sa ciò che lei sa.

LADY MACBETH. Qui c’è ancora odore di sangue. Tutti i profumi d’Arabia non profumeranno questa piccola mano. Oh, oh, oh!

DOTTORE. Che sospiro! Il cuore è gravato da un profondo dolore.

DAMA. Non vorrei avere un tal cuore nel mio petto per la dignità di tutto il corpo.

DOTTORE. Bene, bene, bene…

DAMA. Pregate Dio che sia così, signore.

DOTTORE. Questo male va oltre la mia arte medica. Sebbene io abbia conosciuto persone che camminavano nel sonno e che sono morte santamente nel loro letto. 

LADY MACBETH. Lava le tue mani, mettiti la tua veste da camera, non mostrarti così pallido. Te lo dico ancora, Banquo è sepolto; non può uscire dalla sua tomba.

DOTTORE. Anche questo?

LADY MACBETH. A letto, a letto; bussano alla porta. Vieni, vieni, vieni, vieni, dammi la tua mano. Ciò che è fatto non può essere disfatto. A letto, a letto, a letto.

Esce

DOTTORE. Adesso andrà a letto?

DAMA. Subito.

DOTTORI. Osceni sussurri si sono levati. Le azioni innaturali creano turbamenti innaturali; le menti infette scaricano i propri segreti sui loro sordi cuscini. Lei ha più bisogno di un prete che di un medico. Dio, Dio, perdonaci tutti! Abbi cura di lei; allontana da lei tutto ciò che può nuocerle, e tienila d’occhio. Buonanotte, allora. Ha messo in scacco la mia mente e ha sconvolto la mia vista. Penso, ma non oso parlare.

DAMA. Buona notte, dottore.

Escono

 

SCENA II.

Campagna presso Dunsinane. Tamburi e bandiere.

Entrano Menteith, Caithness, Angus, Lennox, e soldati.

MENTEITH. Le forze inglesi sono vicine, guidate da Malcolm, suo zio Siward, e dal buon Macduff. La vendetta arde in loro, e le cause a loro care provocherebbero anche nell’uomo mortificato il sanguinoso grido di guerra.

ANGUS. Vicino alla selva di Birnam li incontreremo di sicuro; è da quella parte che giungono.

CAITHNESS. Chi è che sa se Donalbain è con suo fratello?

ENNOX. Di certo, signore, non è con lui; ho la lista di tutti i gentiluomini. C’è il figlio di Seward e molti giovani imberbi che proprio ora affermano la loro prima virilità.

MENTEITH. Cosa fa il tiranno?

CAITHNESS. Fortifica il grande castello di Dunsinane. Alcuni dicono che è pazzo; altri, che lo odiano meno, chiamano quella sua una furia guerriera; ma, sicuramente, non può allacciare la sua disordinata causa alla cintola della giustizia.

ANGUS. In questo momento egli sente i suoi delitti segreti ficcarsi nelle sue mani, adesso a ogni minuto la rivolta gli rimprovera la sua fede violata; quelli che lui comanda si muovono solo perché sono comandati, e non perché lo amano. Ora egli sente che il suo titolo gli sta largo, come l’abito del gigante su di un ladro nano. 

MENTEITH. Chi allora potrà biasimare i suoi sensi stravolti per la loro ripugnanza e sgomento, quando tutto ciò che è in lui si condanna da solo per il fatto di esserci?

CAITHNESS. Bene, marciamo per prestare obbedienza a chi è davvero dovuta. Incontriamo il medico dello stato malfermo, e con lui versiamo, per guarire il nostro paese, ogni goccia del nostro sangue.

LENNOX. O almeno quanto basta per bagnare di rugiada il fiore della sovranità e soffocare la malerba. Marciamo verso Birnam.          

Escono marciando

 

SCENA III.

Dunsinane. Una stanza nel castello.

Entrano Macbeth, il medico e gli attendenti.

MACBETH. Non portatemi più notizie; scappino pure tutti! Finché la Selva di Birnam non si muoverà verso Dunsinane io non posso marcire dalla paura. Chi è il ragazzo, Malcolm? Non è nato da donna? Gli spiriti che conoscono tutte le sorti dei mortali così si sono pronunciati con me: ”Non temere, Macbeth; nessun uomo nato da donna potrà mai dominare su di te”. E allora fuggite, falsi nobili, e mischiatevi con gli epicurei inglesi! La mente che mi governa e il cuore che ho in petto non si piegheranno al dubbio né tremeranno di paura.

Entra un servo

Che il diavolo ti annerisca, scemo dalla faccia di panna! Dove l’hai preso quell’aspetto da oca?

SERVANT. Ci sono diecimila… 

MACBETH. Oche, furfante?

SERVANT. Soldati, sire.

MACBETH. Va’, traforati la faccia e avvampa di rosso la tua paura, ragazzo codardo. Quali soldati, pezza da piedi? Morte alla tua anima! Queste tue guance di lino sono le scorte della paura. Quali soldati, muso pallido?

SERVANT. L’esercito inglese, se non le dispiace.

MACBETH. Porta via la tua faccia di qua.                  

Esce il servo

Seyton… Mi sento abbattere, quando vedo… Seyton, dico! Questo momento critico mi riempirà di gioia eterna o mi sbalzerà proprio adesso dal trono. Ho vissuto abbastanza. Il mio sentiero della vita è giunto alla stagione in cui la foglia ingiallisce, e ciò che dovrebbe accompagnare la vecchiaia, come l’onore, l’amore, l’obbedienza, la schiera degli amici, non devo aver cura di averlo; ma al loro posto ho soltanto maledizioni, non fragorose però profonde, onore sussurrato, un respiro che il povero cuore vorrebbe ricusare ma non osa. Seyton!

Entra Seyton

SEYTON. Cosa desidera vostra grazia?

MACBETH. Quali nuove ancora?

SEYTON. Tutto ciò che è stato riferito, mio sire, è confermato.

MACBETH. Mi batterò finché le mie ossa e la mia pelle non siano strappate. Dammi la mia armatura

SEYTON. Ancora non è necessaria.

MACBETH. La indosserò. Fa’ uscire più cavalieri, fa’ battere il campo intorno, impicca quelli che parlano di paura. Dammi la mia armatura. Come sta la tua paziente, dottore?

DOTTORE. Non così ammalata, mio sire, piuttosto è turbata da una folla di visioni che la strappano dal sonno.

MACBETH. Trova una cura per quella. Non possiedi un rimedio per una mente inferma, e svellere dalla memoria un’angoscia radicata, far tabula rasa delle pene iscritte nel cervello, e con qualche antidoto dolce che dona l’oblio liberare il petto oppresso da quel pericoloso macigno che preme sul cuore?

DOTTORE. In questo caso il paziente dovrebbe curare se stesso.

MACBETH. Getta il tuo farmaco ai cani, non ne voglio sapere. Avanti, mettetemi addosso l’armatura; datemi la mia lancia. Seyton, preparati ad uscire. Dottore, i nobili fuggono da me. Su, signore, sbrighiamoci. Se tu, dottore, potessi trarre auspici dall’urina del mio paese, scovarne il male e purgarlo fino a ridargli l’antica salute, ti applaudirei tanto che l’eco stesso tornerebbe ad applaudirti. Muoviamoci, dico. Quali rabarbaro, racemo, o purgante potrebbero sbarazzarci da questi inglesi? Ne hai sentito parlare?

DOTTORE. Sì, mio buon sire, i vostri regali preparativi ci fanno presentire qualcosa.

MACBETH. Seguitemi. Io non temerò la morte e la sventura finché la Selva di Birnam non giunga a Dunsinane.

DOTTORE. [A parte] Se fossi lontano e al salvo da Dunsinane, nessun profitto mi ci farebbe tornare.             

Escono 

 

SCENA IV.

Campagna presso la selva di Birnam. Tamburi e bandiere. 

Entrano Malcolm, il vecchio Seward e suo figlio, Macduff, Menteith, Caithness, Angus, Lennox, Ross, e soldati in marcia.

MALCOLM. Cugini, io spero che siano prossimi i giorni in cui le nostre stanze torneranno a essere sicure.

MENTEITH. Non abbiamo dubbi.

SIWARD. Che bosco è quello che abbiamo di fronte?

MENTEITH. La Selva di Birnam.

MALCOLM. Che ogni soldato spezzi un ramo e lo tenga davanti a sé; così ci porteremo davanti a lui e come ombre offuscheremo il numero delle nostre forze, e confonderemo il rapporto sulla nostra consistenza.

SOLDATI. Sarà fatto.

SIWARD. Nient’altro sappiamo se non che il tiranno se ne resta tranquillo in Dunsinane e resisterà alle nostre schiere opposte a lui.

MALCOLM. Questa è la sua capitale speranza; perché là dove se ne offrano i vantaggi, chi più e chi meno gli si sono rivoltati contro, e nessuno lo serve se non per una costrizione senza dedizione. 

MACDUFF. Che i nostri biasimi aspettino il risultato effettivo, e mettiamo in azione le nostre industriose qualità militari.

SIWARD. Si appressa il momento che ci farà conoscere con un giudizio adatto ciò di cui siamo creditori e ciò di cui siamo debitori. I pensieri speculativi attengono alle loro incerte speranze, sta solo ai colpi di spada dare arbitri su un esito certo. Verso questo avanziamo in guerra.

Escono marciando

 

SCENA V.

Dunsinane. Dentro il castello.

Entrano Macbeth, Seyton, e soldati, con tamburi e bandiere.

MACBETH. Piantate i nostri vessilli sui baluardi; il grido d’allarme è ancora “Arrivano!”. Il nostro castello è solido e si farà beffe dell’assedio. Se ne stiano pure là finché la fame e la peste non l’abbiano mangiati. Se non fossero stati rafforzati da quelli che avrebbero dovuto essere dei nostri, avremmo potuto fronteggiarli audacemente, barba contro barba, e, battuti, rimandarli a casa.

Un pianto di donne all’interno

Cos’era quel rumore?

SEYTON. È il pianto delle donne, mio buon sire.           

Esce

MACBETH. Ho quasi dimenticato il gusto della paura: v’è stato un tempo in cui i miei sensi si sarebbero gelati a udire un grido nella notte, e la cresta dei miei capelli a un lugubre racconto si sarebbe drizzata e animata come se la vita vi albergasse. Mi sono ingozzato di orrori; la sciagura, familiare ai miei pensieri di strage, non può stanarmi più.

Rientra Seyton

Cos’era quel pianto?

SEYTON. La Regina, mio sire, è morta.

MACBETH. Avrebbe dovuto morire in seguito; ci sarebbe stato un tempo per questa parola. Domani, e domani, e domani, striscia a piccoli passi fino all’ultima sillaba del tempo ricordato; e tutti i nostri ieri hanno rischiarato a dei pazzi la via che porta alla morte polverosa. Spegniti, spegniti, breve candela! La Vita è solo un’ombra che cammina, un povero attore che s’esibisce impettito e si sdilinquisce per la sua ora sulla scena e poi non se ne sa più niente. È una storia narrata da un’idiota, piena di strepito e furore, che non significa niente.

Entra un Messaggero

Tu vieni per usare la tua lingua; il tuo rapporto, presto.

MESSAGGERO. Mio grazioso signore, dovrei riferirvi ciò che affermo d’aver veduto, ma non so come farlo.

MACBETH. Su, parla.

MESSAGGERO. Mentre montavo la guardia sulla collina, ho guardato verso Birnam, e subito, m’è parso, la Selva ha iniziato a muoversi.

MACBETH. Bugiardo e infame!

MESSAGGERO. Che la vostra collera nei miei confronti si perpetui, se non è così. Da qui a tre miglia potete vederla avanzare. Vi dico che è un boschetto che si muove.

MACBETH. Se hai detto il falso, ti appenderò vivo al prossimo albero finché la fame non ti scarnifichi; se ciò che dici è vero, non me ne importa che tu faccia altrettanto a me. Vacilla la mia fiducia e comincio a dubitare dell’equivoco del demone che dice menzogne simili a verità. “Non temere, finché la Selva di Birnam non giunga a Dunsinane”, e adesso una selva viene verso Dunsinane. In armi, in armi, e uscite! Se ciò che costui evoca è chiaro, non c’è da fuggir di qui o rimanervi. Comincio a essere stanco del sole, e vorrei che il mondo intero fosse adesso in macerie. Suonate la campana d’allarme! Soffia, vento! Vieni, distruzione! Almeno morremo con l’armatura addosso.

Escono

 

SCENA VI.

Dunsinane.  Davanti al castello.

Entrano Malcolm, il vecchio Siward, Macduff, e le loro armate, portando dei rami.

Tamburi e bandiere.

MALCOLM. Adesso siamo abbastanza vicini; deponete i vostri schermi fronzuti, e mostratevi per ciò che siete. Tu, mio degno zio, andrai con mio cugino, il tuo nobilissimo figlio, a guidare il nostro primo assalto. Il nobile Macduff ed io ci occuperemo del resto che occorre fare, secondo i nostri patti.

SIWARD. Addio. Andremo ma solo per trovare le truppe del tiranno stasera, e se non possiamo combattere, che la sconfitta ci travolga.

MACDUFF. Fate parlare tutte le nostre trombe, date loro tutto il fiato, a questi clamorosi messaggeri di sangue e di morte.

Escono

 

SCENA VII.

Dunsinane.  Davanti al castello. Squilli di trombe. 

Entra Macbeth.

MACBETH. Mi hanno legato ad un palo; non posso sfuggire, ma come un orso io debbo lottare fino alla fine. Chi è colui che non è nato da donna? Un uomo siffatto io devo temere, o nessun altro.

Entra il giovane Siward

GIOVANE SIWARD. Qual è il tuo nome?

MACBETH. Tremerai di paura a sentirlo.

GIOVANE SIWARD. No, nemmeno se tu ti chiamassi con un nome più rovente di quanti se ne trovino all’inferno. 

MACBETH. Il mio nome è Macbeth.

GIOVANE SIWARD. Lo stesso diavolo non potrebbe pronunciare un titolo più odioso alle mie orecchie.

MACBETH. No, nemmeno più terribile.

GIOVANE SIWARD Oh, tu menti, aborrito tiranno; con la mia spada dimostrerò che tu menti.

Combattono, e il giovane Siward viene ucciso

MACBETH. Tu sei nato da una donna. Ma davanti alle spade sorrido, e irrido le armi brandite da un uomo che una donna ha partorito.             

Esce

Squilli di tromba. Entra  Macduff

MACDUFF. Il rumore viene da questa parte. Tiranno, mostra la tua faccia! Se tu sei ucciso e non da un mio colpo di spada, gli spettri di mia moglie e dei miei bambini mi ossessioneranno di continuo. Io non posso colpire dei miserabili fanti, le cui armi sono prese a servizio per portare le loro lance. O te, Macbeth, o altrimenti rinfodero la mia spada ancora integra, con il filo di lama intatto. Dovresti essere là; da questo gran clangore, sembra che qualcuno di gran rinomanza sia annunciato. Fammelo scovare, Fortuna! E di più non ti chiedo.                          

Esce. Squilli di tromba

Entra Malcolm e il vecchio Siward  

SIWARD. Da questa parte, mio signore; il castello s’è arreso senza colpo ferire. Il popolo del tiranno combatte su due lati, i nobili sono molto arditi nella lotta, il giorno ormai si proclama già tuo, e c’è ben poco da fare.

MALCOLM. Abbiamo incontrato nemici che combattono a nostro fianco

SIWARD. Signore, entriamo nel castello.

Escono. Squilli di tromba

 

SCENA VIII.

Un’altra parte del campo.

Entra Macbeth.

MACBETH. Perché dovrei fare la parte dello sciocco romano e darmi la morte con la mia spada? Finché vedo i vivi, le ferite stanno meglio su loro.

Entra Macduff

MACDUFF. Voltati, cane infernale, voltati!

MACBETH. Di tutti gli uomini te solo io ho evitato. Ma ritirati, la mia anima è già troppo gravata dal sangue dei tuoi.

MACDUFF. Io non ho parole. La mia voce è nella mia spada, tu sanguinario più scellerato di quanto i termini possano definirti!       

Combattono

MACBETH. Tu sprechi la tua fatica. Con la tua spada affilata potresti colpire più facilmente l’inviolabile aria che farmi stillar sangue. Fai cadere la tua lama su vulnerabili cimieri; la mia vita è sotto un incantesimo, e non deve cedere a nessuno che sia nato da donna.

MACDUFF. Dispera del tuo incantesimo, e che l’angelo da te servito fino a ora ti dica che Macduff fu strappato prima del tempo dal grembo di sua madre.

MACBETH. Maledetta sia la lingua che mi parla così, perché ha sgomentato la mia parte migliore di uomo! E che non si presti più fede a questi demoni impostori che ci raggirano con doppi sensi, che mantengono la parola alle nostre orecchie e la infrangono alla nostra speranza. Io non mi batterò con te.

MACDUFF. Allora cedi, codardo, e vivi per essere lo spettacolo e lo stupore del nostro tempo. La tua immagine, come quella del mostro più raro, la dipingeremo su di una tela, e sotto vi scriveremo, “Qui potete ammirare il tiranno”.

MACBETH. Io non cederò per baciare la terra davanti al piede del giovane Malcolm, e per essere adescato contro le maledizioni della plebaglia. Per quanto la Selva di Birnam sia giunta a Dunsinane, e davanti abbia te, che non sei nato da donna, tenterò tuttavia il tutto per tutto. Dinanzi al mio corpo protendo il mio scudo marziale! Battiti, Macduff, e sia dannato il primo che grida, “Fermati, basta!”.

Escono combattendo. Squilli di tromba

 

SCENA IX.

Ritirata. Squilli di tromba. Entrano, con tamburi e bandiere, Malcolm, il vecchio Siward, Ross, gli altri nobili, e i soldati.

MALCOLM. Vorrei che gli amici che ci mancano fossero arrivati sani e salvi.

SIWARD. Qualcuno deve morire, e comunque, da quelli che vedo, una giornata così grande l’abbiamo acquistata a buon prezzo.

MALCOLM. Macduff manca, e anche il vostro nobile figlio. 

ROSS. Tuo figlio, mio signore, ha pagato il suo debito da soldato. Ha vissuto finché è stato un uomo, un uomo tale che non appena ebbe confermato il suo valore, nella ferma posizione in cui ha combattuto, come un uomo è morto.

SIWARD. Allora è morto?

ROSS. Sì, ed è stato portato fuori dal campo. La vostra causa di sofferenza non deve essere misurata sul suo valore, perché allora sarebbe infinita.

SIWARD. Ha ricevuto ferite davanti?

ROSS. Sì, sulla fronte.

SIWARD. E allora, che sia un soldato di Dio! Avessi tanti figli quanti capelli ho sul capo, non potrei augurar loro una morte più bella. E così la sua campana funebre ha rintoccato.

MALCOLM. È degno di maggior rimpianto, ed è ciò che io gli tributerò.

SIWARD. Non ne ha bisogno: hanno detto che la sua dipartita è stata bella e che ha pagato il suo debito, e così Dio sia con lui! Ecco qui un conforto più fresco.

Rientra Macduff, con la testa di Macbeth  

MACDUFF. Salve, re, poiché voi lo siete. Guardate dove sta la testa del maledetto usurpatore. Il tempo se ne è liberato. Vi vedo circondato dalle perle del vostro regno che riecheggiano in cuor loro il mio saluto, le cui voci vorrei che gridassero forte con me “Salve, re di Scozia!”

TUTTI. Salve, re di Scozia!

Squilli di trombe

MALCOLM. Non spenderemo una gran quantità di tempo prima di aver fatto i conti con le vostre numerose devozioni e di sdebitarci con voi. Miei signori e congiunti, d’ora innanzi voi siete Conti, i primi che la Scozia abbia mai nominato con un simile onore. Ciò che resta da fare e che va nuovamente rifondato con il tempo, è richiamare a casa i nostri amici esiliati che fuggirono alle reti della guardinga tirannia, tirar fuori i crudeli ministri di questo macellaio e della diabolica regina, che, a quanto pare, si è uccisa da sola con le sue mani violente; questo, e quant’altro c’è richiesto, con il favore della Grazia di Dio lo compiremo nel modo opportuno, a tempo, e luogo. E allora grazie a tutti quanti voi e a ciascuno in particolare, e sarete invitati a Scone per assistere alla nostra incoronazione.

Squilli di tromba. Escono

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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