Vincenzo Cuoco, “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799” XIV

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XXXIII

SPEDIZIONE DI SCHIPANI

Schipani rassomiglia Cleone di Atene e Santerre di Parigi. Ripieno del piú caldo zelo per la rivoluzione, attissimo a far sulle scene il protagonista in una tragedia di Bruto, fu eletto comandante di una spedizione destinata a passar nelle Calabrie, cioè nelle due province le piú difficili a ridursi ed a governarsi per l’asprezza dei siti e per il carattere degli abitanti. Non avea seco che ottocento uomini, ma essi erano tutti valorosi e di poco inferiori di numero alla forza nemica.

Schipani marcia: prende Rocca di Aspide, prende Sicignano. A Castelluccia trova della gente riunita e fortificata in una terra posta sulla cima di un monte di difficilissimo accesso.

Vi erano però mille strade per ridurla. Castelluccia era una picciola terra, che potea senza pericolo lasciarsi dietro. Egli dovea marciare diritto alle Calabrie, ove eranvi diecimila patrioti che lo attendevano; ove Ruffo non era ancora molto forte, ed andava tentando appena una controrivoluzione, di cui forse egli stesso disperava; e, discacciato una volta Ruffo, tutte le insorgenze della parte meridionale della nostra regione andavano a cedere. Ma Schipani non seppe conoscere il nemico che dovea combattere, né seppe, come Scipione, trascurare Annibale per vincere Cartagine.

Tutt’i luoghi intorno a Castelluccia erano ripieni di amici della rivoluzione. Campagna, Albanella, Controne, Postiglione, Capaccio, ecc., potevano dare piú di tremila uomini agguerriti: il commissario del Cilento ne avea giá pronti altri quattrocento, ed anche di piú, se avesse voluto, ne avrebbe potuto riunire. Se Schipani avesse avuto piú moderato desiderio di combattere e di vincere, e se prima di distruggere i nemici avesse pensato a rendersi sicuro degli amici, che gli offerivano i loro soccorsi, avrebbe potuto facilmente formare una forza infinitamente superiore a quella che dovea combattere.

Avrebbe potuto ridurre Castelluccia per fame, poiché non avea provvisioni che per pochi giorni: avrebbe potuto prenderla circondandola e battendola dalla cima di un monte che la domina; e questo consiglio gli fu suggerito dai cittadini di Albanella e della Rocca, che si offrirono volontari a tale impresa. Qual disgrazia che tal consiglio non sia nato da se stesso nella mente di Schipani!

Egli avea un’idea romanzesca della gloria, e riputava viltá il seguire un consiglio che non fosse suo. Questo suo carattere fece sí che ricusasse l’offerta dei castelluccesi, i quali volean rendersi, a condizione però che la truppa non fosse entrata nella terra; e l’altra, offertagli da Sciarpa, capo di tutta quella insorgenza, di voler unire le sue truppe alle truppe della repubblica, purché gli si fosse dato un compenso (43). Schipani rispose come Goffredo: Guerreggio in Asia, e non vi cambio o merco.

Questo stesso carattere gli fece immaginare un piano d’assalto della Castelluccia da quel lato appunto per lo quale il prenderla era impossibile. I nostri fecero prodigi di valore. Il nemico, forte per la sua situazione, distrusse la nostra truppa colle pietre. Schipani fu costretto a ritirarsi; e, cadendo in un momento dall’audacia nella disperazione, la sua ritirata fu quasi una fuga.

La spedizione diretta da Schipani dovea esser comandata dal valoroso Pignatelli di Strongoli. È stata una disgrazia per la nostra repubblica che Pignatelli, per malattia sopravvenutagli, non poté allora prestarsi agli ordini del governo ed al desiderio dei buoni.

Dopo questa operazione, Schipani fu inviato contro gl’insorgenti di Sarno. Giunse a Palma, incendiò due ritratti del re e della regina, che per caso vi si ritrovarono, arringò al popolo e se ne ritornò indietro. Vi andarono i francesi, saccheggiarono ed incendiarono Lauro, donde tutti gli abitanti erano fuggiti, e non uccisero un solo insorgente. Cosí gl’insorgenti di Lauro e di Sarno, non vinti, ma solo irritati, si unirono a quelli di Castelluccia e delle contrade di Salerno, giá vincitori.

(43) Sciarpa, uno de’ piú grandi e piú funesti controrivoluzionari, lo divenne per calcolo. Egli era uno degli uffiziali subalterni delle milizie del tribunale di Salerno: col nuovo ordine di cose, avrebbe potuto passare nella gendarmeria. Non fu ammesso. Sciarpa non fu né vezzeggiato né spento.

XXXIV

CONTINUAZIONE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE PROVINCE

In tale stato erano le cose, quando le autoritá dipartimentali, giá inviate ne’ dipartimenti, incominciarono l’opera della organizzazione delle municipalitá.

Per una rivoluzione non vi è oggetto piú importante della scelta de’ munícipi. Dipende da essi che la forza del governo sia applicata convenientemente in tutt’i punti; dipende da essi di far amare o far odiare il governo. Il popolo non conosce che il municipe, e giudica da lui di coloro che non conosce.

Per eleggere i munícipi in una nazione, la quale giá anche nell’antica costituzione avea un governo municipale, si volle seguire il metodo di un’altra che non conosceva municipalitá prima della rivoluzione; e cosí, mentre si promettevano nuovi diritti al popolo, se gli toglievano gli antichi.

Era quasi fatalitá seguire le idee, sebbene indifferenti, de’ nostri liberatori!

L’elezione de’ munícipi fu affidata ad un collegio di elettori, che furono scelti dal governo. – Qual è dunque questa libertá e questa sovranitá che ci promettete? – dicevano le popolazioni. – Prima i munícipi erano eletti da noi; abbiam tanto sofferto e tanto conteso per conservarci questo diritto contro i baroni e contro il fisco! Oggi non lo abbiamo piú. Prima i munícipi rendevano conto a noi stessi delle loro operazioni; oggi lo rendono al governo. Noi dunque colla rivoluzione, anziché guadagnare, abbiam perduto? – Si volea spiegar loro il sistema elettorale; si volea far comprendere come continuavano a dirsi eletti da loro quelli che erano eletti dai suoi elettori: ma le popolazioni non credevano né erano obbligate a credere ad una costituzione che ancora non si era pubblicata. Si diceva che gli elettori dovessero un giorno esser eletti dal popolo; ma intanto il popolo vedeva che erano eletti dal governo: il fatto era contrario alla promessa. Quando anche la costituzione fosse stata giá pubblicata, i popoli credevan sempre superfluo formar un corpo elettorale per eleggere coloro che prima in modo piú popolare eleggevano essi stessi, e riputavano sempre perdita il passare dal diritto dell’elezione immediata a quello di una semplice elezione mediata.

Ho osservato in quella occasione che le scelte de’ munícipi fatte dal popolo furono meno cattive di quelle fatte dai collegi elettorali, non perché i collegi fossero intenzionati a far il male, ma perché erano nell’impossibilitá di fare il bene, perché non conoscevano le persone che eleggevano e perché spesso eleggevano persone che il popolo non conosceva. Io ripeto sempre lo stesso: nella nostra rivoluzione gli uomini eran buoni, ma gli ordini eran cattivi. Io comprendo l’utilitá di un collegio elettorale dipartimentale, che elegga o proponga que’ magistrati che soprastano alla repubblica intera; ma un collegio dipartimentale che discenda ad eleggere i magistrati municipali mi sembra un’istituzione antilogica, per la quale dalle idee delle specie, invece di risalire a quella del genere, si voglia discendere a quella degl’individui, che debbon precedere l’idea della specie. È vero che in taluni momenti si richieggono negli uomini pubblici molte qualitá che il popolo o non conosce o non apprezza; ma voi, che avete il governo della nazione, sapete molto poco, quando non sapete far sí che l’elezione cada sulle persone degne della vostra confidenza, senza alterare l’apparenza della libertá.

Che ne avvenne? I collegi elettorali distrussero le elezioni fatte dal popolo, disgustarono il popolo e gli uomini popolari che il popolo avea eletto. Se il collegio elettorale chiedeva degli uomini probi, questi erano piú noti al popolo, coi quali convivevano, che a sei persone inviate da Napoli, le quali non conoscevano il popolo né erano conosciute dal medesimo; se chiedeva degli uomini utili alla rivoluzione, quali potevano esser mai questi se non quegl’istessi che il popolo amava e che il popolo rispettava?

Questa parola «popolo», in tutt’i luoghi ed in tutt’i tempi, altro non dinota che quattro, tre, due e talvolta una sola persona, che, per le sue virtú, pe’ suoi talenti, per le sue maniere, dispone degli animi di una popolazione intera: se non si guadagnano costoro, invano si pretende guadagnare il popolo, e non senza pericolo talora uno si lusinga di averlo guadagnato.

Dopo qualche tempo i collegi elettorali furono aboliti; ma non si restituí l’antico diritto alle popolazioni. Si credette male degli uomini il male che nasceva dalle cose. S’inviarono de’ commissari organizzatori, cui si diedero tutte le facoltá del corpo elettorale; si commise ad un solo quel diritto che prima almeno esercitavano sei; e, con ciò, l’esercizio, sebbene fosse piú giusto, parve piú tirannico e piú capriccioso. Diverso sarebbe stato il giudizio del popolo, se questi commissari fossero stati inviati prima. La loro istituzione era piú conforme alla natura, alle antiche idee de’ popoli, ai bisogni della rivoluzione.

XXXV

MANCANZA DI COMUNICAZIONE

Ma il governo, mentre si occupava della organizzazione apparente, trascurava o, per dir meglio, era costretto a trascurare, la parte piú essenziale dell’organizzazione vera, che consiste nel mantener libera la comunicazione tra le diverse parti di una nazione. Sarebbe stato inescusabile il governo, se questa trascuratezza fosse stata volontaria; ma essa era una conseguenza inevitabile della scarsezza e della non buona direzione delle forze. Se poca forza, ben ripartita, la quale avesse agito continuamente sopra tutt’i punti, o almeno sopra i punti principali, sarebbe stata bastante a prevenire, ad impedire, a togliere ogni male; molta, che agiva per masse e per momenti in un punto solo, non potea produrre che un debole effetto e passeggiero.

Le province ignoravano ciò che si ordinava nella capitale; la capitale ignorava ciò che avveniva nelle province. Si crederebbe? Non si pubblicavano neanche le leggi. Due mesi dopo la pubblicazione in Napoli della legge feudale, non fu questa pubblicata in tutto il dipartimento del Volturno, vale a dire nel dipartimento piú vicino; e la legge feudale era tutto nella nostra rivoluzione.

Questa legge, che dovea esser nota ai popoli ai quali giovava, fu nota ai soli baroni che offendeva, perché questi soli erano nella capitale. Questa sola circostanza avrebbe di molto accelerata la controrivoluzione, se una parte non piccola della primaria nobiltá non fosse stata per sentimento di virtú attaccata alla repubblica, ad onta de’ non piccoli sacrifici che le costava.

Intanto circolavano per i dipartimenti tutte le carte che potevano denigrare il nuovo ordine di cose, e passavano per le mani de’ realisti, i quali accrescevano colle loro insidiose interpretazioni i sospetti che ogni popolo ha per le novitá.

Questa mancanza di comunicazione fu quella che favorí l’impostura dei còrsi Boccheciampe e De Cesare nella provincia di Lecce; e di questa profittarono il cardinal Ruffo e tutti gli altri capi sollevatori, e riuscí loro facile il far credere che in Napoli era ritornato il re e che il governo repubblicano erasi sciolto. Essi erano creduti, perché il governo nelle province era muto, né piú si udiva la sua voce. Ruffo dava a credere alle province che fosse estinta la repubblica: il Monitore repubblicano, al contrario, dava a credere alla capitale che fosse morto Ruffo. Ma l’errore di Ruffo spingeva gli uomini all’azione, e quello de’ repubblicani gli addormentava nell’indolenza; ed a Ruffo giovavano egualmente e l’errore de’ realisti e quello de’ repubblicani.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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