Vincenzo Cuoco, “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799” XI

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XXIV

LEGGE FEUDALE

La legge feudale richiedeva piú lungo esame e presentava interessi piú difficili a conciliarsi.

Quella dei fedecommessi toglieva poco ai possessori dei medesimi, e quel poco davalo ai figli ed ai fratelli loro: la legge dei feudi toglieva ai feudatari moltissimo, e questo passava agli estranei, che talvolta erano i loro nemici. Intanto, l’abolizione dei feudi era il voto generale della nazione. Gli abitanti delle province ardevano di tanta impazienza, che aveano quasiché strascinato il re a dare alla feudalitá de’ colpi, i quali sentivano piú di democrazia che di monarchia. Io dico ciò per un modo di dire, ma non son certo che la feudalitá convenga piú all’una che all’altra di queste due forme di governo. La forma di governo a cui la feudalitá meglio conviene è l’aristocrazia: aristocratici erano i governi di tutta l’Europa nell’epoca in cui la feudalitá prevaleva. Le monarchie presenti dell’Europa eransi elevate sulle rovine della medesima: ove essa era rimasta intatta, il governo era rimasto aristocratico, siccome in Polonia; ove era stata temperata, ma non distrutta, era

surto una specie di governo misto, come in Inghilterra e nella Svezia: ove era stata interamente distrutta, era surto un governo aristocratico, come in una grandissima parte dell’Europa, e specialmente in quella parte che altre volte componeva l’immensa monarchia di Spagna, essa era rimasta in uno stato singolare, dove, avendo perduti tutt’i diritti che rappresentava in faccia al sovrano, avea conservati tutti quelli che una volta avea sul popolo. Prendendo per punto di paragone un vassallo degl’imperatori svevi, un pari della Gran Bretagna gli somiglia molto piú che un napolitano quando è nel parlamento, il napolitano gli somiglia molto piú dell’inglese quando è nelle sue terre.

Ma i primi diritti sono gloriosi al feudatario e posson esser utilissimi ed al sovrano ed allo Stato; i secondi sono al feudatario vergognosi, perché non è mai glorioso tutto ciò che è oppressivo e nocivo allo Stato, al sovrano, agli stessi baroni, perché tendono a distruggere l’industria, dalla quale solamente dipende la vera prosperitá di una nazione. Questi diritti sono i diritti dei popoli barbari. Ovunque si sviluppa l’industria, essi vanno a cadere in obblio, ed è interesse degli stessi feudatari che ciò succeda. In Russia gli stessi grandi possessori di terra hanno incominciato a dar libertá e proprietá agli uomini che le abitano: con questa sola operazione, han quasi triplicato il valore delle terre loro.

I feudatari prevedevano che la rivoluzione li avrebbe obbligati a nuovi sacrifici, e bramavano che fossero i minori possibili. Taluni repubblicani troppo ardenti avrebbero voluto loro toglier tutto. Tra questi due estremi il mezzo era difficile a rinvenirsi. Non vi era neanche un esempio da seguire: la Francia, ove i grandi feudatari eran rimasti distrutti dalla guerra civile, non ebbe bisogno di leggi dopo l’opera delle armi (35). Giuseppe secondo nella Lombardia avea da lungo tempo eguagliata la condizione de’ beni.

Molte popolazioni incominciarono dal fatto, prendendo il possesso di tutti i beni de’ baroni: se tutte avessero fatto lo stesso, la legge sarebbe stata men difficile a concepirsi. La forza autorizza molte cose che la ragione non deve ordinare, ed il popolo stesso ama di veder approvati molti trascorsi che fremerebbe vedendo comandati.

La discussione del progetto di legge fu interessante. Le due parti contendenti seguivano opinioni diverse, secondo i loro diversi interessi; i princípi erano opposti, e, come suole avvenire allorché si va agli estremi, né sempre veri né sempre atti alla quistione.

I feudatari credevano che la conquista potesse essere un diritto; i repubblicani la credevano sempre una forza, e, quando anche avesse potuto diventar diritto, dicevano che, se un tempo i baroni aveano conquistata la nazione, ora la nazione avea conquistati i baroni: una nuova conquista potea spogliare gli usurpatori nel modo stesso e collo stesso diritto con cui essi spogliato aveano altri usurpatori piú antichi.

I feudatari credevano legittimi tutti i titoli che dipendevano dall’antico governo, che essi riputavano del pari legittimo: i patrioti credevano illegittimo tutto ciò che non era stato fatto da una repubblica. Se si udivano i feudatari, tutto dovea conservarsi; se si udivano i patrioti, tutto dovea distruggersi, poiché, dichiarato una volta illegittimo un governo, non vi era ragione per cui parte dei suoi atti si dovesse abolire e parte conservare.

Questo era lo stesso che far la causa degli usurpatori e dei governi e non dell’umanitá e della nazione, che eran tradite per soverchio zelo dai loro stessi difensori. Oggi si dice: – Un re non potea far questo; – domani un re avrebbe detto: – Questo non si potea far da una repubblica. – Quando prenderemo noi per principio la salute del popolo ed esamineremo, non ciò che un governo potea, ma solo ciò che dovea fare?

Voler ricercare un titolo di proprietá nella natura è lo stesso che voler distruggere la proprietá: la natura non riconosce altro che il possesso, il quale non diventa proprietá se non per consenso degli uomini. Questo consenso è sempre il risultato delle circostanze e dei bisogni nei quali il popolo si trova. Tutto ciò che la salute pubblica imperiosamente non richiede, non può senza tirannia esser sottomesso a riforma, perché gli uomini, dopo i loro bisogni, nulla hanno e nulla debbono aver di piú sacro che i costumi dei loro maggiori. Se si riforma ciò che non è necessario riformare, la rivoluzione avrá molti nemici e pochissimi amici.

La feudalitá presso di noi presentava una massa immensa di possessi, di proprietá, di esazioni, di preminenze, di diritti, acquistati, ricevuti, usurpati da diverse mani ed in tempi diversi. I feudatari non furono in origine che semplici possessori di fondi coll’obbligo della fedeltá, e, colla legge della devoluzione, essi non differivano dagli altri proprietari se non per aver ricevute dalla mano di un uomo quelle terre che altri ricevute avea dalla sorte. Ma i grandi feudatari erano nel tempo istesso

grandi officiali della corona, ed, in tempi di anarchia o di debolezza, quei rappresentanti della sovranitá, potenti ed inamovibili, fecero obbliar la sovranitá che rappresentavano: quei diritti, che essi esercitavano come officiali della corona, divennero prima diritti del feudatario, indi della sua famiglia, finalmente del feudo. In tempi di continue guerre civili, i pochi uomini liberi che eran rimasti nelle nostre regioni, non avendo né sicurezza né proprietá, chiesero la protezione dei potenti e l’ottennero a prezzo di libertá.

Grandi erano certamente questi abusi; ma tale era l’infelicitá dei tempi, tale la condizione degli uomini, tale la desolazione delle nostre contrade, che essi dovettero sembrar tollerabili effetti, e talora, giunti all’estremo, produssero il ritorno del bene. Gli uomini moltiplicati dovettero estendere la loro industria e reclamarono la loro libertá civile: è questo il primo passo che le nazioni fanno verso la coltura. Un re di spirito generoso, che voleva elevarsi, si rese forte col favore del popolo, che egli difese contro gli altri tiranni minori, e le monarchie di Europa sorsero dalle rovine dell’aristocrazia feudale. Noi vediamo nella nostra storia tutti i passi dati dal popolo, le opposizioni de’ baroni, l’ondeggiar perpetuo de’ sovrani a seconda che temevano o de’ baroni o de’ popoli, e la rapacitá del fisco, eterno traditore de’ baroni, de’ popoli e dei re. La storia indica la strada da seguire uniforme alle idee de’ popoli; le stesse leggi feudali indicano la riforma della feudalitá; quella riforma, che i popoli bramano, che i baroni non possono impugnare.

Non bastava una legge che dichiarasse abolita la feudalitá: questa legge sarebbe stata piú pomposa che utile. Poco rimaneva presso di noi che avesse l’apparenza feudale: il difficile era riconoscer la feudalitá anche dove parea che non vi fosse. I feudatari aveano de’ diritti acquistati come officiali della corona e come protettori de’ popoli: tali diritti non doveano piú esistere in una forma di governo, in cui la sovranitá veniva restituita al popolo ed il cittadino non dovea aver altro protettore che la legge. I baroni possedevano delle terre: non bastava che queste fossero eguagliate alla condizione delle altre. Se la riforma fosse rimasta a questi termini, i baroni, sgravati dall’adoa e dalla devoluzione, divenuti proprietari di terre libere, avrebbero guadagnato molto piú di quello che loro dava l’esazione de’ diritti incerti, vacillanti ed odiosi: il popolo non avrebbe guadagnato nulla.

In una nazione, in cui l’industria è attiva, sará vantaggio del feudatario far coltivare le sue terre dall’uomo libero, anziché dallo schiavo. Una nazione oziosa e povera chiede esser sgravata dai tributi: una nazione ricca ed industriosa è contenta di pagare, purché abbia mezzi di accrescer la sua industria. Nell’immensa estensione di terreni che i baroni possedevano, non vi erano che pochi i quali appartenessero al feudo: negli altri voi vedevate un cumulo di diritti diversi accatastati l’uno sopra l’altro ed appartenenti a persone diverse, tra le quali era facile il riconoscere che il piú potente dovea esser l’usurpatore. Quindi veniva restituita alle popolazioni gran parte di quella massa di terreni feudali, chiamati «demaniali de’ feudi» e che ne formavano la maggior parte; i boschi doveano per necessitá divenire oggetti di pubblica ispezione; ai feudatari veniva a rimaner pure tanto di terreno da esser ricchi, quando all’ozio avessero sostituita l’industria; e la nazione, senza legge agraria, avrebbe avuta, se non la perfetta eguaglianza, almeno quella moderazione di beni, che in una gran nazione è piú utile, meno pericolosa e piú vicina alla vera eguaglianza.

Non mai si vide piú chiaramente quanto il freddo e costante esame sia piú pericoloso agli usurpatori che il caldo e momentaneo entusiasmo. I baroni avrebbero mille volte amato ritornare ai princípi della «conquista» e della «legittimitá», che, sebbene in apparenza piú distruttivi, erano piú facili a combattersi, piú facili ad eludersi nell’esecuzione. Ma come combattere princípi evidenti, che essi stessi aveano riconosciuti anche nell’abolito governo?

Ad onta di tutto ciò, il progetto non passò senza grandi dispareri: la spirante feudalitá avea tuttavia molti difensori. Talun legislatore credeva nulla potersi decidere sulla feudalitá, perché nulla avea deciso la Francia: invincibile argomento per un rappresentante di una nazione libera ed indipendente! Pagano credeva non esser giunto ancora il tempo di decidere la controversia: egli riconosceva necessarie e giuste le abolizioni de’ diritti, ma voleva che non si toccassero i terreni, quasi che un popolo non dovesse esser oppresso, ma potesse essere legittimamente misero. Taluno volea che l’affare si fosse commesso ad un tribunale, che si sarebbe di ciò incaricato; ma, se le leggi sono fatte pel popolo, i giudizi sono fatti per i potenti, i quali, col possesso, coi cavilli e talora colla prevaricazione, riacquistano coi giudizi tutto ciò che il popolo avea guadagnato colle leggi.

Tanto importa che le idee del legislatore sieno a livello con quelle della nazione e che i progetti di legge contengano quelle idee medie, che tutti gli uomini sentono ed a cui tutti convengono! Se si fosse rimasto agli estremi, la legge non si sarebbe avuta o avrebbe prodotta una guerra civile; essa avrebbe portata con sé l’apparenza dell’ingiustizia. Fondata su princípi che nessuno poteva negare, gli stessi baroni piú avversi alla rivoluzione l’avrebbero sofferta, se non con indifferenza (poiché chi potrebbe pretendere che taluno resti indifferente alla perdita di tante ricchezze?), almeno con decoro.

Ma, nel tempo appunto in cui il governo era occupato della discussione del progetto di questa legge, Championnet fu richiamato, e Magdonald, che a lui successe, fu ben lontano dal voler sanzionare ciò che il governo avea fatto. Si dovette aspettare Abrial, il quale fu ragionevole e giusto. Ma intanto il tempo era scorso, ed il timore di disgustar diecimila potenti fece perdere ai francesi ed alla repubblica l’occasione di guadagnar gli animi di cinque milioni.

È degna di osservazione la differenza che passa tra la discussione che sulla feudalitá vi fu in Francia e quella che vi è stata tra noi. Parlando della prima, Anquetil dice che la discussione dell’Assemblea incominciò da una proposizione fatta per render sicura l’esazione delle rendite a coloro che ne possedevano i diritti, e, passando da idea in idea, si finí coll’abolizione di tutti i diritti.

In Francia s’incominciò dalle massime moderate e si passò alle esagerate; in Napoli da queste si ritornò a quelle. Ed era ciò nell’ordine della natura, perché noi riprendevamo le idee dal punto istesso nel quale le avean lasciate i francesi. Quindi è che tra noi furono piú esagerate le opinioni de’ privati che le idee del governo. Il governo seguí la massima che le leggi sulle proprietá hanno una giustizia propria, la quale consiste nel far sí che ciascuno perda il meno che sia possibile; e, nel caso della riforma feudale, si può far in modo che guadagnino ambedue i partiti. Io per me son sicuro che i feudatari potrebbero guadagnar piú con una legge nuova che colle antiche. I diritti feudali si sostengono pel solo uso del fòro. Da che fu imposto tra noi l’obbligo ai giudici di dettar le loro sentenze sul testo espresso della legge, i diritti feudali sono stati di giorno in giorno aboliti, e col tempo lo saranno tutti. Ma una legge nuova dovea considerarsi piuttosto come una transazione che come un decreto; ed il lunghissimo possesso poteva per essa acquistar forza di titolo. La nuova legge feudale non dovea aver per iscopo né chimerica eguaglianza di beni né revindica di domíni, ma solamente di liberare il popolo da tutto ciò che turbava l’esercizio dell’autoritá pubblica, comprimeva e distruggeva l’industria ed impediva la libera circolazione delle proprietá.

(35) Nella Francia vi fu ne’ primi giorni dalla rivoluzione una legge feudale, ma essa non riformò che i disordini piú orribili, i quali non vi erano piú tra noi. La feudalitá in Francia era piú gravosa che in Napoli. Noi dovevamo incominciare precisamente dal punto in cui eransi arrestate le leggi francesi. Or questa seconda riforma era stata fatta in Francia dalla guerra civile.

XXV

RELIGIONE

Oggi le idee de’ popoli di Europa sono giunte a tale stato, che non è possibile quasi una rivoluzione politica senza che strascini seco un’altra rivoluzione religiosa, doveché prima la rivoluzione religiosa era quella che per lo piú produceva la politica. Da ciò forse nasce che le rivoluzioni moderne abbiano meno durata delle antiche? (36).

In Francia la parte della rivoluzione religiosa dovette esser violenta, perché violento era lo stato della nazione a questo riguardo. Si riunivano in Francia tutti gli estremi. Essa avea innalzata in Europa l’autoritá papale; essa era stata la prima a scuoterne il giogo, ma scuotendolo non l’avea rotto come si era fatto in Inghilterra, ma le antiche idee erano rimaste per materia di eterne dispute su degli oggetti che conviene solamente credere. Il clero era continuamente alle prese con Roma; i parlamenti lo erano col clero; la corte ondeggiava tra il clero, i parlamenti e Roma. La nazione non si potea arrestare ai primi passi, una volta dati: l’incredulitá venne dietro all’esame; ma, nata in mezzo ai partiti, risvegliar dovette la gelosia dei potenti, e si vide in Francia la massima tolleranza ne’ filosofi e la massima intolleranza nel governo e nella nazione. Poche nazioni di Europa possono, in questo pregio di barbara intolleranza, contendere coi colti ed umani francesi.

La nazione napolitana trovavasi in uno stato meno violento. La religione era un affare individuale; e, siccome esso non interessava né il governo né la nazione, cosí le ingiurie fatte agli dèi si lasciavano agli dèi istessi. Il popolo napolitano amava la sua religione, ma la religione del popolo non era che una festa, e, purché la festa se gli fosse lasciata, non si curava di altro. In Napoli non vi era da temere nessuno de’ mali che l’abuso della religione ha persuasi a tanti popoli della terra.

Il fondo della religione è uno, ma veste nelle varie regioni forme diverse a seconda della diversa indole dei popoli. Essa rassomiglia molto alla favella di ciascuno di essi. In Francia, per esempio, al pari della lingua, è piú didascalica che in Italia; in Italia è piú poetica, cioè piú liturgica, che in Francia. In Francia la religione interessa piú lo spirito che il cuore ed i sensi; in Napoli, piú i sensi ed il cuore che lo spirito.

Qual altra nazione di Europa si può vantare di non aver mai prodotta una setta di eresia e di essersi sempre ribellata ogni volta che le si è parlato di Sant’officio e d’Inquisizione? La nazione che ha eretto un tribunale nazionale indipendente dal re contro questa barbara istituzione, che tutte le altre nazioni di Europa hanno almen per qualche tempo riconosciuta e tollerata, deve essere la piú umana di tutte.

In Napoli era facile far delle riforme sulle ricchezze del clero tanto secolare quanto regolare. Una gran parte della nazione era in lite col medesimo per ispogliarlo delle sue rendite, né il rispetto per la religione e per i suoi ministri l’arrestava. Perché dunque, quando queste riforme si vollero tentare dalla repubblica, furono odiate? Perché i nostri repubblicani, seguendo sempre idee troppo esagerate, voleano far due passi nel tempo in cui ne doveano far uno: l’altro avrebbe dovuto venir da sé, e sarebbe venuto. Ma essi, mentre voleano spogliare i preti, volean distruggere gli dèi; si uní

l’interesse dei primi e dei secondi, e si rese piú forte la causa dei primi. Ritorniamo sempre allo stesso principio: si volea fare piú di quello che il popolo volea, e conveniva retrocedere; si potea giugnere alla mèta, ma se ne ignorava la strada.

Conforti credeva che una religione non si possa riformare se non per mezzo di un’altra religione. La religione cristiana ridotta a poco a poco alla semplicitá del Vangelo; riformate nel clero le soverchie ricchezze di pochi e la quasi indecente miseria di molti; diminuito il numero dei vescovati e dei benefici oziosi; tolte quelle cause che oggi separan troppo gli ecclesiastici dal governo e li rendono quasi indipendenti, sempre indifferenti e spesso anche nemici, ecc. ecc.: è la religione che meglio di ogni altra si adatta ad una forma di governo moderato e liberale(37).

Nessun’altra religione tra le conosciute fomenta tanto lo spirito di libertá. La pagana avea per suo dogma fondamentale la forza: produceva degli schiavi indocili e dei padroni tirannici. La religion cristiana ha per base la giustizia universale: impone dei doveri ai popoli egualmente che ai re, e rende quelli piú docili, questi meno oppressori. La religione cristiana è stata la prima che abbia detto agli uomini che Iddio non approva la schiavitú: per effetto della religione cristiana, abbiamo nell’Europa moderna una specie di libertá diversa dall’antica; ed è probabile che i primi cristiani, nella loro origine, altro non fossero che persone le quali volevano, in tempi corrottissimi, ridurre la piú superstiziosa idolatria alla semplicitá della pura ed eterna ragione, ed il piú orribile dispotismo che mai abbia oppresso la cervice del genere umano (tale era quello di Roma) alle norme della giustizia.

Ma gli uomini (diceva Conforti) corrono sempre agli estremi. La filosofia, dopo aver predicata la tolleranza, è diventata intollerante(38), senza ricordarsi che, se non è degno della religione il forzar la religione, non è degno neanche della filosofia. Non è ancora dimostrato che un popolo possa rimaner senza religione: se voi non gliela date, se ne formerá una da se stesso. Ma, quando voi gliela date, allora formate una religione analoga al governo, ed ambedue concorreranno al bene della nazione: se il popolo se la forma da sé, allora la religione sará indifferente al governo e talora nemica. Cosí tutti gli abusi della religione cristiana sono nati da quegli stessi mezzi che si voglion prendere oggi per ripararli.

Conforti credeva che la Francia istessa si sarebbe un giorno ricreduta de’ suoi princípi, e che, quando si credeva di aver distrutti i preti, altro non avea fatto che accrescerne il desiderio, e che avrebbe dovuto renderli di nuovo, contentandosi il governo di potersi restringere a quelle riforme alle quali si sarebbe dovuto arrestare.

Ma gli altri erano lontani dall’avere le idee di Conforti, né seppero mai determinarsi a prendere su tale oggetto un espediente generale (39). Ondeggiando tra lo stato della nazione e gli esempi della rivoluzion di Francia, abbandonarono quest’oggetto importante alla condotta degli agenti subalterni; e questo fu il peggior partito a cui si potessero appigliare. Un atto di forza avrebbe fatto odiare e temere il governo: questa indolenza lo fece odiare e disprezzare nel tempo istesso.

Il popolo si stancò tra le tante opinioni contrarie degli agenti del governo, e provò tanto maggior odio contro i repubblicani quanto che vedeva le loro operazioni essere effetti della sola loro volontá individuale. L’odio contro gl’individui che governano, odio che poco può in un governo antico, è pericolosissimo in un governo nuovo; perché, siccome il governo nuovo è tale quale lo formano gl’individui che lo compongono, il popolo contro gl’individui niun soccorso aspetta da un governo che conosce, e l’odio contro di quelli diventa odio contro di questo.

È un carattere indelebile dell’uomo quello di sostener con piú calore le opinioni proprie che le altrui, piú le opinioni che crede nuove e particolari che le antiche e comuni. Io credo, e fermamente credo, che, se le operazioni che taluni agenti si permisero contro i preti fossero state ordinate dal governo, il loro zelo sarebbe stato minore. La legge nulla determinava: il suo silenzio proteggeva le persone ed i beni degli ecclesiastici; quindi quei pochi agenti del governo, che voleano dare sfogo alle loro idee proprie, si doveano restringere agl’insulti. Or gl’insulti ricadono piú direttamente contro gli dèi, e le operazioni contro gli uomini. La condotta di molti repubblicani era tanto piú pericolosa quanto che si restringeva alle sole parole: mentre si minacciavano i preti, si lasciavano; ed essi ripetevano al popolo che gli agenti del governo l’aveano piú colla religione che coi religiosi, perché, mentre si lasciavano i beni, si attaccavano le opinioni. Si avrebbe dovuto far precisamente il contrario, ed allora tutto sarebbe stato nell’ordine.

Il governo si avvide, ma tardi, dell’errore: volle emendarsi e fece peggio. Il popolo comprese che il governo operava piú per timore che per interna persuasione; e, quando ciò si è compreso, tutto è perduto.

(36) Rousseau, domandato dall’autore de’ Studi della natura perché mai, con tanto amore per l’umanitá e tanto disgusto per gli uomini, non avea imitato Penn e non si era ritirato con pochi saggi a fondare una colonia in America, rispose: -Qual differenza! Si credeva nel secolo di Penn, e non si crede piú nel mio! – (37) Queste idee erano giá popolari in Napoli. La disputa sulla chinea avea istruiti tutti sulla legittimitá di un concilio nazionale. Si era veduto un gran prelato declamare contro l’abuso delle indulgenze e del celibato, e ciò senza scandalo.
(38) Lo stesso cammino tenne il cristianesimo, che in origine non fu che filosofia. Cominciò dal predicar la tolleranza: essa non era venuta per i soli figli di Abramo, ma per tutte le genti; ma in seguito, divenuta dominante, neanche i figli di Abramo furono da lei risparmiati.
(39) Rendiamo giustizia ai migliori tra’ nostri. Essi intendevano l’importanza delle opinioni religiose in un popolo.

XXVI

TRUPPA

Un governo nuovo ha piú bisogno di forza che un governo antico, perché l’esecuzione della legge, per quanto sia giusta, non può esser mai con sicurezza affidata al pubblico costume: gli scellerati, che non mancano giammai, hanno campo maggiore di calunniarla e di eluderla; ed i deboli sono piú facilmente sedotti o trascinati nell’ondeggiar dubbioso tra le antiche opinioni e le nuove.

I francesi impedirono però ogni organizzazione di forza nella repubblica napolitana. Il primo loro errore fu quello di temer troppo la capitale; il secondo, di non temere abbastanza le province.

Essi non aveano truppa per inviarvene, e di ciò non poteano esser condannati; ma essi non permisero che si organizzasse truppa nazionale che vi potesse andare in loro vece, e di ciò non possono esser scusati.

Dagli avanzi dell’esercito del re di Napoli si potea formare sul momento un corpo di trentamila uomini, di persone che altro non chiedevano che vivere. Essi formavano il fiore dell’esercito del re, poiché erano quelli appunto che erano stati gli ultimi a deporre le armi. Tra questi, per il loro coraggio, si distinsero i «camisciotti»: contesero a palmo a palmo il terreno fino al castello del Carmine. Ciò dovea farli stimare, e li fece odiare. Furono fatti tutti prigionieri: conveniva o assoldarli per la repubblica o mandarli via. Si lasciarono liberi per Napoli, e furono stipendiati da coloro che in segreto macchinavano la rivoluzione. Si tennero cosí i controrivoluzionari nel seno istesso della capitale.

S’incominciò a raccogliere i soldati del re in Capua, indi un’altra volta in Portici. La repubblica napolitana era in istato di mantenerli; essi avrebbero potuto salvar la patria, salvar l’Italia: ma, appena si vide incominciare l’operazione, che fu proibita. A quei pochissimi soldati che si permise di ritenere non si accordarono se non a stento le armi, che erano tutte nei castelli in potere dei francesi.

Intanto si volea disarmare la popolazione. Come farlo senza forze? Ma i francesi temeano egualmente le popolazioni ed i patrioti; e questo loro soverchio timore fece dipoi che le popolazioni si trovassero armate per offenderli, ed i patrioti per difendersi disarmati. Si ordinava il disarmo, ed

intanto i custodi francesi delle armi, non conoscendo gli uomini e le cose in un paese per essi nuovo, le vendevano; e ne compravano egualmente tanto il governo repubblicano, a cui era giusto restituirle senza paga, quanto i traditori, a cui era ingiusto darle anche con paga. I mercenari, che avrebbero potuto diventar nostri amici, non avendo onde vivere, passarono a raddoppiar la forza dei nemici nostri.

Oltre di una truppa di linea, si avrebbe potuto sollecitamente organizzare una gendarmeria: allora quando ordinossi a tutt’i baroni di licenziare le loro genti d’armi, costoro sarebbero passati volentieri al servizio della repubblica; essi non sapevano far altro mestiere: abbandonati dalla repubblica, si riunirono agl’insorgenti. Essi avrebbero potuto formare un corpo di cinque in seimila uomini, e tutti valorosi.

Si ordinò congedarsi gli armigeri baronali, e non si pensò alla loro sussistenza; si soppressero i tribunali provinciali, e non si pensò alla sussistenza di tanti individui che componevano le loro forze e che ascendevano ad un numero anche maggiore degli armigeri… – Essi sono dei scellerati – diceva taluno, il quale voleva anche i gendarmi eroi. Ma questi scellerati continuarono ad esistere, poiché era impossibile ed inumano il distruggerli, ed esistettero a danno della repubblica. Erasi obbliato il gran principio che «bisogna che tutto il mondo viva».

L’avea del tutto obbliato De Rensis, allorché pubblicò quel proclama con cui diceva agli uffiziali del re che «a chiunque avesse servito il tiranno nulla a sperar rimanea da un governo repubblicano». Questo linguaggio, in bocca di un ministro di guerra, dir volea a mille e cinquecento famiglie, che aveano qualche nome e molte aderenze nella capitale: – Se volete vivere, fate che ritorni il vostro re. – Questo proclama segnò l’epoca della congiura degli uffiziali. Il proclama fu corretto dal governo col fatto, poiché molti uffiziali del re furono dalla repubblica impiegati. Ben si vide dalle persone che avean senno esser stato esso piuttosto feroce nelle parole che nelle idee, effetto di quella specie di eloquenza che allora predominava, e per la quale la parola la piú energica si preferiva sempre alla piú esatta; ma, io lo ripeto, nelle rivoluzioni passive, quando le opinioni sono varie ed ancora incerte, le parole poco misurate posson produrre gravissimi mali. Le eccezioni, le quali si reputan sempre figlie del favore, non distruggevano le impressioni prodotte una volta dalla legge generale: molti rimasero ancora ondeggianti; moltissimi si trovavano giá aver dati passi irretrattabili contro un governo che credevano ingiusto. La durata della nostra repubblica non fu che di cinque mesi: nei primi gli uffiziali non poterono ottener gradi; negli ultimi non vollero accettarne.

Si vuole dippiú? Degli stessi insorgenti si avrebbero potuto formare tanti amici. Essi seguivano un capo, il quale per lo piú non era che un ambizioso: questo capo, quando non avesse potuto estinguersi, si poteva guadagnare, e le sue forze si sarebbero rivolte a difendere quella repubblica, che mostrava di voler distruggere.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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