Cennino Cennini, “Il libro dell’arte” XII

Cennino Cennini

IL LIBRO DELL’ARTE,

O TRATTATO DELLA PITTURA

DI CENNINO CENNINI

da Colle di Valdelsa; di nuovo publicato, con molte correzioni e coll’aggiunta di più capitoli tratti dai codici fiorentini, per cura di Gaetano e Carlo Milanesi

Firenze.

Felice Le Monnier

1859

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CAPITOLO CXLII.

Come si disegna, si gratta, e si grana un drappo d’oro o d’argento.

Avendo spolverizzato il tuo drappo, abbi uno stiletto di scopa, o di legno forte, o d’osso; punzìo, come stile proprio da disegnare, dall’un de’ lati; dall’altro, pianetto da grattare. E colla punta di questo cotale stile va’ disegnando e ritrovando tutti i tuo’ drappi; e coll’altro lato dello stile va’ grattando, e gittandone giù il colore bellamente, che non vadi sfregando l’oro. E gratta qual tu vuoi, o vuo’ il campo, o vuo’ l’allacciato; e quello che scuopri, quello con la rosetta grana poi. E se in certi trattolini non puo’ mettere la rosetta, abbi solo un punteruolo di ferro che abbi punta come uno stile da disegnare. E per questo modo cominci a saper fare i drappi d’oro. Se vuoi fare drappi d’ariento, quella medesima ragione e condizione si vuole avere a mettere d’ariento che mettere d’oro. Anche ti dico, se vuoli insegnare ai putti o ver fanciulli a mettere d’oro, fa’ lor mettere d’ariento, acciò che ne piglino qualche pratica; perché è men danno.

CAPITOLO CXLIII.

In qual modo si fa un ricco drappo d’oro o d’argento o di azzurro oltramarino; e come si fa di stagno dorato in muro.

Ancora, volendo fare un ricco drappo d’oro, si è da rilevare con foglie o con pietre legate di più colori quel vestire che vuoi fare; mettere poi a distesa d’oro fine; e poi granare, quando è brunito. Ad idem. Mettere tutto il campo d’oro, brunirlo, disegnarvi su il drappo che vuoi fare, o cacciagioni, o altri lavorii. Poi granare il campo o granare lacci, cioè i lavorii disegnati. Ad idem. Mettere il campo d’oro, disegnarvi il lavoro che vuoi, campeggiare ne’ campi d’un verderame ad olio; due volte aombrando alcuna piega; poi universalmente a distesa darne sopra i campi e sopra i lavorii gualivamente. Ad idem. Mettere il campo d’oro, brunirlo, e granarlo a rilievo. Ad idem. Mettere il vestire d’argento; disegnare il tuo drappo quando hai brunito (ché così s’intende sempre), campeggiare il campo, o vero lacci, di cinabro temperato pur con rossume d’uovo; poi di una lacca fine ad olio ne da’ una volta o due sopra ogni lavorìo, sì come laccio in campo. Ad idem. Se vuoi fare un bel drappo d’azzurro oltremarino, metti il tuo vestire d’ariento brunito: disegna il tuo drappo; metti, o vuoi i campi o vuoi i lacci, in questo azzurro temperato con colla. Poi a distesa gualivamente ne da’ sopra i campi, e sopra i lacci: ed è un drappo avvellutato. Ad idem. Campeggia i vestiri, la figura, di quel colore che vuoi aombrarla. Togli poi un pennello di vaio sottile, ed i mordenti. Spolverato che hai, secondo dove vuoi fare i drappi e lacci, lavora di mordenti, come innanzi te ne tratterò. E questi mordenti puoi mettere ad oro od ariento; e rimangono belli drappi, spazzandoli e brunendoli con bambagia. Ad idem. Avendo lavorato di qual colore tu vuoi, sì come ho detto qui di sopra, e volendolo fare cangiante, va’ lavorando sopra l’oro di che colore ad olio tu vuoi, pur che svarii dal campo. Ad idem, in muro. Metti il vestire di stagno dorato; campeggialo del campo che vuoi; spolvera, lavora, e gratta il drappo con lo stile del legno, temperati i colori sempre con rossume d’uovo. E sarà assai bel drappo, secondo muro. Ma di mordenti puo’ tu lavorare così in muro, come in tavola.

CAPITOLO CXLIV.

In qual modo si contraffà in muro il velluto, o panno di lana, e così la seta, in muro e in tavola.

Se vuoi contraffare un velluto, fa’ il vestire, temperato con rossume, di quel colore che vuoi. Poi con pennello di vaio va’ facendo i peluzzi, come istà il velluto, di color temperato ad olio; e fa’ i pelucci grossetti. E per questo modo puo’ fare velluti negri, rossi, e di ciascun colore, temperando nel detto modo. Egli è alcuna volta buono a fare parere in muro un riverscio, o un vestire che paia propio panno di lana. E per tanto, quando hai smaltato, pulito e colorito, riserbati, quello che vuoi fare, di dietro. Abbi tanta assicella piana, poco maggiore di una tavola da giucare; e, con sprizzando acqua chiara col pennello nel detto o su per lo detto luogo, va’ rimenando a tondo con questa assicella. La calcina viene ruvida e mal pulita. Lasciala stare, e coloriscila come sta, senza pulire; e parratti proprio panno, o ver drappo di lana. Ad idem. Se vuoi fare drappo di seta, o in tavola o in muro, campeggia di cinabro, e pallia o ver vitica di minio; o vuoi di sinopia scura, e pallia di cinabro o di giallorino, in muro; e in tavola, d’orpimento o di verde, o vuoi di qual colore tu vuoi, campeggia scuro, e pallia chiaro. Ad idem, in muro in fresco. Campeggia d’indaco, e pallia d’indaco e bianco sangiovanni mescolato insieme. E se di questo colore vuoi lavorare in tavola o in palvesi, miscola l’indaco con biacca temperata con colla: e per questo modo puoi fare de’ drappi assai e di più ragioni, secondo tuo intelletto, e come di ciò ti diletterai.

CAPITOLO CXLV.

Come si colorisce in tavola, e come si stemperano i colori.

Credo che per te medesimo tanto intelletto arai con la tua pratica, che per te medesimo t’ingegnerai, veggendo questo modo, saper lavorare pulitamente di drappi di più maniere. E, per la grazia di Dio, è di bisogno che vegniamo al colorire in tavola. E sappi che ‘l lavorare di tavola è propio da gentile uomo, ché con velluti in dosso puoi fare ciò che vuoi. Ed è vero che il colorire della tavola si fa propio come ti mostrai a lavorare in fresco; salvo che tu svarii in tre cose. L’una, che ti conviene sempre lavorare vestiri e casamenti, prima che visi. La seconda cosa si è, che ti conviene temperare i tuoi colori sempre con rossume d’uovo, e ben temperati: sempre tanto rossume quanto il colore che temperi. La terza si è, che i colori vogliono essere più fini, e ben triati sì come acqua. E, per tuo gran piacere, sempre incomincia a lavorare vestiri di lacca, con quel modo che in fresco ti ho mostrato; cioè lascia il primo grado del suo colore, e togli le due parti colore di lacca, il terzo di biacca. E da questo, temperato che gli è, ne digrada tre gradi, che poco svarii l’uno dall’altro: temperati bene, come t’ho detto, e dichiarati sempre con biacca ben triata. Poi ti reca la tua ancona innanzi: e sempre fa’ che con lenzuolo la tegni coverta, per amor dell’oro e de’ gessi, ché non si danneggino dalla polvere; e che i lavorii t’eschino bene netti tra le mani. Poi piglia un pennello mozzetto di vaio, e incomincia a dare il colore scuro, ritrovando le pieghe in quella parte dove dee essere lo scuro della figura. E all’usato modo piglia il colore di mezzo: e campeggia i dossi e i rilievi delle pieghe scure, e comincia col detto colore a ritrovare le pieghe del rilievo, e inverso il lume della figura. Poi piglia il colore chiaro, e campeggia i rilievi e i dossi del lume della figura. E per questo modo ritorna da capo alle prime pieghe scure della figura col colore scuro. E così, come hai incominciato, va’ più e più volte coi detti colori, mo dell’uno e mo dell’altro, ricampeggiandoli, e ricommettendoli insieme con bella ragione, sfumati con delicatezza. E di questo hai tempo a poterti levare del lavorìo, e per qualche spazio riposarti e ritornarti in su ‘l detto lavorìo che abbi in tavola: vuol essere lavorato con gran piacere. Quando hai finito di campeggiare bene, e di commettere i detti tre colori; del più chiaro fa’ un altro più chiaro, lavando sempre il pennello dall’un colore all’altro; e di questo più chiaro fanne un altro più chiaro, e fa’ che poco svarii dall’uno all’altro. Poi tocca di biacca pura, temperata come detto è; e toccane sopra i maggiori rilievi. E così di mano in mano fa’ degli scuri, per fin che tocchi ne’ maggiori scuri di lacca pura. E abbi a mente, come hai fatto i tuoi colori fatti di grado in grado, così gli metti in tuo’ vasellini di grado in grado, acciò che non erri del pigliarne uno per un altro. E, per lo simile, d’ogni colore che vuoi colorire, tienne questo modo, o vuoi rossi, o bianchi, o gialli, o verdi. Ma se volessi fare un bel colore biffo, togli lacca ben fina e azzurro oltramarino ben fine e sottile; e di questo mescuglio con la biacca fa’ i tuo’ colori, di grado in grado, sempre temperandoli. Se vuoi fare un vestire con azzurro, biancheggiato, per questo modo il dichiara con la biacca; e lavoralo per lo soprascritto modo.

CAPITOLO CXLVI.

Come dèi fare vestiri di azzurro, d’oro, o di porpora.

Se vuoi fare un azzurro, cioè un vestire, né tutto biancheggiato, né tutto campeggiato, togli di tre o di quattro partite di azzurro oltremarino: ché ne troverrai di più ragioni, più chiaro l’un che l’altro. E colorisci secondo il lume della figura, come di sopra ti ho mostrato. E per lo detto modo ne puoi fare in muro con la sopraddetta tempera in secco. E se non volessi fare la spesa di queste medesime partite, troverrai azzurri della Magna. E se volessi drapparli d’oro, anche il puoi fare. E puoi toccarli con un poco di biffo nelli scuri delle pieghe e un poco nelle chiare, ritrovando gentilmente sopra all’oro, le pieghe. E questi tali vestiri ti piaceranno forte, e spezialmente in vestiri di Domeneddio. E volendo vestire Nostra Donna d’una porpora, fa’ il vestire bianco, aombrato d’un poco di biffo chiaro chiaro, che poco svarii dal bianco. Drappeggialo d’oro fine, e poi il va’ ritoccando, e ritrovando le pieghe sopra all’oro d’un poco di biffo più scuro: ed è vago vago vestire.

CAPITOLO CXLVII.

In qual modo si coloriscono i visi, le mani, i piedi, e tutte le incarnazioni.

Fatti che hai e coloriti vestimenti, alberi, casamenti, e montagne, dèi venire a colorire i visi: i quali ti conviene cominciare per questo modo. Abbi un poco di verdeterra con un poco di biacca ben temperata; e a distesa danne due volte sopra il viso, sopra le mani, sopra i piè, e sopra ignudi. Ma questo cotal letto vuole essere a’ visi di giovani con fresca incarnazione, temperato il letto e le incarnazioni con rossume d’uovo di gallina della città, perché sono più bianchi rossumi, che quelli che fanno le galline di contado o di villa, che sono buoni per la loro rossezza a temperare incarnazioni di vecchi e bruni. E dove in muro fai le tue rosette di cinabrese, abbi a mente che in tavola vuol essere con cinabro. E quando dai le prime rosette, non fare che sia cinabro puro, fa’ che vi sia un poco di biacca; e così da’ un poco di biacca al verdaccio che di prima aombri. Poi secondo che lavori e colorisci in muro, per quel medesimo modo fa’ tre maniere d’incarnazioni, più chiara l’una che l’altra; mettendo ciascuna incarnazione nel suo luogo delli spazi del viso: non però appressandoti tanto all’ombre del verdaccio, che in tutto le ricuopra; ma a darle con la incarnazione più scura, alliquidandole e ammorbidandole sì come un fummo. E abbi che la tavola richiede essere più volte campeggiata che in muro; ma non però tanto, che io non voglia che il verde, ch’è sotto le incarnazioni, sempre un poco traspaia. Quando hai ridotto le tue incarnazioni, che ‘l viso stia appresso di bene, fa’ una incarnazione più chiaretta, e va’ ricercando su per li dossi del viso, biancheggiando a poco a poco con dilicato modo, per fino a tanto che pervegna con biacca pura a toccare sopra alcuno rilievuzzo più in fuora che gli altri, come sarebbe sopra le ciglia, o sopra la punta del naso. Poi profila gli occhi di sopra un profiluzzo di negro, con alcuno peluzzo (come istà l’occhio), e le nari del naso. Poi togli un poca di sinopia scura, con un miccino di nero; e profila ogni stremità di naso, d’occhi, di ciglia, di capellature, di mani, di piè, e generalmente d’ogni cosa, come in muro ti mostrai; sempre con la detta tempera di rossume d’uovo.

CAPITOLO CXLVIII.

Il modo di colorire un uomo morto, le capellature, e le barbe.

Appresso di questo parleremo del modo del colorire un uomo morto, cioè il viso, il casso, e dove in ciascun luogo mostrasse lo ignudo, così in tavola come in muro: salvo che in muro non bisogna per tutto campeggiare con verdeterra; pur che sia dato innanzi o vero in mezzo tra l’ombre e le incarnazioni, basta. Ma in tavola campeggia all’usato modo, sì come informato ho d’un viso colorito o vivo; e, per lo usato modo, col medesimo verdaccio aombra. E non dare rosetta alcuna, ché ‘l morto non ha nullo colore; ma togli un poco d’ocria chiara, e digrada da questa tre gradi d’incarnazione, pur con biacca, e temperali a modo usato; dando di queste tali incarnazioni catuna nel luogo suo, sfummando bene l’una con l’altra, sì in nel viso, sì per lo corpo. E per lo simile, quando l’hai appresso che coperta, fa’ di questa chiara un’altra incarnazione più chiara, tanto che riduca le maggiori stremità de’ rilievi a biacca pura. E così profila ogni contorno di sinopia scura con un poco di nero temperato; e chiamerassi sanguigno. E per lo medesimo modo le capellature (ma non che paiano vive, ma morte) con verdacci di più ragioni. E come ti mostrai più ragioni e modi di barbe in muro, per quel modo fa’ in tavola; e così ogni osso di cristiano, o di creature razionali, fa’ di queste incarnazioni sopraddette.

CAPITOLO CXLIX.

Come dèi colorire un uomo ferito, o ver la ferita.

A fare o ver colorire un uomo fedito, o ver fedita, togli cinabro puro; fa’ che campeggi dove vuoi fare sangue. Abbi poi un poco di lacca fina, temperata bene a modo usato; e va’ per tutto aombrando questo sangue o gocciole o fedite, o come si sia.

CAPITOLO CL.

In che modo si colorisce un’acqua o un fiume, con pesci o senza, in muro e in tavola.

Quando volessi fare un’acqua, un fiume, o che acqua tu volessi, o con pesce o sanza, in muro o vero in tavola; in muro, togli quel medesimo verdaccio che aombri i visi in su la calcina; fa’ i pesci, aombrando con questo verdaccio pur sempre l’ombre in su’ dossi: avvisandoti ch’e pesci, e generalmente ogni animale irrazionale, vuole avere il suo scuro di sopra e ’l lume di sotto. Poi, quando hai aombrato di verdaccio, biancheggia di sotto di bianco sangiovanni, in muro; e in tavola, con biacca: e va’ facendo sopra i pesci alcuna ombra del medesimo verdaccio, e per tutto ’l campo. E se volessi fare alcuno disvariato pesce, cardalo d’alcune spine d’oro. In secco dare puoi a distesa, per tutto ’l campo, verderame ad olio; e per questo modo ancora in tavola. E se non volessi fare ad olio, togli verdeterra o verde azzurro, e cuopri per tutto ugualmente; ma non tanto, che non traspaia sempre pesci e onde d’acqua; e, se bisogna, le dette onde biancheggiale un poco in muro con bianco, e in tavola con biacca temperata. E questo ti basti al fatto del colorire; e pervegniamo all’arte dell’adornare. Ma prima diremo de’ mordenti.

CAPITOLO CLI.

Il modo di fare un buon mordente per mettere d’oro panni e adornamenti.

El si fa un mordente, il quale è perfetto in muro, in tavola, in vetro, in erro, e in ciascheduno luogo; il quale si fa in questo modo. Tu torrai il tuo olio cotto al fuoco o al sole, cotto per quel modo che indietro t’ho mostrato; e tria con questo olio un poco di biacca e di verderame; e quando l’hai triato come acqua, mettivi dentro un poco di vernice, e lascialo bollire un poco ogni cosa insieme. Poi togli un tuo vasellino invetriato, e mettivilo dentro, e lascialo godere. E come ne vuoi adoperare, o per panni o per adornamenti, togline un poco in un vasellino, e uno pennello di vaio fatto in un bucciuolo di penna di colombo o di gallina, e fallo ben sodetto e punzìo, e che la punta esca poco poco fuori del bocciuolo. Poi intigni poca cosa della punta in nel mordente, e lavora i tuoi adornamenti e i tuo’ fregi. E, come ti dico, fa’ che ’l pennello non sia mai troppo carico. La ragione: ché ti verrà fatto i tuoi lavori come capelli sottili, ch’è più vago lavoro. Voglia innanzi sentare più a fargli; poi aspetta di dì in dì. Tasta poi questi lavori col dito anellario della man diritta, cioè col polpastrello; e se vedi che piccola cosa morda e tegna, allora togli le pinzette, taglia un mezzo pezzo d’oro fino, o d’oro di metà, o d’ariento (benché non durano), e mettilo sopra il detto mordente. Calcalo con bambagia, e poi col detto dito va’ leccando di questo pezzo d’oro, e mettendone sopra il mordente che non n’ha. E non far con altro polpastrello di dito, ché egli è il più gentile che abbi la mano: e fa’ che le tue mani sien sempre nette. Avvisandoti che l’oro che si mette in su’ mordenti, spezialmente in questi lavori sottili, vuole essere il più battuto oro e il più fiebole che possi trovare: ché s’egli è sodetto, non puoi adoperarlo sì bene. Quando l’hai per tutto mettuto d’oro; se vuoi, il puoi lasciare stare in nell’altro dì; e poi togli una penna, e spazza per tutto: e se vuoi ricogliere il detto oro che casca, o vero spazzatura, serbalo; ch’è buono per orefici, o per tua fatti. Poi togli della bambagia ben netta e nuova, e va’ brunendo perfettamente il tuo fregio mettuto d’oro.

CAPITOLO CLII.

Come puoi temperare questo mordente per mettere più presto d’oro.

Se vuoi che questo mordente, detto di sopra, duri otto dì; innanzi che sia da mettere d’oro, non vi mettere verderame. Se vuoi che duri quattro dì, mettivi un poco di verderame. Se vuoi che ’l mordente sia buono dall’un vespero all’altro, mettivi dentro assai verderame, e ancora un miccino di bolo. E se trovassi che nessuna persona ti biasimasse il verderame, perché non pervenisse a contaminare l’oro, làsciati dire; ché io l’ho provato che l’oro si conserva bene.

CAPITOLO CLIII.

Il modo di fare un altro mordente coll’aglio; e dove sia meglio adoperarlo.

È un altro mordente, il quale si fa per questo modo. Togli agli mondi, in quantità di due o tre scodelle o una; pestagli in mortaio, strucali con pezza lina due o tre volte. Piglia questo sugo, e tria con esso un poco di biacca e di bolo, sottile quanto più puoi al mondo. Poi l’asuna; mettilo in un vasello, cuoprilo e conservalo: ché quanto più è vecchio e antico, tanto più è migliore. Non torre aglietti né agli giovani; togli d’un mezzo tempo. E quando vuoi adoperare del detto mordente, mettine un poco in un vasellino invetriato, e con poca d’orina, e rimena con un fuscellino bellamente tanto, a tuo modo, ch’al detto tuo pennello corra da poterlo abilmente lavorare. E per lo sopraddetto modo, passando mezza ora, il puoi mettere d’oro per lo modo sopraddetto. E questo mordente ha questa natura, che ’l ti aspetta di mettere d’oro mezza ora, un’ora, un dì, una settimana, un mese, un anno, e quanto vuoi. Tiello pur bene coperto, e guardalo dalla polvere. Questo cotal mordente non si difenderebbe né da acqua né da umido: ma in chiese, e dove fusse coperto e mura di mattoni; ma la sua natura è in tavola e in ferro, o dove fusse cosa che si avessi a vernicare con vernice liquida. E questi modi di queste due generazioni mordenti ti bastino.

CAPITOLO CLIV.

Del vernicare.

A me pare avere detto assai del modo del colorire in muro, in fresco, in secco, e in tavola. Mo sopperremo al modo del colorire, e mettere d’oro, e miniare in carta. Ma prima voglio che vediamo il modo del vernicare in tavola o vero ancona, e qualunque altro lavorìo si fusse, fuori che in muro.

CAPITOLO CLV.

Del tempo e del modo di vernicare le tavole.

Sappi che ’l più bello e migliore vernicare che sia, si è che quanto più indugi dopo il colorire della tavola, tanto è migliore. E dico: bene indugiando parecchi anni, e per lo meno uno, e più ti riesce fresco il tuo lavoro. La ragione: il colorire per natura ha quella condizione che ha l’oro, che non vuole per compagnia d’altri metalli; e per costante hanno i colori, che, quando sono insieme con le loro tempere, non vogliono altro mescuglio d’altre tempere. La vernice è un licore forte, ed è dimostrativo, e vuole in tutto essere ubbidito, e annulla ogni altra tempera. E di subito, come la distendi sopra il tuo lavoro, di subito ogni colore perde di sua forza, e conviengli ubbidire alla vernice, e non ha mai più possanza d’andarsi ricreando con la sua tempera. Ond’egli è buono a indugiare a invernicare più che puoi; ché verniciando poi ch’e’ colori con le loro tempere abbin fatto loro corso, e’ rivengono poi freschissimi e belli, restando verdanti nella medesima forma sempre. Adunque togli la tua vernice liquida e lucida e chiara la più che possi trovare. Metti la tua ancona al sole, e spazzala; forbila dalla polvere e da ogni fastidio, quanto più puoi; e guarda che sia tempo sanza vento, perché la polvere è sottile, e ogni volta che ‘l vento te la traportasse sopra il tuo lavoro, non potresti bene con abil modo ridurlo a nettezza. Potresti bene essere in luoghi, come sono prati d’erbe, o in mare, che la polvere non ti potrebbe dare impaccio. Quando hai la tavola riscaldata dal sole, e medesimamente la vernice, fa’ che la tavola stia piana; e con la mano vi distendi per tutto questa vernice, sottilmente e bene. Ma guarti di non andare di sopra all’oro, ché non gli piace compagnia di vernice, né d’altri licori. Ancora se non vuoi fare con mano, togli un pezzoletto di spugna ben gentile, intinta nella detta vernice; e rullandola con la mano sopra l’ancona, vernica per ordine, e leva e poni come fa bisogno. vernica per ordine, e leva e poni come fa bisogno. Se volessi che la vernice asciugasse sanza sole, cuocila bene in prima; ché la tavola l’ha molto per bene a non essere troppo sforzata dal sole.

CAPITOLO CLVI.

Come in corto tempo puoi far parere invernicata una pittura.

Per parere che in corto tempo un tuo lavoro paia invernicato, e non sia, togli chiara d’uovo ben rotta con la scopa quanto si può più, tanto che pervegnia spuma ben soda; lasciala stillare una notte. Togli in un nuovo vascelletto quella ch’è istillata, e con pennello di vaio ne da’ a distesa sopra i tuoi lavori; e parranno vernicati, e ancora sono più forti. Questo cotale invernicare ama molto le figure distagliate, o del legno o di pietra; e vernicare per questo modo i loro visi e mani e ogni loro incarnazioni. E questo basti a dire sopra il vernicare; e diremo del colorire e miniare in carta.

CAPITOLO CLVII.

In che modo dèi miniare e mettere d’oro in carta.

Prima, se vuoi miniare, conviene che con piombino o vero stile disegni figure, fogliami, lettere, o quello che tu vuoi, in carta, cioè in libri; poi conviene che con penna sottilmente raffermi ciò che hai disegnato. Poi ti conviene d’avere d’un colore cioè d’un gesso, il quale si chiama asiso, e fassi per questo modo, cioè: abbi un poco di gesso sottile, e un poco di biacca, men che per terza parte del gesso; poi togli un poco di candi, men che la biacca. Tria queste cose con acqua chiara sottilissimamente. Poi ’l ricogli; lascialo seccare sanza sole. Quando ne vuoi adoperare per mettere d’oro, to’ne un poco, quello che per bisogno ti fa; e distemperalo con chiara d’uovo bene sbattuta, come di sopra t’hone insegnato. E tempera con essa questo mescuglio. Lascialo seccare. Poi abbi il tuo oro: e con l’alito, e senza alito, il puo’ mettere. E mettudo in su l’oro, abbi il tuo dentello o pietra da brunire, e bruniscilo; ma tieni sotto la carta una tavoletta soda di buono legname, e ben pulita; e quivi su brunisci. E sappi che di questo asiso puoi scrivere con penna lettere, campi, e ciò che vuoi; ch’è perfettissimo. E innanzi che lo metta d’oro, guarda s’è di bisogno con punta di coltellino raderlo, e spianarlo, o nettarlo di niente; ché alcuna volta il tuo pennelletto pone più in un luogo che in un altro. Di ciò ti guarda sempre.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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