Cennino Cennini, “Il libro dell’arte” XI

Cennino Cennini

IL LIBRO DELL’ARTE,

O TRATTATO DELLA PITTURA

DI CENNINO CENNINI

da Colle di Valdelsa; di nuovo publicato, con molte correzioni e coll’aggiunta di più capitoli tratti dai codici fiorentini, per cura di Gaetano e Carlo Milanesi

Firenze.

Felice Le Monnier

1859

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CAPITOLO CXXV.

Come dèi improntare alcuno rilievo per adornare alcuni spazi d’ancone.

Perché ragioniam del rilevare, te ne dirò alcuna cosa. Di questo tal gesso, o più forte di colla, puoi buttare alcuna testa di leone, od altre stampe stampate in terra o vero in crea. Ungi la detta stampa con olio da bruciare, mettivi di questo gesso ben temperato, e lascialo bene fredare; e poi dal lato della detta stampa solleva il gesso con punta di coltellino, e soffia forte. Usciranne netta. Lasciala seccare. Poi in alcun adornamento metti con questo modo, del gesso medesimo che ingessi, o con quello che rilievi; ungi col pennello dove vuoi mettere la detta testa; calcala col dito, e fermerassi per ordine. Poi togli del detto gesso, e col detto pennello di vaio, alla parte che rilievi, danne una volta o due, stropicciando col dito su per la detta impronta; e lasciala godere. Va’ poi con punta di coltellino ricercandola, se nessuno nocchiolino vi fusse, e tollo via.

CAPITOLO CXXVI.

Come si dee smaltare ciascun rilievo di muro.

Ancora ti dirò del rilevare in muro. Prima e’ sono certi lavorii di muro ritondi, o foglie, che non si può con cazzuola smaltare. Abbi della calcina ben tamigiata, e sabbion ben tamigiato; metti in un catino; e con pennello di setole grosso e con acqua chiara, distempera bene a modo di una pasta; e danne col detto pennello per li detti luoghi più volte. Poi pulisci con cazzuola, e rimarrà bene smaltata. E lavorala fresca e secca, come se’ avvisato in lavorare in fresco.

CAPITOLO CXXVII.

Come si rilieva con calcina in muro; come rilievi con gesso in tavola.

Ancora della predetta calcina, triata un poco in su la pietra, puoi rilevare in muro ciò che tu vuoi; così, come ti ho detto in tavola, puoi pure nella calcina e intonaco fresco.

CAPITOLO CXXVIII.

Come si fa alcuno rilievo tratto d’impronta di prieta, e come son buoni in muro e in tavola.

Ancora puoi avere una pietra, distagliata di divise di qual ragione che vuoi, e ungere la detta pietra con lardo o con sugna. Poi avere dello stagno battuto; e con stoppa alcuna cosa bagnata, mettendola sopra lo stagno ch’è sopra la ’mpronta, e battendolo forte con uno magliuolo di salico, quanto puoi. Abbi poi gesso grosso macinato con colla, e con la istecca riempi questa cotale stampa. Ne puoi adornare in muro, in coffani, in prieta, in ciò che vuoi; mettendo poi di mordente di sopra lo stagno; e, quando morde un poco, metterlo d’oro fine. Attaccala poi al muro quando è secco, con pece di nave.

CAPITOLO CXXIX.

Come si può rilevare in muro con vernice.

Ancora puoi rilevare in muro. Abbi vernice liquida, mescolata con farina ben triata insieme: e rileva con pennello puntìo di vaio.

CAPITOLO CXXX.

Come si può rilevare in muro con cera.

Ancora puoi rilevare in muro con cera istrutta e con pece di nave, miscolate insieme: le due parti cera, la terza pece. Rileva con pennello. Che sia calda.

CAPITOLO CXXXI.

Come si mette il bolio in tavola, e come si tempera.

Ritornando al nostro dire di prima; quando hai finito di rilevare la tua ancona, abbi bolio armenico, e to’lo buono. Accostalo al tuo labbro di sotto; se vedi che si attacchi, quello è fine. Ora ti conviene saper fare la tempera perfetta a mettere di oro. Abbi la chiara dell’uovo in scodella invetriata, ben netta. Togli una scopa con più rami, tagliata gualiva; e, come rompessi lo spinace o ver minuto, così rompi questa chiara, tanto che venga piena la scodella d’una schiuma soda, che paia neve. Poi abbi un bicchiere comune, non troppo grande, e non in tutto pien d’acqua ben chiara; e mettila sopra la detta chiara della scodella. Lasciala riposare e stillare dalla sera alla mattina. Poi, con questa tempera, macina il detto bolio tanto, quanto più puoi. Abbi una spugna gentile; lavala bene; e intignila in acqua ben chiara; priemila. Poi, dove vuoi mettere d’oro, va fregando gentilmente con questa spugna non troppo bagnata. Poi con un pennello grossetto di vaio stempera di questo bolio, macinato liquido sì come acqua, per la prima volta; e dove vuoi mettere d’oro, e dove hai bagnato colla spugna, va’ mettendo di questo bolio distesamente, guardandoti dalle ristate che fa alcuna volta il pennello. Poi sta’ un pezzetto: rimetti di questo bolio nel tuo vaselletto, e fa’ che sia la seconda volta con più corpo di colore. E per lo simile modo ne da’ la seconda volta. Ancora il lascia stare un poco: poi vi rimetti su nel detto vasello più bolio, e rimetti all’usato la terza volta, guardandoti dalle ristate. Poi vi rimetti nel detto vasello più bolio, e per lo simile modo da’ la quarta volta: e per questo modo rimarrà mettudo di bolio. Ora si vuole coprire con tela il detto lavoro, guardandolo, quanto più puoi, dalla polvere e dal sole e dall’acqua.

CAPITOLO CXXXII.

Altro modo da temperare bolio in tavola, da mettere d’oro.

Ancora si può fare la detta tempera in un altro modo. A macinare il bolo, togli l’albume dell’uovo, e così intero il metti su la pietra proferitica. Poi abbi il bolo spolverizzato: intridilo in questo albume. Poi ’l macina bene e sottilmente; e quando ti si risecca infra le mani, aggiungi in su la pietra acqua ben chiara e netta. Poi, quando è ben macinato, temperalo corrente a pennello, pur d’acqua chiara; e, per lo simile modo detto di sopra, ne da’ sopra il tuo lavoro tre, o quattro volte. Ed è a te più sicuro questo modo che altra tempera, non avendo molta pratica. Cuopri bene la tua ancona, o ver tavola, e guardala dalla polvere, come detto ho.

CAPITOLO CXXXIII.

Come si può mettere d’oro con verdeterra in tavola.

Ancora secondo che usavano gli antichi puoi fare; cioè impannare di tela a distesa tutta l’ancona innanzi che ingessi; e poi mettere di oro con verdeterra, macinando il detto verdeterra a qual modo vuoi, di queste due ragioni tempere, che di sopra t’ho insegnato.

CAPITOLO CXXXIV.

Di che modo si mette l’oro in tavola.

Come viene tempo morbido e umido, e tu voglia mettere d’oro, abbi la detta ancona riversciata in su due trespoli. Togli le penne tue: e spazza bene; togli un raffietto, va’ con leggier mano cercando il campo del bolo. Se nulla puzza, e nocciolo o granellino vi fusse, mandalo via. Piglia una pezza di lesca di panno lino, e va’ brunendo questo bolio con una santa ragione. Ancora brunendolo con dentello, non può altro che giovare. Quando l’hai così brunito e ben netto, togli un migliuolo, presso a pieno d’acqua chiara ben netta, e mettivi dentro un’ poca di quella tempera di quella chiara dell’uovo. E se fusse niente stantìa, tanto è migliore. Rimescola bene in nel migliuolo con la detta acqua. Togli un pennello grossetto di vaio, fatto di puntole di codole, come dinanzi ti dissi; togli il tuo oro fine, e con un paio di mollette o vero pinzette piglia gentilmente il pezzo dell’oro. Abbi una carta tagliata di quadro, maggiore che ’l pezzo dell’oro, scantonata da ogni cantone. Tiella in man sinistra; e con questo pennello, con la man diritta, bagna sopra il bolio tanto, quanto de’ tenere il detto pezzo d’oro che hai in mano. E gualivamente bagna, che non sia più quantità d’acqua più in un luogo che in un altro; poi gentilmente accosta l’oro all’acqua sopra il bolio; ma fa’ che l’oro esca fuori della carta una corda, tanto che la paletta della carta non si bagni. Or, come hai fatto che l’oro tocchi l’acqua, di subito e presto tira a te la mano con la paletta. E se vedi che l’oro non sia in tutto accostato all’acqua, togli un poco di bambagia nuova, e leggieri quanto puoi al mondo, calca il detto oro. E così metti per questo modo degli altri pezzi. E quando bagni per lo secondo pezzo, guarda d’andare col pennello sì rasente il pezzo mettuto, che l’acqua non vada di sopra. E fa’ che soprapponga, con quel che metti, quel ch’è messo, una corda: prima alitando sopra esso, perché l’oro s’attacchi in quella parte dove è soprapposto prima. Come hai mettudo da tre pezzi, ritorna a calcare con la bambagia il primo, alitando sopra esso, e dimostreratti se ha di bisogno di niuna menda. Allora ti apparecchia un cuscinello grande come un mattone, o ver pietra cotta, cioè un’asse ben piana, confittovi su un cuoio gentile, ben bianco, non unto, ma di que’ che si fa i sovatti. Chiavalo ben distesamente, e riempi, tra ’l legno e ’l cuoio, d’un poco di cimatura. Poi in su questo tale cuscinello mettivi su un pezzo d’oro ben disteso; e con una mella ben piana taglia il detto oro a pezzuoli, come per bisogno ti fa. Alle mende che rimangono, abbi un pennelletto di vaio con punta, e con la detta tempera bagna le dette mende; e così bagnando co’ labbri un poco da capo l’asticciuola del pennello, sarà sufficiente a pigliare el pezzolino dell’oro e metterlo sopra la menda. Quando hai fornito i piani bene che a te sta di metterne, sì che per quel dì il possa brunire (come ti dirò quando hai a mettere cornici o foglie), guarda di cogliere i pezzetti così come fa il maestro che vuole inseliciare la via; acciò che sempre vadia risparmiando l’oro, il più che puoi facendone masserizia, e cuoprendo con fazzuoli bianchi quell’oro che hai mettudo.

CAPITOLO CXXXV.

Che pietre son buone a brunire il detto oro mettuto.

Quando comprendi che ’l detto oro sia da brunire, abbi una pietra che si chiama lapis amatita: la quale ti voglio insegnare com’ella si fa. E non avendo questa pietra (e migliore è, a chi potesse fare la spesa, zaffiri, smeraldi, balasci, topazi, rubini, e granati; quanto la pietra è più gentile tanto è migliore), ancora è buono dente di cane, di leone, di lupo, di gatto, di leopardo, e generalmente di tutti animali che gentilmente si pascono di carne.

CAPITOLO CXXXVI.

Come si fa la pietra da brunire oro.

Abbi un pezzo di lapis amatita, e guarda di sceglierla ben salda, senza nessuna vena, col tiglio suo tutto disteso da capo a piè. Poi vattene alla mola, e arruotala, e falla ben piana e pulita, di larghezza di due dita, o come puoi fare. Poi abbi polvere di smeriglio, e valla bene acconciando, senza abbi taglio, pure un poco di schiena; ritonda bene in ne’ canti. Poi la commetti in uno manichetto di legno con ghiera d’ottone o di rame; e da capo fa’ che ’l manico sia ben ritondo e pulito, acciò che la palma della mano vi si posi ben su. Poi dàlle il lustro per questo modo. Abbi un proferito ben piano: mettivi su polvere di carbone; e con questa pietra, inforcandola bene in mano sì come brunissi, va’ brunendo su per lo proferito; e avviene che la tua pietra si assoda, e diviene ben negra e rilucente che pare un diamante. Allora se ne vuole avere gran guardia, che non si percuota, né tocchi ferro. E quando la vuoi adoperare per brunire oro o ariento, tiella prima in seno per cagione che non senta di nessuna umidezza, ché l’oro è molto schifo.

CAPITOLO CXXXVII.

Come si dee brunire l’oro, o porre rimedii quando non si potesse brunire.

Ora è di bisogno di brunire l’oro, perché n’è venuto il tempo suo. Egli è vero che di verno tu puoi mettere d’oro quanto vuoi, essendo il tempo umido e morbido, e non alido. Di state, un’ora mettere d’oro, un’altra brunire. Mo sarà egli troppo fresco, e verrà una cagione che ti converrà brunire? tiello in luogo che senta alcun vampore di caldo, o dell’aiere. Mo sarà troppo secco? tiello in luogo umido, sempre coverto; e, quando lo vuoi ben brunire, scuoprilo piano con sentimento, ché ogni piccola fregatura gli dà impaccio. Mettendolo in canove a pie’ delle veggie, o ver botti, riviene da brunire. Mo sarà stato otto o dieci dì o un mese, che per qualche cosa non si sarà potuto brunire? togli un fazzuolo, o vero sciugatoio, ben bianco; mettilo sopra il tuo oro in canova, o dove sia. Poi abbia un altro fazzuolo: bagnalo in acqua chiara, storcilo, e strucalo ben diligentemente; aprilo, e distendilo sopra il primo fazzuolo che hai mettudo in su l’oro asciutto; e statim riviene l’oro da poterlo brunire. Ora ti ho detto le condizioni del modo, quando l’oro è atto a lasciarsi brunire.

CAPITOLO CXXXVIII.

Ora ti mostrerò il modo di brunire, e per che verso, spezialmente un piano.

Togli la tua ancona, o quel che sia mettudo di oro. Dispianala in su due trespidi, o in su panca. Togli la tua prieta da brunire, e fregatela al petto, o dove hai miglior panni che non sieno unti. Riscaldala bene: poi tasta l’oro, se vuole essere ancora brunito; vallo palpone tastandolo sempre con dubbio. Se senti alla prieta niente di polvere, o che sgrigioli di niente, sì come farebbe la polvere fra’ denti, togli una codola di vaio, e con leggiera mano spazza sopra l’oro. E così a poco a poco va’ brunendo un piano prima per un verso, poi con la prieta, menandola ben piana, per altro verso. E se alcuna volta, per lo fregare della pietra, t’avvedessi l’oro non essere gualivo come uno specchio; allora togli dell’oro, e mettivene su a pezzo o mezzo pezzo, insieme alitando prima col fiato; e di subito colla prieta a brunillo. E se t’avvenisse caso, che pure il piano dell’oro isdegnasse, che non venisse bene a tuo modo; ancora per quel modo ve ne rimetti. E se potesse comportare la spesa, sarebbe perfetta cosa, e per tuo onore, a quel modo rimettere tutto ’l campo. Quando vedrai che sia ben brunito, allora l’oro viene squasi bruno per la sua chiarezza.

CAPITOLO CXXXIX.

Che oro e di che grossezza è buono a mettere per brunire e per mordenti.

Sappi che l’oro che si mette in piani, non se ne vorrebbe trarre del ducato altro che cento pezzi, dove se ne trae cento quarantacinque; però che quel del piano vuole essere oro più appannato. E guarda, quando vuoi cognoscere l’oro, quando il comperi, toglilo da persona che sia buon battiloro. E guarda l’oro; che se ’l vedi mareggiante e tosto, come di carta di cavretto, allora tiello buono. In cornici o in fogliami si passa meglio d’oro più sottile; ma per li fregi gentili delli adornamenti de’ mordenti, vuole essere oro sottilissimo e ragnato.

CAPITOLO CXL.

Come dèi principalmente volgere le diademe, e granare in su l’oro, e ritagliare i contorni delle figure.

Quando hai brunito e compiuto di mettere la tua ancona, a te conviene principalmente torre il sesto: voltare le tue corone o ver diademe: granarle, cogliere alcuni fregi: granarle con istampe minute che brillino come panico; adornare d’altre stampe, e granare se vi è fogliami. Di questo di bisogno è che ne vegga alcuna pratica. Quando hai così ritrovate le diademe e i fregi, togli in uno vasellino un poca di biacca ben triata con un poca di colla temperata; e con pennello picciolo di vaio va’ coprendo e ritagliando le figure del campo, sì come vedrai quelli segnolini che grattasti colla agugella, innanzi che mettessi di bolo. Ancora, se vuoi fare senza ritagliare con biacca e pennello, togli i tuo’ ferretti, e radi tutto l’oro ch’è di avanzo, o che va sopra la figura: ed è migliore lavoro. Questo granare che io ti dico, è de’ belli membri che abbiamo: e puossi granare a disteso, come ti ho detto; e puossi granare a rilievo; che con sentimento di fantasia e di mano leggiera tu puoi in un campo d’oro fare fogliami e fare angioletti e altre figure che traspaiano nell’oro; cioè nelle pieghe e nelli scuri non granare niente; ne’ mezzi un poco, ne’ rilievi assai; perché il granare, tanto viene a dire, chiareggiare l’oro; perché per se medesimo è scuro dove è brunito. Ma prima che grani una figura o fogliame, disegna in sul campo dell’oro quello che tu vuoi fare, con stile d’argento o ver d’ottone.

CAPITOLO CXLI.

Come dèi fare un drappo d’oro o negro o verde, o di qual colore tu vuoi, in campo d’oro.

Innanzi che entri a colorire, ti voglio mostrare a fare alcun drappo d’oro. Se vuoi fare un mantello o una gonnella o un cuscinello di drappo d’oro, metti l’oro con bolio, e gratta le pieghe del vestire con quello ordine che t’ho insegnato a mettere un campo. Poi, se vuoi fare il drappo rosso, campeggia questo cotale oro brunito, con cinabro. Se bisogna dargli scuro, dagliele di lacca; se bisogna biancheggiallo, dagliele di minio, tutti temperati di rossume d’uovo; non fregando però il tuo pennello troppo forte, né troppe volte. Lascialo seccare, e dannegli per lo men due volte. E per lo simile, se gli vuoi fare verdi, o negri, o come vuoi. Ma se gli volessi fare d’un bello azzurro oltremarino, campeggia prima l’oro con biacca temperata con rossume d’uovo. Quando è secca, tempera il tuo azzurro oltremarino con un poco di colla, e un poco di rossume, forse due gocciole; e campeggia sopra la detta biacca due o tre volte; e lascialo asciugare. Poi, secondo i drappi che vuoi fare, secondo fai i tuo’ spolverezzi; cioè dèi disegnarli prima in carta, e poi forargli con agugella gentilmente, tenendo sotto la carta una tela o panno; o vuoi forare in su un’asse di albero o ver di tiglio: questa è migliore che la tela. Quando l’hai forati, abbi secondo i colori de’ drappi dove hai a spolverare. S’egli è drappo bianco, spolvera con polvere di carbone legato in pezzuola; se ’l drappo è nero, spolvera con biacca, le gata la polvere in pezzuola; e sic de singulis. Fa’ i tuo’ modani, che rispondano bene ad ogni faccia.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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