Cennino Cennini, “Il libro dell’arte” X

Cennino Cennini

IL LIBRO DELL’ARTE,

O TRATTATO DELLA PITTURA

DI CENNINO CENNINI

da Colle di Valdelsa; di nuovo publicato, con molte correzioni e coll’aggiunta di più capitoli tratti dai codici fiorentini, per cura di Gaetano e Carlo Milanesi

Firenze.

Felice Le Monnier

1859

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CAPITOLO CV.

A che modo si fa la colla di pasta, o ver sugolo.

Incominciando a lavorare in tavola col nome della Santissima Trinità, invocando sempre suo nome e della gloriosa vergine Maria, fare ci conviene il fondamento: cioè, e’ sono chiamate di più ragioni colle. L’è una colla che si fa di pasta cotta, la quale è buona da cartolari e maestri che fanno libri, ed è buona ad incollare carte l’una coll’altra, e ancora attaccare stagno con carta. Alcuna volta ci è di bisogno per incollare carte per fare i strafori. Questa colla si fa per questo modo. Abbi un pignattello presso a pien d’acqua chiara, fa’ che si scaldi bene. Quando vuol bollire, abbi della farina ben tamigiata; mettine a poco a poco in su ’l pignattello, di continovo rimenando con uno stecco o cuslieri. Lasciala bollire, e fare che non sia troppo soda. Tra’la fuori, mettila in una scodella; se vuoi che non puzzi, mettivi del sale: e così l’adopera quando tu n’hai per bisogno.

CAPITOLO CVI.

Come dèi fare la colla da incollare priete.

È una colla ch’è buona a incollare priete: e questa si fa di mastrice, di cera nuova, di pietra pesta, tamigiata, e poi al fuoco distemperate bene insieme. Abbi la tua prieta, spazzala, scaldala bene, mettivi di questa colla. Durerà sempre al vento e all’acqua, se ne incollassi ruote da agugiare, o ver da arrotare, o mole da macinare.

CAPITOLO CVII.

Come si fa la colla da incollare vasi di vetro.

È una colla la quale è buona da incollare vetri, o orciuoli, o altri belli vasi da Domasco o da Maiolica, che fussero spezzati. Questa tal colla: abbi vernice liquida, un poca di biacca e di verderame. Mettivi dentro di quel colore ch’è il vetro: s’egli è azzurro, mettivi un poco d’indaco; s’egli è verde, vinca il verderame, e sic de singulis. E tria bene queste cose insieme, come puoi sottilissimamente. Piglia i pezzi de’ tuo’ vasi rotti, o muglioli; e se fossero in mille pezzi, commettili insieme, ponendovi di questa colla sottilmente. Lasciala seccare per ispazio d’alcuni mesi al sole ed al vento; e troverai i detti vasi essere più forti, e meglio da difendersi dall’acqua là dove sono spezzati, come dove sono saldi.

CAPITOLO CVIII.

A che modo si adopera la colla di pesce, e come si distempera.

Egli è una colla che si chiama colla di pesce. Questa colla si fa di più ragioni pesce. Questa, mettendosi così el pezzucolo, o vero spicchio, in bocca tanto bisogni, e un poco fregandola a carte di pecora o altre carte, attacca insieme fortissimamente. A struggerla, è buona e perfettissima a incollare liuti, o altre cose gentili di carta o di legname o d’osso. Quando la metti al fuoco, mettivi per ogni spicchio, mezzo migliuolo d’acqua chiara.

CAPITOLO CIX.

Come si fa la colla di caravella, e come si distempera, e a quante cose è buona.

Egli è una colla che si chiama colla di spicchi, la quale si fa di mozzature di musetti di caravella, peducci, nervi, e molte mozzature di pelli. Questa tal colla si fa di marzo o di gennaio, quando sono quelli grandi freddi o venti; e fassi bollire tanto con acqua chiara, che torna men che per mezzo. Poi la metti ben colata in certi vasi piani, come conche da gialatina o bacini. Lasciala stare una notte. Poi la mattina con coltello la taglia a fette come di pane; mettila in su stuore a seccare a venti, sanza sole; e viene perfetta colla. La quale colla è adoperata da’ dipintori, da’ sellari, da moltissimi maestri, sì come per lo innanzi ti mostrerò. Ed è buona colla da legname e da molte cose: della quale tratteremo compiutamente, a dimostrare in ciò che adoperar si può, e in che modo in gessi, in temperar colori, far liuti, tarsie, attaccar legni, fogliame insieme, temperar gessi, far gessi rilevati; e a molte cose è buona.

CAPITOLO CX.

Perfetta colla a temperar gessi da ancone, o ver tavole.

Egli è una colla che si fa di colli di carte di pecora e di cavretti, e mozzature delle dette carte. Le quali si lavano bene, mettonsi in molle un dì innanzi le metti a bollire; con acqua chiara la fa’ bollire tanto, che torni delle tre parti l’una. E di questa colla voglio, che quando non hai colla di spicchi, che adoperi sol di questa per ingessare tavole o vero ancone; ché al mondo non puoi avere la migliore.

CAPITOLO CXI.

Colla la quale è buona a temperare azzurri e altri colori.

Egli è una colla la quale si fa di raditura di carta di cavretto o di pecora. Falla bollire, che torni per terzo, con acqua chiara. Sappi ch’ell’è una colla chiarissima, che pare un cristallo, e buona a temperare azzurri scuri. E dove avessi campeggiati colori che non fussero stati ben temperati, da’ una man di questa colla, e ritempera i colori, e raffermali; ché gli puoi vernicare a tua posta se sono in tavola, ed eziandio azzurri di muro. E anche sarebbe buona a temperare gessi, ma ell’è di natura magra; e al gesso che ha a tenere oro, vuole rispondere grassetta.

CAPITOLO CXII.

A fare una colla di calcina e di formaggio.

Egli è una colla la quale adoperano maestri di legname; la quale si fa di formaggio, mettudo in mollo nell’acqua. Rimenala con un’assicella a due mani, con un poca di calcina viva: mettila tra un’asse e un’altra; e poi le conmette e attacca bene insieme l’una coll’altra. E questo ti basti al fare di più maniere colle.

CAPITOLO CXIII.

Come si dee incominciare a lavorare in tavola, o vero in ancone.

Ora vegniamo al fatto del lavorare in ancona, o vero in tavola. Prima vuol essere l’ancona lavorata di un legname che si chiama arbero o vero povolare, che sia ben gentile, o tiglio, o saligaro. E poi abbi il corpo dell’ancona, cioè i piani; e procura, se v’è groppi magagnanti, o se l’asse fusse niente unta, fa’ tagliare tanto dell’asse che l’untume vada via; ché mai non ti potrei dare altro rimedio. Fa’ che il legname sia ben secco; e se fusse figure di legname o foglie, che le potessi far bollire in caldaia con acqua chiara, mai quel legname non ti farebbe cattiveria di sfenditure. Ritorniamo pure ai groppi, o ver nodi, e altre magagne che avesse il piano della tavola. Togli colla di spicchi forte, tanto che un migliuolo o ver bicchiere di acqua faccia scaldare e bollire due spicchi in uno pignattello, netto d’unto. Poi abbi in una scodella segatura di legname intrisa di questa colla; empine i difetti de’ nodi, e ripiana con una stecca di legno, e lasciala seccare. Poi con una punta di coltellino radi, che torni gualiva all’altro piano. Va’ ancora procurando se v’è chiovi o ferro o punta di ferro che avanzasse il piano, sbattilo bene dentro infra l’asse. Abbi poi colla con pezzuoli di stagno battuto come quattrini, e cuopri bene dov’è ferro: e questo si fa, perché la ruggine del ferro non passi mai sopra il gesso. Il piano dell’ancone mai non vuole essere troppo pulito. Abbi prima colla fatta di mozzature di carte pecorine, bollita tanto, che rimanga delle tre parti l’una. Tastala colle palme delle mani; e quando senti che l’una palma si appicca coll’altra, allora è buona. Colala due o tre volte. Poi abbi in una pignatta, mezza di questa colla, e il terzo acqua, e falla ben calda. Poi con un pennello di setole, grosso e morbido, da’ di questa colla su per la tua ancona, e sopra fogliami, civori, o colonnelli, o ciò che lavoro fusse che abbia a ingessare; poi la lascia seccare. Togli poi della tua prima colla forte, e danne col tuo pennello due volte sopra il detto lavoro, e lasciala sempre seccare dall’una volta all’altra; e rimane incollata perfettamente. E sai che fa la prima colla? Un’acqua che viene ad essere men forte; e appunto come fussi digiuno e mangiassi una presa di confetto, e beessi un bicchiere di vino buono, ch’è un invitarti a desinare. Così è questa colla: è un farsi accostare il legname a pigliare le colle e gessi.

CAPITOLO CXIV.

Come si dee impannare in tavola.

Incollato che hai, abbi tela, cioè panno lino, vecchio, sottile, di lesco bianco, senza unto di nessun grasso. Abbi la tua colla migliore; taglia, o straccia listre grandi e piccole di questa tela; inzuppale in questa colla: valle distendendo colle mani su per li piani delle dette ancone; e leva prima via le costure, e colle palme delle mani le spiana bene, e lasciale seccare per due dì. E sappi che lo incollare e ingessare vuole essere il tempo alido e ventoso. Vuole essere la colla più forte di verno che di state; ché di verno il mettere di oro vuole essere il tempo umido e piovoso.

CAPITOLO CXV.

In che modo si debbe ingessare un piano di tavola, a stecca, di gesso grosso.

Quando l’ancona è ben secca, togli una punta del coltello a modo di una mella, che rada bene; e va’ cercando per lo piano se trovi nocciuoletto, o cucitura nessuna, e togli via. Poi abbi gesso grosso, cioè volterrano, ch’è purgato, ed è tamigiato a modo di farina. Mettine uno scodellino in su la prieta proferitica, e macina con questa colla bene, per forza di mano, a modo di colore. Poi il raccogli con istecca, mettilo in su ’l piano dell’ancona, e con una stecca ben piana e grandicella ne va’ coprendo tutti i piani, e dove puoi darne di questa stecca, sì ’l fa’. Poi abbi di questo cotal gesso macinato; scaldalo: togli un pennello di setole morbido, e danne di questo gesso sopra le cornici e sopra le foglie, e così ne’ piani, di stecca. Negli altri luoghi e cornici, ne da’ tre o quattro volte; ma ne’ piani non se ne può dar troppo. Lascialo seccare per due o tre dì. Poi abbi questa mella di ferro; va’ radendo su per lo piano. Fa’ fare certi ferretti, che si chiamano raffietti, come vedrai a’ dipintori, di più ragioni fatti. Va’ ritrovando ben le cornici e fogliami, che non rimangano pieni, se no gualivi; e fa’ che generalmente ogni difetto di piani e di mancamenti o di cornici si medichino di questo ingessare.

CAPITOLO CXVI.

Come si fa il gesso sottile da ingessare tavole.

Ora si vuole che tu abbi d’un gesso il quale si chiama gesso sottile; il quale è di questo medesimo gesso, ma è purgato per bene un mese, e tenuto in molle in un mastello. Rinnuova ogni dì l’acqua, ché squasi si inarsisce, ed escene fuori ogni focor di fuoco, e viene morbido come seta. Poi si butta via l’acqua, fassene come pane, lasciasi asciugare; e di questo gesso si vende poi dalli speziali a noi dipintori. E di questo gesso si adopera a ingessare, per mettere d’oro, per rilevare, e fare di belle cose.

CAPITOLO CXVII.

Come s’ingessa un’ancona di gesso sottile, e a che modo si tempera.

Come tu hai ingessato di gesso grosso, e raso bene pulito, e spianato bene e dilicatamente, togli di questo gesso sottile; a pane a pane mettilo in una catinella d’acqua chiara; lascialo bere quant’acqua e’ vuole. Poi ’l metti a poco a poco in su la prieta proferitica, e senza mettervi altr’acqua dentro, perfettissimamente il macina nettamente. Poi ‘l metti in su un pezzo di pannolino, forte e bianco; e così fa’ tanto, che n’abbi tratto un pane. Poi il rinchiudi in questo panno, e strucalo bene, che l’acqua n’esca fuori quanto più si può. Quando n’hai macinato quanto ti fa per bisogno (che ti conviene avvisarti, per non avere a fare di due ragioni gessi temperati, che non ti gitterebbe buona ragione), abbi di quella medesima colla, di che hai temperato il gesso grosso: tanta se ne vuole fare per volta, che temperi il gesso sottile e grosso. E vuole essere il gesso sottile temperato meno che il gesso grosso. La ragione? ché il gesso grosso è tuo fondamento di ogni cosa. E per tanto el ti viene bene a ragionare, che non potrai strucare tanto il gesso sottile, che qualche poco non vi rimanga di acqua. E per questa cagione fa’ arditamente una medesima colla. Abbi una pignatta nuova, che non sia unta; e se fusse invetriata, tanto è migliore. Togli ’l pane di questo gesso, e col coltellino il taglia sottile, come tagliassi formaggio; e metti in questa pignatta. Poi vi metti su della colla; e colla mano va’ disfacendo questo gesso, come facessi una pasta da fare frittelle, pianamente e destramente, che non ti facci schiuma mai. Poi abbi una caldara d’acqua, e falla ben calda, e mettivi questa pignatta di gesso temperato. E questa ti tiene il gesso caldo, e non bolle; ché se bollisse, si guasterebbe. Quando è caldo, togli la tua ancona; e con pennello di setole grossetto e bene morbido, intigni in questa pignatta, e pigliane temperatamente, né troppo né poco; e danne distesamente una volta su per li piani, e per cornici, e per fogliami. È vero che in questa prima volta, come vai daendo, così colle dita e colla palma della mano al tondo va’ rispianando e fregando su per lo gesso dove il poni: e questo ti fa incorporare bene il sottile col grosso. Quando hai fatto così, ritorna da capo, e danne distesamente una volta di pennello, senza fregare più mano. Poi lascialo posare un poco, non tanto che secchi in tutto; e ridanne un’altra volta per l’altro verso, pur col pennello; e lascialo riposare a modo usato. Poi ne da’ un’altra volta per l’altro verso: e per questo modo, sempre tenendo il tuo gesso caldo, ne da’ in su’ piani per lo meno otto volte. In fogliami e altri rilievi si passa di meno; ma in piani non se ne può dare troppo. Questo è per cagione del radere, che si fa poi.

CAPITOLO CXVIII.

Come si può ingessare di gesso sottile, non avendo ingessato prima di gesso grosso.

Ancora si può bene incollare due o tre volte, come da prima ti dissi, cotali lavoruzzi piccoli e gentili; e darne solo di gesso sottile tante volte, quanto per pratica vedrai che bisogno sia.

CAPITOLO CXIX.

A che modo dèi temperare e macinare gesso sottile da rilevare.

Ancora son molti che macinano il gesso sottile pur con la colla e con acqua. Questo è buono per ingessare dove non è ingessato di gesso grosso, che vuol essere più temperato. Questo cotal gesso è molto buono a rilevare foglie e altri lavori, sì come è molte volte per bisogno. Ma quando fai questo gesso da rilevare, mettivi dentro un poco di bolio armenico, tanto che gli dia un poco di colore.

CAPITOLO CXX.

A che modo dèi cominciare a radere un piano d’ancona ingessato di gesso sottile.

Quando hai finito d’ingessare (che vuol essere finito in un dì, e, se bisogna, mettivi della notte, purché tu dia le tue dótte ordinate), lascialo seccare senza sole due dì e due notti per lo meno: quanto lasci più seccare, tanto è meglio. Abbi una pezza con carbone macinato, legata a modo di balluzza, e va’ spolverizzando su per lo gesso di questa ancona. Poi, con un mazzo di penne di gallina o d’oca, va spazzando e gualivando questa polvere negra su per lo gesso. E questo, perché il piano non si può radere troppo perfettamente, e perché il ferro è piano con che radi il gesso, dove lievi, riman bianco come latte. Allora ti avvedi dov’è più di bisogno el radere.

CAPITOLO CXXI.

Sì come si dee radere il gesso sottile su per li piani, e a che è buona la detta raditura.

Abbi prima un raffietto piano e largo un dito, e gentilmente va’ intorno intorno al piano radente la cornice una fia’. Poi va’ colla tua mella arrotata, piana quanto puoi al mondo; e con leggier mano, non tenendo la detta punta con nessuna strettezza di mano, la va’ fregando su per lo piano della tua ancona, spazzandoti dinanzi ‘l gesso con le dette penne. E sappi che questa cotale spazzatura è fine a trarre l’olio delle carte de’ libri. E, per lo simile, con i tuo’ ferretti va’ radendo cornici e fogliami, e va’ pulendo sì come fusse uno avorio. E alcuna volta (per fretta e per molti lavori ch’abbi) puoi pulire le cornici e fogliami pur con una pezza lina, bagnata e strucata, fregandola bene su per le dette cornici e fogliami.

CAPITOLO CXXII.

Come principalmente si disegna in tavola con carbone, e rafferma con inchiostro.

Essendo ben raso il gesso, e tornato a modo d’avorio; la prima cosa che dèi fare, si vuole disegnare la tua ancona, o ver tavola, con quelli carboni di salice, che per addietro t’insegnai a farli. Ma vuolsi legare il carbone a una cannuccia o ver bacchetta, acciò che stia di lungi dalla figura; ché molto ti giova in nel comporre. E abbi una penna appresso; ché quando alcun tratto non ti venisse ben fatto, che coi peli della detta penna possi torlo via e ridisegnarlo. E disegna con leggier mano, e quivi aombra le pieghe e i visi, come facessi col pennello, o come facessi con la penna che si disegna, a modo si penneggiasse. Quando hai compiuto di disegnare la tua figura (spezialmente che sia d’ancona di gran pregio, che n’aspetti guadagno e onore), lasciala stare per alcun dì, ritornandovi alcuna volta a rivederla, e medicare dove fusse per bisogno. Quando a te pare che stia presso di bene (che puoi ritrarre e vedere, delle cose per altri buoni maestri fatte, che a te non è vergogna); staendo la fiura bene, abbi la detta penna, e va’ a poco a poco fregandola su per lo disegno, tanto che squasi ti metta giù il disegno; non tanto però, che tu non intenda bene i tuoi tratti fatti. E togli in uno vasellino, mezzo d’acqua chiara, alcune gocciole d’inchiostro; e con un pennelletto di vaio puntìo va’ raffermando tutto il tuo disegno. Poi abbi un mazzetto delle dette penne, e spazza per tutto il disegno el carbone. Poi abbi un’acquerella del detto inchiostro, e con pennello mozzetto di vaio va’ aombrando alcuna piega e alcuna ombra nel viso. E così ti rimarrà un disegno vago, che farai innamorare ogni uomo de’ fatti tuoi.

CAPITOLO CXXIII.

Sì come dèi segnare i contorni delle figure per mettere in campo d’oro.

Disegnato che hai tutta la tua ancona, abbi una agugella mettuda in una asticciuola; e va’ grattando su per li contorni della figura in verso i campi che hai a mettere d’oro, e i fregi che sono a fare delle figure, e certi vestiri che si fanno di drappo d’oro.

CAPITOLO CXXIV.

Sì come si rilieva di gesso sottile in tavola, e come si legano le pietre preziose.

Oltre a questo, togli di quel gesso da rilevare, se volessi rilevare fregio o fogliame, o attaccare cotali priete preziose in certi fregi dinanzi o a Dio Padre o di Nostra Donna, o certi altri adornamenti, che abbelliscono molto il tuo lavoro; e sono pietre di vetro di più colori. Compartiscile con ragione, avendo il tuo gesso in uno vasellino su ‘n un testo di cenere calda e un vasellino d’acqua chiara calda, però che spesso ti conviene lavare il pennello; essendo questo pennello di vaio sottiletto e un poco lunghetto; togliendo bellamente del gesso caldo con la punta del detto pennello, e andare prestamente a rilevare quello che vuoi. E se rilevassi alcune fogliette, disegnale prima come fai la figura, e non ti curare di rilevare molte né troppe cose confuse; ché quanto fai i tuo’ fogliami più chiari, tanto gittano meglio al granare colla rosetta, e possonsi meglio brunire colla pietra. Alcuni maestri sono, che, poiché hanno rilevato quello che vogliono, dànno una volta o due di gesso, di quello che hanno ingessato la detta ancona, pur di gesso sottile, con pennelletto morbido di setole. Ma se rilievi poco, a mio parere viene più gentile e più fermo e sicuro lavoro a far senza darne filo, per la ragione che prima t’assegnai, di non dare molte ragioni di tempere di gesso.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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