Oscar Wilde – L’anima dell’Uomo sotto il Socialismo XII

L'Anima dell'Uomo sotto il socialismo

Posso quasi comprendere che se Macbeth fosse messo in scena per la prima volta davanti a un pubblico londinese, molti si opporrebbero violentemente all’introduzione delle streghe nel primo atto, con le loro frasi grottesche e le loro parole ridicole. Ma quando l’opera si chiude ci si rende conto che le risa delle streghe nel Macbeth sono terribili come quelle della pazzia del Lear, più terribili delle risa di Iago nella tragedia del Moro. Nessun spettatore d’arte necessita di un umore più perfetto di quello dello spettatore di un’opera teatrale. Nel momento in cui cerca di esercitare un’autorità egli diventa un nemico giurato dell’arte e di se stesso. All’arte non importa, ma lui ne soffre.

Con il romanzo è la stessa cosa. L’autorità popolare e il riconoscimento dell’autorità popolare sono fatali. L’Esmond di Thackeray è una bella opera d’arte, perché egli la scrisse per compiacere se stesso. Negli altri romanzi, in Pendennis, in Philip, persino in Vanity Fair, egli è talvolta consapevole del suo pubblico e rovina la sua opera facendo direttamente appello alle simpatie del pubblico o prendendosene direttamente gioco. Un vero artista non si cura minimamente del pubblico. Il pubblico per lui non è esistente. Non ha dolcetti oppiati o al miele con i quali addormentare il mostro e dargli sostentamento: lo lascia fare ai romanzieri popolari. Adesso in Inghilterra abbiamo un romanziere incomparabile, Mr. George Meredith. In Francia ci sono artisti migliori, ma la Francia non ha nessuno la cui visione della vita è così ampia, così varia, così vera sul piano immaginativo. Ci sono cantastorie in Russia che hanno un senso più vivido di quello che potrebbe essere il dolore nella narrativa. Ma nella sua narrativa c’è filosofia: i suoi personaggi non si limitano a vivere, vivono nel pensiero. Li si può osservare da una miriade di punti di vista. Sono suggestivi. C’è un’anima in loro e intorno a loro. Sono interpretativi e simbolici. E chi li ha realizzati, questi personaggi meravigliosi e vivacissimi, li ha realizzati per il proprio piacere, senza mai domandare al pubblico che cosa volesse, senza mai preoccuparsi di sapere che cosa volesse, senza mai permettere al pubblico di imporgli i suoi dettami o di influenzarlo in alcun modo, ma ha continuato a intensificare la propria personalità e a produrre la sua opera individuale. In un primo momento nessuno gli si avvicinava. E questo non gli importava. Poi furono pochi. E questo non lo cambiò. Adesso vanno da lui in molti, ma egli è rimasto se stesso: un romanziere incomparabile. Con le arti decorative non è diverso. Il pubblico si aggrappava con tenacia davvero patetica a quelle che io credo fossero le tradizioni direttamente pervenuteci dalla Grande Esposizione della volgarità internazionale, tradizioni che erano così orribili che le case in cui la gente viveva erano adatte soltanto ai ciechi. Si cominciarono a fare cose belle, bei colori uscirono dalle mani del tintore e bei modelli dalla mente dell’artista, e l’uso delle cose belle e il loro valore e la loro importanza si affermarono. Il pubblico ne fu veramente indignato. Perse la sua moderazione. Disse cose sciocche. Nessuno ci badò. Nessuno peggiorò di un briciolo. Nessuno accettò l’autorità dell’opinione pubblica. E adesso è pressoché impossibile entrare in una casa moderna senza vedere qualche riconoscimento al buon gusto, al valore di un ambiente gradevole, qualche segno di apprezzamento della bellezza. Infatti, le case sono, di solito, molto gradevoli. Le persone si sono in larga misura civilizzate. È soltanto leale affermare, comunque, che lo straordinario successo della rivoluzione nel campo della decorazione domestica, dell’arredamento e dell’aspetto non è stato assolutamente dovuto al fatto che la maggioranza del pubblico ha sviluppato un ottimo gusto in questo campo. È stato dovuto principalmente al fatto che gli artigiani apprezzavano il piacere di fare cose belle e risvegliavano una consapevolezza così vivida dell’obbrobrio e della volgarità di quanto il pubblico aveva voluto sino a quel momento, che lasciarono a secco il pubblico. Sarebbe impossibile, attualmente, arredare una stanza come qualche anno fa senza cercare ogni oggetto a un’asta di mobili di seconda mano per alberghetti di terz’ordine. Quelle cose non si fabbricano più. Seppur si sia opposto, il pubblico oggi deve avere intorno a sé qualcosa di affascinante. Fortunatamente per lui, ogni tentativo da parte del pubblico di esercitare la propria autorità in queste cose è fallito completamente.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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