Spunti di vita 12

Spunti di vita

MARCO VIGNOLO GARGINI

SPUNTI DI VITA

« Il commendator Tenich la sta attendendo nel suo camerino. »

La signora dell’organizzazione dette l’annunzio agognato.

Entrata nella stanza-santuario, sede della preparazione e del riposo del divino artista, Maria Elia in Altoviti scorse un uomo in vestaglia color amaranto seduto a rimirarsi le mani, in posa da perfetto dandy.

« Si può? »

« Avanti, la prego. Però sia ben chiaro, mia cara amica, io la avviso che potrei interrompere la conversazione qualora ritenessi poco pertinenti o poco interessanti le domande che mi pone. »

« Il mio problema adesso è conoscere quella domanda che non le hanno ancora posto… e non nascondo di essere preoccupata… »

« Se lei è autenticamente in imbarazzo ciò significa che non mi annoierà; ma preferisco meno deferenza nelle sue parole e un po’ di ardimento… »

« Perché lei sostiene di aver guarito il teatro, di averlo salvato dopo anni di agonia? »

« Perché mai coloro che hanno composto il necrologio del Teatro non sono sopravvissuti al Teatro? Si trattava di squallidi draculetti assetati di sangue annacquato, di attori, registi e simili del tutto in guerra con la musa teatrale, rea di non essere più benevola verso le loro performances. Io ho spazzato via tutta questa canaglia con la mia arte! Io sono stato onesto, ecco il punto. Io non ho mai scagionato me stesso, pertanto se mi sono sentito in determinate circostanze un attore mediocre era dovuto al fatto che io stesso stavo assistendo in diretta alla mia debacle. A nessuno conviene uccidere il Teatro. Il Teatro è come forma, come atteggiamento, come abito mentale, come sensorialità una creazione che vive dentro l’uomo e che solo con l’uomo perirà. »

« Che definizione darebbe della sua arte teatrale? »

« Se rispondessi a questa domanda limiterei il mio raggio d’azione, definirei un ambito che non intendo confinare. No, nessun genere e tutti i generi! Ergo, io vado oltre il genere… Ho fatto commedie con lustrini, parrucche e le scenografie adorne dei salotti borghesi dell’ottocento, delle camere da letto con baldacchino; ugualmente ho rappresentato i drammi, le tragedie, mi sono dedicato alla sperimentazione, che qualcuno si ostina a chiamare avanguardia, ho perfino recitato nudo in una vasca trasparente piena di liquido verde. Il mio unico difetto, se così si può dire, è d’aver spaziato lungo tutte le esperienze teatrali, di non aver mai cercato una nicchia, uno specifico modo di recitazione… Per dirla con Amleto, io sono il miglior attore del mondo “per la tragedia, la commedia, il dramma storico, il pastorale, il comico-pastorale, lo storico-pastorale, il tragico-storico, il tragicomico-storico-pastorale, scena fissa o poesia illimitata”. »

« Lei in un’altra occasione, non ricordo con precisione quale, disse di non credere nella immedesimazione… »

« Più o meno… Come si fa a credere alla totale simbiosi con il personaggio? Essere diversi a seconda dei ruoli vuol dire porsi il teatro in modo corretto, cioè come un gioco; pretendere di vivere e di essere tutti i ruoli che si interpretano è semplicemente il viatico per la patologia psichica. Sulle scene non voglio avere nostalgia di me stesso, per questo mi piace troppo prestare il corpo, ma esigo che io, proprietario del mio corpo, sia presente, che sappia quale fine sta facendo la mia macchina. Io assisto come spettatore ideale alla mia funzione, so che questa rappresenta una porzione della mia vita… Io non mi abbandonerò mai, perché io mi amo! »

« Ha mai provato la sensazione, penso la più brutta per un attore, di distrarsi durante lo spettacolo e accorgersi d’essere sul palcoscenico e di recitare? »

« Mi è capitato di badare ai fatti miei, di essere altrove mentre mi scagliavo contro Tiresia in Edipo Re, o diventavo pazzo nel Re Lear, o indossavo la gidouille di Ubu Roi… Beh, questo mi faceva perdere la concentrazione e dovevo impiegare uno, due secondi di tempo teatrale per recuperare il senso della scena… Ma io non drammatizzerei eccessivamente questo tipo di incidente. La tecnica ti insegnerà come affrontare i vuoti di attenzione, così apprenderai insieme a essa a ingannare il pubblico fingendo due volte, e la seconda volta ti servirà a mascherare il tuo calo di tensione. »

« Ascoltando le sue frasi ho l’impressione di non ricevere la solita sviolinata sul sacrificio attoriale… »

« Ah! Se pronuncia ancora la parola sacrificio giuro che la caccio fuori in malo modo! È l’ora di piantarla con i presunti Golgota che l’attività teatrale predispone per chi intenda affermarsi. Dire che si studia, si lavora per perfezionare la propria dizione, i movimenti, l’ortoepia, la prosodia ecc. equivale a ammettere la nullità iniziale dell’esordiente, una tabula rasa addirittura… Parliamo del talento! Il talento origina il grande interprete, la tecnica se appresa bene lo esprime al meglio, ma senza la genialità non esiste tecnica al mondo che ricrei la bellezza. Le scuole di recitazione dovrebbero o stroncare al nascere i mediocri o stroncare se stesse, invece illudono gli amorfi, inteneriscono le anime paffutelle dei giovani, e dei portafogli di papà, per concludere tutto con l’allestimento di spettacoli vomitevoli. Non ci sono le belle speranze, ma le belle realtà che manifestano anche al debutto la magnificenza del talento e del genio. Non esistono sacrifici per chi ha stoffa, esistono le sofferenze delle comparse che zampettano sulla scena e di loro poi non si sa più nulla! »

« La sua è una visione esoterica… »

« Lasci in pace l’esoterismo… Io sono sicuro che non a tutti è lecito confrontarsi con il panneggio di una statua, il cromatismo delle pitture, la magia delle pagine di un’opera letteraria, le asperità di un contrappunto di Bach, poiché conoscere, capire ed essere sensibili sono qualità che non si vendono al supermercato. La rovina, o casomai la forza del nostro tempo rude nasce da una conseguenza ovvia: chi partecipa della civiltà non sempre promuove la civiltà. Lo Stato fomenta la cultura senza profondità, l’assenza di sensibilità, l’appiattimento del gusto estetico. L’arte è il risultato di un’altra individualità per un pubblico di varia individualità. Non si può sperare nella popolarità spicciola, nella massificazione… »

« I mass-media allora che senso hanno per lei? »

« Cosa vuole che m’importi dei mass-media, e cosa vuole che importi ai mass-media di me? Se io vado in tv per comunicare una emozione so in partenza come selezionare gli spettatori, sono io che strappo i biglietti, me ne infischio del linguaggio particolare da usare. Una voce brutta è brutta ovunque, fa schifo a teatro, in tv, al cinema! »

« Lei non vede, come dire, degli eredi, o meglio, dei giovani che possono trasmettere in qualche modo le emozioni che lei ci ha trasmesso per così lungo tempo? »

« I giovani? I giovani non mi interessano… I giovani oggi sono troppo morigerati, troppo per bene per amare qualcosa appassionatamente. Sono noiosi! Si ritengono già bruciati e non hanno scoperto il fuoco, si limitano a osservare senza partecipare, sono privi di fantasia e mangiano la stessa pasta per paura di cambiare. Eppure che dono incredibile è la gioventù. Ma ho paura che il rimpianto appartenga a chi giovane non lo è più. A proposito di giovani, pensi che mi hanno definito corruttore solo perché osavo insinuare nelle menti dei giovani un nuovo linguaggio… »

« Mi perdoni, ma adesso io avrò la faccia tosta che lei ha preteso in principio d’intervista. Per caso lei si sta riferendo anche alla denuncia per molestie fattale da una ragazza? »

« Volendo ci possiamo riferire anche a quella denuncia… Ah, ah, ah! Badi bene che io non corrompevo nessuno… Le fanciulle ci stavano, erano consenzienti e tutto si svolgeva nell’ambito della legge sui rapporti sessuali… Poi una sgualdrinella ha alzato la richiesta. Voleva essere la protagonista! E io avrei dovuto mandare a spasso un’attrice molto più brava di lei? Io non ho mai confuso il letto con il palcoscenico. E così la pulzella si è vendicata, come abbiamo dimostrato in istruttoria, dato che un processo non c’è stato e la denuncia venne opportunamente ritirata… Ma i giornali non parlarono dell’archiviazione come hanno parlato della denuncia… Così mi è rimasto l’appellativo di corruttore… Vuole una sigaretta? Non mi dica che lei è una salutista, una di quelle rompicoglioni che aspirano all’immortalità? Mi hanno spesso intimato di smettere di fumare, e io che ho fatto? Ho continuato alla loro faccia. Questi terroristi della salute che fanno guerra al fumo! Ma di che stavo parlando? Ah, ora ricordo. Oltre tutto quella sciocchina se la tirava, uuuh come se la tirava! Dopo tre volte che uscivamo insieme si rifiutava di concedermi il suo fiore, e io che ero così gentile e delicato… Mica si scandalizza? Disse molto bene coso, qual era il suo nome?, che chi si scandalizza non è un saggio… »

Marta Elia in Altoviti non lo ascoltava più, i monologhi di Tenich l’avevano stufata e lasciò al registratore l’ingrato compito di sorbirsi la logorrea del vecchio attore. Guardava intorno, nel camerino, dov’erano appesi diversi manifesti d’epoca, un magistrale Otello rappresentato a Mosca, il suo famosissimo En attendant Godot all’Odeon di Parigi, la Die Dreigroschenoper allestita a Berlino Est, tante foto e soprattutto una grossa teca con il costume del Cavaliere di Ripafratta…

« Lei è attratta da quell’abito settecentesco? È più di un minuto che lo sta fissando. Fu La Locandiera di non so quanti anni fa, e si trattò di un vero e proprio fiasco. Mai sentiti tanti fischi tutti in una volta. E gli ortaggi? Che tempi! Oggi applaudono il nome anche se va in scena ubriaco e si sente il suggeritore in prima fila… »

« Se è stato un fiasco perché conserva il costume? »

« È un po’ come la scritta che si leggeva nei tribunali della Serenissima Repubblica di Venezia, quella che recitava di ricordarsi del Fornaretto, a memoria di un errore giudiziario che costò la vita a un innocente… Rimirando il costume io vedo ancora la serata più orrida della mia vita, quando salii sul palco strafatto di coca e venni portato fuori tra fischi e pomodori, rischiando di concludere ingloriosamente la mia carriera. Bene, tutte le mie successive prove sono per me un invito a non dimenticare mai la catastrofe di quella sera. »

« Come riuscì a risalire la china dopo quel tonfo? »

« Replicando il giorno seguente La Locandiera e fornendo uno dei più misogini, dei più spettacolari Cavaliere di Ripafratta mai visti… La mia povera collega che aveva la parte di Mirandolina mi confessò di aver desiderato tanto spaccarmi qualcosa in testa durante il primo atto… Il mio personaggio era perfetto. indisponente, altero, scostante, nemico, delle donne perché intimidito dalle donne, per poi divenire patetico e perdutamente innamorato di Mirandolina… Perfetto! E fu un trionfo. »

« Che ne dice se ci fermiamo qui? »

« Non ho problemi! »

« Ha ancora una cosa da aggiungere? –

« No. È meglio lasciare quelque chose di interessante da pronunciare in punto di morte! »

Marta Elia in Altoviti salutò il grande Mario Tenich, il capolavoro vivente dell’arte teatrale, ma non fu felice, il suo scoop non l’aveva soddisfatta…

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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