Arthur Rimbaud – Una stagione all’inferno III

une saison en enfer

   Io divenni un’opera favolosa: vidi che tutti gli esseri hanno una fatalità di felicità: l’azione non è la vita, ma un modo di sciupare qualche forza, uno snervamento. La morale è il deliquio del cervello.
   A ciascun essere, parecchie altre vite mi sembravano dovute. Quel signore non sa quel che fa: è un angelo. Questa famiglia è una nidiata di cani. Davanti a molti uomini, io parlai ad alta voce con un momento di una delle loro altre vite. – Così, io ho amato un porco.
   Nessuno dei sofismi della follia, – la follia che viene rinchiusa, – non è stato dimenticato da me: io potrei ridirli tutti, detengo il sistema. 
   La mia salute fu minacciata. Il terrore veniva. Io cadevo in sonni di parecchi giorni e, alzatomi, io continuavo i sogni più tristi. Ero maturo per il trapasso, e per una via di pericoli la mia fiacchezza mi menava ai confini del mondo e della Cimmeria, patria dell’ombra e dei turbini.
   Io dovetti viaggiare, distrarre gli incantamenti adunati sul mio cervello. Sul mare, che amavo come se lei avesse dovuto lavarmi da una sozzura, io vedevo levarsi la croce consolatrice. Io ero stato dannato dall’arcobaleno. La Felicità era la mia fatalità, il mio rimorso, il mio tarlo: la mia vita sarebbe sempre troppo immensa per essere devoluta alla forza e alla bellezza.
   La Felicità! Il suo dente, dolce a morte, mi avvertiva al canto del gallo, – ad matutinum, al Christus venit, – nelle più tetre città.
 
 
O stagioni, o castelli!
Quale anima è senza difetti?

Io ho fatto il magico studio
Della felicità, che nessuno elude.

Salve a lei, ogni volta
Che canta il gallo celtico.

Ah! io non avrò più voglia:
S’è gravata della mia vita.

Questa malia ha preso anima e corpo
E disperso gli sforzi.

O stagioni, o castelli!
L’ora della sua fuga, ahimè!

Sarà l’ora del trapasso.
O stagioni, o castelli!

——————————

   Ciò è trascorso. Io so oggi salutare la bellezza.
 

L’IMPOSSIBILE

   Ah! Quella vita della mia infanzia, la strada maestra con ogni tempo, sobrio sovrannaturalmente, più disinteressato del migliore dei mendicanti, fiero di non avere né paese, né amici, che scempiaggine era. – E me ne rendo conto solo ora!
   – Io ho avuto ragione di disprezzare quei brav’uomini che non perderebbero l’occasione di una carezza, parassiti della pulizia e della salute delle nostre donne, oggi che sono così poco d’accordo con noi.
   Io ho avuto ragione in tutti i miei disprezzi: poiché io evado!
   Io evado!
   Mi spiego.
   Ieri ancora, io sospiravo: “Cielo! siamo abbastanza dannati quaggiù! Io ho già tanto di quel tempo nella loro truppa! Io li conosco tutti. Noi ci riconosciamo sempre; noi ci disgustiamo. La carità ci è ignota. Ma noi siamo educati; le nostre relazioni con il mondo sono molto convenienti.” È sbalorditivo? Il mondo! i mercanti, gli ingenui! – Noi non siamo disonorati. – Ma gli eletti come ci riceverebbero? Ora c’è gente arcigna e gioiosa, dei falsi eletti, perché abbiamo bisogno di audacia o di umiltà per abbordarli. Sono i soli eletti. E non sono elargitori di benedizioni!
   Avendo ritrovato in me due soldi di ragione – passa presto! io vedo che i miei malanni vengono dal non essermi figurato molto presto che noi siamo in Occidente. La palude occidentale! Non che io creda la luce alterata, la forma estenuata, il movimento sconvolto… Bene! ecco che il mio spirito vuole assolutamente gravarsi di tutti gli sviluppi crudeli che ha subito lo spirito dopo la fine dell’Oriente… Ne vuole, il mio spirito!
  … I mie due soldi di ragione sono terminati! – Lo spirito è autorità, vuole che io sia in Occidente. Bisognerebbe farlo tacere per concludere come volevo.
   Io mandavo al diavolo le palme dei martiri, i raggi dell’arte, l’orgoglio degli inventori, l’ardore dei predoni; io ritornavo all’Oriente e alla saggezza primitiva ed eterna. – Sembra che sia un sogno di rozza indolenza!
   Pure, io non sognavo affatto il piacere di scappare alle sofferenze moderne. Io non avevo in vista la saggezza bastarda del Corano. – Ma non v’è un supplizio reale dato che, dopo questa dichiarazione della scienza, il cristianesimo, l’uomo si reciti, si provi le evidenze, si gonfi di piacere di ripetere le prove, e non viva che così! Tortura sottile, scema; sorgente delle mie divagazioni spirituali. La natura potrebbe tediarsi, forse! Monsieur Proudhomme è nato con il Cristo.
   Non è perché noi coltiviamo le brume? Noi mangiamo la febbre con le nostre verdure acquose. E l’ubriachezza! e il tabacco! e l’ignoranza! e le devozioni! – Tutto questo è così lontano dal pensiero della saggezza dell’Oriente, la patria primitiva? Perché un mondo moderno, se si inventano simili veleni?
   Gli ecclesiastici diranno: Compreso. Ma tu vuoi parlare dell’Eden. Niente per te nella storia dei popoli orientali. Che cosa è mai per il mio sogno, questa purezza delle razze antiche?
   I filosofi: Il mondo non ha età. L’umanità si sposta, semplicemente. Tu sei in Occidente, ma libero d’abitare nel tuo Oriente per quanto antico ti occorra, – e di abitarci bene. Non essere un vinto. Filosofi, voi siete del vostro Occidente.
Spirito mio, bada. Niente decisioni di salvezze violente. Esercitati! – Ah! La scienza non va abbastanza svelta per noi!
    – Ma mi rendo conto che il mio spirito dorme.
   Se fosse ben sveglio sempre a partire da questo momento, noi saremmo presto nella verità, che forse ci attornia con i suoi angeli piangenti!…
   – Se fosse stato sveglio fino a questo momento, allora io non avrei ceduto agli istinti deleteri, a un’epoca immemorabile!… – Se fosse sempre stato ben sveglio, io vogherei in piena saggezza!…
   O purezza! purezza!
   È questo minuto di risveglio che m’ha donato la visione della purezza! – Con lo spirito si va a Dio!
   Straziante sfortuna!

IL LAMPO

    Il lavoro umano! è l’esplosione che rischiara il mio abisso di quando in quando.
   “Nulla è vanità; alla scienza, e avanti!” grida l’Ecclesiaste moderno, cioè tutto il mondo. Eppure i cadaveri dei malvagi e dei bighelloni ricadono sul cuore degli altri… Ah! presto, presto un po’; laggiù, oltre la notte, quelle ricompense future, eterne… le fuggiamo?…
   – Che farci? Io conosco il lavoro; e la scienza è troppo lenta. che la preghiera galoppa e la luce ringhia… lo vedo bene. È troppo semplice, e fa troppo caldo; faranno a meno di me. Io ho il mio dovere, ne sarò fiero alla maniera di molti, mettendolo da parte.
   La mia vita è logorata. Andiamo! fingiamo, bighelloniamo, o pietà! E noi esisteremo divertendoci, sognando amori splendidi e universi fantastici, lagnandoci e denunciando  le apparenze del mondo, saltimbanco, mendico, artista, bandito, – prete! Sul mio letto d’ospedale, l’odore dell’incenso m’è ritornato così possente; guardiano degli aromi consacrati, confessore, martire…
    Io riconosco laggiù la mia sporca educazione infantile. E poi! … Andare i miei vent’anni, se gli altri vanno vent’anni…
    No! no! adesso mi rivolto contro la morte! Il lavoro pare troppo leggero al mio orgoglio: il mio tradimento al mondo sarebbe un supplizio troppo corto. All’ultimo momento, attaccherei a destra, a sinistra…
    Allora, – oh! – cara povera anima, l’eternità sarebbe perduta per noi!

MATTINO

   Non ebbi forse una volta una giovinezza amabile, favolosa, da scrivere su fogli d’oro, – troppa fortuna! Per quale crimine, per quale errore, ho io meritato la mia pigrizia attuale? Voi che pretendete che le bestie scoppino in singhiozzi di pena, che i malati disperino, che i morti sognino male, sforzatevi di raccontare la mia caduta e il mio sonno. Io, io non posso più spiegarmi come il mendicante con i suoi continui Pater e Ave Maria. Io non so più parlare!
   Però, oggi, io credo di aver finito la relazione del mio inferno. Era proprio l’inferno; l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo aprì le porte.
   Dello stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi si risvegliano alla stella d’argento, sempre, senza che mi commuovano i Re della vita, i tre Magi, il cuore, l’anima, lo spirito. Quando andremo, oltre le spiagge e i monti, a salutare la nascita del nuovo lavoro, la nuova saggezza, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare – i primi! – Natale sulla terra!
   Il canto dei cieli, la marcia dei popoli! Schiavi, non malediciamo la vita.

ADDIO

   Già l’autunno!  – ma perché rimpiangere un eterno sole, se noi siamo impegnati alla scoperta della chiarezza divina, – lontano dalla gente che muore sulle stagioni.
   L’autunno. La nostra barca elevata nelle nebbie immobili gira verso il porto della miseria, la città del cielo macchiato di fuoco e di fango. Ah! i brandelli putridi, il pane inzuppato di pioggia, la sbornia, i mille amori che mi hanno messo in croce! Non la pianterà dunque mai questo vampiro re di milioni di anime e di corpi morti e che saranno giudicati! Io mi rivedo la pelle ròsa dal fango e dalla peste, i capelli e le ascelle piene di vermi e vermi ancora più grossi nel cuore, disteso tra gli sconosciuti senza età, senza sentimento… Io avrei potuto morirvi… La terribile evocazione! Io esecro la miseria.
   Ed io temo l’inverno perché è la stagione del conforto!
   – Qualche volta io vedo nel cielo delle spiagge senza fine ricoperte di bianche nazioni in festa. Un grande vascello d’oro, sopra di me, agita i suoi stendardi multicolori nella brezza del mattino. Io ho creato tutte le feste, tutti i trionfi, tutti i drammi. Io ho cercato d’inventare nuovi fiori, nuovi astri, nuovi carni, nuove lingue. Io ho creduto d’acquisire dei poteri sovrannaturali. Ebbene! io devo interrare la mia immaginazione e i miei ricordi! Una bella gloria d’artista e di narratore travolta!
   Io! io che mi sono detto mago o angelo, dispensato da ogni morale, io sono sfinito al suolo, con un dovere da cercare, e la realtà rugosa da stringere! Cafone!
   Mi sono sbagliato? la chiarezza sarebbe la sorella della morte, per me?
   Infine, io chiederò perdono per essermi nutrito di menzogna. E andiamo.
   Ma non una mano amica! e dove attingere il soccorso?

——————————

   Sì, l’ora nuova è almeno severissima.
   Perché io posso dire che la vittoria m’è acquisita: il digrignar di denti, il soffiare del fuoco, i sospiri impestati si moderano. Tutti i ricordi immondi si oscurano. I miei ultimi rimpianti si ritirano, – delle gelosie per i mendicanti, i briganti, gli amici della morte, i retrogradi d’ogni sorta. – Dannati, se io mi vendicassi!
   Bisogna essere assolutamente moderni.
   Nessun cantico: mantenere il passo raggiunto. Dura notte! il sangue seccato fuma sulla mia faccia, ed io non ho niente dietro di me, che questo orribile arboscello!… La lotta spirituale è tanto brutale quanto la battaglia tra uomini; ma la visione della giustizia è il piacere di Dio solo.
   Frattanto è la vigilia. Riceviamo tutti gli influssi di vigore e di tenerezza reale. E all’alba, armati d’una ardente pazienza, noi entreremo nelle splendide città.
   Che parlavo di mano amica! Un bel vantaggio, è che io posso ridere dei vecchi amori menzogneri, e colpire di vergogna quelle coppie bugiarde, – io ho visto l’inferno delle donne laggiù; – e mi sarà lecito possedere la verità in un anima e un corpo.

Aprile-agosto 1873

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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Una risposta a Arthur Rimbaud – Una stagione all’inferno III

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