Arthur Rimbaud – Una stagione all’inferno I

 

une saison en enfer

 

BREVE NOTA INTRODUTTIVA A CURA DEL TRADUTTORE

Redatto tra l’aprile e l’agosto del 1873, Une saison en enfer è forse il poema più aperto e indefinibile della storia della letteratura mondiale, ammesso che il termine canonico “poema” possa delineare appieno l’entità di quest’opera.
Diario della crisi e del dubbio stilistico, annunciato candidamente dall’autore nella sua prima fase compositiva in una lettera indirizzata nel maggio 1873 all’amico Delahaye [1], la Saison  rappresenta il giorno “so foul and fair” [2] di shakesperiana memoria cui non ci si può sottrarre, nonostante gli inviti del reale alla mediocre rinuncia.
Arthur Rimbaud, ritiratosi nella fattoria della madre a Roche, inizia a scrivere il suo capolavoro in condizioni precarie, sfavorevoli per qualsiasi creazione [3]. Così il giovane poeta partirà a fine maggio per vivere con Verlaine a Londra, e là proseguirà il componimento, per interromperlo bruscamente il 4 luglio, giorno della violenta lite e della separazione dei due amici, che porterà Verlaine ad abbandonare Rimbaud lasciandolo sprovvisto di mezzi economici. Il tracollo definitivo avviene tre giorni dopo a Bruxelles, dove nel frattempo Verlaine si era recato e dove viene raggiunto da un furioso Rimbaud. L’epilogo è noto: due colpi di rivoltella segnano per sempre il destino di un sodalizio unico ed irripetibile. Per Verlaine si spalancano le porte del carcere, per Rimbaud quelle dell’inferno di chi resta fuori.
A fine agosto, nuovamente a Roche, termina la stesura della Saison ed inizia la leggenda, quella che narra di un Rimbaud che getta alle fiamme tutti gli esemplari esistenti fatti stampare a proprie spese a Bruxelles. Ma la leggenda dura poco: nel 1901 si scopre che nei magazzini di una tipografia della capitale belga, Poot et Cie, giacevano ancora le copie non pagate e quindi non ritirate da Rimbaud.
Nulla è andato distrutto, tutto s’è conservato e consacrato, e l’aura polisemica della Saison rimane a sfidare il tempo.
Non occorre aggiungere altro nei riguardi di un’opera che sa esprimere benissimo da sola la propria intima natura [4]. 

Arthur Rimbaud (Charleville1854 – Marsiglia 1891) ha concentrato la sua produzione letteraria in soli tre anni, dal 1870 al 1873. Oltre a Une saison en enfer, è autore di Les illuminations (1873), raccolta parte in prosa e parte in versi, e di altri scritti riuniti in volume nel 1898 col titolo Œuvres, che comprendono oltre ai titoli già menzionati i primi versi, Poésies, e altre composizioni, Dernier vérses, Album zutique, etc. .

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   Un tempo, se ben mi ricordo, la mia vita era un festino dove si aprivano tutti i cuori, dove tutti i vini scorrevano.
   Una sera, ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. – E l’ho trovata amara. – E l’ho ingiuriata.
   Mi sono armato contro la giustizia.
   Sono fuggito. O streghe, o miseria, o odio, è a voi che il mio tesoro è stato affidato!
   Io giunsi a far svanire nel mio spirito tutta la speranza umana. Su ogni gioia per strozzarla ho fatto il balzo sordo della bestia feroce.
   Ho invocato i boia per mordere, morendo, il calcio dei loro fucili.
   Ho invocato i flagelli, per soffocarmi con la sabbia, con il sangue. La sventura è stata il mio dio. Io mi sono disteso nel pantano. Io mi sono asciugato all’aria del crimine. Ed io ho giocato dei bei tiri alla follia.
   E la primavera m’ha portato l’orrendo riso dell’idiota.
   Ora, proprio da ultimo essendomi trovato sul punto di fare l’estrema stecca! ho sognato di ricercare la chiave dell’antico festino, dove io riprenderei forse appetito.
   La carità è codesta chiave. – Codesta ispirazione prova che io ho sognato!
   “Tu resterai iena, ecc. …,” si risente il demonio che m’incoronò di sì amabili papaveri. “Giungi alla morte con tutti i tuoi appetiti, e il tuo egoismo e tutti i peccati capitali.”
   Ah! me la son presa troppo: – Ma, caro Satana, io te ne scongiuro, una pupilla meno irritata! e nell’attesa di qualche piccola vigliaccheria in ritardo, tu che ami nello scrittore l’assenza di facoltà descrittive o istruttive, io ti stacco questi pochi orribili foglietti dal mio quaderno di dannato.

Cattivo sangue

Ho dei miei antenati Galli l’occhio azzurro sbiancato, il cervello stretto, e la goffaggine nella lotta. Io trovo il mio abbigliamento barbaro quanto il loro. Ma non spalmo di burro la mia capigliatura.
I Galli erano gli scorticatori di bestie, i bruciatori d’erbe più inetti del loro tempo.
Di loro, io ho: l’idolatria e l’amore del sacrilegio; – oh! tutti i vizi, collera, lussuria, – magnifica, la lussuria; – soprattutto menzogna e pigrizia.
Io ho orrore di tutti i mestieri. Padroni e operai, tutti buzzurri, ignobili. La mano da penna vale la mano da aratro. – Che secolo di mani! – Io non avrò mai la mia mano. Dopo, la domesticità porta troppo lontano. L’onestà della mendicità mi strazia. I criminali sono disgustosi come i castrati: io, io sono intatto, e non me ne importa niente.
Ma! chi ha fatto la mia lingua talmente perfida, che lei ha guidato e protetto fin qui la mia pigrizia? Senza servirmi per vivere nemmeno del mio corpo, e più ozioso del rospo, io ho vissuto dappertutto. Non una famiglia d’Europa che io non conosca. – Intendo famiglie come la mia, che devono tutto alla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo. – Io ho conosciuto ogni figlio di famiglia!

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   Se avessi degli antecedenti in un punto qualsiasi della storia della Francia!
   Ma no, niente.
   M’è del tutto evidente che sono sempre stato di razza inferiore. Io non posso comprendere la rivolta: come i lupi con la bestia che non hanno ucciso.
   Mi rammento la storia della Francia figlia primogenita della Chiesa. Da villano, avrei fatto il viaggio in terra santa; ho nella testa delle strade nelle pianure sveve, delle vedute di Bisanzio, dei baluardi di Solima; il culto di Maria, la tenerezza per il crocifisso si svegliano in me tra mille incanti profani. – Io sono seduto, lebbroso, su cocci e ortiche, ai piedi d’un muro roso dal sole. – Da raitro, più tardi avrei bivaccato nelle notti germaniche.
Ah! ancora: io ballo il sabba in una rossa radura, con vecchi e bambini.
   Io non mi ricordo altro che questa terra qui e il cristianesimo. Non finirei mai di rivedermi in questo passato. Ma sempre solo; senza famiglia; anzi, quale lingua parlavo? Non mi riconosco nei consigli di Cristo; e neppure nei consigli dei Signori, – rappresentanti di Cristo
   Che cosa ero nel secolo scorso? mi ritrovo solo oggi. Niente vagabondi, niente guerre vaghe. La razza inferiore ha coperto tutto – il popolo, come si dice, la ragione, la nazione e la scienza.
   Oh! la scienza! Si sono ripresi tutto. Per il corpo e per l’anima, – il viatico, – si ha la medicina e la filosofia, – i rimedi delle brave donne e le canzoni popolari arrangiate. E i divertimenti dei principi e i giochi che loro vietavano! Geografia, cosmografia, meccanica, fisica!… 
   La scienza, la nuova nobiltà! Il progresso. Il mondo marcia! Perché non dovrebbe svoltare?
   È la visione dei numeri. Noi andiamo verso lo Spirito. È certissimo, è vaticinio, ciò che dico. Capisco, e non riuscendo a spiegarmi senza parole pagane, io vorrei tacere.

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   Il sangue pagano ritorna! Lo Spirito è prossimo, perché Cristo non mi aiuta, dando alla mia anima nobiltà e libertà? Il Vangelo è passato! il Vangelo! il Vangelo.
   Attendo Dio con voracità. Io sono di razza inferiore da tempo immemorabile.
   Eccomi sulla spiaggia armoricana. Le città si accendono nella sera. La mia giornata è fatta; io lascio l’Europa. L’aria marina mi brucerà i polmoni; i climi perduti mi abbronzeranno. Nuotare, pestare l’erba, cacciare, fumare soprattutto; bere liquori forti come metallo bollente, – come facevano quei cari antenati intorno ai fuochi.
   Io ritornerò, con membra di ferro, con la pelle scura, con l’occhio furioso: sulla mia maschera, mi si giudicherà di una razza forte. Avrò oro: sarò ozioso e brutale. Le donne sognano questi feroci infermi reduci dai paesi caldi. Sarò immischiato negli affari politici. Salvo.
   Ora io sono maledetto, ho orrore della patria. Il meglio, è un sonno ebbro, sulla sabbia.

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   Non si parte. – Riprendiamo i cammini di qui, gravato del mio vizio, il vizio che ha sprofondato le sue radici di sofferenza al mio fianco, dall’età della ragione – che sale al cielo, mi batte, mi strazia, mi trascina.
    L’ultima innocenza e l’ultima timidezza. È detto. Non portare al mondo i miei disgusti e i miei tradimenti.
    Andiamo! La marcia, il fardello, il deserto, la noia e la collera.
    A chi vendermi? Quale bestia bisogna adorare? Quale santa immagine attaccare? Quali cuori infrangerò? Quale menzogna devo mantenere? – In quale sangue marciare?
   Piuttosto, guardarsi dalla giustizia. – La vita dura, l’abbrutimento semplice, – sollevare, col pugno secco, il coperchio del sepolcro, sedersi, soffocarsi. Così niente invecchia, né pericoli: il terrore non è francese.
    – Ah! io sono talmente derelitto da offrire a qualsivoglia immagine divina gli slanci verso la perfezione.
    O mia abnegazione, o mia carità meravigliosa! quaggiù, tuttavia!
   De profundis Domine, che minchione che sono!

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   Sin dalla più tenera infanzia, io ammiravo il forzato intrattabile su cui si richiude sempre la galera; visitavo gli alberghi e le camere ammobiliate ch’egli avrebbe consacrato con il suo soggiorno; io vedevo con la sua idea il cielo azzurro e il lavoro fiorito della campagna; fiutavo la sua fatalità nelle città. Aveva più forza di un santo, più buon senso di un viaggiatore – e lui, lui solo! come testimone della sua gloria e della sua ragione.
   Per le strade, nelle notti d’inverno, senza alloggio, senza abiti, senza pane, una voce mi stringeva il cuore agghiacciato: “Debolezza o forza: eccola, è la forza. Tu non sai né dove vai né perché tu vai, entra dappertutto, rispondi a tutto. Non ti ammazzeranno più che se fossi un cadavere.” Al mattino avevo lo sguardo così perduto e il contegno così morto che quelli che io ho incontrato forse non mi hanno veduto.
   Nelle città il fango mi appariva all’improvviso rosso e nero, come uno specchio quando la lampada si aggira nella stanza vicina, come un tesoro nella foresta! Buona fortuna, io gridavo, e vedevo un mare di fiamme e di fumo nel cielo; e, a sinistra, a destra, tutte le ricchezze in fiamme come un miliardo di fulmini.
   Ma l’orgia e la solidarietà delle donne m’erano vietate. Nemmeno un compagno. Io mi vedevo davanti una folla esasperata, di fronte al plotone di esecuzione, in lacrime per la sventura che non avrebbero potuto comprendere, e perdonare! – Come Giovanna d’Arco! – “Preti, professori, padroni, voi vi sbagliate consegnandomi alla giustizia. io non sono mai stato di questo popolo; io non sono mai stato cristiano; io sono della razza che cantava nel supplizio; io non comprendo le leggi; non ho il senso morale, io sono un bruto: voi vi sbagliate…”
   Sì, ho gli occhi chiusi alla vostra luce. Sono una bestia, un negro. Ma io posso essere salvato. Voi siete dei falsi negri, voi maniaci, feroci,
avari. Mercante, tu sei negro; magistrato, tu sei negro; generale, tu sei negro; imperatore, vecchio prurito, tu sei negro: tu hai bevuto un liquore non tassato, della distilleria di Satana. – Questo popolo è ispirato dalla febbre e dal cancro. Infermi e vegliardi sono talmente rispettabili che chiedono di essere bolliti. – Più scaltro è lasciare questo continente, dove la pazzia gironzola per provvedere d’ortaggi questi miserabili. Io entro nel vero regno dei figli di Cam.
   Conosco ancora la natura? mi conosco? – Niente più parole. Seppellisco i morti nel mio ventre. Grida, tamburo, danza, danza, danza, danza! Io non vedo neppure l’ora in cui, sbarcati i bianchi, io cadrò nel nulla.
   Fame, sete, grida, danza, danza, danza, danza!

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   I bianchi sbarcano. Il cannone! Bisogna sottomettersi al battesimo, abbigliarsi, lavorare. 
   Ho ricevuto al cuore il colpo di grazia. Ah! io non l’avevo previsto!
   Io non ho mai fatto il male. I giorni mi saranno leggeri, il pentimento mi sarà risparmiato.    Io non avrò avuto i tormenti dell’anima quasi morta al bene, dove risale la luce severa come i ceri funerari. La sorte del figlio di famiglia, feretro prematuro coperto di limpide lacrime. Senza dubbio la dissolutezza è stupida, il vizio è stupido; bisogna gettare il putridume da una parte. Ma l’orologio non sarà arrivato a rintoccare che l’ora del puro dolore! Sarò rapito come un bambino, per giocare in paradiso nell’oblio di tutta la sventura?
   Presto! vi sono altre vite? – Il sonno nella ricchezza è impossibile. La ricchezza è sempre stata bene pubblico. L’amore divino soltanto concede le chiavi della scienza. Io vedo che la natura non è che uno spettacolo di bontà. Addio chimere, ideali, errori.
   Il canto ragionevole degli angeli si alza dalla nave salvatrice: è l’amore divino. – Due amori! io posso morire di amore terrestre, morire di devozione. Io ho lasciato anime cui crescerà dentro la pena del mio partire! Voi mi eleggete tra i naufraghi, quelli che restano non sono miei amici?
   Salvateli!
  
La ragione m’è nata. Il mondo è buono. Io benedirò la vita. Amerò i miei fratelli. Non sono più le promesse di bimbo. Né la speranza di scappare alla vecchiaia e alla morte. Dio fa la mia forza, e io lodo Dio.

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   La noia non è più il mio amore. Le smanie, le debosce, la follia, di cui so tutti gli slanci e i disastri, – tutto il mio fardello è deposto. Apprezziamo senza vertigine la distesa della mia innocenza.
   Io non sarei più capace di chiedere il conforto di una bastonatura. Io non mi credo imbarcato per delle nozze con Gesù Cristo per suocero.
   Io non sono prigioniero della mia ragione. Ho detto: Dio. Io voglio la libertà della salvezza: come perseguirla? I gusti frivoli m’hanno lasciato. Nessun bisogno di devozione né d’amore divino. Io non rimpiango il secolo dei cuori sensibili. Ciascuno ha la sua ragione, disprezzo e carità: io prenoto il mio posto nella sommità di questa angelica scala di buon senso.
   Quanto alla felicità stabilita, domestica o no… no, io non posso. Io sono troppo dissipato, troppo fiacco. La vita fiorisce col lavoro, vecchia verità: quanto a me, la mia vita non è abbastanza pesante, ella si invola e fluttua lontano sopra l’azione, questo caro punto del mondo.
   Come divento zitella, a mancare di coraggio d’amare la morte!
   Se Dio m’accordasse la calma celeste, aerea, la preghiera, – come gli antichi santi. – I santi! dei forti! gli anacoreti, degli artisti come non ce n’è più bisogno!
   Farsa continua! La mia innocenza mi farebbe piangere. La vita è la farsa nel farsi di tutti

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   Basta! ecco la punizione. – In marcia!
   Ah! i polmoni bruciano, le tempie rombano! la notte rotola nei miei occhi, con questo sole! il cuore… le membra…
   Dove si va? al combattimento? Io sono debole! gli altri avanzano. Gli attrezzi, le armi… il tempo…
   Fuoco! fuoco su di me! Qua! o mi arrendo. – Vili! – Io m’ammazzo! Io mi butto sotto gli zoccoli dei cavalli!
   Ah!…
   – Io mi ci abituerò.
   Questa sarebbe la vita francese, il sentiero dell’onore!

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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