Oscar Wilde – Il ritratto di Dorian Gray 20

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Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray
Traduzione dall’originale inglese
The Picture of Dorian Gray
di Marco Vignolo Gargini

Capitolo XX

   Era una notte bella, così tiepida che si gettò il soprabito sul braccio e non si mise neppure la sua sciarpa di seta intorno al collo. Mentre camminava lentamente verso casa, fumando la sua sigaretta, due giovani in abito da sera gli passarono vicino. Udì uno di loro che bisbigliava all’altro:«Quello è Dorian Gray». Ricordò come un tempo si compiacesse che lo additassero, lo guardassero, o parlassero di lui. Adesso era stanco di sentire il suo nome. Metà del fascino del piccolo paese dove tante volte era stato negli ultimi tempi stava nel fatto che nessuno sapeva chi fosse. Aveva spesso raccontato alla ragazza che aveva fatto innamorare di essere povero, e lei lo aveva creduto. Una volta le aveva detto di essere malvagio, e lei ridendo gli aveva risposto che i malvagi sono sempre molto vecchi e molto brutti. Che risata aveva! Come il canto di un tordo. E com’era graziosa con i suoi vestiti di cotone e i suoi grandi cappelli! Non sapeva niente, ma aveva tutto quello che lui aveva perso.
   Quando arrivò a casa, trovò il domestico ancora in piedi che lo aspettava. Lo mandò a dormire, e si gettò sul sofà della biblioteca, iniziando a pensare alle cose che Lord Henry gli aveva detto.
   Era proprio vero che non si poteva cambiare mai? Provò una nostalgia disperata per la purezza incontaminata della sua adolescenza – la sua adolescenza bianca e rosa, come l’aveva definita un giorno Lord Henry. Sapeva di essersi macchiato, di aver riempito la sua mente di corruzione e nutrito di orrore la sua fantasia, di essere stato sugli altri un cattivo ascendente, e di aver provato una gioia terribile nell’esserlo, e sapeva che di tutte le vite che avevano attraversato la sua, erano state le più belle e le più promettenti che lui aveva portato al disonore. Ma tutto questo era irrecuperabile? Non c’era speranza per lui?
   Ah! In quale mostruoso momento d’orgoglio e passione aveva pregato che il ritratto potesse portare il peso dei suoi giorni, e che lui conservasse lo splendore intatto dell’eterna giovinezza! Tutto il suo fallimento era dovuto a questo. Sarebbe stato meglio per lui se ogni peccato della sua vita avesse avuto una pena rapida e sicura. C’era purificazione nella punizione. Non “perdona i nostri peccati” ma “colpiscici per le nostre iniquità” sarebbe dovuta essere la preghiera a un Dio quanto mai giusto.
   Lo specchio stranamente intagliato che Lord Henry gli aveva regalato, molti anni addietro, adesso era sul tavolo, e i candidi cupidi gli ridevano intorno come un tempo. Lo prese, come aveva fatto quella notte d’orrore quando aveva notato per la prima volta il cambiamento nel ritratto fatale, e con occhi folli, velati di lacrime, guardò nel suo lucido scudo. Un giorno, qualcuno che lo aveva amato pazzamente gli aveva scritto una lettera dissennata che finiva con queste parole da idolatra: «Il mondo è cambiato perché tu sei fatto di avorio e d’oro. Le curve delle tue labbra riscrivono la storia». Le frasi gli tornarono in mente e se le ripeté in continuazione. Allora detestò la sua bellezza e, scagliato lo specchio per terra, lo calpestò riducendolo in piccole schegge d’argento. Era la sua bellezza che lo aveva rovinato, la sua bellezza e la giovinezza per la quale aveva pregato. Se non fosse stato per quelle due cose, la sua vita forse sarebbe stata senza macchia. La sua bellezza era stata per lui solo una maschera, la sua giovinezza una beffa. Cos’era la giovinezza nel migliore dei casi? Un’età verde, acerba, un’età di stati d’animo superficiali e pensieri malsani.
   Perché ne aveva indossato la livrea? La giovinezza l’aveva rovinato.
   Era meglio non pensare al passato. Nulla poteva modificarlo. Era a se stesso e al suo futuro che doveva pensare. James Vane se ne stava sepolto in una tomba senza nome nel cimitero di Selby. Alan Campbell si era sparato una sera nel suo laboratorio, ma non aveva rivelato il segreto che era stato costretto a conoscere. L’animazione, per così dire, sulla scomparsa di Basil Hallward sarebbe passata presto. Stava già calando. In questo caso era perfettamente al sicuro. Non era tanto la morte di Basil Hallward a pesare di più sulla sua coscienza. Era la morte vivente della sua anima che lo turbava. Basil aveva dipinto il ritratto che aveva rovinato la sua vita. Non glielo poteva perdonare. Era il ritratto ad essere la causa di tutto. Basil gli aveva detto cose per lui insopportabili, eppure le aveva tollerate con pazienza. L’assassinio era stato soltanto la follia di un momento. Riguardo Alan Campbell, il suicidio era stato un atto della sua volontà. Aveva scelto di commetterlo. Lui non c’entrava nulla.
   Una nuova vita! Ecco cosa voleva. Ecco quello che stava attendendo. Certamente l’aveva già iniziata. In ogni caso, aveva risparmiato una creatura innocente. Non avrebbe mai più tentato l’innocenza. Sarebbe stato buono.
   Al pensiero di Hetty Merton, cominciò a chiedersi se il ritratto nella stanza chiusa fosse cambiato. Di sicuro non era ancora così orribile come prima! Forse, se la sua vita fosse diventata pura, avrebbe potuto cacciare ogni segno di passioni malvagie dal volto. Forse i segni del male era già sparito. Sarebbe andato a vedere.
   Prese la lampada dal tavolo e salì furtivamente di sopra. Mentre apriva la porta, un sorriso di gioia gli attraversò il viso stranamente giovane e indugiò per un istante sulle labbra. Sì, sarebbe stato buono e quella cosa orrenda che aveva nascosto non lo avrebbe terrorizzato più. Si sentì come se si fosse già liberato di quel peso.
   Entrò in silenzio, chiudendosi la porta dietro, com’era sua abitudine, e tirò il drappo purpureo dal ritratto. Cacciò fuori un grido di dolore e indignazione. Non riusciva a vedere alcun cambiamento, salvo che negli occhi c’era un’espressione di astuzia e nella bocca la piega ricurva dell’ipocrita. Quella cosa era ancora rivoltante – più rivoltante, se possibile, di prima –e la rugiada scarlatta che macchiava la mano sembrava più brillante e più simile a sangue appena sparso. Allora tremò. Era stata solo la vanità che gli aveva fatto fare la sua unica buona azione? O il desiderio di una nuova sensazione, come Lord Henry aveva suggerito, con il suo riso beffardo? O quell’impulso a recitare una parte che talvolta ci fa fare cose migliori di quello che siamo? O, forse, tutte queste cose? E perché la chiazza rossa era più larga di prima? Sembrava si fosse estesa come un orribile morbo sulle dita rugose. C’era del sangue dipinto sui piedi, come se fosse gocciolato dalla tela stessa – sangue persino sulla mano che non aveva stretto il coltello. Confessare? Voleva dire che doveva confessare? Costituirsi ed essere condannato a morte? Rise. L’idea gli parve mostruosa. E poi, anche se avesse confessato, chi gli avrebbe creduto? Non c’erano tracce dell’uomo ucciso da nessuna parte. Tutto quello che gli apparteneva era stato distrutto. Lui stesso aveva bruciato ciò che era rimasto al piano di sotto. Tutti avrebbero detto che era assolutamente pazzo. Lo avrebbero rinchiuso se avesse insistito nella sua storia… Eppure era suo dovere confessare, sopportare la pubblica vergogna ed espiare pubblicamente. C’era un Dio che chiedeva agli uomini di ammettere i propri peccati alla terra come al cielo. Qualunque cosa facesse niente avrebbe potuto purificarlo finché non avesse ammesso il proprio peccato. Il suo peccato? Alzò le spalle. La morte di Basil Hallward gli sembrò davvero poca cosa. Stava pensando a Hetty Merton. Perché era uno specchio ingiusto questo specchio della sua anima che stava guardando. Vanità? Curiosità? Ipocrisia? Non c’era stato nient’altro che questo nella sua rinuncia? C’era stato qualcosa di più. Almeno così credeva. Ma chi poteva dirlo? … No. Non c’era stato altro. L’aveva risparmiato per vanità. Aveva portato la maschera della bontà per ipocrisia. Aveva cercato di negare se stesso per curiosità. Adesso se ne rendeva conto.
   Ma questo delitto – lo avrebbe braccato per tutta la vita? Sarebbe stato sempre oppresso dal suo passato? Doveva davvero confessare? Mai. Contro di lui c’era soltanto una parte restante di evidenza. Il quadro stesso – quella era l’evidenza. L’avrebbe distrutto. Perché l’aveva conservato così a lungo? Un tempo gli aveva dato piacere contemplarlo mentre mutava e diventava vecchio. Da molto non aveva più provato un simile piacere. Lo aveva tenuto sveglio la notte. Quando era stato lontano, era terrorizzato dalla paura che altri occhi potessero guardarlo. Aveva portato la malinconia tra le sue passioni. La sua stessa memoria aveva rovinato molti momenti di gioia. Era stato per lui come la coscienza. Sì, era stato la coscienza. L’avrebbe distrutto.
   Si guardò intorno e vide il coltello che aveva colpito Basil Hallward. Lo aveva pulito molte volte, finché era scomparsa ogni macchia. Era lucido, e brillava. Come aveva ucciso il pittore, così avrebbe ucciso l’opera del pittore e tutto quello che significava. Avrebbe ucciso il passato, e una volta morto il passato, sarebbe stato libero. Avrebbe ucciso questa mostruosa anima viva e, senza i suoi atroci avvertimenti, sarebbe stato in pace.
   Afferrò il coltello e pugnalò il quadro.
   Si udì un urlo e un tonfo. L’urlo era così orribile nella sua angoscia che i domestici spaventati si svegliarono e uscirono di volata dalle loro stanze.
   Due gentlemen, che stavano passando nella piazza sottostante, si fermarono e alzarono gli occhi verso la grande casa. Continuarono a camminare finché non incontrarono un poliziotto e lo condussero indietro.
   L’uomo suonò il campanello più volte, ma nessuno rispondeva. Tranne una luce accesa in una finestra all’ultimo piano, la casa era tutta buia. Dopo un po’, andò via e rimase in un portico adiacente a guardare.
   «Di chi è quella casa, agente?» chiese il più anziano dei due gentlemen.
   «Di Mr. Dorian Gray, signore» rispose il poliziotto.
   Mentre i due si allontanavano, si guardarono sogghignando. Uno di loro era lo zio di Sir Henry Ashton.
   Dentro, nell’ala di servizio della casa, i domestici semivestiti si parlavano a bassa voce. La vecchia Mrs. Leaf piangeva e si torceva le mani. Francis era pallido come un morto.
   Dopo circa un quarto d’ora, prese con sé il cocchiere e uno dei valletti e salì lentamente al piano di sopra. Bussarono, ma non ci fu risposta.
   Chiamarono. Tutto era in silenzio. Alla fine, dopo vani tentativi di forzare la
porta, salirono sul tetto e da lì si calarono sul balcone. Le finestre cedettero facilmente – le serrature erano vecchie.
   Quando entrarono, trovarono appeso alla parete uno splendido ritratto del loro padrone come l’aveva visto l’ultima volta, in tutto lo splendore della sua squisita giovinezza e bellezza. Per terra sul pavimento giaceva un uomo morto, in abito da sera, con un coltello conficcato nel cuore. Era avvizzito, rugoso e con un volto ripugnante. Fu solo dopo aver esaminato gli anelli che riconobbero chi era.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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