“Valperga”– Mary Shelley VI

sentiero

Mary Shelley (1797-1851)

VALPERGA

o

La vita e le avventure di Castruccio, Principe di Lucca

Traduzione integrale di Marco Vignolo Gargini dall’originale in inglese Valperga; or the Life and Adventures of Castruccio, Prince of Lucca

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Capitolo 6

Castruccio in Italia. Susa. Il credo di Benedetto.

   Messer Taddeo accolse il suo vecchio amico con riguardo e affetto, e, dando un cordiale benvenuto a Castruccio, condusse i due in un’ampia sala, dove la vista di un pasto già pronto sembrò rallegrare visibilmente i viaggiatori. La sala era riccamente ornata di tessuti color scarlatto e i tavoli e le sedie ricoperti con arazzi. In fondo alla stanza c’era un camino e un fuoco, accanto al quale avendo preso posto, Messer Taddeo invitò i nuovi arrivati ad unirsi agli altri numerosi amici che si sistemavano intorno al tavolo.

   Quando la lunga cerimonia della cena terminò, e i servi s’occuparono di rimuovere i tavoli, Messer Taddeo propose agli ospiti appena arrivati di recarsi nella camera da letto, dove avrebbero potuto riposare dopo le fatiche del viaggio. Entrambi accettarono con piacere l’offerta. Castruccio grazie a un profondo e tonificante sonno scordò la sua curiosità su chi o cosa potesse essere il suo compagno, mentre l’altro si rimise dagli spaventi terribili che lo avevano perseguitato sin dalla sua fuga del precedente giorno.

   Quando Castruccio si alzò intorno alle sei di sera raggiunse Messer Taddeo, che era seduto con l’altro viaggiatore nella sala grande. Il resto della compagnia era partito. I due stavano conversando molto seriamente e all’arrivo di Castruccio smisero subito di parlare.

   Dopo un po’ di tempo, alzando il dito per poi abbassarlo segnandosi le ampie rughe delle guance, il compagno di viaggio di Castruccio, in una maniera misteriosa, pronunciò la parola d’ordine che era stata data ai soldati d’Alberto Scoto, per distinguersi gli uni dagli altri nel buio della notte, o nel disordine della battaglia. Castruccio, udendola, indovinò facilmente che il suo strano compagno di viaggio era un soldato di ventura e un amico del suo capitano. Così sorridendo, Castruccio proferì la controparola d’ordine, e l’altro, voltandosi verso di lui, come se il fantasma di uno che aveva conosciuto molti anni prima gli si fosse presentato davanti, subito chiese: «Voi allora avete prestato servizio nel suo esercito?»

   «Sì», rispose Castruccio, «Io ho avuto l’onore di servire il nobile cavaliere, Messer Alberto Scoto e, avendovi reso un servigio, sono ancora più felice di aver salvato chi ha combattuto con me sotto le stesse insegne.»

   «Il vostro nome è un segreto?»

   «Io provengo da una famiglia nobile lucchese, adesso in esilio e nomade; il mio nome è Castruccio Castracani degli Antelminelli.»

   Il vecchio viaggiatore subito si alzò e, abbracciando con trasporto Castruccio, gli diede un bacio fraterno e poi, voltandosi verso Taddeo, disse: «Questa mattina ti ho presentato uno straniero il cui merito è stato d’aver salvato la mia vita mettendo a repentaglio la sua. Ora ti presento un soldato valoroso, il cui nome si è diffuso in Francia, come quello del più coraggioso dei guerrieri e abile comandante che ha combattuto nei Paesi Bassi: Sieur Castruccio è un nome che persino i bambini in Francia pronunciano con gratitudine e i Flemings tremano ad udirlo.»

   Molte furono i complimenti e in seguito il viaggiatore aggiunse: «Questa bella scoperta ha reso amiche tre persone che prima erano sconosciute e non vorrò nascondervi, Messer Castruccio, che il mio nome è Benedetto Pepi, un cremonese, di ritorno al mio paese, dopo aver guadagnato onori e il titolo di cavaliere sotto le insegne di Messer Scoto. Voi, mio caro compagno, dite di essere un esule, ma adesso in Italia sono in corso dei grandi mutamenti e, sapendo chi siete, possiamo ammettervi alla conversazione confidenziale che io e Messer Taddeo stavamo tenendo quando siete entrato, riguardo tutto quello che è successo dall’arrivo dell’imperatore Arrigo in Italia.»

   Detto questo, Benedetto fece un lieve cenno all’amico, che Castruccio intuì facilmente come un monito ad essere discreti nelle sue rivelazioni. Taddeo replicò al cenno annuendo e disse:

   «Due usurai fiorentini che sono passati a Milano hanno cenato ieri sera a casa mia… sono stati testimoni dell’entrata dell’imperatore in città. Il signore di Milano, Guido della Torre, è stato obbligato a congedare i suoi soldati e, disarmato, alla testa di una schiera senz’armi, è uscito ad incontrare l’imperatore, che al suo seguito aveva il Visconti e tutti i ghibellini, i vecchi avversari della famiglia Torre. I Visconti adesso hanno ripreso il possesso della città, eppure Arrigo finge ancora d’essere imparziale e nella sua avanzata militare ha riportato tutti gli esuli nelle varie città, sia i guelfi che i ghibellini.»

   «Mi chiedo», disse Pepi, «per quanto tempo terrà la maschera. Pochi uomini sono imparziali, un imperatore mai: per chi è interessato agli affari di stato è una bell’occasione per ipotizzare quale sarà il risultato e il coronamento di queste pretese.»

   «Perché», domandò Castruccio, «l’apparenza dovrebbe ingannare? L’imperatore non può essere animato da una visione politica generosa e auspicare una riconciliazione di tutte le parti attraverso un percorso giusto e onesto?»

   «Impossibile!» gridò Pepi con energia, «Un imperatore giusto! Un principe imparziale! I troni non si basano sui contrasti e le liti? E non deve esserci debolezza nel popolo per dare vita al potere del principe? Io faccio una profezia, e come uomo discreto raramente lo faccio, però adesso prevedo con certezza che Arrigo terrà tutta l’Italia per le orecchie, per mietere i frutti dei loro dissensi. Egli garantisce il richiamo di tutti gli esuli. Ammiro la sua politica, degna d’essere studiata e compresa da chiunque voglia regnare. I ghibellini e i guelfi possono vivere insieme nella stessa città? Non più di un vaso può contenere fuoco e acqua. No. Le città italiane si riempiranno di scontri e i loro fiumi si tingeranno di sangue grazie a quest’unione. Se Arrigo ha intenzione di imporre la pace in Italia dovrebbe far fuori tutti quelli di una fazione per assicurare la vita all’altra, ma unirle significa distruggerle tutte e due e sotto la maschera dell’amicizia avere nelle sue mani tutto ciò che appartiene ad entrambe.»

   Pepi fece questo discorso con una energia e una vivacità che stupì Castruccio: i suoi occhi neri scintillavano, le sue sopracciglia si alzarono, si appianarono le rughe delle guance e si accentuarono quelle della fronte, e il suo sguardo roteava con un’aria di trionfo sui suoi compagni.

   «Dici il vero, Messer Benedetto», affermò Taddeo, con un tono di pena per le disperate previsioni del suo amico, «e io temo tantissimo che questa pretesa giustizia sia invece la parola d’ordine per la guerra e lo spargimento di sangue. In questo momento tutto sembra avere l’apparenza della pace e della fratellanza. I signori di Langusco, Pavia, Vercelli, Novara e Lodi hanno deposto le loro signorie e consegnato le chiavi delle loro città ad Arrigo, e i vicari imperiali si sono stabiliti dappertutto. Guido della Torre, il tiranno più fiero e potente della Lombardia, si è sottomesso, e la corte dell’imperatore a Milano è affollata dai signori delle città dell’Italia orientale e dagli ambasciatori degli stati liberi del sud.»

   « Firenze è stata sottomessa?» chiese Castruccio.

   «No. Quella città e la sua lega reggono. Siena, Lucca e Bologna lo stesso. Ma quando l’imperatore marcerà verso sud, vedremo tutte queste repubbliche inginocchiarsi.»

   «Mai!» gridò Pepi, «Bologna, Lucca e Siena forse si sottometteranno, ma Firenze non lo farà mai: i fiorentini sono rigidi, ostinati e odiano il nome dell’imperatore più di quanto Papa Urbano odi la casa di Svevia. Questi repubblicani, che io detesto profondamente, hanno rovesciato i ghibellini e ora combattono con gli aristocratici, affermano la superiorità del popolo, e così ogni meschino artigiano nel suo insignificante vicolo si crederà un gran principe come lo stesso imperatore Arrigo. Inoltre, quando tutto il resto andrà in rovina, allora corromperanno l’imperatore: questi fiorentini scialacquano i loro fiorini d’oro e sono disposti a pagarne mille per ottenere ciò che è un bell’affare come se fosse una strenna. La loro parola d’ordine è quell’eco di pazzi e il richiamo del saggio: Libertà. Certamente il padre della menzogna ha inventato questa esca, questa trappola, alla quale la massa abbocca, come un topo al formaggio: sarebbe un bene per il mondo se anche i repubblicani facessero la stessa fine; e, come il topo fa scattare la trappola sulla sua testa, loro, come se avessero un solo collo, saranno presi al laccio appena avranno il loro principe: ma Firenze prospererà!»

   Pepi concluse il suo discorso con un profondo gemito e rimase a lungo soprappensiero, mentre Taddeo e Castruccio esaminavano le opportunità che potevano emergere dal nuovo ordine di cose stabilito in Italia. Fu allora che Castruccio ammise la sua intenzione di unirsi al seguito dell’imperatore e le sue speranze d’essere riammesso con i propri mezzi nelle proprietà paterne. Passarono la sera a discutere e si ritirarono presto per riposare. La mattina seguente Castruccio e Pepi si congedarono da Taddeo e insieme partirono per andare a Milano.

   Cavalcarono per un po’ restando in silenzio. Castruccio era sopraffatto da una varietà di sentimenti all’idea di visitare ancora il suolo italico. Nonostante fosse inverno, il paesaggio era completamente brullo, e le viti e i campi di grano apparivano immensi, tuttavia Castruccio pensava che nessun paese potesse competere con questo per bellezza, ad eccezione della piana di Lucca, così come la ricordava l’ultima volta che la vide, da bambino, dall’alto del palazzo paterno, cinta dai colli e con la città turrita posta in mezzo al suo cuore. Desiderava un compagno al quale poter aprire tutto il suo cuore, poiché i sentimenti straboccanti ora avevano spazzato via i molti insegnamenti d’Alberto Scoto. Dimenticò l’ambizione e i sogni di magnificenza regale che aveva coltivato per molti mesi. Dimenticò Milano, l’imperatore, i guelfi e i ghibellini, e parve consumarsi, come un’ape intorno alla fragranza di una rosa, tra le emozioni più sommesse e più umane, finché, rimessosi un po’, arrossì nel vedere i suoi occhi cupi e le guance rigate dalle pure lacrime del suo profondo e limpido sentimento. Voltandosi intorno di scatto, fu felice di vedere che il suo compagno era rimasto leggermente indietro e teneva le redini del cavallo quel tanto che bastava per avvicinarsi. Pepi cavalcava con la sua andatura misurata, e sarebbe stato interessante studiare i differenti contegni dei due viaggiatori. Castruccio, splendido nella sua avvenenza, gli occhi profondi gonfi di pianto, le labbra che esalavano sospiri di passione e di piacere, era più in contrasto della luce con il buio rispetto ai lineamenti scabri del volto immobile di Pepi, che erano imperturbati quando scrutava da lato a lato con i suoi piccoli occhi lucenti, senza alcun altro segno che mostrasse emozioni o pensieri, e la sua bocca era ben chiusa, la sua persona rigida e stretta, le ginocchia che aderivano ai fianchi del mulo, e il modo sgraziato di andare a cavallo che tradiva il segreto che le sue prodezze militari dovevano esser state compiute a piedi.

   Alla fine stanco del silenzio, desideroso di parlare a qualcuno anche se non così solidale, Castruccio domandò: «Messer Benedetto, ieri sera sembravate gemere carico d’odio per i fiorentini. Io ho in questo momento buone ragioni per odiarli, sin da quando grazie a loro la mia fazione è stata esiliata e Lucca collocata tra le città guelfe della Toscana. Ma voi siete di Cremona, una città che dista da Firenze molte montagne e fiumi. Allora, la vostra ripugnanza per questa repubblica da cosa è originata?»

   Pepi fissò i suoi piccoli occhi pungenti su Castruccio, come se leggesse nel suo cuore e scoprisse la ragione segreta di questa domanda, ma la schietta e nobile bellezza del suo compagno di viaggio era tale da sortire un effetto sul suo animo rigido. Nel guardarlo i lineamenti duri del suo volto sembrarono addolcirsi, e all’inizio rispose con gentilezza, finché, trasportato dall’argomento, non riversò il torrente del suo odio con un ardore strano in chi nei momenti più sereni pareva un uomo fatto di legno e cuoio più che di carne e sangue:

   «Mio buon amico, voi dite il vero, io odio i fiorentini. Non nascondo che è difficile spiegarne la causa, dato che non mi hanno fatto mai del male, non mi hanno rubato la borsa e non mi hanno ingiuriato in nessun modo. Ma io sono un ghibellino e per questo li odio. E chi non odierebbe un popolo che disprezza l’imperatore e l’intera autorità temporale; che considera come dissepolta la forma sotterrata della Libertà, che morì quando Milano cadde sotto i Visconti; che costringe i suoi cittadini più nobili a diventare plebei, i conti dei palazzi, dell’impero a iscriversi nelle corporazioni dei tessitori e dei pellicciai; che girano il mondo arricchendosi con la malizia e l’usura, e tornano a dissipare il denaro acquistando licenze per sé? La loro città non è piena di risse, le loro strade non sono disseminate di rovine di palazzi di nobili ghibellini? E non contraddicono in un giorno gli atti compiuti il giorno prima, e non introducono sempre più concessioni? Adesso non eleggono ogni due mesi un gruppo di magistrati, che arroga a sé tutto il potere prendendolo dalle mani dei ricchi, e non hanno un Capitano del Popolo che protegge ed esalta la vile moltitudine, tanto che ogni signore deve porre un freno al suo calzolaio? Questo è l’esempio che io detesto. Lucca, Bologna e Siena sono libere? E il contagio si diffonde in Lombardia. Oh! sarei pronto a pregare ogni santo del paradiso, ringrazierei persino il diavolo (ma un’opera così buona non potrebbe mai esser compiuta nemmeno da lui), se, com’è stato una volta proposto, la città di Firenze venisse rasa al suolo, le sue strade seminate di sale, e i suoi abitanti sparsi per il mondo come gli ebrei e gli slavi. Che tu sia mille volte maledetto, Farinata, che per causa tua questo non è avvenuto!»

   «Un amore disinteressato per il potere imperiale causa queste emozioni? Voi siete davvero il ghibellino più acceso che abbia mai conosciuto.»

   «Amico mio, il mondo, credetemi, non andrà mai bene fino a che il ricco non detterà le regole e la plebe si abbasserà al suo giusto ceto sociale come servi della gleba. Voi ammetterete volentieri che la guerra è il flagello del mondo, adesso nelle libere città la guerra rende un frutto migliore di quello dove una giusta e legittimata autorità è istituita. In guerra né le nostre persone, né le nostre terre, né le nostre case sono al sicuro, possiamo essere colpiti negli scontri, le nostre terre devastate, le nostre case e tutte le nostre proprietà spogliate. Ora il mio progetto è facile, semplice e pratico: se avete letto la storia, dovete sapere, che le fortune dei nobili dell’antica Roma consistevano nelle centinaia e centinaia di schiavi che portavano avanti le varie attività e lavori, che poi venivano liberati, o era permesso a essi di tenere dei negozi e fare soldi, soldi che i padroni ricevevano dando poi a loro una piccola somma per il sostentamento necessario. Quello era l’ordine che, se io fossi principe, ristabilirei, e ogni città, come Firenze, dove tutto è schiamazzo e parole, sarebbe ricondotta al silenzio e alla quiete; circa duemila ricchi avrebbero in mano tutto il resto degli abitanti che, come pecore, accorrerebbero al loro ovile a ricevere le elemosine con gratitudine e umiltà.»

   «Ma se invece di pecore fossero lupi e si ribellassero ai loro padroni? Mi sembra che messi insieme fanno un numero che terrorizzerebbe i loro duemila padroni.»

«No, allora noi tireremo fuori i denti e meneremo il gregge al mercato. Schiavi ribelli! Li costringeremo a una sottomissione decente con la fame.»

   Castruccio non poté fare a meno di divertirsi della strana politica e dei modi agitati del legislatore italiano e replicò: «Ma, Messer Benedetto, io contesto la sua prima affermazione e asserisco che di guerre e spargimenti di sangue ce n’è abbastanza sotto i re come nelle repubbliche. Voi che avete combattuto nelle Fiandre, e io che ho anche visitato l’Inghilterra, sappiamo che è così. Eppure in Francia e in Inghilterra il popolo non partecipa alle dispute dei nobili, dunque credo che dobbiate rivedere il vostro ideale di costituzione e ridurre i vostri duemila padroni di schiavi di Firenze ad un solo singolo padrone, anche se temo che se ce ne fosse solo uno in ogni città italiana, o addirittura due in tutto il mondo, riuscirebbero comunque a creare guerre e carneficine.»

   «Questo», rispose Pepi con un lamento, «è il grave difetto che ho trovato nella costituzione del mondo. Se il ricco conoscesse soltanto i propri interessi, potremo incatenare il mostro e seppellire ancora la libertà. Ma i ricchi sono tutti pazzi. Se il ricco si accordasse, se i pochi principi che sono necessari al mondo si alleassero in amicizia, invece di litigare, uno stato come quello di Firenze non resisterebbe un anno. Però, se la ragione avesse una tromba che suona così forte come quella che ci risveglierà nel giorno finale del giudizio, il clangore delle armi di questo popolo irragionevole la coprirebbe. Ora, se il papa e Federico Barbarossa invece di contrastarsi avessero stretto un’alleanza, tutta l’Italia adesso sarebbe in ginocchio ben prima dell’avvento di questo Arrigo di Lussemburgo. E un giorno può darsi che sia così. Segnatevi le mie parole: la tirannia è un albero sano, affonda le sue radici in profondità, ogni anno i suoi rami si allargano sempre di più e la sua ombra si diffonde sempre più ampia. Mentre la libertà è una parola, un sospiro, un’aria, che si dissiperà, e Firenze sarà ridotta in schiavitù così come adesso si sta ribellando. Roma non è forse caduta?»

   «Sono poco pratico della storia antica», disse Castruccio allegramente, «ma, da quando il mondo è iniziato, posso facilmente immaginare che gli stati siano sorti e poi caduti. Rispetto al futuro noi siamo proprio ciechi e credo sia folle costruire qualcosa che duri più a lungo della vita dell’uomo. I regni sono fragili come vascelli di porcellana sballottati dall’oceano. No, i regni sono davvero così tanto deboli che persino le stelle, quei piccoli, stupidi puntini luminosi, si dice che li dominino, e spesso, quando sono al massimo del loro splendore, Dio manda i suoi flagelli, la peste o i terremoti, per inabissarli per sempre. Vediamo di lavorare soltanto per noi stessi. Potremo essere anonimi o famosi, striscianti come vermi, o alti come l’aquila reale, a seconda che i nostri desideri affondino o salgano.»

   Così conversando arrivarono a Torino e di nuovo furono accolti presso un mercante, amico di Pepi. Qui trovarono una folta compagnia che, tutta intenta a discutere con animosità gli eventi politici italiani, si perdeva nei più stravaganti encomi verso l’imperatore Arrigo. Arrigo aveva trascorso due mesi in Piemonte, riconciliando le fazioni, ascoltando le lamentele e sopprimendo le fastidiose tirannie dei miserabili signori piemontesi. Pepi, senza considerare questa un’occasione adatta per turbare con le sue profezie tali speranze ottimistiche, se ne stava seduto in silenzio con sguardo altero e le labbra serrate, rivolgendo i suoi occhi aguzzi da un oratore all’altro, come se grazie a loro s’imbevesse di tutta l’intelligenza che i politici potevano concedersi.

   La mattina seguente Pepi e Castruccio partirono. Non si può stabilire se questa partenza fu dovuta alle necessità o alla prudenza di Pepi. Assicurò che i suoi affari lo richiamavano ad Alessandria nella sua rotta a Cremona, e che Castruccio era diretto a Milano. Partendo Pepi si rivolse a Castruccio esprimendo gratitudine e aggiunse che tornando nella sua città intendeva ricambiare il favore che aveva ricevuto, in sostanza un desiderio di accoglierlo e ospitarlo a casa propria qualora il suo salvatore fosse passato a Cremona. «Tuttavia», aggiunse, «se avete altri amici in quella città, forse, li preferirete a me. Come vi ho detto ieri, io ho sofferto molte perdite, sto cercando di rimediarle vivendo in modo parco. Io non ho vini costosi o letti soffici e non mi posso nemmeno permettere candele di cera, o cibo delicato. La mia casa ha una torre sola e, ora che sono cavaliere, ho un buon cavallo nella mia stalla. Questo è tutto quello che posso vantare. Mi sembra che voi non gradiate cibo frugale o letti duri, e perciò la vostra permanenza da me non sarebbe per voi in nessun modo piacevole.»

   Castruccio lo ringraziò e rispose a cuor leggero che, come soldato, era stato abituato alle difficoltà e alla privazione, e che la povertà dell’alloggio di Pepi per questo non sarebbe stata meno degna ai suoi occhi. I due si separarono in modo gelido, Pepi galoppando tutto serio alla volta di Alessandria, con la mente colma di progetti da tenere ben sigillati e la faccia duramente segnata, fedele ai suoi ordini, senza dare segni di ciò che gli passava nell’animo.

   Castruccio cavalcò con gioia verso Milano, il triste cielo invernale e l’aria fredda non potevano intaccare il suo spirito entusiastico e le sue speranze. Agognava l’azione, la distinzione e il potere, sebbene non avesse desiderato tanto queste cose quand’era ragazzo, all’oscuro com’era del cammino che portava ad esse. Nel lasso di tempo trascorso in Inghilterra e Francia aveva studiato la natura umana con l’occhio attento del genio e, così spensierato come appariva, aveva imparato ad ingraziarsi la massa, a lusingare le fisime dei nobili, in modo da conquistare il cuore degli uomini e dominarlo. Alle dipendenze d’Alberto Scoto aveva considerato con attenzione lo stato politico d’Italia, così come il capitano gliel’aveva descritto. I suoi progetti di dominio e conquista erano ormai formati. Doveva solo fare il primo passo, procedere con ritmo rapido verso la meta alla quale aspirava.

Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/
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