Mario Andretti, profugo istriano a Lucca

famiglia Andretti

http://www.istrianet.org/istria/sports/racing/andretti/index.htm

Mario Andretti

marioandretti_lotus-cosworth_jarama_1978

http://www.f1fanatic.co.uk/2007/06/07/banned-ground-effects/mario-andretti-lotus-cosworth-jarama-1978-2/

   In questo Giorno del Ricordo, dedicato alle vittime delle foibe e all’esodo dei cittadini italiani residenti in Istria, Dalmazia, Quarnaro, molte sono le testimonianze dei profughi che dopo la Seconda Guerra Mondiale hanno dovuto lasciare le proprie terre di origine per ritrovarsi poi ad essere stranieri in territorio italiano. Tra gli oltre 200.000 esuli qualcuno può fortunatamente raccontare una storia a lieto fine, come nel caso di Mario Andretti, il famoso pilota automobilistico che vinse il Mondiale di Formula Uno nel 1978.

   Originario di Montona d’Istria (oggi Motovun in Croazia), dove nacque il 28 febbraio 1940, Mario Andretti nel 1948 dovette lasciare con la famiglia il proprio paese dopo l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia e riparare a Lucca, nel campo profughi che all’epoca fu istituito nell’ex Real Collegio, dietro la basilica di San Frediano [1]. In questo periodo Mario, insieme al suo fratello gemello Aldo, cominciò a coltivare la passione per i motori grazie allo zio materno, Bruno Benvegnù. Come ricorda G. S. Prentzas nel suo libro biografico del 2007 Mario Andretti (nella collana Race Car Legends della InfoBase Publishing): “Gli Andretti finirono in un campo di rifugiati a Lucca, a circa 45 miglia di distanza da Firenze. Per Mario e Aldo il campo fu una grande avventura. C’erano molti altri bambini con cui giocare. I gemelli subito trovarono un idolo: lo zio, Bruno Benvegnù, che viveva anch’esso nel campo. Veterano dell’Aeronautica Militare Italiana, Benvegnù era bello e spavaldo. Permise a Mario e Aldo di rombare intorno al campo con la sua motocicletta. Gigi e Rina Andretti non furono sorpresi del fatto che i loro figli amassero le motociclette. Anna Maria, la sorella di Mario e Aldo, più tardi ricordò che i gemelli prendevano i piatti dai loro seggioloni e facevano finta che fossero volanti di un automobile. (…) Mario e Aldo parlarono con i proprietari di un garage di Lucca perché permettessero a loro di parcheggiare le auto. I due tredicenni non avevano mai guidato un auto prima e a malapena raggiungevano con la vista il cruscotto. Tuttavia, Mario e Aldo sfrecciarono per le vie di Lucca portando le auto dalla piazza centrale al parcheggio del garage[2]. Il garage lucchese di cui parla Prentzas si trovava in Via della Cavallerizza, vicino al campo profughi, e si può dire che fu questa prima esperienza con le quattro ruote a far nascere in Mario il desiderio di partecipare alle gare automobilistiche. Di lì a poco infatti Mario approfittò insieme al fratello di un’occasione offerta dalla neonata Formula Junior, una versione in minore del Grand Prix (l’antica Formula Uno) organizzata dal Conte Giovanni Lurani, che desiderava promuovere l’agonismo automobilistico presso ragazzi dai 14 ai 21 anni. I due gemelli parteciparono a Ancona a una gara della formula Junior e l’auto fu messa loro a disposizione dal garage lucchese (una Stanguellini con un motore di 85 cavalli di una FIAT Topolino). Nel 1955 la famiglia Andretti ottenne il visto per gli Stati Uniti e da lì, poco alla volta, ebbe inizio la carriera di Mario come pilota, partecipando nel 1959 a gare locali di dirt track, poi alle sprint cars fino a debuttare in Formula Uno il 6 ottobre 1968 con una Lotus al Gran Premio degli Stati Uniti sul circuito di Watkins Glen (nell’occasione non concluse la gara). Mario Andretti ha corso 131 GP vincendone 12 e ottenendo, come già menzionato, il titolo iridato nel 1978.

   Ecco quindi una storia di vita inauguratasi con la tragedia dell’esilio dalla terra natale che si è evoluta molto positivamente. È vero, di fronte ai trionfi di Mario Andretti ci sono migliaia e migliaia di profughi dall’Istria, dalla Dalmazia e dal Quarnaro che non hanno potuto realizzare i propri sogni, però ci piace pensare che il successo personale di una persona sia servito perlomeno a riscattarne tante altre.

© Marco Vignolo Gargini



[1] http://www.provincia.lucca.it/scuolapace/uploads/quaderni/giorno_del_ricordo_a4.pdf

[2] G. S. Prentzas, Mario Andretti, InfoBase Publishing 2007, pp 18-20, traduzione di Marco Vignolo Gargini.

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